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Full text of "Mediolanum"

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I S/WQVnANT])' GVALDANA 

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914.52 
V. I 






MEDIOLANUM 



MEDIOLANUM 



ORDINAMENTO DELL'OPERA 



Volume Primo. 
L. 3. 



Volume Secondo. 
L. 2. 



Correnti. - Prefazione. 



Schiaparelli. - Topografia e clima. 

Bn nam] E. - Milano idrografica. 

Zambelli. - Popolazione. 

Z ice hi. - Igiene. 

Bono. - Il Duomo. 

Chirtani. - Milano monumentale. 

Uazzero. - Musei. 

GniRON. - v 

m.ia. - Civico Museo di Storia 
Naturale. 
Vitali. - Beneficenza e Previdenza. 
Sebregondi. - Il Municipio in strada. 
! art. - La Musica in Milano. 
Filippi. - Il Teatro della Scala. 






Giornali e giornalisti. 



Bontadini. - Una passeggiata storica. 
De Castro. - Dialetto e letter. popol. 
Sacchi - La vita intima. 
Bignami V. - Club - Società- Ritrovi. 
Fontana. - La vita di strada. 
Barbiera. - Milano in campagna. 
Manfredi. - La Milano legale. 
Petrocchi. - La letteratura a Milano. 
Yorigk. - La letteratura drammatica. 
Solveraglio. - Archivi e biblioteche. 
Ghiron. - Istituti scientifici ed Accad. 
PniNA. - Istruzione. 
R a vasi o. - Scuole popolari. 
Morandi. - Tipi di donne milanesi. 
Bara valle. - Note funebri. 



Volume Terzo. 
L. 2. 

Luzzatti. - Introduzione, 



Galanti. - Milano agricola. 
Vi i i-Pernice. - Milano commerc. 
Colombo. - Milano industriale. 
ri. - Cassa di risparmio. 



Mangili. - Banche. 
Lucini. - Società di assicurazione. 
Cantalupi. - Le vie di comunicaz. 
Torelli. - Movimento librario. 



A maggiore illustrazione farà seguito un 4.° Volume 

DI 

STI IH STATISTICI SUL MOVIMENTO ECONOMICO-SOCIALE 



CITTA DI MILANO 
Raccolti oel Municipio, con Prefazione di Stefano Labus. 



MEDIOLANUM 



SCHIAPARELLI — BIGNAMI 

ZAMBELLI — ZUCCHI — BOITO — CHIRTANI 

BAZZERO — GHIRON — CORNALIA — VITALI — SEBREGONDI 

EDWART — FILIPPI — PAPA 



VOL. I. 




CASA EDITRICE 

DOTTOR FRANCESCO VALLARDI 
Bologna — MILANO — Napoli 
1881 CQ 



Proprietà letteraria. 



A. 



I 



3/4,521 



NEL NOME 
DEI COMUNI DOLORI 
E DELLE SPERANZE COMUNI 
MILANO 
STRINGEVA UN GIORNO LA DESTRA 
ALLE CITTÀ SORELLE 
OGGI 
ALLA MOSTRA NAZIONALE 
AFFERMA CON ESSE ESULTANDO 
NEL NOME 
DELLA SCIENZA DELL' ARTE E DELL' INDUSTRIA 
LA NUOVA VITA D'ITALIA 



MDCCCLXXXI 



548884 



L'idea dell'Opera ch'io presento mi fu suggerita dal 
libro Milano ed il suo territorio, che in oc- 
casione del VI Congresso dei dotti usciva nel 1844 in 
questa stessa città, che oggi, liberata dal giogo stra- 
niero, invita alle nobili gare della scienza, dell'arte e 
dell'industria tutte le Città d'Italia. 

Accolto favorevolmente il disegno di quest'Opera da 
una schiera di valenti scrittori, ai quali m'è caro pro- 
fessare la mia gratitudine per il concorso e pei consigli 
preziosi ch'io m'ebbi da essi, s'andò allargando mano 
mano, per modo che il lavoro, anzi che in un solo, 
dovette essere ripartito in ben tre volumi, che l'angustia 
del tempo mi vieta di pubblicare contemporaneamente. 

Sono lieto per altro di poter affermare, che,, non più 
tardi del 15 del corrente, terrà dietro a questo primo 
volume il secondo ed a brevissimo intervallo il terzo, 
già composti per intero e pronti per la stampa. 



Il Municipio, che teneva ordinati i materiali per un 
lavoro Studi statistici sul movimento economico-sociale 
della Città di Milano, pensò d'affidarne a me la pub- 
blicazione, perchè servisse come di documento e d'il- 
lustrazione ai tre precedenti volumi. 

Per tal guisa 1' Opera ritrarrà pienamente la vita 
sociale, economica, letteraria ed artistica della Città 
di Milano: né per questi, diro così, brevi respiri, nella 
pubblicazione di un'Opera di tanta importanza, sarà 
per venirmi meno, lo spero, il pubblico favore. 

5 Maggio 1881. 

L'Editore. 



TOPOGRAFIA E CLIMA 



I. Posizione geografica. — La città di Milano è collocata 
^uasi nel centro della pianura del Po. Il suo orizzonte domina 
tutte le Alpi occidentali e settentrionali fino ai monti del Tren- 
tino e di Verona, e tutto 1' Appennino fino al monte Cimone, 
che sovrasta a Pistoja. Fra il monte Cimone e il monte Baldo 
di Verona la veduta si estende liberamente a levante verso l'Adria- 
tico e non è limitata che dalla curvità della superficie terrestre. 

La posizione geografica di Milano si suole riferire all' aguglia 
principale del Duomo, che ne è il punto più cospicuo, ed oc- 
cupa nella città una posizione quasi esattamente centrale. Gli 
elementi di questa posizione sono: 

Latitudine boreale 45° 27' 33." 
Longitudine Est da Parigi 6° SI' 23." 
Altitudine del suolo sul mare 120 metri. 

La longitudine Ovest da Roma (Cupola di S. Pietro) è 3° 15' 40", 
la differenza dei meridiani in tempo importa pertanto 13 minuti 
e 3 secondi, di cui gli orologi regolati sul tempo medio di Mi- 
lano debbono esser in ritardo sugli orologi regolati al tempo 
medio di Roma. 

J\IlLA>0. — Voi. I. 1 



2 TOPOGRAFIA E CLIMA 

Quando a Milano succede il mezzodì medio si hanno le seguenti 
ore di tempo medio nei luoghi della terra qui sotto indicati: 





0. 


m. 


s. 




0. 


m. 


s. 




Parigi . . . 


. . 11. 


32. 


36 ant. 


Vienna .... 


. 0. 


28. 


46 


poni 


Londra . . 


. . 11. 


22. 


52 — 


Costantinopoli . 


. 1. 


19. 


11 


— 


Lisbona . . 


. . . 10. 


46. 


54 — 


Cairo 


. 1. 


28. 


17 





Rio-Janeiro 


. . 8. 


30. 


40 — 


Calcutta .... 


. 5. 


16. 


30 


— 


Washington 


. . 5. 


44. 


46 — 


Peking .... 


. 7. 


9. 


11 





S. Francisco 


. . 3. 


13. 


35 — 


Tokei (Jeddo). 


. 8. 


42. 





— 


Honolulu . . 


. . 0. 


51. 


54 — 


Melbourne. . . 


. 9. 


3. 


10 


— 



Qualche volta s' indica la posizione di Milano con quella del 
suo Osservatorio astronomico, che sta nel Palazzo di Brera. La 
latitudine di questo punto, e propriamente del centro della cu- 
pola del grande Refrattore equatoriale è 45° 27' 59", la sua 
longitudine Est da Parigi 6° 51' 14". Il luogo dove si fanno 
le osservazioni meteorologiche è alto 147 m ,11 sopra il livello 
del mare Adriatico; la quale indicazione propriamente si rife- 
riesce al livello del pozzetto del barometro principale. 

In questa latitudine il giorno più lungo (tenuto conto della 
refrazione atmosferica e del semidiametro solare) è di ore 15 e 
minuti 38: il più breve di ore 8, minuti 39. Il crepuscolo più 
lungo avviene al solstizio d'estate e dura due ore e mezzo: il 
più breve succede intorno al 4 di marzo e al 9 di ottobre e dura 
un' ora e mezzo circa. 

Tavola della durata del giorno e dei crepuscoli nel elima di Milano. 







Durata 


Durata 




Durata 


Durata 






del giorno 


del crepuscolo 




del 


giorno 


del crepuscolo' 




o. m. 


o. m. 


0. 


m. 


o. in. 


(iennajo 


1 


8. 41 


1. 50 


Luglio 1 


15. 


33 


2. 34 




16 


9. 4 


1. 48 


16 


15. 


14 


2. 28 


Febbraji 


1 


9. 40 


1. 46 


Agosto 1 


14. 


42 


2. 13 




16 


10. 24 


1. 42 


16 


14. 


2 


1. 59 


Marzo 


1 


11. 4 


1. 37 


Settembre 1 


13. 


14 


1. 51 




16 
1 


11. 51 

12. 42 


1. 44 


16 
Ottobre 1 


12. 


28 


1. 46 


Aprile 


1. 49 


11. 


40 


1. 41 




16 


13. 29 


1. 52 


16 


10. 


54 


1. 37 


Maggio 


1 


14. 14 


2. 1 


Novembre l 


10. 


6 


1. 44 




16 


14. 50 


2. 9 


16 


9. 


26 


1. 46 


Giugno 


1 


15. 22 


2. 19 


Dicembre; 1 


8. 


55 


1. 47 




16 


15. 86 


2. 35 


16 


8. 


40 


1. 50 



TOPOGRAFIA E CLIMA 3 

La lunghezza del pendolo semplice a secondi in Milano è di 
993 mm ,55, la costante della gravità è di 9 m , 806, ed i gravi 
lasciati cadere nel vuoto descrivono nel primo minuto secondo 
l" 1 , 903. 

Adottando le dimensioni del globo terrestre stabilite da Bessel, 
la distanza rettilinea di Milano dal centro della terra sarebbe di chi- 
lometri 6366 2 /s- La sua distanza dall'asse di rotazione della terra, 
o, in altri termini, il raggio del parallelo terrestre che passa per 
Milano è di chilometri 4480. La velocità della rotazione diurna 
terrestre su questo parallelo è di 326 metri per ogni minuto se- 
condo. 

A cagione della forma schiacciata del globo terrestre la linea 
verticale, indicata dal filo a piombo (o dal livello delle acque 
stagnanti) non passa, col suo prolungamento inferiore, pel centro 
della Terra, ma incontra Tasse di' questa in un punto compreso 
fra il centro ed il polo antartico, ad una distanza dal centro 
che per Milano è di 30 V 2 chilometri. E pertanto la linea con- 
dotta dal centro della Terra ad un punto della superfìcie e pro- 
lungata all' insù non coincide colla verticale e non accenna allo 
zenit; ma è diretta ad un punto del cielo posto 11', 31" al sud 
del nostro zenit. 

II. Topografia. — I due punti fondamentali della topografìa 
della città di Milano sono l'aguglia principale del Duomo e nella 
specola astronomica un punto, che coincide al centro della cupola, 
del grande Refrattore già indicata. Ambidue questi sono punti di 
primo ordine nella rete trigonometrica principale. Dalle misure di 
questa triangolazione risulta, che la linea retta congiungente que^ 
due punti è di metri 820, 84 ; che l' angolo di quella linea colla 
meridiana nella Specola è di 13° 54', contati da mezzodì verso 
levante. Sopra questa linea come base l'astronomo Roberto Stara- 
bucchi negli anni 1843-44 costruì una serie di triangoli, me- 
diante la quale fu determinata, rispetto al Duomo ed alla Spe- 
cola, la posizione di un certo numero di punti principali della, 
città. 

Immaginando condotta per l'asse della cupola del Duomo la meri- 
diana (o la linea Nord-Sud) e la perpendicolare alla meridiana (cioè 
la linea Est -Ovest); la posizione di un altro punto della città può» 



TOPOGRAFIA E CLIMA 

a„ M nnanti metri tal punto dista dalla me- 
fetali* assegnando **^J"J dj ^ dista dalla per - 

t, r::r N ord « - r Ld. iAi** i— . >—*- 

pendolare ve o Nord o orientale o più occiden- 

regioni del Nord-Est del m , , le dj _ 

Ovest Per ciascuna delle quattro i«fc'«' ... „ j-iia 

ianze di alcuni punti più importanti dalla meridiana e dalla 
"ndtoLe del Duomo, secondo le accennate misure di Stam- 

Imcchi (1). 



INDICAZIONI DUI PUNTI 



© 

e: 

© 

ed 



W 



Campanile di S. Angelo . . . • • • • • ■ 
famnatiilfi di S. Francesco di Paola . . . 
Seina dell'Ergastolo di Porta Nuova . 

Belvedere del Museo civico 

Campanile di S. Babila 

Campanile di S. Damiano . ....••• 
Cupola di S. Maria della Passione . . 
Cu.ola di S. Francesca fuori P. Orientale 



Campanile di S. Gottardo . 

Cupola di S. Nazaro grande 

Campanile dà S. Antonio. . 

Campanile di S. Stefano. . 

Campanile di S. Barnaba . 
Campanile di S. Pietro in Gessate 

Cupola M Foppone dell'Ospitale . 



Distanza in Metri 



dalla 

mori diana 

del 

Duomo 



m. 

99,7 
139,1 
179,0 
371,2 
.117,3 
707,4 
943,9 
1305,5 

m. 

12,7 
44,9 
150,0 
292,1 
889,4 
759,4 
1040,9 



dalla 

perpendicolari 

alla 

meridiana 



m. 

1314,1 
653,5 

1582,1 

1123,8 
323,3 
308,5 
121,7 

1391,0 

in. 

150,7 
024,9 
325,7 
238,6 

504,0 

108,8 
488,5 



■ "noli» ili Stambucchi. Triangola 

I » tf or informazione «m* te ^Zl^Xl^m^Mto Lo^vio 

M itila città di Mano e i NMorfM, Btwnpata nel uio 

tomo lì ■ H 



TOPOGRAFIA E CLIMA 



INDICAZIONI DEI PUNTI 



Distanza in Mltim 



daila 

meridiana 

del 

Duomo 



dalla 

perpendicolare 

alla 

meridiana 



OD 

- 
© 

PS 



"1/ 



Campanile di S. Eufemia 

Torre di S. Giovanni in Conca 

Campanile di S. Satiro 

Cupola di S. Alessandro 

Cupola di S. Sebastiano 

Campanile di S. Sepolcro 

Torre Soncino-Stampa 

Cupola di S. Lorenzo 

Campanile di S. Eustorgio 

Cupola di S. Ambrogio 

Campanile di S. Vittore al Corpo .... 

Cupola di S. Fedele 

Specola Astronomica, punto trigonometrico 

Campanile di S. Marco 

Cupola di S. Giuseppe 

Torre di città, piazza Mercanti 

Campanile dell'Incoronata 

Campanile di S. Maria del Carmine . . . 

Campanile di S. Maria Segreta 

Cupola di S. Maria alla Porta 

Arco della Pace, statua della Vittoria . . 
Cupola di S. M. delle Grazie 



m. 

27"2,-2 
283,3 
302, 1 
390,0 
456,6 
510,5 
712,3 
770,2 
784,1 
1239,G 



12,9 
197,1 
206,9 

222,8 
299,8 
401,0 
448,4 
5*11,0 
804,3 
1523,7 
1605,3 



732,7 
340,9 
152,2 
360,1 
219,7 
125,6 
431,1 
664,6 
1115,8 
183,9 
200,7 

299,2 

796,8 
1029,3 

481,5 

91,1 

1697,2 

720,7 
78,0 

146,1 
1280,3 

193,3 



Coll'ajuto della Tabella precedente sarà facile dedurre la distanza, 
rettilinea e la direzione di qualunque dei punti accennati rispetto 
al Duomo. Egualmente sarà facile derivare la distanza rettilinea 
di due punti fra loro e la direzione della retta che li congiunge,, 
rispetto ai punti cardinali. Dati questi, che possono servire di 
base a nuovi rilevamenti, od all'orientamento di rilievi già eseguiti.. 



III. Temperatura. — Le osservazioni di temperatura, come> 
quelle degli altri elementi del clima, hanno cominciato a Mi- 
lano nel 1763, e se ne ha oggi una serie non interrotta di 118 
anni. Queste osservazioni furono sempre eseguite nel palazzo di 
Brera in contiguità alla specola astronomica e ad un' altezza 
considerabile sopra il livello del suolo. Pertanto le indicazioni 



C TOPOGRAFIA E CLIMA 

che riferiremo circa la temperatura di Milano possono riguar- 
darsi come esatte soltanto pel luogo e nelle circostanze in cui 
furono fatte le osservazioni. In un altro luogo della città o fuori 
di essa, e ad una elevazione diversa dal livello del suolo si sa- 
rebbero ottenuti risultamenti alquanto diversi. Egli è certo che 
cifre sicure sulla meteorologia di Milano non potranno ottenersi 
fintantoché, in un luogo libero in aperta campagna e a poca di- 
stanza dal suolo, non si avrà una stazione meteorologica costrutta 
e disposta secondo le regole della scienza moderna, non collo- 
cata, come l'attuale stazione di Brera, a 26 metri dal livello 
del suolo e non esposta all'influsso termico di vasti edilizi ed alla 
radiazione di più miglia quadrate di tetti. Fatte queste riserve, 
ecco i risultati principali che si sono ottenuti combinando in- 
sieme le osservazioni di molti anni. Avvertiamo che i gradi sono 
sempre centigradi (1); che il segno -f- indica la temperatura 
sopra il punto del gelo, e il segno — la temperatura sotto il 
medesimo punto o (come impropriamente si dice, i gradi di freddo). 
La temperatura media annuale a Milano è di -|- 12°, 24; 
nella lunga serie di 118 anni non si ha alcun indizio sicuro che 
essa sia andata crescendo o diminuendo. La sua distribuzione 
secondo i mesi è come qui sotto: 



Gennajo . . . . 4- 0°,52 

Febbrajo H- 3,21 

-Marzo -f- 7,52 

Aprile -+- 12,23 

Maggio +16,93 

Giugno -j-21,07 



Temperatura media dei Mesi. 

Luglio -h23°,45 

Agosto 4-22,01 

Settembre. ...-+- 18,38 

Ottobre -j- 12,64 

Novembre. ... 4-6,31 

Dicembre .... -(-1,96 



Estate 4-21°,90 

Autunno . . . . -+■ 8,79 

Inverno -+- 2,78 

Primavera. . . . -h 15,21 



(1) Volendo ridurre in gradi Fléaumur la temperatura espressa in centigradi, bisogna 

diminuire questa di 1;5 ; cosi 22<>,7'> centigradi equivalgono a gradi Réaumur 

22°,75 
2£0, 75— —-— = 22,75 — l°,M = 18 -, ,20 R 

lì \ 

Per ridurre in centigradi la temperatura espressa in gradì Etéaamur bisogna aumen- 
tare quatti della loro quarta parte. Cosi 18°, 20 R. equivalgono a centigradi 

1 H° 20 

I «o t «20_| — «= 18», 20 + /}'»«:; = 22°,7!i C. 

1 



TOPOGRAFIA E CLIMA 7 

Ricerche più esatte fatte per i singoli giorni dell'anno hanno 
«dimostrato, che la minima temperatura diurna ha luogo a Mi- 
lano fra TU e il 12 gennajo (+ 0°,23); la massima il 20 luglio 
,(4- 23°,09). Tali sono le medie normali della giornata più calda 
e della giornata più fredda dell'anno. 

La differenza fra la media del mese più caldo e quello del 
mese più freddo è di 22°,93 o, in numero rotondo, di 23 centi- 
gradi. Questo numero caratterizza il limite entro cui normal- 
mente si mantengono gli eccessi di caldo e di freddo ed è tanto 
maggiore quanto più il clima è eccessivo. Come termini di con- 
fronto riferiamo qui le temperature medie, quelle del mese più 
caldo e del mese più freddo, e la differenza fra questi due mesi 
per alcune località più importanti, estraendone i dati dalle Ta- 
vole di temperatura del professore Dove. 



Nome 


Temperatura 
media 


Tempei 


UTURA 


Differenza 


della Stazione 


annuale 


del mese più 
caldo 


del mese più 
freddo 




Milano 


+ 12°,2 


+ 23°,4 


+ 0°,5 


22°,9 


Torino 


+ 11,7 


+ 22,9 


— 0,6 


23,5 


Padova 


+ 12,9 


+ 23,6 


+ 2,0 


21,6 


Bologna 


+ 14.3 


+ 25,9 


+ 2,1 


23,8 


Firenze 


+ 15,1 


+ 25,0 


+ 5,1 


19,9 


Homa 


4- lo, 9 


+ 24,4 


+ 7,2 


17,2 


Catania 


4-19,6 


+ 30,2 


+ 9,6 


20,0 


Messina 


+ 18,7 


+ 26,1 


+ 12,4 


13,7 


«Ginevra 


+ 11,5 


+ 22,1 


— 0,5 


22,0 


Marsiglia 


+ 14,1 


+ 25,9 


+ 4,6 


21,3 


Parigi 


+ 10,8 


+ 18,8 


+ 1,9 


16,9 


Cracovia 


+ 8,4 


+ 19,5 


— 4,5 


24,0 


Vienna 


+ 10,0 


+ 21,5 


- 1,8 


23,0 


Berlino 


4- 9,0 


+ 18,7 


- 2,4 


21,1 


Bruxelles 


+ 10,4 


+ 18,0 


+ 1,9 


16,1 


Londra 


+ 10,5 


+ 17,6 


+ 3,0 


14,6 


Dublino 


+ 9,5 


+ 16,0 


+ 3,6 


12,4 


Stockholm 


+ 5,7 


+ 17,5 


- 4,3 


21,8 


Christiana 


+ o,3 


+ 16,2 


- 6,2 


22,4 


Kiew 


+ •6,9 


+ 19,4 


— 6,5 


25,9 


Orenburgo 


+ 3,2 


+ 21,1 


— 16,8 


37,9 


Tobolsk 


+ 0,2 


+ 20,0 


— 19,7 


39,7 


Ncrcinsk 


- 4,3 


+ 17,7 


— 29,6 


47,3 


Jnkutsk 


— 11,4 


+ 16,8. 


— 42,1 


58,9 



S TOPOGRAFIA E CLIMA 

Dalla quale tabella si scorge, il nostro clima, per riguardo ad ec- 
cessi di temperatura, occupare una posizione intermedia fra i 
climi più costanti e i più eccessivi. 

Le variazioni di temperatura, durante il periodo delle 24 ore,, 
seguono a Milano le stesse leggi che negli altri luoghi della 
zona temperata. La variazione dal giorno alla notte è maggiore 
a ciel sereno che a cielo coperto, ed anche in generale più 
grande nell'estate che nell'inverno. Il massimo di temperatura, 
succede di regola due o tre ore dopo mezzodì , il minimo al 
levar del sole o poco prima. Ecco su tale argomento indicazioni 
più precise riferentisi ai singoli mesi dell' anno. I tempi notati 
del massimo e del minimo sono tempi medi di Milano ; per 
avere i tempi di Roma bisogna aggiungere 13 minuti. 

Escursioni normali della temperatura per il giorno 15 di ciascuu mese. 





Ora del 


Il min : mo 


Ora del 


Il massimo 


Fra il mass. 






resta sotto la 




sorpassa la 
media della 


e il minimo 


Mese 


minimo 


media della 


massimo 


avvi la 




mattutino 


giornata di 


pomeridiano 


giornata di 


differenza «li 




o. m. 




o. in. 






Gennajo .... 


7, 8 


1°,7 


2,14 


2 ',3 


4 7) 


Febbrajo . . 






6,30 


2,2 


2,24 


3,0 


5,2 


Marzo . . . 






5,27 


2,9 


2,39 


3,5 


6,4 


Aprile . . . 






4,46 
4,20 


3,4 


2,50 
3, 


3,7 


7,1 


Maggio. . . . 






3,7 


3,9 


# ? * 
7,6' 


Giugno. . . 






4, 1 


4,0 


3,11 
3,20 
3,11 


4,2 
4,4 
4,2 


8,2. 
8,8. 
8,1 


Luglio . . . 






4 3 


4,4 
3,9 


Agosto . . . 






4,30 


Settembre . 






5, 2 


3,3 


2,56 


3,7 


7,0 


Ottobre . . 






5,44 


2,5 


2,30 


3,1 


5,6 


Novembre . . 






6,27 


1,8 


2,13 


2,4 


4,2 


Dicembre . 






6,58 


1,5 


2, 9 


2,0 


3,5 



Alle ore nove di sera (tempo medio di Milano) la tempera- 
tura è generalmente poco diversa dalla media di tutte le 21 
ore della giornata, sebbene di regola già sia di una piccola fra- 
zione di grado al di sotto di questa media. 

I dati fin qui addotti si riferiscono all'andamento normale 
della temperatura così lungo la giornata, come lungo l'anno; il 
quale andamento è quello che si ricava combinando insieme le 

BTl azioni di una lunga serie d'anni, ed eliminando così l'in- 
flusso di tutte Le cause perturbatrici e di tutte le variazioni ac- 



TOPOGRAFIA E CLIMA 1> 

cidentali. Questo andamento però non si verifica mai in un de- 
terminato anno ed in un determinato giorno; esso è puramente 
ideale. L'andamento vero del termometro sempre differisce dal- 
l'andamento normale di una quantità più o meno grande, a se- 
conda che l'atmosfera è più o meno disturbata; e la differenza 
può salire non di raro a 10 in 12 gradi nel nostro clima. Per 
e sempio, discutendo le 365 temperature medie osservate nei sin- 
goli giorni dell'anno 1879, e confrontandole colle rispettive nor- 
mali, si sono trovate : 



fra 0° e 1° . . 


. . lo dil 


Terer 


1° e -2° . . 


. . 75' 


— 


2° e 3° . . 


. . 8o 


— 


3° e 4° . . 


. . 5'8 


— 


4° e o° . . 


. . 34 


— 


o° e 0° . . 


. . 18 


— 


<)° e 7° . . 


. . 7 


— 


7° e 8° . . 


. . 9 


— 


8° e 9° . . 


. . 2 


— 


9° e 10°. . 


. . 


— 


oltre 10°. . 


. . 2 


— 



Somma .... 305' 
In conseguenza di queste irregolarità avviene, che le escursioni 
estreme realmente osservate al termometro prendono un inter- 
vallo assai più grande che le escursioni medie o normali. Stando 
all'andamento normale, la più fredda temperatura dell'anno do- 
vrebbesi avere la mattina dell'I 1 gennajo poco prima del levar 
del sole, e questa temperatura dovrebbe essere di — 1°,4. La più 
alta temperatura dovrebbe aversi il 20 luglio a 3 ore, 20 minuti dopo 
mezzodì e questa dovreb'essere di -h 27°,8. L'escursione totale- 
o la differenza fra il più alto e il più basso stato termometrico 
di tutto l'anno dovrebbe dunque essere non più di 29°,2. Il vero- 
stato delle cose si rileva invece dalla tavola contenuta nella pagina, 
seguente, dove stanno registrate per gli ultimi 43 anni le mas- 
sime e le minime temperature osservate in ciascun anno, e le 
date rispettive (1). 



(1) Questo prospetto fu gentilmente composto per me dal sig. Formoli, addetto all'Os- 
servatorio di Brera per la Meteorologia. Tutti gli altri dati relativi alla temperatura fu- 
rono estratti dal lavoro del Prof. Celoria Sulle variazioni periodiche della temperatura 
nel clima di Milano (Milano, Hoepli 1874), al quale rimandiamo chi desiderasse avere su. 
questo argomento più estese e complete informazioni. 



10 TOPOGRAFIA E CLIMA 

Può dunque la massima temperatura annuale verificarsi in 
un intervallo estendentesi almeno dall'll giugno fino al 20 agosto; 
■e la minima può esser osservata qualche volta ii 21 novembre, 
ed ancora il 17 febbrajo. La massima può variare fra -+- 31,° 5 
e 4- 37°,7; la minima fra — 2°,8 e — 17°,2. L'escursione 
possibile del mercurio lungo la scala termometrica può abbrac- 
ciare almeno 37°,7 -+- 17°,2 ossia 54°,9. In una serie d'anni 
più lunga potrebbero questi limiti forse ancora allargarsi al- 
quanto. Considerando attentamente la serie delle massime e delle 
minime qui sopra riferite , parrebbe che nei primi anni della 
serie le minime fossero alquanto più forti e le massime alquanto 
più moderate di quanto sia avvenuto più tardi. Tuttavia non è 
permesso di fondare alcuna induzione su questa particolarità, non 
essendo ben certo che essa non abbia a dipendere dalla diver- 
sità degli strumenti e del modo di osservare tenuto nelle di- 
verse epoche dell'intervallo considerato. 



TOPOGRAFIA E CLIMA 



11 



Temperatnre estreme osservate nei singoli anni a Milano 
dal 1838 al 1880. 

















Differenza 
















fra la 


Amo 




Data 


massima 


Arno 


Data 


minima 


massima 

e la 
minima 


1838 


[9 loglio 


+ 33,0 


1838 


21 gennajo 


— 16°,2 


49°,2 


1831» 


15 


luglio 


+ 34,7 


1839 


3 febbrajo 


— 12,2 


46,9 


18-40 


10 


giugno 


H- 32,0 


1840 


14 gennajo 


- 7,7 


39,7 


1841 


27 


giugno 


-+- 32,5 


1841 


10 gennajo 


— 10,7 


43,2 


1842 


27 


giugno 


+ 31,7 


1842 


10 gennajo 


— 11,5 


43,2 


1843 


10 


agosto 


+ 33,9 


1843 


22 dicenib. 


— 4,0 


36,5 


1844 


24 


giugno 


+ 33,5 


1844 


7 dicenib. 


— 11,0 


45,1 


1845 


8 


luglio 


+ 35,6 


1845 


10 febbrajo 


— 0,0 


41,6 


1840 


25 


luglio 


+ 35,1 


1840 


10 dicemb. 


— 10,8 


45,9 


1847 


18 


luglio 


+ 34,1 


1847 


20 clicemb. 


- 5,7 


39,8 


1848 


29 


luglio 


+ 34,3 


1848 


5 febbrajo 


— 11,0 


45,9 


1849 


IO luglio 


+ 34,5 


1849 


12 gennajo 


— 8,0 


43,1 


1850 





luglio 


+ 33,0 


1850 


28 gennajo 


— 10,9 


44,5 


1831 


23 


luglio 


+ 31,5 


1851 


29 dicemb. 


— 7,2 


38,7 


1852 


17 


luglio 


+ 35,0 


1852 


6 gennajo 


~ 0,2 


41,2 


1853 


30 


luglio 


+ 33,9 


1853 


29 dicemb. 


— 12,0 


45,9 


1854 


22 


luglio 


+ 33,0 


1854 


2 gennajo 


— 12,1 


45,7 


1855 


3 


agosto 


+ 34,3 


1855 


23 gennajo 


— 17,2 


51,5 


1856 


13 


agosto 


+ 3i,0 


1850 


15 gennajo 


— 8,3 


42,3 


1857 


29 


luglio 


+ 35,0 


1857 


8 febbrajo 


- 7,9 


43,5 


1858 


14 


giugno 


+ 33,9 


1858 


10 gennajo 


— 15°,7 


49,6 


1859 


5 


luglio 


+ 30,1 


1859 


20 dieemb. 


— 11°,7 


47,8 


■1860 


18 


luglio 


+ 33,3 


1860 


22 dicemb. 


— 13,6 


46,9 


1861 


13 


agosto 


+ 37,7 


1801 


19 gennajo 


— 10,8 


48,5 


1802 


21 


luglio 


+ 33,7 


1802 


11 febbrajo 


- 8,7 


42,4 


1803 


4 


luglio 


+ 30,1 


1803 


17 febbrajo 


- 3,8 


39,9 


18G4 


1 


agosto 


+ 38,1 


1804 


17 gennajo 


— 12,3 


50,4 


1805 


20 


luglio 


+ 35,9 


1805 


22 gennajo 


— 5,0 


40,9 


1806 


10 


luglio 


+ 30,1 


1800 


21 novemb. 


- 2,8 


38,9 


1807 


23 


luglio 


4-33,5 


1807 


4 gennajo 


— 8,4 


41,9 


1808 


26 


luglio 


+ 35,5 


1808 


13 gennajo 


— 10,9 


46,4 


1809 


31 


luglio 


4-35,5 


1809 


24 gennajo 


— 9,5 


45,0 


1870 


11 


luglio 


4- 35,9 


1870 


4 dicemb. 


- 7,8 


43,7 


1871 


17 


luglio 


4-30,3 


1871 


20 gennajo 


— 9,9 


46,2 


1872 


20 


luglio 


4- 34,8 


1872 


3 gennajo 


— 8,5 


43,3 


1873 


31 


luglio 


4-30,8 


1873 


31 dicemb. 


— 6,8 


43,6 


1874 


4 


luglio 


4-30,4 


1874 


24 dicemb. 


— 9,2 


45,6 


1875 


20 


agosto 


4-34,5 


1875 


1 gennajo 


- P,2 


43,7 


1870 





agosto 


+ 34,7 


1870 


26 dicemb. 


- 7,0 


41,7 


1877 


10 


giugno 


4-35,0 


1877 


24 gennajo 


— 4,6 


40,2 


1878 


23 


luglio 


-f-34,8 


1878 


24 dicemb. 


— 10,0 


44,8 


1879 


18 


luglio 


4- 30,3 


1879 


10 dicemb. 


— 12°,0 


48,3 


1880 


20 luglio 


4- 36<>,6 


1880 


25 gennajo 


— 10,5 


47,1 



-^2 TOPOGRAFIA E CLIMA 

^Ripetiamo che tutti questi dati valgono soltanto per caratte- 
rizzare la temperatura del luogo speciale dove è collocata la 
stazione meteorologica: luogo che non è il più favorevole per 
tal -enere d'osservazioni. Un'altra località anche non molto lon- 
tana avrebbe dato risultati alquanto diversi. Nel 1878 si è fatto 
un esperimento di questo genere. In detto anno, il dott. G. B 
Nolli ha avuto la compiacenza di fare, contemporaneamente col 
prof Frisiani (che osservava in Brera), le notazioni della tem- 
peratura nel giardino della casa n. 2 di via Vigentina a poca 
altezza sul suolo, con un termometro verificato e collocato se- 
condo le debite .cautele. Ecco il quadro delle differenze medie 
mensili che si ottengono sottraendo i risultati di Brera da quelli 
di via Vigentina. 



MESI 



Genoajo 

Febbrajo 
Marzo . 
Aprile . 
Maggio. , 
Giugno. 
Luglio . 



Differenza media delle osservazioni fatte a 



Settembre 
Ottobre . 
Novembre 
Dicembre 



9 ore antim. 



— 0°,77 

— 0,81 

— 1.41 

— 0,14 
-h 1?4£ 
4- 0,8G 
-f- ll« 
■ri- 1,57 

h- Ha» 

+ 0,38 
+ 0,17 

— 0,14 



1 1;2 pomeriJ. 



1°,19 

0,17 

0,40 

0,22 

0,22 

0,31 

0,03 

1,00 

1,91 

0,21 

0,31 

0,02 



La temperatura pare dunque nella stazione di via Vigentina 
notevolmente più calda nell'estate e più fredda nell'inverno, che 
a Brera. Oltre alla diversità del luogo concorre probabilmente 
a questo anche to diversa altezza sul livello del suolo. La media 
annuale però differisce poco nei due luoghi, risultando di soli 0°,30 
più elevata nella stazione di via Vigentina. 

Nota è La diversità di temperie fra la pianura lombarda e la 
porte più abitata delle nostre Prealpi, specialmente la regione 
dei laghi. A documentare numericamente queste diversità si c*ede 
utile Mi trascrivere qui il confronto fra il clima di Milano e quello 



TOPOGRAFIA E CLIMA 13 

di Tremezzo (Lago di Como) instituito dall'accurato osservatore 
Bernardo Dùrer sopra lo studio comparativo delle osservazioni da 
lui fatte alla Villa Sommariva negli otto anni 1858-65, e delle 
osservazioni contemporanee di Milano (1). 

« La temperatura media annua della Tremezzina non differisce 
che poco da quella di Milano. Ma si rileverà dal confronto ter- 
mometrico a prima vista la non piccola diversità di temperatura 
nei singoli mesi, da cui in generale risulta un clima più costante 
*ul Lago di Como, cioè nei mesi invernali meno freddo, nell'estate 
meno caldo di quello che non avvenga nella pianura Lombarda. 
Le medie mensili di 8 anni sono nella Tremezzina più (-}-) o meno 
( — ) elevate che in Milano delle quantità qui sotto esposte: 



(i.Minnjo -+- 2°, 89 

Febbrajo +1,68 

.Marzo — 0,12 

Aprile — 1,10 

Maggio — 2,53 

Giugno — 1,94 



Luglio — 2°, 54 

Agosto — 2,16 

Settembre — 1,53 

Ottobre — 0,50 

Novembre +1,25 

Dicembre -+- 2,59 



Dobbiamo inoltre accennare la grande differenza delle tempera- 
ture minime assolute che ha luogo fra Milano e la Tremezzina. 
Nell'ottennio 1858-65 la minima assoluta osservata a Milano 
fu di — 15,°8, mentre alla Villa Carlotta la temperatura minima 
assoluta fu di soli — 6^,3. La dolcezza del clima della Tremez- 
zina si deve in primo luogo alla vicinanza del Lago, le cui 
acque anche negli inverni più freddi non discendono mai sotto 
-h 5°, temperatura, che come è naturale, deve influire sugli strati 
inferiori dell'atmosfera; ed in secondo luogo alla posizione oro- 
grafica, che contribuisce molto alla mitezza ed amenità di quella 
località, perchè le montagne la difendono dal freddo vento del 
nord, mentre nell'estate l'atmosfera è rinfrescata dal continuo 
movimento dell'aria prodotto dalla stessa legge, che alle coste 
del mare cagiona giornalmente il vento marino e il vento di terra, 
che qui prendono nome di Breva e di Tivano ». 

Una parte non piccola nella miglior temperie invernale dei 
colli prealpini ha anche il fenomeno dell'inversione della tempe- 



(1) Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta sul Lago di Como, memoria di 
Jì^rnardo Dììrer. Milano 1867. Memorie della Società italiana di scienze naturali, voi. 2. 



14 TOPOGRAFIA E CLIMA 

ratura, in conseguenza del quale, nelle giornate calme d'inverno,, 
irli strati inferiori dell'atmosfera si dispongono in equilibrio per 
modo che i più bassi siano i più freddi. Allora il maximum di 
temperatura non succede più, come in estate, a livello della pia- 
nura, ma a qualche decina o centinajo di metri d'altezza. Un tale 
equilibrio è molto durevole, quando non sia turbato da cause esterne 
come si è potuto verificare nello straordinario inverno 1879-80, 
in cui l'inversione della temperatura durò per parecchie settimane,, 
producendo gravi danni alla vegetazione nelle regioni più basse, 

IV. Umidità atmosferica. — L'umidità atmosferica si suole 
esprimere in due maniere. Prima si assegna indicando quanti 
grammi d'acqua allo stato di vapore trasparente esistono in un me- 
tro cubo dell'aria considerata: e questa dicesi misura assoluta 
dell'umidità (1). La quantità d'acqua così sospesa in un metro cubo 
d'aria non può crescere indefinitamente; ma per ogni data tempe- 
ratura dell' aria vi è un limite, detto di saturazione, oltre il 
quale il vapore comincia a condensarsi sotto forma di nebbia o 
a depositarsi sui corpi circostanti sotto forma di rugiada. Il limite 
di saturazione è tanto più alto, quanto più elevata è la tempe- 
ratura; e dalle sperienze dei fisici consta che un metro cubo d'aria 
può contenere 



a 0° center 4-, 8 di vapore 

10° 9,7 — 

2G 18,4 — 

30 33,4 — 

40 58,1 — 

A questo limite di saturazione l'umidità dicesi totale o completa 
e non può crescer più oltre. Se l'aria non ò satura, cioè non 
contiene tutto il vapore che potrebbe contenere, ma solo il 20 o 
30 o 50 per cento, si dice che l'umidità è di 20° o di 30° o di 50°. 
Questa è la misura relativa dell'umidità, la quale indica non già 
la quantità d'acqua che l'aria realmente contiene, ma solo la 
proporzione per cento di quanto ne conterrebbe, se fosse satura 



1 l meteorologisti sostituiscono a questa l'indicazione, in rondo equivalente, della 
temiont i$ì vapori, esprimendola in millimetri ili pressione. Si ottiene questo numero di 
millimetri moltiplicando pel (attore costante 0,948 il numero dei grammi «li atipia con- 
tenuti in un metro cubo d'aria. 



TOPOGRAFIA E CLIMA 15 

alla medesima temperatura. Così quando l'aria a 0° di tempe- 
ratura contiene, in un metro cubo, 2, 4 grammi d'acqua di vapore, 
l'umidità relativa è del 50 per cento o di 50°: perchè intatti la 
stessa aria può contenerne fino 4, 8 grammi, cioè il doppio, 
quando è satura. Similmente l'aria a 30°, che contenga 16,7 grammi 
di vapore, ha ancora un'umidità relativa del 50 per cento; perchè 
la stessa aria può contenere sino al doppio, cioè 33,4 grammi 
•piando è al punto di saturazione. Da questo si comprende, che- 
tanto è umida relativamente l'aria nel primo caso, quanto nel 
secondo; sebbene nel secondo contenga quasi sette volte più 
acqua in un metro cubo, che nel primo caso. L'effetto fisiologico 
dell'umidità sui corpi organizzati dipende dalla maggiore o minor 
vicinanza al punto di condensazione o di saturazione, e pertanto 
la vera umidità, l'umidità che si sente, è l'umidità relativa, anzi 
che l'assoluta. 

Premessi questi schiarimenti, sottoponiamo al lettore due ta- 
belle fondate sul risultato medio di 30 anni di osservazione, da 
cui si possono facilmente dedurre colla semplice ispezione, quali 
sono le leggi che governano l'andamento normale dell' umidita 
così assoluta come relativa nel clima di Milano. 



MESI 



lìennajo . 
Febbrajo . 
Marzo . . 
Aprile . . 
Maggio . . 
Giugno . . 
Luglio . . 
Agosto . . 
Settembre 
Ottobre. . 
Novembre 
Dicembre. 



Umidità 
assoluta 

media 
dei mesi 



gr. 

4,6 

5,0 

6,0 

7,8 

10,1 

12,o 

14,1 

14,0 

12,1 

9,3 

6,7 

5,1 



Umidita' assoluta a varie ore del giorno 
(grammi d'acqua in un metro cubo d'ariani 



mattina 



o. 
12 



gr 

4,4 

4.7 

5,6 

7,4 

9,7 

12,1 

13,6 

13,6 

11,6 

9,1 

6,1 

4,7 



gr. 


gr. 


gr. 


gr. 


4,3 


4,3 


4,7 


5,0 


4,6 


4,8 


5,2 


5,5 


0,0 


0./ 


6,1 


6,3 


7,3 


7,7 


8,0 


8,1 


9.8 


10,2 


10,4 


10,5 


12,1 


1-2.7 


13,1 


13,2, 


13,5 


14,3 


14,5 


14,* 


13,2 


14,0 


14,4 


14,6 


11,2 


12,0 


12,3 


12,4; 


9,0 


9,5 


10,0 


10,2 


6,1 


6,2 


t)^ 


6,8 


W 


4,8 


5,2 


o. / 



pomeriggio 



gr. 

4,8 

5,4 

6,2 

8,1 

10,4 

13,0 

14,5 

14,3 

12,21 

9,9 

6,6 

5,2' 



gr. 

4,6 
5,2 

6.0 

7,9 

10,2 

12,8 

14,5 

14,3 

12,2 

9,8 

6,5 

5,0 



12 



gr. 

i.o 

oA 

5,8 

7,6 

9,9 

12,4 

14.0 

14,1 

11,9 

9,4 

6.3 

4,9 



gr. 



Media generale dell' anno 8,98. 



JO 



TOPOGRAFIA E CLIMA 



MESI 



<iennajo . 

Febbrajo . 
Marzo . . 
Aprile . . 
Maggio. . 
Giugno. . 
Luglio . . 
Agosto . . 
"Sei t ombre 
Ottobre . 
Novembre 
Dicembre 



Umidità 
relativa 

media 
dei mesi 



87° 

81 

73 

68 

G8 

65 

63 

65' 

72 

80 

86 

88 



Umidita' relativa a varie ore del cior>o 
(frazione percentuale dell'umiditi di saturazione). 



mattina 



o. 
12 



89° 
85 
80 
77 
76 
76 
74 
77 
81 
87 
88 
90 



900 


89° 


86 


84 


82 


76 


79 


69 


79 


69 


76 


65 


73 


64 


78 


67 


82 


74 


88 


84 


89 


87 


90 


89 



85° 
74 
66 
60 
59 
56 
53 
57 
62 
74 
79 



pomeriggio 


0. 


0. 0. 


0. 


3 


6 9 


12 


82° 


87° 


89° 


89° 


71 


78 


82 


84 


61 


66 


74 


77 


55 


60 


69 


74 


55 


60 


70 


76 


51 


57 


66 


72 


49 


53 


64 


70 


52 


57 


67 


74 


58 


63 


73 


79 


69 


75 


82 


85 


76 


81 


86 


87 


82 


86 


89 


89 



Media generale dell'anno : lì n , 5. 



Si vede che l'andamento annuale dell'umidità assoluta segue 
molto dappresso quello della temperatura. L'esame di questo an- 
damento giorno per giorno ha fatto vedere che la minima quan- 
tità di vapor acqueo, sospeso nell'atmosfera, corrisponde di re- 
dola al 13 di gennajo, e allora se ne hanno, per medio di tutta 
la giornata, 4,6 grammi per metro cubo d'aria. La massima 
quantità è nel giorno 30 di luglio o in quel torno e allora si 
hanno sul medio di tutta la giornata, 14,4 grammi per metro 
«cubo. Nondimeno l'aria nella seconda epoca è assai meno umida 
■che nella prima, la più alta temperatura compensando non solo, 
ma superando l'effetto della maggior quantità di vapore. L'umi- 
dita assoluta poi si vede cambiare pochissimo nelle diverse ore 
<!<•] giorno, qualunque sia la stagione; un leggero minimum si 
manifesta però verso il levar del sole, un leggero maximum poco 
dopo mezzodì verso 3 ore. Anche nel periodo diurno adunque 
l'umidita assoluta segue le vicende della temperatura, sebbene 
I • sue Variazioni siano qui in proporzione poco sensibili. 

1/ andamento annuale dell'umidità relativa è meno semplice 
che per L'umidità assoluta. Sebbene a partir dal gennajo cresca 
li quantità di vapore atmosferico (come sopra si e veduto), l'au- 



TOPOGRAFIA E CLIMA 17 

mento della temperatura fa crescere la capacità di saturazione 
dell'aria in una proporzione ancora più grande, così che l'umidità 
relativa, invece di crescere coli' assoluta, diminuisce, sebbene non 
senza fluttuazioni, dal gennajo al luglio. Nei mesi di marzo e di 
aprile i venti cospirano a render più rapido il decremento dell'umi- 
dità relativa; ma sopraggiungendo le pioggie di primavera, in 
maggio questo decremento si arresta; onde l'umidità del maggio 
è quasi esattamente uguale a quella dell'aprile. Cessate le piog- 
gie primaverili, 1' umidità relativa seguita a diminuire col cre- 
scere della temperatura sino alla fine di luglio, dove la media della 
giornata si riduce a 62.° che è il minimum normale dell'anno; poi 
decrescendo la temperatura, ricomincia a crescere, ajutata anche 
in ottobre ed in novembre dalle pioggie autunnali. Nell'inverno 
finalmente l'umidità relativa raggiunge il suo maximum negli 
ultimi di dicembre; questo maximum supera alquanto 88.° 

Questo sia detto rispetto all'andamento normale dell'umidità 
nel periodo diurno e nel periodo annuo. Però l'umidità è come 
la temperatura, soggetta a grandi variazioni irregolari. Eccet- 
tuati i mesi di giugno e di luglio, in tutto l'anno si può arri- 
vare al punto di saturazione, in cui il vapore atmosferico si de- 
pone dappertutto, e penetra i corpi organizzati, portando danni 
d'ogni maniera. Questo accade nei mesi da novembre a febbrajo 
più spesso che in ogni altra epoca dell'anno. Quando un alto 
grado di umidità si combina con una calda temperatura, a Mi- 
lano si possono esperimentare gli effetti del clima di Batavia o 
di Calcutta. Succede allora che ad un metro cubo d'aria possono 
essere mescolati fin a 20 in 24 grammi d'acqua. Il giorno 11 giu- 
gno 1877 a 3 ore pomeridiane, essendo la temperatura di 34°,7, 
si trovò che l'aria conteneva 28g r di vapore ogni mètro cubo, 
quantità relativamente enorme, e che a Batavia in dieci anni 
d'osservazioni (1866-75) è stata sorpassata solo due volte. In- 
teressante è il confronto delle massime quantità di vapore osser- 
vate a Milano e a Batavia (1). 



(1) Bercsma, Observations made at the magnetical and meteorological Observatory at 
Batavia. Voi. Ili, pag. Ii2. 

Milano. — Voi. I. 2 



18 TOPOGRAFIA E CLIMA 

Anno Batavia Milano 





g*- 


&- 


1866 


26,2 


24,7 


1867 


28,3 


25,0 


1868 


26,9 


22,6 


1869 


27,0 


21,2 


1870 


27,4- 


20,0 


1871 


25,7 


19,2 


1872 


26,3 


22,6 


1873 


25,9 


26,5 


1874 


25,5 


25,3 


1875 


29,0 


33,7 


1876 





24,8 


1877 





28,0 



Fortunatamente queste invasioni di vapor acqueo nelF atmo- 
sfera di Milano non durano mai molto, e la media del luglio, che 
è il mese di maggior umidità assoluta, non sorpassa 14? r 1 
per metro cubo mentre a Batavia la media di ottobre che è il 
mese più secco, dà ancora 20s r 6 e quella del mese più umido 
che è l'aprile, dà 22s r 8 sul complesso di 10 anni (1). 

Nei mesi invernali la bassa temperatura diminuendo la capa- 
cità dell' atmosfera pel vapore acqueo , spesso avviene che un 
metro cubo d'aria non contiene più che uno o due grammi di' 
questo vapore. Se durante quella stagione scende dalle montagne 
un vento caldo, che innalzi rapidamente la temperatura, questa 
combinandosi colla poca quantità di vapor acqueo abbassa il 
irrado dell'umidità relativa. Questo stesso fatto può verificarsi 
nei mesi estivi, in conseguenza di un eccesso di temperatura 
combinata coi venti di Nord o di Nord-Ovest che sono general- 
mente molto asciutti. La minima umidità relativa annuale a Mi- 
lano cade d'ordinario fra i 10° e i 20°. Il giorno 11 di ottobre 1870 
alle 3 pomeridiane si ebbero ls r 3 di vapore per metro cubo; la 
temperatura essendo + 19°,3 risultò la minima umidità relativa 
finora osservata a Milano, cioè 8°,1. Un vento molto forte e 
caldo soffiò dal Nord per tutta la giornata, con cielo sereno. 

All'umidità atmosferica strettamente connessa è la nebbia, così 
frequente nella nostra pianura. Pochi sono i giorni dell'anno, in 



fi) hi, ptf, IM, 



TOPOGRAFIA E CLIMA 19 

cui di mattina o di sera un velo più o meno leggero non si stenda 
sull'ampio orizzonte, velo che di notte è specialmente visibile 
(piando splende la luna. Durante l'inverno poi qualche volta la 
nebbia è densissima; la sua frequenza costituisce uno dei carat- 
teri più importanti di questo clima. Ma fra i veli leggeri, sensibili 
soltanto all'accurata osservazione, e le tenebre palpabili che spesso 
ci avvolgono mentre il sole splende vivace e puro sulle Prealpi, 
vi sono tante gradazioni di nebbia, che non è facile stabilire con 
precisione e sopratutto con conseguente uniformità quel limite 
di offuscamento, che basti per dare ad una giornata il carattere 
di nebbiosa. È dunque impossibile assegnare il numero medio an- 
nuale e mensile con quella precisione che si può ottenere per 
esempio pei giorni di pioggia. I numeri seguenti, appoggiati so- 
pra osservazioni di 45 anni debbono dunque considerarsi come 
esatti solo entro certi limiti. 





Numero normale 




Numero normale 


.MESE 


dei giorni 
nebbiosi a Milano 


MESE 


dei giorni 
nebbiosi a Milano 


(iennajo . . 
Febbrajo . . 
Marzo . . . 


15 

11 

3 


Luglio . . . 
Agosto . . . 
Settembre . 


1 
2 
2 


Aprile . . . 


1 


Ottobre . . 


7 


Maggio . . . 


1 


Novembre . 


13 


Giugno . . . 


1 


Dicembre . 


16 




Totale dell 


anno 73 





cioè circa un giorno ogni cinque è giorno nebbioso sulla media di 
tutto l'anno, e un giorno ogni due in dicembre ed in gennajo. 
Nei mesi d'autunno qualche volta alla sera si leva, dalla parte 
specialmente di Sud-Est, una nebbia di natura speciale, carat- 
terizzata da un odore fetido, e da conseguenti sintomi nervosi 
ch'essa produce sull'organismo umano, quando vi si rimane 
esposti per qualche tempo. Su questo fenomeno, che esce dal 
campo della meteorologia, credo utile dirigere l'attenzione dei 
medici e degli igienisti (1). 



(11 Informazioni più complete sull'umidità del clima di Milano si possono trovare nella 
mia Memoria: Sull'umidità atmosferica nel clima di Milano. Milano, Hoepli, 18S0. 



20 TOPOGRAFIA E CLIMA 

V. Piogge e nevi , temporali e grandine. — La quantità 
della pioggia si misura dal numero di millimetri a cui si alzerebbe 
l'acqua su tutto il paese, se non vi fosse deflusso, infiltrazione 
od evaporazione. Tale quantità per un anno è in media di 998 mil- 
limetri, e si può, senza error sensibile, ritenerla eguale ad un 
metro (1). Ogni metro quadrato del suolo di Milano e della regione 
-circostante riceve dunque in media, un metro cubo d'acqua pio- 
vana in un anno (compresa quella che cade sotto forma di 
neve o grandine). Un chilometro quadrato ne riceverà un 
-ettometro cubo, e mille chilometri quadrati ne riceveranno un 
chilometro cubo. Tale quantità è ripartita secondo i mesi nel 
modo seguente: 

inni. 

Gennajo 61,5 

Febbrajo 57,4 

Marzo 65,7 

Aprile 82,3 

Maggio 99,1 

Giugno 82,8 

Luglio 71,9 

Agosto 83,4 

Settembre 88,1 

Ottobre 119,5 

Novembre 110,6 

Dicembre 75,7 

La quantità d'acqua piovana ha dunque due massimi e due 
minimi lungo l'anno: i due massimi hanno luogo in maggio ed 
in ottobre, in corrispondenza colle pioggie di primavera e d'au- 
tunno, i due minimi si hanno in febbrajo ed in luglio. Questa 
distribuzione è meno favorevole all'agricoltura che quella della 
Francia e della Germania, dove in generale la maggior abbon- 
danza della pioggia succede in estate, cioè nell'epoca appunto 
in cui se ne ha maggior bisogno: e lo sanno i nostri agricol- 
tori della alta Lombardia, i quali spesso invocano senza frutto 
la pioggia così necessaria ai campi nel luglio e nell'agosto. 



(1) Si noti che il pluviometro di Brera e sempre stato collocato all'altezza di 30 me- 
tri sul livello del suolo, e che quindi le quantità di pioggia qui assegnato sono forse al- 
quanto troppo piccole. Mancano esperienze di confronto le quali permettano di conoscere 
qttOtO Importi l'influsso di quell'altezza. 



TOPOGRAFIA E CLIMA 21 

Tanto la distribuzione dei vari mesi, com3 quella dei vari 
anni è soggetta a grandissime fluttuazioni e vi è tale anno, in 
cui cade due volte e mezzo più pioggia, che in altri. Durante 
l'intiera serie di 117 anni di osservazioni pluviom etriche fatte a 
Brera la massima quantità annuale fu di 1574 mm che ebbe 
luogo nel 1814: cui molto da presso segue la quantità osservata 
nel 1872, che fu di mill. 1570. La minima fu nell'anno 1871, 
di mill. 639: vien dopo il 1817, con 669 millimetri. 

La ripartizione dei giorni di pioggia segue un andamento 
consimile a quello della quantità millimetrica. Vi sono in un 
anno medio a Milano 100 giorni piovosi, distribuiti secondo ì 
mesi come segue : 



Gennajo 7 

Febbraj) 7 

Marzo 8 

Aprile 9 

Maggio 11 

Giugno 9 



Luglio 7 

Agosto 7 

Settembre 8 

Ottobre 9 

Novembre 10 

Dicembre 8 



Il massimo numero di giorni piovosi fu notato nel 1872 e 
fu 136; il minimo nel 1775 e nel 1834, e fu 59. 

Queste irregolarità sono ancora proporzionatamente maggiori 
quando si considerino le quantità della pioggia caduta e il numero» 
de' giorni piovosi dei singoli mesi. Nella tabella seguente si 
hanno i massimi e i minimi di pioggia notati in ognuno dei 
dodici mesi durante l'intervallo 1764-1878. 



-MESE 



Gennajo . 
Febbrajo. 
Marzo . . 
Aprile . . 
Maggio . 
Giugno . 
Luglio. . 
Agosto. . 
Settembre 
Ottobre. . 
Novembre 
Dicembre 





■v — ~ 


Senza 
pioggia 


massima 


minima 


volte 


208,0 


0,0 


2 


241,0 


0,0 


6 


189,3 


0,0 


2. 


281,0 


0,4 





288,1 


13,5 





203,5 


2,9 





232,9 


0,0 


1 


337,6 


0,0 


1 


34-2,9 


0,0 


3 


376,0 


5,6 


o 


348,7 


5,6 





323,o 


0,0 


3 



22 TOPOGRAFIA E CLIMA 

La massima quantità di pioggia caduta in un mese fu di 370 mil- 
limetri nell'ottobre 1872. In tutto lo spazio di 115 anni si ebbero 
18 mesi affatto privi di pioggia, due volte il gennajo, sei volte 
il febbrajo ecc. come si vede notato nell'ultima colonna. 

Si rimarcò pure una variazione sensibile nella frequenza della 
pioggia secondo le ore della giornata. Tale frequenza nei mesi 
invernali è massima alla sera verso le 6 e le 7 ore: minima 
verso mezzodì. Nei mesi estivi invece la massima frequenza cade 
intorno alle undici di sera o a mezzanotte: la minima è verso 
e dieci del mattino. 

Considerando l'intiera serie della osservazioni è stato conget- 
turato, che la quantità della pioggia a Milano fosse venuta cre- 
scendo nell'intervallo di un secolo. Infatti dividendo queste serie 
in undici periodi, si trovano le seguenti cifre: 





Quantità media 


Numero medio annuale 


ANNI 


annuale 


dei giorni piovosi 


1764-1774 


925,7 


78 


giorni 


1775-1784 


878,G 


88 


— 


1785-1794 


935,7 


105 


-- 


1795-1804 


998,8 


107 


— 


1805-1814 


1077,8 


111 


— 


1815-1824 


965,0 


101 


— 


1825-1834 


953,7 


89 


— 


1835-1844 


1139,6 


101 


— 


1845-1854 


1136,0 


1 1 1 


— 


1-855-1865 


1016,5 


108 


— 


1806-187G 


957,5 


107 


— 



Tuttavia questo aumento (seppure non è dovuto alla diversità 
dei pluviometri impiegati e dei sistemi di misurazione) non è 
tanto costante nò tanto evidente, e, quanto al numero dei giorni 
piovosi, vi ò una sufficiente costanza. La maggior diversità cade 
appunta nei due primi periodi, durante i quali può anche darsi 
che L'enumerazione dei giorni piovosi non si facesse colla mede- 
sima cura, r-lie fu usala più tardi. 

La frequenza della pioggia è collegata anche in parte colia 
direzione del rento che spira. Knumerando lo volte che durai) be 
la pioggia sono siali registrati gli otto velili principali nello 



TOPOGRAFIA E CLIMA 23 

spazio di 10 anni, si giunse al seguente risultato: che sopra 
1000 osservazioni di pioggia 

1 22 furono fatte soffiando il N, 

IH NE, 

100 E, 

59 SE, 

59 S, 

82 SO, 

71 O, 

97 NO: 

onde si vede che i più poveri di pioggia sono i venti meridio- 
nali : non son però questi i più poveri di vapor acqueo, siccome 
<rià si è accennato. 

È noto che le pioggie prevalgono quando il barometro è al 
disotto del suo stato medio ; tale regola è però soggetta a nume- 
rosissime eccezioni, e anche la differenza fra la normale baro- 
metrica di tutti i giorni e la normale calcolata sui soli giorni 
piovosi non è molto grande. 





Barometro in tempo 




Barometro in tempo 


MESE 


piovoso è sotto al 


MESE 


piovoso è sotto al 




normale di 




normale di 




mill. 




mill. 


Gennajo . . . 


2,0 


Luglio . . 


2,3 


Febbrajo . . 


2,3 


Agosto . . 


2,3 


Marzo .... 


3.3 


Settembre . 


2,2 


Aprile . . . 


3,8 


Ottobre . . 


2,5 


Maggio . . . 


2,5 


Novembre 


2,4 


(miglio . . . 


2,9 


Dicembre . 


2,2 



mm. 
Media dell'anno 2,62. 



E si vede che tale differenza è quasi costante in tutte le epoche 
dell'anno (1). 

Interessante sarà qui pure il confronto delle pioggie di Milano 
con quelle delle montagne che stanno al Nord a piccola distanza. 



(1) Tutte queste notizie sono tratte da una memoria ancora inedita sulle pioggie di 
Milano compilata dall'egregio sig. Emilio De Marchi , dottor in matematiche, sulle 
osservazioni pluviometriche di Brera. 



24 TOPOGRAFIA E CLIMA 

Negli Otto anni 1858-65 si ebbero le seguenti misure a Milano 
ed a Tremezzo (1). 





Medie mensili' d 


8 anni 1858-65 




MESE 


a Milano 


a Tremezzo 


Differenze 


Gennajo ■ 

Febbrajo ; . 

Marzo 

Aprile. ........ 

Maggio . 

Giugno . . . ... . . 

Luglio 


mm. 

■ • 40,8 

43,3 
102,6 

72,8 • 
123,1 

91,8 

57,4 

54,4 

89,0 
153,9 
123,8 

62,8 


mm. 

75,9 

44,7 

91,9 

83,2 

174,2 

161,3 

122,7 

154,1 

184,9 

208,8 

141,2 

69,1 


mm. 
4- 35,1 
4- 1,4 
— 10,7 
4- 10,4 
4- 51,1 
4- 69,5 
4- 65,3 


Agosto . 

Settembre .......' 

Ottobre 

Novembre 

Dicembre . 


4- 99,7 
4- 95,9 
4- 54,9 
4- 17,4 
4- 6,3 



Anno 1015,7 



1512,0 



496,3 



Si può dunque calcolare che per due millimetri di pioggia a Mi- 
lano, ve ne sono quasi tre sul Lario. La differenza nell'inverno 
è poco sensibile, e quasi tutta si produce nei mesi estivi e au- 
tunnali dal maggio all'ottobre e specialmente in luglio, agosto 
e settembre, durante i quali la quantità d'acqua è più che dop- 
pia sul Lario di quella che cade a Milano: in agosto è quasi 
tripla. Una grande differenza si riscontra altresì nel numero dei 
pomi piovosi, il quale 'durante l'ottennio 1858-65 fu in me- 
dia di 125 all' anno, mentre nell' uguale intervallo a Milano fu 
di 104. 

Che questo così sensibile aumento della piovosità abbia luogo 
im .11 solo sul Lario, ma in tutte le nostre Alpi, in generale è 
provato dal seguente prospetto della pioggia osservata in alcune 
stagioni meteorologiche negli anni 1864 e 1865. 



1 Unni K, memoria nlala. 



TOPOGRAFIA E CLIMA 



25 





Pioggia misurata 


STAZIONE 


nel 1861 


nel 1865 


CastasegDa 


mm. 
1730, 7 
1577,* 
1511.7 
14-55,6 
1395,6 
813,0 
880,0 


mm. 
1378,7 
1076,3 
1265,2 


Gran S. Bernardo 

Tremezzo 


Lugano 


1436,3 


Bellinzona 


1661,5 


Sempione 

Milano 


828,6 
808,7 



e non sarebbe difficile accrescere le prove del fatto profittando 
delle osservazioni pluviometriche di Valtellina e di altri luoghi. 
Nella precedente statistica delle pioggie è pure compresa la 
neve, per la quale i millimetri si contano dopo che fu sciolta. 
in acqua. Molte volte si domanda qual è la proporzione della 
densità della neve e quella dell'acqua, o qual è in chilog. il peso 
di un centim. di neve sopra un metro q. di superfìcie. Questa 
interrogazione non ammette alcuna risposta precisa. La neve- 
non è un corpo omogeneo, ma un cumulo di minutissimi cri- 
stalli di ghiaccio tramezzati da molti spazi vuoti. Quando la 
neve è allo stato pulverulento, e non contiene acqua (ciò che- 
avviene soltanto quando cade sotto bassissime temperature), è 
possibile fino ad un certo punto determinare quanto peso ne può» 
capire in un dato volume, come ciò si fa p. e. pel frumento a 
altre simili materie ridotte in granelli , purché non subisca 
alcuna compressione. Ma presso noi la neve contiene quasi 
sempre una certa quantità d'acqua, ciò che la rende plastica; 
inoltre è manifesto, che gli strati inferiori della neve dovendo 
portare i superiori, riescono più o meno compressi: quindi la sua 
densità non solo sarà diversa da una nevicata all'altra, ma varia 
ancora secondo che si considerano gli strati più alti o più bassi 
di una medesima nevicata. Noi citeremo nondimeno qui i risultati 
delle sperienze fatte su tale proposito negli ultimi anni a Brera 
dal prof. Frisiani, secondo il quale, prendendo un medio di 
molte nevicate, la densità media della neve quale suol cadere nel 
nostro clima, sarebbe 0, 17 della densità dell'acqua. Avvertiamo 



26 TOPOGRAFIA E CLIMA 

però che questo numero è la media di molti numeri fra loro 
assai discordi , dei quali il più grande è 0, 76 e il più pic- 
colo 0, 06. 

La proporzione delle nevi si può desumere, per la bassa Lom- 
bardia, dalle osservazioni molto diligenti che per 38 anni ne fece 
in Vigevano un accurato osservatore, il dott. Serafini (1). 

Mesi Nevicate in 38 anni 

Ottobre 1 

Novembre 20 

Dicembre 07 

Genuajo 119 

Febbrajo 90 

Marzo 51 

Aprile li 

Le 365 nevicate osservate in 38 anni danno per ogni anno il 
numero medio di quasi 10 nevicate. Sotto questo riguardo il 
clima dei nostri laghi è ancora un po' migliore: perchè in 8 
anni il sig. Dùrer non numerò a Tremezzo più di 60 nevicate, 
e.iò che importa da 7 ad 8 nevicate per anno. La stagione delle 
nevi in media comincia per noi al principio di dicembre, e termina 
ili principio di marzo; qualche volta però si ebbe la prima neve 
in ottobre, qualche altra volta soltanto in gennajo. In alcuni 
inverni non ha nevicato affatto. 

Chiamiamo temporale ogni sconvolgimento d'atmosfera, in cui 
la formazione delle nuvole è accompagnata da fenomeni elettrici ; 
spesèo il temporale ha per conseguenza una pioggia (che per lo 
più è di poca durata, anche quando è abbondante), e talvolta 
»ina grandine. La migliore statistica di questi fenomeni per la 
bassa Lombardia si può derivare dalle già accennate osservazioni 
del dott. Serafini di Vigevano, il quale vi ha consacrato per 
38 anni una particolare attenzione. Il numero dei temporali da 
]ui osservati in tale intervallo è dato nel quadro qui appresso, 
<l<>ve si vede anche la ripartizione dei medesimi nei vari mesi 
dell'anno e nelle diverse parti della giornata. 



'!) Sul clima di Vigevano: risiili ;ii i di :ts anni di osservazioni (1827-18G5) del dottor 
Siro Serafini. Milano, Maliardi isus. 



TOPOGRAFIA E CLIMA 

Temporali osservati in 38 anni. 



27 



MESI 



mattutini 


vespertini 


notturni 





1 






1 


1 





2 


15 





3 


50 


3 


19 


112 


5 


19 


126 


5 


19 


118 


7 


27 


118 


7 


12 


51 


4 


5 


15 


5 








1 












Totale 



Gennajo . 
Febbrajo . 
Marzo . . 
Aprile . . 
Maggio . . 
Giugno . . 
Luglio . . 
Agosto . . 
Settembre 
Ottobre. . 
Novembre 
Dicembre. 




2 

17 

56 

136 

.150 

144- 

152 

67 

25 

1 





Anno 



107 



606 



37 



750 



In 38 anni furono dunque registrati 750 temporali, cioè quasi 
20 per ciascun anno. Dicembre e gennajo non ne diedero al- 
cuno. Due volte sole si ebbe temporale in febbrajo. Addì 2 feb- 
brajo 1860, essendo il termometro ad 1° sopra zero « prima 
di mezzodì si ebbe tuono e cadde un poco di minuta neve ». 
Addì 13 febbrajo 1843 caddero insieme miste pioggia neve e 
grandine, accompagnate da vento freddo. Una sola volta si 
ebbe temporale in novembre: ciò fu dal 10 all' 11 novembre 1848. 
Rari sono i temporali in marzo ed in ottobre, ma i mesi in- 
termedi da aprile a settembre non ne sono quasi mai immuni, 
ed in 38 anni non si ebbe mai un giugno, che non ne con- 
tasse almeno uno. Nel giugno 1841 si ebbero 10 temporali, ed 
è questo il massimo numero osservato in un mese. 

Si può in generale ritenere che di tutti i temporali di un anno 
più che i 3 /, ( appartengono ai mesi di maggio, giugno, luglio 
ed agosto, nel qual periodo di tempo si possono aspettare circa 
4 temporali ogni mese od uno quasi per settimana. Il massimo 
numero annuo di temporali osservati in 38 anni fu di 34 (1827): 
il minimo di 12 (1861). Nella serie dei numeri annuali non è 
possibile constatare alcun aumento o alcuna diminuzione pro- 
gressiva. 



28 TOPOGRAFIA E CLIMA 

Le osservazioni del Serafini sulla grandine si possono com- 
pendiare nella seguente tavoletta: 



MESI 


Temporali 
con grandine 
(in 38 anni) 


Grandini 

devastatrici 

o copiose 


Si ebbe una 

grandinata 

sopra temporali 


Gennajo 

Febbrajo 

Marzo 



1 


11 

13 
6 
12 
11 
5 








1 
1 

3 
3 
2 
5 






2,0 
1,9 
5,5 
10,4 
25,0 
12,0 
13,8 
13,4 


Aprile 

Maggio 

Giugno 

Luglio 

Agosto 

Settembre 

Ottobre 

Novembre 

Dicembre 



Somma 



OS 



i:ì 



11,0 



La distribuzione delle grandini secondo i mesi non offre altro 
di rimarchevole che un minimum abbastanza pronunziato nel 
mese di giugno; mentre due massimi sembrano aver luogo in 
maggio ed in luglio. Ciò nullameno le più grandi devastazioni 
della grandine succedono in agosto e precisamente in principio 
di esso. Il numero medio delle grandinate annuali è 1,8, cioè 
circa nove ogni cinque anni; due volte ogni cinque anni si posson 
riguardare come devastatrici, le altre essendo minute e di poca 
conseguenza. Questi sono i numeri medi. Ma anche la grandine, 
come gli altri fenomeni atmosferici, è soggetta a molta irrego- 
larità da un anno all'altro. Nei quattro anni consecutivi 1851-52- 
53-54 non fu notata neppure una volta la grandine a Vigevano, 
mentre dei rimanenti 34 anni nessuno ne fu immune. Altri 
quattro anni ebbero fino a 4 grandinate per ciascuno. Di 68 
grandini osservate tre caddero prima di mezzodì, 03 dopo mez- 
zodì e due volte di notte. 

1 /oli ima colonna della tabella indica sopra quanti temporali 
in ogni mese se ne può aspettare uno accompagnato da gran- 
dine. Su tutto ranno si ha una grandinata per 11 temporali: 



TOPOGRAFIA E CLIMA 29 

ma questa proporzione è assai diversa nei diversi mesi; i tem- 
porali accompagnati da grandine sono relativamente assai più 
frequenti in primavera, che in estate od in autunno. La copia 
della grandine non cresce dunque in ragione diretta al numero 
dei temporali. 

Aggiungiamo ancora qualche notizia circa la serenità del cielo. 
Questa si ottiene facendo il rapporto del numero delle osserva- 
zioni di cielo sereno pel numero totale delle osservazioni ese- 
guite sullo stato del cielo. Il suo valore può variare alquanto 
secondo il modo tenuto dall'osservatore nello stimare i casi dubbi, 
in cui il cielo non è puro e tuttavia non si può dire propria- 
mente annuvolato. Comunque sia, ecco i numeri esprimenti quanto 
per cento di tempo sereno è stato constatato nei vari mesi del- 
l'anno a Milano (1858-1865), a Vigevano (1827-1864) ed a Tre- 
mezzp (1858-1865) dagli osservatori già più volte citati. 



MESE 


Proporzione per 100 di tempo sereno a 




Milano 


Vigevano Tremezzo 


Gennajo 

Febbrajo 

Marzo 

Aprile 

Maggio 

Giugno 

Luglio 

Agosto 

Settembre 

Ottobre 

Novembre 

Dicembre 


47 

44 

50 

04 

54 

02 ' 

77 

72 

04 

47 

30 

42 


39 
40 
50 
50 
57 
07 
70 
73 
01 
50 
37 
40 


01 

50 
54 
50 
50 
55 
08 
03 
57 
45 
41 
00 



Anno 



55 



58 



55 



Sul totale dell'anno la proporzione di serenità è la stessa nelle 
tre stazioni; ma la ripartizione secondo i mesi, identica a Mi- 
lano e a Vigevano (come era da aspettarsi), è notevolmente di- 
versa a Tremezzo. In tutte e tre le stazioni si ha un maximum 
estivo di serenità corrispondente ai mesi di luglio e di agosto, 
ma a Tremezzo i mesi di dicembre e di gennajo danno un se- 



30 TOPOGRAFIA E CLIMA 

condo maximum, che manca affatto nella pianura, dove in sua. 
vece i mesi di novembre a febbrajo offrono un minimum molto 
prolungato. 

Milano e Vigevano hanno dunque un solo maximum estivo e 
un solo minimum invernale. Tremezzo ha due massimi, uno e- 
stivo, l'altro invernale, e due minimi, uno in primavera poco 
pronunziato, l'altro più breve ma più marcato sul fine dell'au- 
tunno. Nel corso dell'anno a Milano la serenità oscilla dal 30 al 
77 per cento, a Tremezzo gli estremi sono più ravvicinati, e l'o- 
scillazione va solo dal 41 al 68 per cento. 

VI. Pressione barometrica. — Noi viviamo al fondo dell'O- 
ceano atmosferico, il quale ha, come l'Oceano acqueo, i suoi scon- 
volgimenti e le sue burrasche. Nelle nostre regioni il moto ge- 
nerale dell'atmosfera si fa da Ovest a Sud-Ovest ad Est e Nord-Est;, 
ed è una conseguenza della rotazione della Terra, combinata col 
continuo scambio d'aria che ha luogo fra le regioni tropicali e 
le regioni polari. Tale movimento generale non è continuo, ma 
è interrotto spesso da movimenti secondari dovuti a circostanze 
locali, da correnti contrarie, e da vortici o cicloni; dove le 
masse d'aria si rimescolano e si urtano, là nascono d'ordinario 
bufere , venti irregolari, condensazione di vapore e pioggie, con 
inviluppo più o meno palese, più o meno rapido di fluido elettrico. 

Il barometro è l'indice, il quale ci dà conto di quanto avviene 
nell'atmosfera sopra di noi. Quando passa la cresta di una delle 
grandi ondate atmosferiche, una maggior colonna d' aria preme 
sul mercurio, e il barometro si alza: quando invece passa sopra 
noi una depressione o il centro di un vortice , il barometro 
ne dà segno con un abbassamento. Come nelle onde alla super- 
ficie di un fiume si incalzano e si succedono senza posa le cre- 
ste e gli avvallamenti, così passano sopra noi le ondate aer e 
seguendo il moto generale da Occidente in Oriente; e il baro- 
metro fedelmente le registra colle sue incessanti oscillazioni. 
Tali onde occupano generalmente molte centinaja e talora qualche 
migliajo di chilom. di estensione sulla superfìcie della terra, e 
il passaggio di Ciascuna può durare uno od anche parecchi 
giorni. 



TOPOGRAFIA E CLIMA 31 

In questa continua vicenda si nota un fatto costante ed è che 
l'aria tende a muoversi dalle regioni dove il barometro è più 
alto a quelle dov'è più basso, ciò che è naturale conseguenza 
delle leggi del moto dei fluidi. Quando dunque in un luogo il 
barometro è basso e si è formata una depressione, l'aria tende 
a confluirvi da tutte le parti, e da questo concorso nascono urti 
di correnti e moti vorticosi, il tempo si fa procelloso. Ecco come 
il barometro col suo abbassarsi dà segno delle tempeste. Quanto 
maggiore è la differenza barometrica per una data distanza oriz- 
zontale, cioè quanto più grande è il dis livello che ha luogo per 
ogni chilom. di distanza, tanto più forti sono i venti e tanto 
maggiore è lo sconvolgimento che nasce, quando questi non 
hanno libero sfogo in un'altra depressione più lontana. 

Le grandi ondate atmosferiche arrivano sull'Europa occidentale 
dall'Atlantico, dove la maggior parte di esse sembra abbia ori- 
gine: di alcune l'esistenza però già si manifesta in America, e 
su questo fatto sono fondati i noti avvisi del Neic-York Herald. 
Nell'estate da giugno ad ottobre non giungono a noi che molto 
rotte e modificate; i grandi vortici, che sono il tipo più importante 
e meglio studiato delle medesime, passano allora lungo l'Europa 
occidentale e settentrionale senza quasi toccarci. Quindi la sta- 
bilità del barometro e la piccola ampiezza delle sue oscillazioni 
presso di noi nella stagione estiva. Nell'inverno e nella prima- 
vera invece la zona dei vortici prende latitudini più basse, onde 
avviene che taluno di essi, attraversando l'istmo de' Pirenei, ar- 
riva sul nostro mare dal Golfo di Biscaglia ; altri vengono dallo 
stretto di Gibilterra, e questi per lo più operano sull' Italia cen- 
trale e meridionale. In queste stagioni, anche presso di noi, si 
osservano oscillazioni barometriche molto forti, sebbene non an- 
cora paragonabili a quelle che si osservano in Inghilterra ed 
in Isvezia. 

I continenti, e sovratutto quelli seminati di alte montagne,, 
formano un ostacolo grande alla propagazione dei vortici atmo- 
sferici. Per ciò che concerne l'alta Italia, si può dire che la ca- 
tena delle Alpi oppone alla loro venuta diretta dal Ponente un 
ostacolo quasi insuperabile. Ed in generale si osserva, che la 
propagazione tanto delle alte pressioni quanto delle basse dalla 
Francia all'alta Italia è sempre notabilmente ritardata dalla re- 



32 TOPOGRAFIA E CLIMA 

isistenza delle Alpi occidentali. Per questo è avvenuto spesso di 
-aver qui aria tranquilla mentre l'Italia meridionale era trava- 
gliata dalle bufere. E l'ultimo vortice devastatore, che nel mag- 
gio 1879 afflisse il Piemonte, e mise in pericolo Alessandria, 
potè sviluppare i suoi effetti soltanto per la direzione anormale 
-del suo cammino. Quel ciclone infatti non veniva dal Ponente 
ma dal Sud, e in cinque giorni dall'Algeria passò in Danimarca, 
seguendo una trajettoria affatto diversa dall'ordinario. 

L'effetto delle Alpi è dunque di rallentare e moderare l'ef- 
fetto delle variazioni di livello che ci vengono dal Ponente; non 
possono tuttavia sopprimere intieramente questo effetto, e la 
prova più evidente è questa: che la previsione delle vicende 
atmosferiche anche da noi, come dappertutto, dipende principal- 
mente da ciò che succede nelle regioni occidentali. I contadini 
nostri sanno benissimo formarsi le probabilità per l'indomani 
esaminando Y aspetto delle montagne del Piemonte : e se queste 
sono coperte di cirri o velate di vapori, prevedono non potersi 
aspettare continuazione del bel tempo. 

La continua variabilità della pressione atmosferica dà ai movi- 
menti del barometro un carattere d'irregolarità. Pure quando 
si combinano insieme molte osservazioni in modo da eliminare 
gli effetti di tutte le accidentalità, si scopre che anche il baro- 
metro è soggetto a certi periodi regolari ne' suoi andamenti: 
soltanto l'ampiezza assai piccola di queste variazioni regolari 
rende molto difficile il riconoscerne l'effetto e distinguerlo da 
quello delle variazioni irregolari senza uno studio diligente e 
assai minuto. 

Anzitutto è da notare, che il barometro non spinge le sue varia- 
zioni al di là di certi limiti, ed oscilla continuamente intorno 
ad un certo valor medio, il quale dipende, fra altre cose, dal- 
l'altezza del luogo ove il barometro stesso è collocato. Tal limite 
varia leggermente da un anno all'altro, ma queste variazioni non 
hanno alcuna legge; prendendo insieme la media di molti anni 
0i trova sempre il medesimo valore, per lo meno finora non si 
è riuscito a constatare nella pressione atmosferica di un dato 
luogo alcun carattere di aumento o diminuzione progressiva. 

A Milano all'altezza del luogo dove soglionsi fare le osserva- 
zioni (147 metri sul livello medio dell'Adriatico) la pressione 



TOPOGRAFIA E CLIMA 33 

mèdia è di 748 mm ,l (ridotta alla temperatura zero): la minima 
scende qualche rara volta al di sotto di 725 mra e la massima 
supera qualche rara volta 7C5 mm . La pressione media ridotta 
al livello del mare sarebbe 762 mm ,3. 

Come gli altri elementi meteorologici, la pressione atmosferica 
è soggetta ad una variazione periodica annuale, che si manifesta 
bene soltanto sulla media di alcuni decenni. Nella seguente tavo- 
letta sono indicate le pressioni medie per le 3 decadi di ciascun 
mese, calcolate sulle osservazioni di 32 anni. 



MESE 


Decade 

d' ogni 

mese 


Pressione 
normale 


MESE 


Decade 

d' ogni 

mese 


Pressione 
normale 


tiennajo . . . 


Ili 


mm. 

750,4 

50,0 

49,4 


Luglio . . . 


ii 


mm. 

747,8 
47,6 
47,5 


Febbrajo . . 


I 

II 
III 


48,8 
48,2 
47,7 


Agosto . . . 


■ 


47,5 

47,8 
48,2 


Marzo .... 


HI 


47,3 
40,9 
46,6 


Settembre . 


III 


48,6 
48,9 
48,9 


Aprile .... 


Ili 


46,3 
46,0 
46,0 


Ottobre. . . 


lì 


48,7 
48,4 
48,1 


Maggio . . . 
Giugno . . . 


i !, 

Ili 

I 
II 

! i» 


46,2 
46,5 
47,1 

47,6 
47,9 
48,0 


Novembre . 
Dicembre. . 


li 

1 II 

f III 


48,1 
48,4 
48,9 

49,6 
50,1 
50,4 



L'andamento annuale normale della pressione atmosferica è, 
come si vede, molto bizzarro. Fra il valore massimo 750 mm ,4 
che corrisponde al 1° di gennajo e il minimo 746 mm ,0 che cor- 
risponde alla seconda metà di aprile, vi è una differenza di 4 mm ,4. 
Ora dal massimo al minimo la pressione scende in modo conti- 
nuato; ma per risalire dal minimo d'aprile al massimo del gen- 



MlLANO. — Voi. I. 



34 TOPOGRAFIA E CLIMA 

najo seguente la pressione forma nell'intervallo due massimi 
e due minimi secondari come qui sotto s'indica: 



Epoca Altezza del B:iro:uctro 



1.° 


Gennajo 


mm. 

750,0 


17 


Aprile 


746,0 


25 


Giugno 


748,0 


25 


Luglio 


747,5 


22 


Settembre 


748,9 


2 


Novembre 


748,1 



Massimo principale 
Minimo principale; 
1.° Massimo secondario 
l.° Minimo secondario 
2.° Massimo secondario 
2.° Minimo secondario 



Le fasi sono le medesime in tutta l'alta Italia, come si è 
verificato per le stazioni di Modena, di Bologna e di Trieste; 
ma in altre stazioni più lontane l'andamento può essere assai 
diverso. Quanto alle cause del fatto, esse sono senza dubbio 
parecchie e piuttosto complicate: non è facile assegnarle con 
sicurezza. 

Il barometro è pure soggetto ad una variazione periodica 
diurna, la cui legge è alquanto diversa nell'estate e nell'inverno. 
Nella tavoletta qui sotto è data questa variazione, qual si pre- 
senta al 1° gennajo e al 1° luglio , sempre facendo astrazione 
dalle variazioni irregolari. I numeri indicano col -f e col — 
di quanti millimetri alle ore contrassegnate il barometro, in 
conseguenza di questa sua variazione diurna, viene a stare al 
disopra o al disotto della media di tutta la giornata. 

1.° gennajo 1.° luglio 
mm. mm. 

-f- 0,17 ■+- 0,22 

4- 0,02 4- 0,07 

— 0,17 4- 0,01 

— 0,20 4- 0,33 
4- 0,20 4- 0,67 
4- 0,88 4- 0,66 
4- 0,31 4- 0,31 

— 0,43 — 0,26 

— 0,51 — 0,73 

— 0,32 — 0,89 
4- 0,07 — 0,42 
4- 0.20 4- 0,08 
4- 0,17 4- 0,22 



2 


ant. 


4 


ant. 


6 


ant. 


8 


ant. 


10 


ant. 


mezzodì 


2 


poni. 


4 


poni. 


6 


poni. 


8 


[ioni. 


10 


poni. 


mezzanotte 



TOPOGRAFIA E CLIMA 35 

Ila la pressione atmosferica ogni giorno due minimi, uno prin- 
cipale (più sensibile in estate), che in gennajo corrisponde circa 
alle 3 pomeridiane, nel luglio alle 5 pomeridiane: ed uno secon- 
dario (più sensibile nell'inverno) che in gennajo cade alle 5 ant., 
in luglio alle 3 ant. Vi sono due massimi , uno principale del 
mattino (10 ant. in gennajo, 9 ant. in luglio) e uno secondario 
della notte che in tutto Tanno capita a mezzanotte o non molto 
prima. L'oscillazione diurna totale in gennajo è mm ,90, in lu- 
glio di l mm ,35 e si comprende come un fenomeno così minuto 
possa facilmente passare inavvertito in mezzo alle variazioni irre- 
golari del barometro che possono essere venti o trenta volte 
maggiori. 

Xelle notti più rigide e serene dell'inverno si manifesta talora 
verso le due del mattino un terzo minimum di breve durata 
e assai meno sensibile degli altri, e verso le 3 1 / 2 ant. un terzo 
maximum, l'uno e l'altro intercalati fra il massimo di mezza- 
notte e il minimo della mattina. Questi sono difficilissimi a rico- 
noscere e non si possono constatare che con osservazioni fatte 
d'ora in ora colla massima precisione. 

Si è notato, che queste oscillazioni quotidiane del barometro 
sono più marcate quando il barometro è alto e il tempo è bello 
e costante. Del resto, anche qui la teoria è incerta, ed i meteoro- 
logisti non hanno ancora saputo mettersi d'accordo per assegnare 
le cause delle variazioni diurne della pressione. 

VII. Venti. — Esatte ricerche sull'andamento dei venti a Milano 
non si son potuto fare se non dopo che furono a Brera stabiliti 
gli strumenti registratori della direzione e della velocità. Con 
questi si hanno cotidianamente 24 indicazioni ripartite ugual- 
mente sul giorno e sulla notte, e sono eliminati gli errori di 
stima, troppo frequenti e troppo vari nei diversi osservatori. Diamo 
qui in compendio i risultamenti ottenuti con questi strumenti 
del sig. Fornioni durante l'anno 1880. Anzitutto la frequenza 
relativa dei sedici venti principali in ciascun mese, ridotta al 
totale di 1000: 



TOPOGRAFIA E CLIMA 



Mese d S 



Nome 

dei 

venti 


1= 

C 


© 

'«5* 


o 

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1 

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5 


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O 


§> 


G 


NORD 


65 


69 


65 


108 


72 


62 


74 


64 


156 


107 


83 


66 


NNE 


Sì 


29 


44 


62 


66 


68 


67 


102 


78 


118 


52 


32 


NE 


112 


56 


189 


135 


93 


106 


130 


136 


138 


188 


115 


83 


ENE 


60 


66 


208 


75 


108 


83 


72 


99 


65 


75 


50 


33 


EST 


19 


18 


49 


15 


38 


28 


29 


50 


41 


18 


20 


.8 


ESE 


11 


7 


30 


20 


32 


26 


47 


22 


18 


14 


10 


10 


SE 


6 


12 


27 


17 


32 


11 


17 


31 


27 


27 


18 


11 


SSE 


14 


9 


16 


26 


17 


14 


21 


23 


30 


21 


35 


11 


SUD 


6 


19 


8 


42 


31 


30 


29 


14 


24 


20 


28 


28 


SSO 


39 


109 


46 


92 


135 


154 


143 


119 


89 


91 


172 


161 


SO 


124 


176 


98 


84 


75 


118 


105 


63 


85 


76 


109 


135 


OSO 


147 


170 


72 


42 


60 


67 


70 


73 


48 


56 


102 


165 


OVEST 


132 


94 


79 


103 


63 


60 


64 


49 


69 


52 


77 


113 


ONU 


47 


68 


25 


51 


55 


53 


49 


64 


38 


20 


64 


42 


HO 


96 


61 


27 


68 


75 


70 


50 


52 


35 


48 


35 


39 


INNO 


37 


36 


15 


62 


47 


48 


34 


39 


60 


63 


29 


13 


NORD 


65 


69 


65 


108 


72 


62 


74 


64 


156 


107 


83 


66 



La proporzione dei sedici venti in tutto l'anno 1880 fu la se- 
guente (sempre ridotta al totale di 1000): 



NORD. . . 83 EST . . 

.NNE .... 67 ESE . . 

NE 123 SE . . . 

ENE .... 83 SSE . . 



28 SUD . . 

21 SSO. . 

20 SO . . . 

20 OSO . . 



. . 23 OVEST . . 80 

. . 113 ONO. ... 48 

. . 104 NO 55 

. . 89 NNO .... 40 



Vi sono due direzioni di notabile prevalenza, una a NE, l'altra 
fra SO e SSO; relativamente rari sono i venti di NO e più ancora 
quelli di S E e delle plaghe collaterali. Questa proporzione si scorge 
generalmente anche nei singoli mesi dell'anno, sebbene con minor 
regolarità a cagione dell'insufficiente numero delle osservazioni, 
dal quali; non sono ancora eliminate le influenze accidentali. Ma 
• la un mese all'altro si notano alcune diversità, le quali sem- 
brano legate colla qualità delle stagioni. Nei mesi di novembre, 
dicembre, gennajo e i'obbrajo il maximum di SO prevale molto 



TOPOGRAFIA E CLIMA 37 

su quello di NE: il contrario si osserva accadere in agosto, 
in settembre ed in ottobre. Vi è dunque anche nella ripartizione 
dei venti un periodo annuale, sebbene non sia possibile rico- 
noscerlo esattamente dalle osservazioni di un solo anno. 

Più manifesto del periodo annuo è il periodo diurno della di- 
stribuzione dei venti. In tutte le stagioni appare, che durante le 
ore pomer. fra mezzodì e 6 ore la prevalenza del massimo di SSO 
o SO sopra l'altro massimo di NE o E NE è molto pronunziata,, 
e il minimum di NO è molto spiccato altresì , altrettanto e ta- 
lora più che quello di SE. Invece dopo mezzanotte fino alle 6 
antim. si ha una quantità relativamente grande di venti di NO 
e delle plaghe collaterali, il minimum di NO quasi scompare 
o per lo meno diventa poco sensibile, mentre il minimum di SE 
si fa più pronunziato. La distribuzione dei venti è dunque assai 
diversa nelle ore più calde della giornata e nelle più fredde : ne- 
gli intervalli intermedi (ore della mattina dalle 6 a mezzodì, e 
ore della sera dalle 6 a mezzanotte) si ha uno stato intermedio 
o di transizione. Questa legge è un po' meno spiccata nell'inverno 
che nelle altre stagioni, ma è abbastanza generale; e si può 
compendiare dicendo che nelle ore più fredde della giornata si 
ha maggior proporzione di venti alpini fra e NNE che nelle 
ore più calde , dove la prevalenza del SO o del N E è quasi 
assoluta. 

Durante l'intiero anno 1880 la ventola dell' anemoscopio re- 
gistratore fece 250 rotazioni intiere sopra sé medesima, di que- 
ste 81 nel senso NOSE e 169 nel senso NESO. 

La velocità del vento, nelle sue variazioni annuali e diurne,, 
risulta in modo chiaro dal seguente quadro, dove per ogni mese 
si assegna in chilom. lo spazio medio percorso dal vento in otto 
intervalli d'un' ora ugualmente distribuiti nella giornata: cioè da. 
mezzanotte a 1 ora antimeridiana, dalle 3 alle 4 antimeridiane* 
e dalle 6 alle 7 antimeridiane ecc., come indica la seconda linea, 
orizzontale. 



38 



TOPOGRAFIA E CLIMA 



Nome 




Chilometri percorsi dal vento 


IN US'OlìA FRA 




Media 

di tutto 

il 


dei 


1/2 

notte 


3 ant. 


6 ant. 


9 ant. 


1/2 dì 


3 pom. 


6 pom. 


9 pom. 


Mesi 




e 


e 


e 


e 


e 


e 


e 






e 
1 ant. 


k ant. 


7 ant. 


10 ant. 


1 pom. 


4 pom. 


7 pom. 


10 pom. 


giorno 


Gennajo . . . 


2,3 


3,9 


2,4 


2,4 


4,2 


3,1 


2,6 


V 


2,8 


Febbrajo . . 


1,7 


2,5 


2,0 


1,7 


2,9 


3,1 


2,3 


1,7 


2,2 


M;irzo 


6,3 


5,0 


5,5 


7,3 


8,3 


6,5 


4,2 


5,6 


6,1 


Aprile. . . . 


4,5 


4,4 


3,1 


6,2 


6,5 


7,5 


6,0 


6,0 


5,5 


Maggio; . . . 


5,0 


4,3 


4,4 


6,7 


7,8 


6,3 


7,0 


5,1 


6,1 


Giugno. . . . 


4,3 


3,8 


3,8 


5,7 


8,0 


8,1 


7,0 


5,4 


5,8 


Luglio 


5,1 


3,6 


37 


5,7 


7,0 


7,7 


7,0 


6,2 


5,8 


Agosto 


5,6 


4,5 


4,4 


7,1 


6,3 


7,0 


7,2 


6,1 


6,0 


Settembre. . 


4,3 


3,7 


4,3 


5,6 


6,0 


4,9 


3,2 


3,7 


5,9 


Ottobre . . . 


5,4 


5,5 


4,7 


6,0 


6,6 


5,2 


4,1 


5,2 


5,3 


Novembre. . 


3,9 


3,7 


3,1 


3,3 


4,2 


3,3 


3,2 


4,0 


3,6 


Dicembre. . 


5,2 


5,2 


4,8 


5,5 


6,7 


5,5 


5,7 


4,9 


5,4 


Anno 


4,5 


4,2 


3,8 


5,3 


6,2 


5,8 


5,0 


4,6 


5,0 



La forza del vento è in media a Milano quella che corrisponde 
a 5 chilom. di velocità oraria: il suo massimo diurno è fra mez- 
zodì e le 4 pomeridiane, il suo minimo cade ad ore molto va- 
riabili intorno alle 6 del mattino; l'uno e l'altro pare coincidano 
abbastanza bene coli' epoca della massima e della minima tem- 
peratura, ritardando od avanzando con questa; l'andamento non 
è m generale molto diverso da quella della temperatura. Lo 
stesso sembra avvenire anche per il periodo annuo, le minime 
velocità medie coincidendo con gennajo e febbrajo: ma nel resto 
dell'anno si hanno divergenze ed irregolarità, provenienti senza 
dubbio da ciò che le osservazioni di un solo anno non sono suffi- 
cienti a stabilire con precisione l'andamento del fenomeno. 

11 massimo cammino fatto dal vento in un'ora durante il 1880 
avvenne il 29 maggio, fra le 4 e le 5 pomeridiane, e fu di 24 
chilometri. 

Il nostro sistema dei venti è il complesso risultato di più 
cause diverse, delle quali sembra difficile far l'analisi completa. 
!,'■ principali tuttavia sembrano essere tre. 

La prima e il movimento generale dell'atmosfera da Oreste 
Sud-Ovesl ad Est e Sud-Est. A questo si deve il copioso con- 



TOPOGRAFIA E CLIMA 39 

tingente dei venti di Sud-Ovest, i quali dunque rappresentano 
prejso di noi l'effetto normale della circolazione atmosferica ter- 
restre. Appartengono anche a questa causa que' venti di Ovest 
e di Nord-Ovest, i quali spinti da un grande eccesso di pressione 
in Francia ed in Isvizzera, giungono a superare le Alpi, stra- 
mazzando giù nella pianura del Po dopo aver lasciato la loro 
umidita sulle falde esteriori della giogaja, e portano il bel tempo. 
Questi venti d'oltralpe possono succedere in qualunque epoca 
dell'anno, ma specialmente sono frequenti in primavera. Nell'e- 
state apportano temporali tutte le volte che la loro esistenza si 
r uni >ina con un accrescimento notevole di pressione dal Nord 
al Sud della nostra Penisola. 

La seconda causa è una circolazione d'aria che frequentemente 
si stabilisce fra il Mediterraneo occidentale e le Alpi, circolazione 
che nei suo modo di prodursi e ne* suoi effetti è intieramente 
analoga agli alisei delle regioni tropicali. Quando gli altri fat- 
tori del movimento atmosferico lo permettono, la grande diver- 
sità di temperatura fra il mare di Sardegna e delle Baleari e 
le parti più elevate delle Alpi fa sì che l'aria relativamente 
calda e gravida di vapori del Mediterraneo occidentale si solleva 
in forma di corrente ascendente ed è attratta dalle Alpi, sia in 
conseguenza della fredda temperatura che sopra vi regna, sia 
perchè le Alpi giacciono nella direzione naturale che deve pren- 
dere una tal corrente in conseguenza della rotazione della terra. 
♦Sulle montagne i vapori si condensano, e si forma una contro- 
corrente inferiore, la quale dalle Alpi riporta l'aria al mare. 
Una tale contro-corrente si presenta per lo più a noi sotto forma 
di vento di Nord-Est, umido e piovoso. Così si rende ra- 
gione della grande frequenza di questi venti, e del fatto, al- 
trimenti inesplicabile, della gran quantità di pioggia che a noi 
apportano. Se infatti quei venti venissero a noi dalla pianura 
dell'Ungheria o dalla Germania, sarebbero affatto asciutti. Ogni 
dubbio a questo riguardo poi scompare, quando si riflette che i 
venti di Nord-Est sono i più piovosi non solamente a Milano, 
ma anche a Venezia, ad Udine ed a Pola. Accade dunque in 
piccola scala ed a irregolari intervalli quello stesso fatto, che 
in colossali proporzioni e in modo quasi continuo si verifica a 
Sierra Leone, nelle montagne di Assam, in Norvegia e a Sitka 



40 TOPOGRAFIA E CLIMA 

nell'Alaska; cioè dovunque un mare tiepido o caldo ha dalla parte 
di Nord-Est una regione fredda e montagnosa. 

Un terzo elemento che determina il nostro sistema dei venti 
è lo scambio periodico cotidiano di aria fra le montagna e la 
nostra pianura; ed è a questo che si devono specialmente le vi- 
cende già spiegate del periodo diurno. Di tale scambio gli effetti 
sono più sensibili nelle vallate inferiori delle montagne stesse : 
sul Lario esso è tanto evidente, che un nome speciale è stato 
assegnato ai due venti periodici dal medesimo derivanti. « Due 
venti opposti, dice il Dùrer, nella sua citata memoria, si alternano 
sul lago di Como nei giorni tranquilli. Il vento meridionale si 
chiama breva: suol levarsi nelle ore antimeridiane fra le 8 e 
le 10. Il vento del Nord si chiama tivano : e se egli è più forte 
riceve il nome di vento. Comincia a spirare al cadere del sole,, 
e continua tutta la notte sino alle sopraindicate ore del mattino^ 
Simile periodicità dei venti del Sud e del Nord osservasi anche 
sul lago Maggiore e su quello di Lugano. La suddetta irre- 
golarità fra breva e tivano è tolta ogni qualvolta sul lago o 
nella vicinanza piove o nevica: le valli che immettono al lago- 
e le varie direzioni ed altezze dei monti circostanti influiscono 
anch'esse sulla regolarità dei venti ... Il tivano è di mag- 
gior durata della breva; ne segue che il vento dominante sul 
Lario è il Settentrionale ». 

Questi fenomeni sono analoghi alle brezze di terra e di mare,, 
sebbene presso noi complicati da alcune circostanze collaterali, 
che in quelle brezze non hanno luogo. Causa ne è la diversa pro- 
porzione di temperatura che nelle diverse ore del giorno regna fra 
la parte più alta delle montagne, le loro falde, e la bassa pianura. 
Al mattino delle giornate serene il sole batte sulle alte pendici 
dei monti, ivi la temperatura diventa più elevata che nelle parti 
dell'atmosfera collocate al medesimo livello sopra le regioni più. 
t»asse: si forma una circolazione, che in alto va dal monte al 
piano, in basso va dal piano al monte. Questa è la breva (1) i 



'l Oui l'intendi 11 hrrva periodica. I montanari chiamano breva ogni vento della 
pianura, e comprendono quindi sotto questo nome anche i venti piovosi a cui sopra ab- 
l jain fati.) illusione, la cui direzione variamente modificata dagli accidenti delle mon- 
tagne, ciurlile in moli.- località con quella della breva periodica. 



TOPOGRAFIA E CLIMA 41 

la quale tuttavia di raro estende la sua circolazione molto in- 
nanzi nella pianura, perchè l'aria delia pianura suole esser più 
calda di quanto possa essere l'aria ugualmente alta delle mon- 
tagne alla medesima ora, e manca quindi la causa dello squili- 
brio necessario a produrre la circolazione. E qui a Milano in- 
fatti nelle ore della mattina i venti del quadrante Sud-Est (che 
dovrebbero formare la breva) sono in minima proporzione in 
tutte le stagioni. Alquanto più numerosi sono dopo mezzodì; il 
che se provenga da una estensione accidentale della breva sino 
a noi, oppure risulti da altri fatti d'ordine diverso, non saprei 
adesso decidere. Comunque sia, nelle ore pomeridiane lo squi- 
librio della temperatura sopra accennato si cancella, e al declinar 
del sole s' inverte affatto, le vette dei monti si raffreddano pron- 
tamente, l'aria sulla pianura invece con molta lentezza; la cir- 
colazione si annulla, poi si stabilisce in senso contrario, verso 
le montagne in alto, verso la pianura in basso; nasce il tivano. 
Durante la notte seguita il raffreddamento, più rapido sulle mon- 
tagne ; il tivano continua tino al levar del sole. E come lo squi- 
librio è tanto più grande, quanto più dalle montagne si procede 
nella bassa pianura, il tivano estende i suoi effetti fino a noi y 
specialmente nella seconda metà della notte, producendo così in 
tal' epoca quel numeroso contingente di venti fra e NNE r 
che abbiam detto essere il principale carattere del periodo diurno 
dei venti a Milano. E si vede che esso può scendere in varie 
direzioni e venire da tutte le parti della catena comprese fra. 
il Monte Rosa e l'Ortler Spitz. 

Vili. Magnetismo terrestre. — La declinazione media del- 
l' ago calamitato a Milano era, il 1.° gennajo 1881, di 13° 16 V 
dal nord astronomico verso l'ovest: essa va decrescendo di 7',0 
ogni anno. L'inclinazione media rispetto all' orizzonte era, alla 
medesima epoca, 61° 48' col decremento annuo di 2' 7. Da ultimo 
le osservazioni dell' intensità orizzontale danno 2, 037 unità di 
(rauss: è ancora incerto se questo elemento vada crescendo o 
diminuendo fra noi. 

Il periodo annuo degli elementi magnetici è a Milano ancora 
inesplorato: si richiedono a ciò ben altri apparati di quelli che 



42 TOPOGRAFIA E CLIMA 

sia possibile installare nell'Osservatorio di Brera, collocato in 
alto in mezzo a grandi masse stabili e mobili di ferro. Con qual- 
che cura invece si è potuto constatare l'andamento delle varia- 
zioni diurne (1). 

L' ago di declinazione, astraendo delle perturbazioni a2ciden- 
tali , fa ogni giorno una piccola oscillazione di alcuni minuti 
•d'ampiezza, toccando il limite estremo orientale alle 7 od alle 8 
-del mattino, e il limite estremo occidentale alla 1 od alle 2 po- 
meridiane. Il movimento dal primo al secondo limite è continuato, 
il ritorno dal secondo al primo durante la notte è interrotto da 
una piccola regressione nei mesi invernali, che dà luogo ad un 
minimum secondario intorno alla mezzanotte e ad un maximum 
secondario dalle 3 alle 4 del mattino. Nei mesi estivi questo 
secondo maximum e questo secondo minimum non hanno campo 
di svilupparsi e in quelle ore succede un semplice ritardo del 
moto notturno dell'ago verso oriente. — L'escursione o l'ampiezza 
'oscillatoria di questo moto periodico dell'ago è quasi sempre co- 
stante dall'aprile al settembre: e può arrivare, secondo gli anni, 
a 10', 12', talvolta anche a 15' e 17'; nei mesi invernali va dimi- 
nuendo, in dicembre ed in gennajo si riduce qualche volta a 2'o 3'. 
L'escursione media annuale è diversa da un anno all'altro e passa 
-alternativamente dal valore massimo (10 a 12 minuti) al valore mi- 
nimo (5 a 7 minuti) per periodi regolari di 11 anni o poco più. Anni 
<li escursione massima furono 1837, 1848, 1859, 1870: di escur- 
sione minima 1844, 1856, 1866,1878. Vnimovo maximum sì aspetta 
pel 1881 o 1882. Questi massimi e questi minimi coincidono e- 
sattamente con quelli della copia delle macchie solari, le quali 
sono ugualmente soggette ad un periodo undecennale. 

Le oscillazioni diurne dell'ago d'inclinazione sono più limitate; 
nell' inverno non arrivano a due minuti, nell'estate sorpassano 
di poco questa quantità. Nell'inverno il valore minimo è intorno 
alle 7 del mattino, il massimo verso le 5 pomeridiane. Neil' e- 
Btate vi sono due minimi, uno poco dopo mezzodì, l'altro verso 
le lo pomeridiane: essi sono tramezzati da due massimi, dei quali 



< 1 Ou.ini,) segue sulle variazioni diurne del magnetismo terrestre a Milano è trailo 
■ Calcoli parte aditi e parli- inediti «lei Dottor IUjna, assistente dell'Osservatorio di 
Vedi Wendteonto dell' Iitltitto Lombardo; to.no XII, p. J599. 



TOPOGRAFIA E CLIMA 4H 

imo è il consueto delle 5 poni., l'altro ha luogo il mattino verso 
le 8 antimeridiane. 

1/ intensità totale, cioè la quantità della forza che costringe 
il magnete a prendere la sua direzione naturale, varia assai poco 
durante le 24 ore. Però intorno a mezzodì, per alcune ore su- 
bisce una sensibile diminuzione, la quale importa in inverno 
circa quattro diecimillesimi del suo valore, in estate circa il 
doppio di questa quantità. 

Tanto l'inclinazione, quanto l'intensità del magnetismo terre- 
stre si mostrano qui (come in altri luoghi) soggetti nell'ampiezza 
stalle loro variazioni diurne ad un andamento periodico undecennale 
.analogo a quello che è stato notato per la declinazione. Questo 
lusso fra il magnetismo terrestre e 1' abbondanza delle macchie 
nel sole è un fatto cosmico della più alta importanza; ma finora 
non è stato possibile darne alcuna sicura spiegazione. Si è tro- 
vato, che le apparizioni delle aurore boreali seguono il medesimo 
periodo nella loro intensità e frequenza; ed infatti, negli anni 
.abbondanti di macchie solari, questi splendidi fenomeni si pre- 
sentano anche da noi meno rari del consueto. L' ultima delle 
apparizioni più notevoli d' aurora boreale è stata qui notata il 
24 ottobre 1870, e nei prossimi anni si potrà aspettarne delle 
altre. 

La relazione che i fenomeni magnetici e più specialmente le 
aurore boreali sembrano avere colle vicende atmosferiche, hanno 
destato il sospetto, che anche queste ultime possano avere qualche 
relazione col periodo undecennale delie macchie solari. Vi è anzi 
chi crede la cosa intieramente provata, e pretende cavare pre- 
visioni da questo ciclo per la temperie degli anni avvenire, a 
favore dell'agricoltura specialmente. Quale fondamento abbiano 
queste speranze pel clima di Milano, potrà il lettore imparziale 
desumerlo dalla tabella seguente, che riassume sotto questo 
riguardo l'esperienza del passato. Divise le nostre serie di os- 
servazioni meteorologiche secondo i periodi undecennali delle 
macchie solari, furono raccolti insieme gli anni corrispondenti 
alla massima frequenza di quelle macchie, e per essi fu calcolata 
la media della temperatura, dell'umidità e della pioggia. Furono 
quindi fatte le medie analoghe raccogliendo insieme gli anni che 
immediatamente seguono gli anni del massimo; poi raccogliendo 



44 TOPOGRAFIA E CLIMA 

insieme gli anni che di un biennio seguono gli anni del massimo, 
furono fatte altre medie: e così successivamente, ripartendo in 
undici classi tutte le annate, secondo la loro posizione rispetto 
al maximum del cielo undecennale, si ottennero gli undici si- 
stemi di medie che qui sotto si riferiscono. 



Anni 
del per iodo 

undecennale 



Numero 
medio 
delle 

macchie 
solari 



A Milano 



Ampiezza 

media 
dell'escur- 
sione 
dell'ago 
magnetico 



Tempera- 
tura 
media 



Umidità media 



assoluta 



relativa 



Quan- 
tità 
media 
della 
pioggia 



1° (mass, delle macoli.) 

2° 

3° 

4° 
5° 
0° 

8° (min. delle macch.) 

9° 

10° 

11° 

1° (mass, delle macch.) 









mm. 




HO 


ll',24 


li°,2 


8,3 


74' 


101 


10,25 


12,2 


7,8 


72 


82 


9,34 


12,1 


8,3 


75 


G4 


8,22 


12,2 


8,8 


77 


47 


7,73 


12,0 


8,7 


75 


34 


7,01 


12,2 


8,3 


75 


21 


0,32 


12/, 


8,4 


74 


11 


5,02 


12,3 


8,7 


70 


14 


5,75 


12,4 


8,5 


75 


40 


0,58 


12,2 


8,4 


75 


77 


•9,15 


12,4 


8,0 


74 


110 


11,24 


12,2 


8,3 


74 



mm. 
1077 
1021 
1210 

904 
1070 
1157 

978 
101.5 
1101 
1021 

9GG 
1077 



Tutte queste quantità sono fondate sulle osservazioni di 44 anni, 
cioè degli ultimi quattro periodi delle macchie solari, ad ecce- 
zione della temperatura, per la quale si è voluto profittare del- 
l'intera serie di 110 anni discussa dal prof. Celoria anche sotto 
questo aspetto. 

La conclusione è abbastanza chiara. Nò la temperatura, nò 
T umidità, nò la pioggia mostrano durante il periodo undecen- 
nale queir alternativa ben pronunziata di aumento e di diminu- 
zione, che tanto evidente risulta per le macchie solari e le 
escursioni dell'ago di declinazione magnetica. Le differenze che 
i' incontrano, sono irregolari e sono dovute a quelle variazioni 
accidentali, da cui numeri di questa specie non possono mai es- 
sere immuni. Così per es. la forle media 1210 mm della pioggia, 
eJtf corrisponde al terzo anno del periodo, supera tutte le altre 
per la ragione che in ossa media entra V anno 187'i, il più pio- 
li i»<t .Milano, clic sia stato sperimentato a memoria nostra: 



TOPOGRAFIA E CLIMA 45 

escludendolo, la media si riduce a 1098 mm , che è inferiore a pa- 
recchie altre del periodo. Tutte queste diversità da un anno al- 
l'altro si annullerebbero, quando si potesse disporre di osserva 
zioni esatte di più lunga durata; una prova ne abbiamo nella 
colonna della temperatura, che è molto più uniforme delle altre 
a cagione appunto della più lunga serie di osservazioni che per 
essa si è potuto adottare. Dato dunque che esista una connes- 
sione dei fenomeni meteorologici col periodo undecennale delle 
macchie solari, questa connessione è così poco sensibile e tanto 
occulta, che alcuna traccia palese non se ne può ricavare dalle 
medie di un secolo intiero di osservazioni: ciò equivale a dire 
che tale connessione non può essere presa per base di alcuna 
regola di previsione, e malgrado la sua altissima importanza 
teoretica, non può essere di alcuna utilità pratica. Vano è per- 
tanto il cercare di leggere nelle fluttuazioni del corpo solare o 
n3lle oscillazioni del magnete la tanto desiderata previsione del 
tempo. La previsione del tempo! è quanto dire la pietra filoso- 
fale dei nostri giorni. Questa previsione o è empirica, e limitata 
a brevissima scadenza, ed allora non ci conduce molto al di là 
di quanto insegna ai nostri campagnuoli la lunga esperienza del 
clima locale; o si vuole estendere al di là del domani, e fondare 
sopra una cognizione completa del meccanismo atmosferico, e 
allora pur troppo si deve confessare che questa scienza non esi- 
ste, ed è tuttavia nascosta nelle nebbie dell' avvenire. Sarà dun- 
que opportuno che si cessi una volta dal promettere alle popo- 
lazioni a nome della scienza ciò che oggi la scienza non può dare. 



G. V. SCHIAPARELLI. 



MILANO IDROGRAFICA 



L'origine o più esattamente le fonti dell'idrografia della città 
di Milano debbono essere ricercate in quella catena delle Alpi 
e delle Prealpi, che loro stanno a ridosso , che ne cerchiano 
l' orizzonte a tramontana. Di là scendono le acque , che, for- 
mati i laghi di Como o Lario, di Lugano o Ceresio, Maggiore 
o Verbano, ed i minori di Annone, di Pusiano, di Alserio, di 
Varese, di Monate, di Comabbio, si riversano al piano nei due 
grossi fiumi l'Adda ed il Ticino, nei più piccoli il Lambro e- 
l'Olona e nei parecchi torrentelli che lo solcano, e di là penetrano- 
nel sottosuolo le altre, che percorrendo sotterranee fra gli strati 
ghiajosi del terreno quaternario di trasporto di questo piano, 
sul quale sorge la città, si trovano a tre , a quattro , a dodici 
metri di profondità ed alimentano i suoi fontanili ed i suoi 
pozzi d'acqua potabile. 

Ecco infatti come l'eminente idraulico Lombardini descrive 
questa plaga nelle sue memorie: Studi sull'origine dei terreni 
quadernari di trasporto e specialmente di quelli della pianura 
Lombarda. 

« Fra il Terdoppio e l'Adige in lunghezza di duecento chilo- 
metri , presso il suo mezzo, la mentovata pianura (lombarda) è 
intersecata da una zona della larghezza di tre o quattro chilo- 
metri, ricchissima di sorgenti, che generalmente vengono ut iliz- 
zate per usi irrigai. ÀI sud di essa il terreno è disposto a strati 
orizzontali, nei' quali per la parte più alta si alternano le ghiaje 
colle ^al)l»ie, colle marne e colle argille, e nella più bassa ap- 



MILANO IDROGRAFICA 47 

prossimandosi al Po, le sole sabbie, marne ed argille con re- 
golare degradazione da nord a sud nella mole delle parti, che 
la costituiscono. Le sorgenti, trattenute dagli strati argillosi 
più o meno impermeabili, s'incontrano ad una profondità pres- 
soché costante da uno a quattro metri, che solo in vicinanza, 
ai margini della costa si accresce fino a quindici e venti metri.. 
Per la parte compresa fra Milano e Pavia la pendenza massima. 
del nord al sud va progressivamente diminuendo dal limite 
maggiore di 1,60, al minimo di 1,05, e nella media misura di 
1, 15 per mille. Tale pendenza va scemando nelle parti più basse- 
fra l'Adda e l'Oglio. La superficie del terreno è piana, e non 
presenta ondulazioni sensibili se non sopra grandi distanze. 
Queste circostanze concorrono a dimostrare che tutta quella 
zona di alta pianura, della dominante larghezza di circa trenta, 
chilometri , è di formazione fluviale ». 

E poiché le acque che scorrono nei nostri canali provengono 
dalle giogaje delle Alpi e dai loro perenni ghiacciai, si verifica 
anche la favorevole condizione, che il loro volume aumenta collo- 
squagliarsi delle nevi all'aprirsi della stagione estiva, cosicché 
abbondano quando più ne fa bisogno. 

Dovendo il nostro compito limitarsi all'idrografìa del comune 
di Milano ci è forza ristringere le più particolari notizie a questa 
sola parte della zona lombarda; ma per la migliore intelligenza 
della distribuzione e del regime delle acque non possiamo om- 
mettere di far precedere alcuni cenni intorno ai fiumi nominati. 

Fiume Adda. — Nasce fra le Alpi della Valtellina, sbocca nel 
lago di Como presso Colico e ne esce a Lecco per correre, toc- 
cando gli abitati di Pescarenico, Olginate, Brivio, Paderno, Yaprio. 
Cassano e la città di Lodi, a scaricarsi nel Po. Da Pescarenico 
sul lago di Como alla foce ha una lunghezza di chilometri 141 
m. 141,380) ed una caduta totale di 164 m. 747, ripartita in varie y 
pendenze. Il suo modulo unitario annuo fu calcolato di m. e. 198 
per un bacino di chil. q. 5889 e la sua portata oscilla fra una mi- 
nima media di m. e. 53,34 ed una massima media di m. e. 330,29 
— Mediante un canale artificiale a conche detto di Paderno si 
vincono le sue rapide per la navigazione in questa località, e 
mediani e una chiusa a Trezzo vi si deriva il naviglio Martesana 
e più sotto a Cassano il canale Muzza, oltre altri canali a destra 



48 MILANO IDROGRAFICA 

ed a sinistra, di cui si tralascia di far cenno, perchè estranei al- 
l'idrografìa di Milano. 

Fiume Ticino. — Nasce fra le catene delle Alpi del Cantone 
Ticino sulle giogaje del monte S. Gottardo , sbocca nel lago 
Maggiore presso Magadino e ne esce a Sesto Calende. Scorre 
in confine alle terre del Piemonte colla Lombardia, lambe la 
città di Pavia e si getta in Po a sette chilometri da questa 
città. Da Sesto Calende alla foce ha una percorrenza di circa 
cento chilometri (m. 99,520) ed una caduta totale di 136 m. 650, 
ripartita in varie pendenze. Il suo modulo unitario annuo fu calco- 
lato di m. e. 321,93, per un bacino di chilometri q. 7033, e la sua 
portata oscilla fra una minima media di m. e. 51,72 ed una mas- 
sima media di m. e. 481,63. Vi si derivano parecchi canali, e me- 
diante una chiusa a Tornavento, il Naviglio Grande. 

Fiume Lambro. — Nasce fra le Prealpi della penisola Lariana 
nei monti della Valassina, sbocca nel laghetto di Pusiano sotto 
il nome di Lambrone e ne esce dopo brevissimo tratto per cor- 
rere incassato in profonda valle fino a Canonica; attraversa suc- 
cessivamente il parco di Monza, indi presso Crescenzago il naviglio 
Martesana, col quale confonde le sue acque, e dal quale ne esce 
per travaccatore a più bocche onde continuare fino alla sua foce 
in Po, presso S. Colombano, toccando gli abitati di Melegnano 
e S. Angelo. Dal lago di Pusiano alla foce in Po ha una lun- 
ghezza di 131 chilometri ed una caduta totale di metri 209,58, 
ripartita in varie pendenze. Il suo bacino si ritiene di chil. q. 674, 
ma mancano più precisi dati per la sua portata; nella Monografìa 
<li tutti i fiumi italiani edita dal Ministero de' lavori pubblici 
nel 1878 è indicata una portata di m. e. 1 al 1" e di m. e. 100 
al 1" in piena massima a monte del naviglio Martesana; ma 
queste cifre non rispondono al fatto. Una misura fatta eseguire 
dall'ingegnere capo del dipartimento d'Olona nel 1808, sull'emis- 
sario del lago di Pusiano, avrebbe dato che l'acqua defluente 
da quatto emissario nel fiume è di circa magistrali oncie mila- 
nesi 33 V 4 ossia circa 1 m. e. 350 al 1", mentre poi una piena 
del settembre 1880 ha superato di molto alla sua confluenza nel 
Naviglio i 100 metri cubi (1). Noi fiume Lambro si riversano 



1 Quitte notizie <\ tono Stetti farnito dall'in?. c;iv. Paolo Galizia del li. (ionio civilo. 



MILANO IDROGRAFICA 49 

parecchi torrentelli quali la Bevera, il Brovadolo, la valle del 
<uTiietto, e da esso si derivano parecchie Roggie per usi in- 
dustriali e di irrigazione. 

Fiume Olona. — Nasce fra i monti Varesini e più precisa- 
mente ha origine da sorgenti presso la Rasa ai piedi della Ma- 
donna del Monte , e riceve anche le acque provenienti dalla 
Valgana e le acque di Bevera con altre derivate in territorio di 
Yiggiù dal torrente Clivio. Dalla sua origine alla Darsena di 
P. Ticinese ha un percorso di chilometri 80 circa e dal ponte 
di Malnate alla Darsena sopra chilometri 70 una caduta totale di 
metri 172 utilizzata per numerosi stabilimenti industriali e mo- 
lini. La portata del fiume è molto varia secondo le stagioni, e 
per le numerose estrazioni di acque, che vi si fanno. 

Il suo bacino sopra Malnate è di 105 chilometri quadrati col 
modulo di m. e. 3. 15 ed una portata in magra di m. e. 1.70. Però, 
in mancanza di più precisi dati, si ritiene che sopra Fagnano 
la portata media sia di m. e. 3.00 ed in magra di m. e. 1.50 (1). Nel 
territorio di Milano si derivano dall' Olona due canali di irriga- 
zione, uno colla bocca Pecchio, l'altro colla bocca Gràndini e vi 
si scarica il torrente Mossa raccoglitore degli scoli delle Groane. 

Ora, passando all' idrografia del solo territorio che costituisce 
il Comune di Milano, dobbiamo notare che questo Comune la cui 
giacitura è pressoché nel centro della pianura limitata a Levante 
<lall'Adda, a Mezzodì dal Po, a Ponente dal Ticino ed a Tra- 
montana dalle Alpi, sopra un suolo formato dagli strati diluviali 
dell' epoca quaternaria e dagli strati alluviali più recenti, ha una 
limitazione in confine coi territori dei comuni vicini, molto irre- 
golare. In alcuni punti il Comune si estende a circa sei chilo- 
metri dalle mura, in altri invece si ferma a poco più di un 
chilometro. Questo fatto fa sì che mentre da un lato ci riesci- 
rebbe impossibile mantenere la descrizione della sua idrografia 
nei limiti del Comune, d'altro lato ci obbligherebbe a comprendere 
in essa corsi d'acqua che affatto non vi appartengono. Per mag- 
gior chiarezza crediamo dunque stabilire fin da principio che 
la idrografia, di cui intendiamo occuparci, risguarderà soltanto 



(1) Dobbiamo questi dati alla gentilezza (Lll'Ing. L. Mazzocchi perito del Consorzio 
di Olona. 

Milano. — Voi. 1. 4 



50 MILANO IDROGRAFICA 

quella parte di zona, che, colla città propriamente detta, è all' in- 
giro di essa determinata dal limite delle risaje. Questo limite 
disposto sul terreno con termini a cinque chilometri dalle mura, 
ed alla distanza di 500 metri l'uno dall'altro, forma intorno alla 
città e sobburbi una circonferenza od anello di circa venticinque 
chilometri di sviluppo. Così noi considereremo le acque entro 
questo cerchio, avvertendo che la città amministrativamente è 
divisa in due circondari, quello entro le mura, detto interno e 
quello fuori delle mura, comprendente i sobburbi e la parte rurale, 
detto esterno (1). 

Da quanto abbiamo già detto accennando al fiume Olona, ri- 
sulta che la città di Milano è propriamente posta su questo pic- 
colo fiume ; ma però altri due torrenti la toccano e sono : il Tor- 
rente Seveso ed il fìumicello Torrente Nirone. 

Torrente Seveso. — È questo il principale colatore dei ter- 
reni che giacciono a' piedi delle colline Comasche, e continua 
sino a Milano toccando gli abitati di Carimate, Lentate, Cesano 
Maderno, Niguarda. Un tempo avrebbe percorso un alveo sotto 
le mura della città per confondersi con quel canale, che ora si 
chiama Vettabbia ; ma ora entra nel Naviglio Martesana a monte 
della Cascina dei Pomi, e solo in tempo di piena le sue acque 
possono scaricarsi pel tronco vecchio dello stesso torrente tuttora 
sussistente, mediante un edificio di bocche, e sfioratore in fregio 
al Naviglio, nel canale Redefossi tra le Porte Nuova e Principe 
Umberto. 

Fiumicello-torrente Nirone. — Era un fìumicello che a 
ponente della città raccoglieva un tempo i torrentelli delle Groane 
e dei terreni circostanti e mediante chiusa al Ponte dell' Archetto, 
presso la strada del Sempione, era deviato per condurre le acque 
nella fossa della città. Ora conserva questo nome un canale che 
porta acque di colature ed in cui si versano gli scoli del suburbio 
«li P, [Tenaglia ed entra in città fra P. Tenaglia e P. Sempione 
per sboccare nel Canale detto Roggia del Castello. 

Ma te lo acque si limitassero a questo sole sarebbero ben 
poca cosa, e però onde arricchire la città di maggior copia d'ac- 



1 \ .. . i la caria topografica un'ila. 



MILANO IDROGRAFICA 52 

qua fin da tempi più antichi, si trassero a Milano altre acque 
e si procurò di inalveare e regolare le esistenti in modo che 
alcune servissero anche per la navigazione. Così si aveva il 
Ticinello, la Vepra, la Vetabbia, si aveva la fossa all' ingiro 
delle mura dell'epoca romana, e la fossa all' ingiro delle mura 
dell' epoca medio-evale, in cui defluivano il Seveso ed il Nirone. 
In seguito però si sentì il bisogno di più ampi e più regolari 
canali, nei quali attivare anche la navigazione, e si costrussero 
i tre grandi canali artificiali, che in oggi collegati nella così 
detta Darsena di P. Ticinese, rendono possibile la navigazione 
dai Laghi di Lecco, Como e Maggiore, al Po ed al mare Adria- 
tico. Questi tre canali sono il Naviglio Grande, il Naviglio 
Martesana ed il Naviglio di Pavia. Con che subirono mutazioni 
anche parecchi dei corsi d' acqua antichi , e ricevettero quella 
sistemazione che in seguito indicheremo, come quella in oggi 
esistente. 

Naviglio Grande. — Si deriva dal fiume Ticino a Torna- 
vento. Benché le acque del Ticino fossero condotte alla città fino 
dal XII secolo (1179), pure si fa datare la sua costruzione dal 
XIII secolo (1257 al 1272). Ha una portata di once magistrali 
milanesi 1234 equivalenti a metri cubi 51.40 al minuto secondo, 
e dopo un percorso di cinquanta chilometri (m. 49.982) sbocca 
nella Darsena di P. Ticinese con una caduta totale, senza soste- 
gni o conche, di m. 33. 424. Serve alla navigazione e per irri- 
gazione, onde lungo il suo alveo sono aperte 116 bocche di deri- 
vazione d'acqua ; ma quelle che danno origine a' canali scorrenti 
in parte nel territorio del Comune di Milano e più specialmente 
nella zona suburbana si riducono alle dodici seguenti: 



MILANO IDROGRAFICA 



DENOMINAZIONE DELLE BJCCHE 



Bocca Pajmera 

» Bartolomea 

» Bislocca 

» Mantegazza 

Bocca Foppa 

» Desa 

» delle Rotole 

» Carlesca 

Scaricatore Lambro Meridionale 
Bocca S. Boniforte 

» Triulza 

Canale residuo o Ticinello . . 



Numero 

d::lle 

BOCCHE 



Corso 
d'acqua 



Quantità. 1 

d'acqua 
di erogazione 



0/.20 
0,210 
0,210 
0,140 
0,i20 
0,10o 
0,280 

0,700 

o,2ì;ì 

1,120 
0,210 



OSSKRVAZ'.OM 



continua 



Scaricata 
continua 



Il Lambro meridionale che forma appunto lo scaricatore del Navi- 
glio grande corre in parte sul territorio di Milano, e poscia con corso 
tortuoso va a gettarsi nel nume Lambro presso la borgata di S. Angelo. 

Naviglio Martesana. — Si deriva dal fiume Adda di sotto 
all'abitato di Trezzo. Fu costrutto per decreto del duca France- 
sco Sforza nell'anno 1457. Ha una portata di once magistrali 
Milanesi 654 equivalenti a metri cubi 27,14 al l'\ Entra in città 
verso la parte settentrionale sotto passando la mura ed il ba- 
stione di P. Nuova per il così detto Tombone di S. Marco, dopo 
il corso di circa trentanove chilometri (m. 38,090). Ha una ca- 
tini a totale dalla presa alla soglia del tombone di S. Marco di 
18 m. 088 con un sostegno o conca di m. 1,82 alla cascina 
<l«-i Pomi, od un alveo largo dai m. 18 ai 14 superiormente e 
dai in. 12 ai 9 inferiormente. Entrato in città conserva il nome 
<Ii Naviglio Martesana per un tratto di circa metri 800, che 
scorre da settentrione a mezzodì fino al Ponte di S. Marco, poco 



i L'oncia magistrale milanese è rappresentata da un volume di acqua, che esce por 
pressione da una bocca larga once :i milanesi (m. o,ii87) alta <nwv, ì (m. o.iosa) 
i once :i m. o,nx:; e col battente di once 2 (m. 0,991). Dall' ing. Francesco Colom- 
bano nel ino \tnnt,iir ,iì idrodinamica pratica, fu ritenuta equivalere a metri cubi 0,081.1 

in "" Binato ICCOndo, pari a mi-tri cubi 2,07 al mimilo primo. Altri invece fra cui il 

,; Oenio Civile la calcolano equivalente a metri cubi 9,80 al minato primo. Generalmente 
i ,r " !■ ■' "ii'f 'li metri cubi 0,0880 al minato secondo, per cai tale ragguaglio si adotta 
: 1 ■ ileoli in questo ci itto. 



MILANO IDROGRAFI* A 53 

prima del quale forma il laghetto o Darsena dello stesso nomo 
con due sostegni, e dopo prende quello di fossa interna. 

Questa fossa interna è così chiamata pèrche un tempo fun- 
geva appunto di fossa circondante le mura della città; ma sotto 
il dominio di Lodovico il Moro verso latine del 1496 fu in parte 
modificata ed ampliata per introdurvi le acque del Naviglio e 
renderla navigabile. La tradizione vuole che autore dell' opera 
sia stato Leonardo da Vinci, il quale era appunto architetto ducale 
nell'anno 1498 ed avrebbe così, se non inventato, perfezionato 
per questa fossa il sistema delle conche. Queste immaginate pri- 
mamente dagli ing. ducali Filippo da Modena sopranominato degli 
Organi e Fioravante da Bologna, già si erano adottate per altri 
canali, con che, come giustamente osserva un nostro idraulico 
(Bruschetti, Storia della navigazione del Milanese), l'arte di 
navigare da bassa pianura alla vetta dei monti si ridusse fin d'al- 
lora al semplice movimento di una barca tirata orizzontalmente 
su l'acqua e ad una meccanica regolata da un sol uomo per pas- 
sare da un piano all'altro. Così il Naviglio della città di Milano 
divenne, a detto dello stesso idraulico, fino dal 1497, V opera su- 
perìore ad ogyxi altra nella storia dell'arte. 

Ora la fossa o naviglio interno, se si eccettua lo spazio che 
sta fra l'estremità settentrionale della via S. Gerolamo e presso- 
ché r estremità occidentale della via del P ontaccio, racchiude 
ancora a circuito senza interruzione una parte del circondario 
interno, o città propriamente de tta. Desso ha una larghezza che 
varia fra gli 8 ed i 12 metri, ed uno sviluppo di circa 5 chilo- 
metri con 5 sostegni. È distinto in tre tratte cioè: La prima 
breve e parallela alla via Pontaccio denominata Naviglio morto;. 
la seconda dal ponte di S. Marco al ponte degli Olocati detta 
propriamente fossa interna; e la terza dal ponte degli Olocati 
al fòro Bonaparte detta Naviglio di S. Gerolamo. Le prime due 
tratte hanno un solo corso con pendenza verso il ponte degli 
Olocati, la terza un corso con pendenza opposta. Sotto il ponte- 
degli Olocati passano poi le acque riunite per continuare in linea 
spezzata di circa 600 metri con altri due sostegni, ed in dire- 
zione da tramontana a mezzodì fino al così detto Tombone di 
via Arena sotto il bastione di Porta Ticinese, per dove escono 
di città e confluiscono nella Darsena di Porta Ticinese. 



54 MILANO IDROGRAFICA 

Questa fossa appunto perchè corrente nel centro della 
città, e perchè uno dei principali collettori de' suoi scoli, non 
mancò dì essere soggetto di studi e controversie. Fino dal 
secolo scorso il conte Agostino Litta propose un sistema 
per la sua spurgazione , e lo convalidò con esperimenti ; 
l'ing. D. M. Ferrario lo criticò, e l'avversava, ma ciò nono- 
stante fu adottato. Ora poi da alcuni anni diede occasione a 
studi per il suo trasporto e la sua copertura, a cui, stante le 
difficoltà dell'una opera e dell' altra, si contraposero proposte di 
migliore sistemazione. 

Dal Naviglio Martesana e dalla fossa interna si derivano 
per mezzo di cinquantatre bocche non meno di 39 canali, 
che colle diramazioni diventano N. 46, i quali attraversano il 
territorio del Comune e formano la rete principale dei suoi 
canali, servendo di canali di fognatura e di canali di irriga- 
zione e cioè: 







Numero 
delle 


Quantità' 
d'acqua 




o.'i 




BOCCHE 


DI EROGAZIONE 




£ E 
«e 2 


DENOMINAZIONE DEI CANALI 




vi 
CO .2 


1.2 

.5* 

£ 


|"3 


Osservazioni 




corso 
d' acqua 






In Comune di Greco 












1 

2 

a 

ì 


Roggia Briosca 

» di S. Corona 

Cavetto delle due once 

Roggia Balsama 

» Armoni 

» Casati 

fili Circondario esterno di Milano 


- 


1 

1 
1 
1 


2 
9 

2 

31/2 
8 
4 


0. 070 

o. io:; 

0.070 
0. 122 
0.280 
0. 140 


continua 

estiva 
continua 


7 

S 

*) 

IO 

11 

19 


Roggia Nervo 

Geranzana 

• Pozzo-Bonello 

Canale del Castello 

» Civico o Siiveso 

» Redattosi 

Ni i. Circonda rio interno 


2 

2 


1 
1 

ì 


2 

8 

2 

19 

12 


0.070 
0.280 
0. 070 
». 420 
0. 420 


continua 

Scaricatore sfio- 
ratore 


M 

lì 
l 


Canale Bilossa con sei diramazioni 

• (l i Tabacchi 

» di s. Marco con una dirama 
zione canale Dngnani) . . 


— 


■ 

1 


22 1/2 
19 

12 


0. 780 
0. ì'20 
0. 420 


continua 

In fatto M e. 0.960 

continua 





MILANO IDROGRAFICA 




55 






Numero 


Quantità' 








delle 


))' ACQUA 




o 




ROCCHE 


DI EROGAZIONE 




S £ 

= so 


DENOMINAZIONE DEI CANALI 


£S 


i ^ 


«15 


— ^ 


Osservazioni 


o. 




Q-S 


c/i .2 

e 


§| 










corso 


•sf 


.si 








d'acqua 




tì 






Nel Circondario interno 












16 


Canale Resica o Medici 


1 


— 


6 


0.210 


continua 
In fatto M.c. 0.350 


17 


» Crivelli 


1 


— 


4 


0.140 


continua 


18 


» Perego 


1 


— 


— 


— 


incerto 


19 


» di S. Pietro in Gessate . . . 


— 


1 


-7/12 


0.020 


con inua 


20 


» Borgognone 


■ — 


1 


2i 


0. 8Ì0 


» 


21 


» di S. Prassede 


— 


2 


3 


0. 105 


» 


22 


» della Pace o Beccaria . . . 


— 


1 


3 1/2 


0.122 


» 


23 


» della Guastalla 


— 


1 


1/2 


0.017 


» 


2Ì 


» Bolagnos 


2 


— 


71/2 


0.262 


» 


25 


» di S. Bernardo 


— 


2 


1 


0.035 


» 


26 


» di S. Antonino 





1 


- 1/2 


0.017 


» 


27 


» di S. Sofia 


— 


1 




— 


indeterminata 


28 


» di S. Apollinare o Baracca . 


— 


1 


5 3/4 


0.201 


continua 


29 


» della Misericordia 


— 


1 


21/4 


0.096 


» 


30 


• dell'Abbazia 


— 


1 


4 1/3 


0. 152 


» 


31 


» di S. Luca 


— 


1 


4 1/3 


0. 152 


» 


32 


» delle Vergini 


— 


1 


11/3 


0.047 


» 


33 


» Vettabbia 


— 


3 


27 


0.945 


due bocche conti- 
nue, terza fugone 


31 


» di S. Francesco 


1 


— 


-— 


— 


indeterminata 


35 


» Vittoria 


— 


1 


1/3 


0.012 


continua 


36 


» Fornara 


— 


1 


2 o/6 


0.099 


» 


37 


» di S. Michele sul Dosso . . 


— 


1 


— 


— 


indeterminata 


38 


» della Madonnina 


. — 


1 


. — 


— 


» 


39 


» di S. Vincenzo 


1 




lo 


0.525 


continua. In fatto 
molto minore. 



Naviglio di Pavia. — Ha principio alla Darsena di P. Ti- 
cinese e continua fino a Pavia per sboccare nel fiume Ticino a 
valle di questa città. Fu costrutto per decreto di Napoleone I 
dell'anno 1805 e compiuto nell'anno 1819, ma un canale navi- 
gabile fra Milano e Pavia è accennato già in un decreto del- 
l'anno 1359 di Galeazzo Visconti, ed un secolo dopo (1457-1475) 
in altro decreto di Francesco Sforza si allude ad un canale navigabile 
fra Milano e Pavia per Binasco e Bereguardo, e si hanno provve- 
dimenti del Magistrato delle entrate ducali per la sua conser- 
vazione. Questo naviglio ha una lunghezza di trentatre chilo- 
metri (m. 33,329), una larghezza sul fondo di m. 10,8 ed al pelo 
d'acqua di m. 11,8, una caduta totale di m. 51,40 con dodici 
sostegni dei quali due doppi ed una portata di once magistrali 
milanesi 150, equivalenti a metri cubici 6,25 al secondo. Serve 



50 MILANO IDROGRAFICA 

per navigazione ed irrigazione e lungo il suo percorso si hanno 
moltissime derivazioni d'acqua; ma quelle che danno origine ai 
canali scorrenti in parte nel territorio del Comune di Milano 
non sono che sei, e cioè: 



DENOMINAZIONE DELLE BOCCHE 



Bocca dal Verme . . . 
» Serra di Falco . . 
» Gandino-Belgiojoso 

» Radice 

» l. a Barinctti. . . 
» 2. a Barinctti. . . 



Numero 
delle 

BOCCHE 



corso 
d'acqua 



Quantità' 
d'acqua 



.s 3 



0.3'>0 
0.1 iO 
0.770 

o.3i:; 

0.420 
0. 120 



Osservazioni 



jemale 
continua 

jemale 



Ma oltre le Roggie e canali artificiali, che finora abbiamo enu- 
merato, e di alcuni dei quali daremo in seguito qualche mag- 
giore particolare, si trovano nel territòrio del Comune altri canali 
indicati col nome di fontanili. Abbiamo già notato che negli 
strati ghiajosi del sottosuolo della pianura scorrono copiose le 
acque, che vi penetrano fino dai lontani monti; se ne trasse per- 
lai ilo profìtto per la agricoltura e le irrigazioni. Si scava il 
^rrenp, e formata la così detta testa di fontanile, per mettere 
allo scoperto le polle o sorgenti, si fanno scaturire le acque che 
si conducono poi con canali detti aste di fontanile ai terreni 
dov<- s' intende utilizzarle. A facilitare la scaturienza delle acque, 
si muniscono le polle di tino di legno cerchiato di ferro, che 
si incassa nel terreno scavato, od altrimenti si infiggono in esso 
tubi di ferro col sistema conosciuto sotto il nome dell'inglese 
Northon, o col sistema degli italiani Calandra di Torino e Piana 
• li Padova. 

Moltissimi sono i canali così originati attraversanti il terri- 
torio del Comune, ed alcuni hanno la loro lesta perfino nel re- 



MILANO IDROGRAFICA 5? 

cinto della città propriamente detta. Noi ne indicheremo i prin- 
cipali: 

1. Fontanile Lisa (testa nel Comune di Greco presso la 

cascina Lavizzari). 

2. Fontanile Acqualunga (teste nei Comuni di Precotto,. 

Gorla e Turro). 

3. Fontanile Melzi (testa nel Comune di Greco presso la ca- 

scina Fornasetta). 

4. Fontanile Bianchetto (testa a Loreto). 

o. Fontanile Penerà (testa alla cascina Penerà fuori Porta, 

Venezia). 
G. Fontanile Zigada \ teste presso la cascina Zigada 

7. Fontanile Acquabella^ fuori Porta Vittoria. 

8. Fontanile di Sesto (testa presso la cascina Nizzolina. 

fuori Porta Vittoria). 

9. Fontanile di S. Sofia (testa nel Monastero di S. Sofia. 

in città via S. Sofìa). 

10. Fontanile di S. Croce (testa in via S. Croce in città). 

11. Fontanile di S. Eustorgio (testa nella Caserma di S. Eu- 

storgio, piazza omonima in città). 

12. Fontanile Radice (testa presso la via Giuseppe Meda. 

fuori P. Ticinese). 

13. Fontanile delle Vettere (testa nel già Monastero delle 

Vettere in città via Arena). 

14. Fontanile di S. Calocero (testa nella cappella della B. V. 

annessa alla chiesa di S. Calocero in città, via S. Ca- 
loc3ro). 

15. Fontanile Caslona (testa presso la cascina Castona fuori 

P. Magenta). 

16. Fontanile Testino (testa presso l'abitato della Madda- 

lena fuori P. Magenta). 

17. Fontanile di S. Siro (testa a circa un chilometro sopra 

la chiesa di S. Pietro in Sala presso la Cascina Va- 
solda fuori P. Magenta). 

18. Fontanile di S. Vincenzo (testa al piede della scarpa. 

del bastione presso P. Magenta in città). 

19. Fontanile di S. Carlo (testa presso l'abitato della Cagnola 

fuori P. Sempione). 



58 MILANO IDROGRAFICA 

20. Fontanile S. Mamete (testa presso il Cimitero monu- 

mentale fuori P. Tenaglia). 

21. Fontanile Momaso (testa presso la cascina di S. Momaso 

fuori P. Garibaldi). 

22. Fontanile della Ferrovia (testa al sottopassaggio fer- 

roviario della via Carlo Farini fuori P. Garibaldi). 

23. Fontanile Freddo (testa presso Precentenaro fuori Porta 

Nuova). 

24. Fontanile di S. Gregorio (testa all'ingiro del Lazzaretto 

fuori P. Venezia) in cui si versano anche acque vive 
e colature del canale Misericordia derivato dalla Rog- 
gia Pozzo Bonello e di altri canali. 

Tutti questi canali e fontanili, oltre a fornire le acque per la 
irrigazione dei terreni coltivati ad ortaggi entro la città, o dis- 
posti a coltivo, prati e marcite nell'esterno, servono natural- 
mente anche come canali di scolo ; alcuni però sono specialmente 
canali collettori dei canali di fognatura della città, e si collegano 
più direttamente coi servizi pubblici. Per ciò di questi daremo 
qualche più diffusa nozione. Sono dessi i seguenti: 

1. Canale Rede fossi. 

2. Canale del Castello. 

3. Canale civico. 

4. Canale Vettabbia. 

5. Cattale Balossa. 

6. Fontanile Acqualunga col Cavetto delle due once. 
Canale Redefossi. — Fu sistemato quale ora si trova sulla 

fine dello scorso secolo (1783) sotto la direzione degli ingegneri 
governativi Mazzoli e Castelli. Ha principio dalla cataratta a 
quattro porte con superiore scaricatore a fior d'acqua che tro- 
vaci poco al disopra del Tombone di S. Marco fuori la P. Nuova, 
lungo la sponda sinistra del Naviglio. Corre con una larghezza 
di circa otto metri lungo la mura fino a P. Romana, indi volge 
in direzione di mezzogiorno per continuare paralellamento alla 
.-traila postale per Lodi lino al borgo di Mclognano, in vicinanza 
<'<■! quale -i rersa nel fiume Lambro. Serve di scaricatore alle 
piene del Naviglio) riceve lo scarico del tronco abbandonato del 
funge da collettore dei canaletti stradali della 



MILANO IDROGRAFICA 59 

zona urbana e suburbana che attraversa, e nel tratto da P. Ro- 
mana al Lambro ha anche diverse bocche di estrazione per irri- 
gazione delle adiacenti campagne. 

Canale del Castello. — Questo Canale ha origine da bocca 
in 2 luci aperte lungo la sponda destra del Naviglio Martesana 
poco a monte del Tombone di S. Marco, e, dopo aver lambito 
esternamente una tratta del bastione da P. Garibaldi a P. Tena- 
glia, entra in città presso quest'ultima porta. Da qui, ricevute 
le confluenze di due colatori esterni, uno dei quali l' antico fìu- 
micello Xiro ne, ora detto anche Roggia dei Mo lini, e diviso in 
due diramazioni, entra nell'anfiteatro dell'Arena di cui forma i 
due Euripi, e poi si dirige in parte attraverso alla Piazza d' Armi 
ad unirsi al canale Rigosella, che entra in città presso la stazione 
Milano-Erba e sbocca nel tronco di fossa interna detto Naviglio 
•eli S. Gerolamo, ed in parte entra nel Castello per formarvi la 
fossa di circonvallazione e scaricarsi pure nel Naviglio di S. Ge- 
rolamo. Serve per fornire le acque agli spettacoli dell'Arena, e 
di canale di fognatura del Castello e di parte della Piazza d'armi 
-e Foro Bonaparte. 

Canale Civico. — Questo canale è quello, che dopo la fossa 
interna, si può veramente chiamare il principale collettore dei 
canali di fognatura e canaletti stradali della città interna cen- 
trale. Infatti nel suo percorso circolare, quasi interamente co- 
perto, che racchiude le parti più centrali e popolose, riceve gli 
scoli di una superficie di circa un chilometro quadrato mediante 
la rete dei nuovi canali di fognatura, e dei vecchi canali che 
lo attraversano, e di cui diremo più estesamente in seguito. — 

Questo canale nell'interno della città conserva anche il nome 
•di Seveso, perchè la parte circolare del suo alveo, coincide colla 
fossa di cinta dell'antica città romana, nella quale scorreva il 
piccolo fiumicello Seveso. Ed infatti, dietro il suo alveo, noi pos- 
siamo ancora trovare i confini dell'antica Milano e le vie che 
si imboccano e piegano ad angolo retto del tracciato romano. 
<Via Stampa, via Cornacchie, via di S. Vittorello, via del Pesce, 
via S. Vito, via Disciplini, via S. Maddalena, Vicolo delle Quaglie). 
Ora però le acque in esso correnti non sono quelle del pri- 
miero fiumicello, ma quelle del Naviglio Martesana, dal quale 
vi si versano per due bocche di estrazione, una modellata conti- 



00 MILANO IDROGRAFICA 

mia della portata di once dodici magistrali milanesi, e l'altra 
libera di erogazione temporanea della portata di once sei , e 
detta bocca di suppeditazione. Queste bocche sono aperte nella 
sponda destra a monte del Tombone di S. Marco quasi di contro 
allo scaricatore che forma il canale Redefossi. Da questo punto 
il canale si dirige alla P. Garibaldi lambendo scoperto la mura 
di cinta, e quivi entra in città per scorrere lungo la scarpa 
interna del bastione fin quasi a P. Tenaglia, prima della quale 
piega leggermente a sinistra corso d'acqua per sottopassare tras- 
versalmente la via della Moscova. Corre quindi fra orti e 
giardini, e fra le case che sorgono fra via Legnano ed il Corso 
di P. Garibaldi, quasi parallelamente alla detta via fino al Foro 
Bonaparte dove, all'altezza della via Cusani e precisamente sotto 
la casa d'angolo, si divide nei due collettori, il grande ed il 
piccolo Seveso. 

All'altezza di P. Garibaldi , e poco a valle della stessa le acque 
di questo Canale si possono immettere nei nuovi canali di fogna- 
tura mediante opportuna bocca di diramazione, e così all'altezza 
della P. Volta per altra bocca nel canale sotterraneo alla via Volta. 

Il Canale grande Seveso è quello che dal partitore volgendo 
a sinistra va ad attraversare il ponte Vetero per continuare 
sotto le vie dell'Orso, del Monte di Pietà, della Croce Rossa, 
del Monte Napoleone, Durini, e sotto le case lungo il lato (\i 
tramontana del Verziere, ed indi sotto le case fra questo e la 
via di S. Clemente, arrivare a questa via, ed alla via del pa- 
lazzo Reale che attraversa. 

I)opo di che sotto il palazzo Reale, Teatro Canobbiana e le 
case che seguono paralellamente alla via Larga e Velasca, sbocca 
Botto il corso di P. Romana, che pure attraversa, quindi procede 
Botto le case paralellamente alla via S. Maddalena, sotto il corso 
S. Celso, e sotto le case paralellamente alla via Disciplini, ed 
attraversata la via Chiusa, grange sulla piazza della Vetra, dove 
bì ricongiunge colle acque del canale piccolo Seveso. 

In corrispondenza al trivio fra la via del Monto di Pietà, la 
ria della Croce Rossa, e la via Borgonuovo riceve le acque del 
canale «li Borgonuovo, il (inalo e un canale che pure appartiene 
alla rete dei canali Seveso. La sua bocca d'origine della por- 
tata di once lette (m.C 0,245 al 1") è posta nella sponda <[<■- 



MILANO IDROGRAFICA 61 

stra della fossa interna poco al di sopra del ponte Marcellino, 
ed il canale corre sotterraneo alla via, di cui porta il nome. 

In corrispondenza del già piazzaletto di S. Giovanni in Era, 
ora via Durini, trovasi uno scaricatore che mette foce nella fossa 
interna passando sotto il corso Venezia, e quasi all'altezza della 
-colonna di P. Vittoria del Verziere altro scaricatore che pure 
si immette nella fossa interna sottopassando parte del Verziere, 
della via S. Bernardino, della via della Signora e del Caseggiato 
del Luogo Pio Trivulzio. 

Finalmente, a mezzo la traversata del Corso di P. Romana, 
questo canale grande Seveso eroga per bocca modellata once 
quattro magistrali milanesi (m. e. 0,140 al 1'') per il canale sot- 
terraneo al corso di P. Romana, il quale conduce queste acque 
fuori la porta alla irrigazione di diverse campagne esterne, dopo 
aver passato il canale Redefossi per tomba, e poco prima scari- 
cate le piene per sfioratore in un altro piccolo canale, denominato 
il Redebissi, corrente esternamente quasi paralellamente alle 
mura del Bastione tra P. Romana e P. Vigentina fino allo sbocco 
nel canale Bolagnos. 

Il canale piccolo Seveso è invece quello che dal partito?e volge 
a destra per sottopassare parte del Foro Bonaparte, la via di 
■S. Giovanni sul Muro, il corso Magenta, la via Nirone ed attra- 
versata la via di S. Valeria continuare fra le case e giardini, 
che stanno lungo la via del Cappuccio, ed arrivato al largo d'im- 
bocco alla via del Circo procedere sotto la via del Torchio ed 
il Carrobbio. Da qui piega a sottopassare le case che sorgono 
lungo una parte del corso di P. Ticinese, paralellamente alla 
direzione del Corso, ed indi arriva alla via dei Vetraschi ed 
alla piazza della Vetra, dove incontra il canale Vetra unito 
al quale sottopassa il Mercato delle erbe sulla piazza della 
Vetra, per ricongiungersi poco inferiormente col canale grande 
Seveso. 

Il canale Vetra, al pari del canale di Borgonuovo, fa pure parte 
<del sistema dei canali Seveso. Ha origine da una bocca aperta 
nella sponda sinistra della fossa interna, in vicinanza al ponte 
dei Fabbri, la quale è calcolata erogare once 5 i / 2 magistrali 
(m. e. 0,189 al 1''). Da qui arriva al corso di Porta Ticinese, che 
-attraversa sottopassando la via dei Fabbri, e le case lungo la 



62 MILANO IDROGRAFICA 

via Gian-Giacomo Mora ed al suo sbocco sulla piazza della Vetra 
dopo essere corso fra le case lungo la via dei Vetraschi. 

Di questo modo riunite le acque, continuano in un solo canale 
più ampio dei primi, il quale corre coperto sotto la piazza della 
Vetra e va a sottopassare per tomba a sifone la fossa interna 
poco a monte del ponte delle Pioppette, per gettarsi nel canale 
Vettabbia, che è il grande scaricatore della nostra città. 

Il canale Civico o Seveso è dunque costituito da un assieme 
di diversi canali, i quali benché abbiano tutti la stessa desti- 
nazione, quella di canali di fognatura, pure non hanno tutti la 
stessa sistemazione, né tutti dipendono dalla stessa sorveglianza. 
Di ciò faremo qualche cenno in seguito. Intanto stabiliamo che 
questo sistema di canali è distinto nei sette seguenti: 

1. Canale Cìvico. 

2. Canale grande Seveso. 

3. Canale piccolo Seveso. 

4. Canale di Borgonuovo. 

5. Canale Vetra. 

6. Canale di P. Romana. 

7. Canale Vettabbia. 

Il primo canale o quello che corre dall' origine sino al partitore 
ha uno sviluppo di m. 2170 ed una sezione che varia dai m. 3 
ai m. 1,50 di larghezza sul fondo. È riparato e spurgato a cura 
dell' Amministrazione municipale, la quale affitta l'uso di tre salti 
d'acqua per movimento di altrettante ruote, che trovansi su 
questo tronco. 

Gli altri quattro canali hanno uno sviluppo di circa G mila metri, 
ed una larghezza sul fondo che varia da canale a canale ed anche 
nello stesso canale da m. 1 ai m. 6. Sono quelli che costituiscono 
il consorzio denominato la Congregazione del Canale Seveso, la 
quale è formata dall'associazione dei proprietari di case, che immet- 
tono scoli nei canali. Questa Congregazione amministra i detti 
canali, ne cura gli spurghi e le riparazioni, affitta l'uso di tre 
Baiti «l'acqua, fra cui quelli che muovono le ruote idrauliche per 
l<- fontane civiche di Piazza Fontana e della Vetra. 

Il lesto canale con una larghezza in città minore di m. 1 è 
mantenuto e spurgato dagli utenti esterni delle acquo, signori 
Vittadini e Stabilini. 



MILANO IDROGRAFICA 63 

Il settimo ed ultimo finalmente con una larghezza in città di 
circa m. 7,00 ai m. 8,00 fa parte dell'utenza di Vettabbia. 

Canale Vettabbia. — Abbiamo detto che questo canale è il 
grande scaricatore della città ed infatti oltre confluirvi tutte le 
acque, che si raccolgono nei canali Seveso, riceve le acque di 
piena della fossa interna per mezzo del così detto fugone, che è 
una bocca aperta nella sponda sinistra della stessa fossa poco a 
monte del ponte delle Pioppette, e le acque delle bocche del Molino 
delle armi pure aperte nella suddetta sponda, ed ivi vicino, per 
la somministrazione di once 27 magistrali (m. 5 0,945 al 1") alla 
irrigazione di una vasta estensione di terreni esterni alla città. 
Dopo la sua origine continua scoperto in città lungo la via Vettabbia, 
ricevendo le confluenze dei due canali delle Vergini e di S. Luca* 
fino all' incontro del Bastione di P. Ticinese, che sottopassa per 
tomba, indi attraversato sempre scoperto una parte del Circon- 
dario esterno e territori di altri comuni, dopo lungo corso, va 
a sboccare nel fiume Lambro. 

Fino dai più antichi tempi la storia ricorda questo canale, che 
pare fosse un vero fìumicello raccoglitore dei minori Nirone e 
Seveso, e siccome in esso si versavano anche gli scoli lordi della 
città, così fino dal secolo XII gli industri monaci di Chiaravalle, 
proprietari di vasti terreni a valle della città, seppero mettere 
in pratica il principio ora tanto propugnato dagli igienisti di utiliz- 
zare le acque di fognatura per l' agricoltura e condussero le sue 
acque fertilizzanti ad irrigare questi loro terreni, e formare le 
note rigogliose marcite o prati invernali. Ora tali terreni, subi- 
rono molte divisioni e trasformazioni; ma le acque del Canale 
Vettabbia continuano a fecondarli. Si può calcolare che questo 
canale alla sua uscita di città convogli un volume d'acqua di 
oltre m. e. 2, al 1", carica di scoli immondi di vie e case. 

Queste acque sono godute in tre distinte riprese. Tutto il corpo 
di acqua è dapprima versato in orari sopra una superfìcie di circa, 
ettari 785 (pertiche mil. 12000), costituenti il già tenimento dei 
monaci di Chiaravalle , e servono ad irrigare specialmente prati 
stabili, e marcite con pochi campi a coltura. Dopo il primo godi- 
mento, le così dette colature, che defluiscono da quei terreni, si 
riprendono sopra altri terreni più bassi e con acque di fontanili 
che loro vanno ad aggiungersi nel percorso dei canali in quantità 



64 MILANO IDROGRAFICA 

•circa doppia delle colature, si irrigano i terreni che costituiscono 
il lenimento già dei frati di Viboldone per circa ettari 325 (pertiche 
mil. 5000). Le colature poi di questi terreni sono di nuovo riprese 
-e con altre acque, che vi si aggiungono, si versano sopra una 
terza zona di terreni inferiori, i quali si ritengono abbracciare 
\ina estensione di circa ettari 260 (pertiche mil. 4000). Per tal 
modo si può calcolare che le acque di fognatura della città nelle 
■quantità di circa 170,000 m. e. al giorno passano sopra una super- 
fìcie totale di ettari 1370 di terreno e le acque residue arrivano 
•al fiume Lambro completamente chiarificate. 

Canale Balossa. — Il canale di questo nome è quello che 
fornisce Y acqua corrente a tutti i canali di quella parte della città 
•che sta fra il corso di P. Nuova, il bastione di P. Venezia, il 
«corso Venezia e la via lungo la fossa interna dal Ponte di P.Venezia 
al ponte Marcellino , talché tutte le acque che circolano entro 
questa specie di quadrilatero sono condotte o derivate da questo 
•canale. 

Un tempo serviva specialmente ad irrigare i terreni coltivi, che 
occupavano questa zona, fra i quali quelli che costituivano il 
•così detto Podere Barbala, ma ora la sua funzione è ben 
differente e da canale di irrigazione si è trasformato in canale 
-che dà l'acqua alla vasca natatoria di 2. a classe dei bagni pubblici 
•di Castelfìdardo, che abbellisce la piazza interna davanti al sotto- 
passaggio, forma i laghetti dei giardini pubblici, della Villa Reale 
« dei giardini Melzi e Calegari, anima con salti d'acqua, guadagnati 
sulle differenze di livello del suo percorso, diverse ruote idrau- 
liche, fra cui quelle dello stabilimento della Zecca in cui trovasi 
anche una turbine di ragione promiscua Erariale e Municipale. 

Il Canale riceve le sue acque da cinque bocche aperte nella sponda 
si nistra del Naviglio Martesana, delle quali quattro si trovano sotto 
al Tombone di S. Marco, e la quinta poco a valle. Queste bocche 
come sono elencate nello derivazioni del Naviglio, dovrebbero 
fornire una quantità d'acqua, che corrisponda ad once 22 ì /< ì magi- 
strali (ni. e 0,780 al 1'); ma in realtà ne danno una maggiore, 
e da misurazioni eseguite in questi ultimi anni la portata del 
canale dopo La casa di Fona, risultò di m. e. 0,900 al 1". 

Dal principio dopo aver sottopassato una tratta del Bastione 
<la Pi Garibaldi a i\ .Nuova, entrano le acque in una tomba nel 



a:; 



MILANO IDROGRAFICA (J5 

recinto dei bagni di Castelfidardo, dalla quale una parte si versa 
nella vasca natatoria, per poi ritornare alla tomba, e continuare in 
un canale scoperto al piede della scarpa di una tratta del Bastione 
di P. Venezia. Arrivano al largo del sottopassaggio e quivi per 
tomba a sifone, attraversano la via Principe Umberto, indi pie- 
gando a destra entrano per canale sempre scoperto nel recinto 
del Magazzeno municipale di via Parini e nello stabilimento della 
Zecca, dove animano, come si disse, una turbine e due ruote idrau- 
liche. Da qui, sottopassando la via Manin, corrono attraverso ai 
Giardini pubblici dove formano il laghetto e la vasca davanti 
alia Villa Reale ed indi attraversata la via Palestro, proseguono 
lungo i Boschetti per sboccare nella fossa interna. 
In questo percorso si contano sei diramazioni: 
La prima diramazione è quella cosi detta della bocca di S. Teresa 
la quale nell'elenco delle derivazioni del Naviglio figura per una 
portata di once 3 magistrali, ed in altri documenti è indicata 
per sole once 1 4/ a (m. e. 0,052 al 1"). 

La seconda diramazione è quella della bocca di S. Angelo, la 
quale somministra un volume d' acqua che si ritiene di once 4 */* 
magistrali (m. e. 0,087 al 1") ed è aperta nella sponda destra del 
canale Balossa quasi di contro alla P. Nuova a monte della tomba 
del Corso. Questa diramazione si suddivide a sua volta in altre 
due, una delle quali sotterranea alla via Moscova fornisce parte 
delle acque ai giardini pubblici sboccando nel laghetto. 

La terza diramazione è per una derivazione d'acqua in orario 
della bocca così detta Barbòla di spettanza Municipale , le cui 
acque si immettono in un canale sotterraneo a parte della via 
Parini, ed alla via Principe Umberto. 

La quarta diramazione è quella del canale detto della Casa di 
Pena, il quale ogni sabbato, per la durata di ore ventiquattro, 
riceve acque da una bocca aperta nella sponda destra quasi di 
contro alla suddetta Casa. 

La quinta diramazione è quella che si trova dopo che il canale 
Balossa è sboccato dai giardini pubblici e procede lungo i Boschetti. 
Si stacca pure dalla sponda destra e serve per alimentare d'acqua 
il laghetto della Villa Reale a mezzo di una ruota idraulica. 

La sesta diramazione finalmente è quella della bocca Ponti già 
Boara, per la quale nella prima tratta di canale lungo i Boschetti,. 

M:lano. — Voi. I. 



<')<) MILANO IDROGRAFICA 

ma nella sponda sinistra, si derivano le acque, che sottopassando 
parte dei Boschetti vanno a mettere in moto una ruota idraulica 
per un getto di fontana nel giardino Ponti, ed indi si scaricano 
nel Canale Àcqualunga sotto il Corso Venezia. 

Fontanile Àcqualunga e Cavetto delle due Once. — 
Il Canale Àcqualunga si dovrebbe chiamare il vero Canale della 
città, poiché dai più antichi documenti risulta che le sue acque 
dovevano servire esclusivamente per uso della città. Dagli statuti 
<li Milano del 1396 appare che il Comune di Milano delegava un 
camparo per regolare le acque del Lambro a Crescenzago. Da 
questo fatto il Lombardini inferisce che a Crescenzago esi- 
stesse nel Lambro una chiusa, colla quale derivavasi Y Àcqualunga 
cui si saranno aggiunte acque di sorgenti, essendo naturale che 
in tanta penuria d'acque civiche avessero i Milanesi ad utiliz- 
zare anche quella del Lambro nella più opportuna località. 

Attraversato però posteriormente il Lambro col Naviglio Mar- 
tesana cessò tale derivazione e 1' Àcqualunga fu limitata alle 
sole sorgive, le quali arrivate in un canale fino al 1760, scor- 
rente scoperto a mezzo il Corso Venezia, si scaricano nella 
fossa interna a valle del Ponte. Ora il canale che porta questo 
nome corre coperto sotto il Corso Venezia; ma oltre alle sor- 
give, che si raccolgono in capi fonti nei territori di Precotto, 
di Gorla, di Turro, riceve le acque del Cavetto delle due once. 
Onesto cavetto chiamato delle due once perchè appunto porta 
<!ue once magistrali d'acqua continua (m. 3 0.070 al 1") si de- 
riva da liocca aperta nella sponda sinistra del Naviglio Marte- 
sana presso la Cascina dei Pomi. Quest' acqua fu data dal Go- 
verno alla città di Milano nell' anno 1794 onde divisa nei dna 
canaletti che fiancheggiano lo stradone di Loreto servisse spe- 
cialmente all' inaffiamento di questa larga strada, allora frequenr 
tatissimo passeggio pubblico. 

Attualmente le acque del fontanile Àcqualunga, che alla sua 
entrata in città si calcolano della quantità di once \\ (m. 3 0.1Ó5al 1") 
colle acque del Cavetto di once 2 (m. 1 0. 070 al 1') e così in 
tutto once 5 (m. e. 0.175 al 1") servono a muovere la ruota 
idraulica per la fontana dei Giardini pubblici vecchi* ed indi 
tenere spurgato il canale di fognatura del Corso Venezia. 



MILANO IDROGRAFICA 07 

Abbiamo cercato colle notizie e descrizioni precedenti di dare 
un' idea generale della derivazione delle acque nel territorio del 
Comune di Milano, di indicare i principali corsi d'acqua in questo 
Territorio, e di fornire alcuni particolari sui canali che hanno 
attinenza al servizio pubblico, costretti a restringere in breve 
le notizie per la natura dello scritto e lo spazio ad esso asse- 
gnato. Queste notizie però rimarrebbero incomplete se non le faces- 
simo seguire da alcune altre sull'amministrazione dei canali, sul 
sistema di fognatura della nostra città, sugli usi cui servono 
alcuni canali pel servizio dello spazzamento nevi, per 1' manca- 
mento pubblico e per vasche natatorie, e sulle acque potabili. 
Procureremo pertanto di riempire questa lacuna con altri suc- 
cinti riassunti. 

Amministrazione. — I fiumi ed i navigli sono di proprietà 
dello Stato e quindi si sorvegliano e si curano dall' ufficio go- 
vernativo del Genio civile. Ma fanno eccezione : il fiume Olona 
•che come quello, le cui acque servono ad animare molti opifici 
e ad irrigare terreni, è invece amministrato da un Consorzio 
detto appunto Consorzio degli utenti del fiume Olona; e la fossa 
interna, la quale, benché per la navigazione e la distribuzione 
delle acque faccia capo al R. Genio civile, è spurgata dalla as- 
sociazione dei proprietari di case che vi immettono scoli, deno- 
minata Longreg azione della fossa internala è riparata e man- 
tenuta in parte da questa Congregazione, in parte dal Municipio 
di Milano, ed in parte dallo Stato. Gli altri canali quando non 
pieno di proprietà privata sono amministrati pure da Consorzi 
degli Utenti. Così per indicarne i principali si hanno la Con- 
gregazione dei Canali Seveso, V Utenza della Roggia Vettabbia, 
il Consorzio del Cavo Rede fossi, il Consorzio della Roggia 
Borgognone, il Consorzio degli Utenti del Naviglio morto, il 
Consorzio di Roggia Balossa, V Utenza del Canale Acqualunga, 
il Consorzio del Canale Refossino-Fornara. Questi Consorzi 
sono ancora eredità dei tempi antichi, e però alcuni di essi si 
regolano ancora senza precise norme, ma in forza di consuetu- 
dini. Questo stato di cose naturalmente crea imbarazzi, special- 
mente per quei canali, che col corso dei tempi mutarono la loro 
destinazione, e da canali di irrigazione divennero semplici canali 
di scolo ad esclusivo uso pubblico, o da canali di scolo di una 



68 MILANO IDROGRAFICA 

locale parte di città divennero eanali di sede di più estesa 
Scie Di conseguenza si agita ora la questione eh richia- 
SwSr Amministrazione municipale qnei canal, che hanno pu 
ecale attinenza ai servizi pnbhlici e come sono concentrate 
■ • Ti Municipio le amministrazioni dell' Utenza del canale Ac 
oùaluU del Consorzio del Canale Refossino-Fornara, del Con- 
solar Roggia Balossa, del Consorzio del Naviglio morto ag- 
lil^rviTuetle della Congregazione della fossa interna e della 

Gmo-reo-azione dei Canali Seves0 - . ,. lw+rtV ; 

FoJ^ka- - Abbiamo già indicato che > grar . i e letto 
dei canali di fognatura della città entro le mura sono la fossa 
•nern canal Seveso ed il canale Vettabbia ; però anche g I. 
a r canali, che vi scorrono, raccolgono pluviali e scoli immondi, 
e se la Parte subnrhana fungono da collettori i numerosi 
o si Vaccaia che la solcano. Ci rimane però a far conoscere 
1 e 'piantata la fognatura propriamente detta. Ques^ 
costituita da altrettanti canaletti di scolo quante sono le strade, 
21. della città, i quali scorrono sotterrane, a ques e .strade^ 
ed hanno generalmente una sezione da m. 0,60 per 0,75 oda 
1 00 per m. 0,75. Questi canaletti ricevono le pluviali delle 
l-ulc e delle case e gli scoli degli acquai, delle trombe, e 
Scorti delle case /dall' uno all'altro, secondo la pendenza 
del piano delle strade, vanno a scaricarsi nei nuovi anali ih 
foratura raccoglitori, di cui in seguito, o nei canal, d. acqua 



VÌ A ^^giova la giacitura della città, la quale è pres- 

tó in un piano uniformemente inclinato da nord-est a sud- 

, 3 onde s ha che la soglia di, P. Nuova nella parte più alta 

3*2 e a m. 2,75 sulla soglia di P. Magenta a m. 7M su 

lla di ,,. Ti< ,ncsc, ed a m. 8,96 su quella di P ^~ 

Vbbia sminato i nuovi canali d. fognatura Costituisc no 

„„• „i Lesti una nuova rete eli canali fatti costruire recente- 

: Z Municipio di Mila ella città interna allo scopo i 

„„..,„„,„.,. ìi suo sistema Hi fognatura. Questi canali sono ... 

:;:,;'',, „*„.*,,. ^^,,,,,^0^^^ 

.. ,,,,„,,,,. ,,, ■„. 2 o basso minore orizzontale di m. 1,0 , 
li li brevi ..uno, per le quali queste dimensioni va- 



■ 



MILANO IDROGRAFICA C>9 

Tuo di questi canali principia sotto il corso Garibaldi all' ai- 
rezza di via Anfiteatro e sotto questo corso, la via Broletto e 
la via Mercanti sbocca in Piazza del Duomo; un secondo prin- 
cipia sotto !a via Monte di Pietà e per via Romagnosi, via Man- 
zoni, Piazza della Scala, via S. Margherita, e via Carlo Alberto 
confluisce col primo in Piazza del Duomo, daddove insieme per 
via Torino si dirigono a sboccare al Carrobbio nel Canale pic- 
colo Seveso. Un terzo principia sotto il corso Vittorio Emanuele 
al ( Yocivio di via Monte Napoleone con via Durini ed il Corso, 
>tto il Corso arriva a Piazza del Duomo e da qui sotto via 
Rastrelli al Canale grande Seveso presso il Teatro Canobbiana. 
Vii quarto serve a collegare sotto piazza del Duomo paralel- 
lamente al palazzo Settentrionale i tre primi. Un quinto final- 
mente corre sotto il corso Genova, e va a scaricarsi nel fiume 
Olona a valle del Ponte della Barriera. In tutti questi canali 
si possono immettere acque vive derivate pei primi quattro dai 
canali Civico e Seveso, e pel quinto dal fontanile di S. Vincenzo. 
Così questi canali che insieme hanno uno sviluppo di circa chilo- 
metri quattro, e pendenze varie, ma sempre superiori al 0,50 per 
mille e fino al 3 e 4 per mille, oltre ricevere le immissioni dei 
canaletti stradali, possono altresì caricarsi delle nevi quando si 
dà mano al loro spazzamento, e rendono questo spazzamento più 
spiccio per le vie nelle quali non si avevano gli altri canali di 
acqua viva, in cui versarle. A questi canali pon.no ascriversi 
anche il gran canale in muratura sotterraneo alla via Principe 
Umberto, che, come si disse, porta acqua del canale Balossa; un 
altro grande canale in muratura sotto il corso Magenta dalla 
Porta al Ponte, il quale era pure destinato a ricevere acque 
vive di derivazione, ma che rimase finora senza questo beneficio 
per mancati accordi ; il canale sotterraneo alla via Solferino 
che sbocca nel Naviglio morto, e riceve acque vive dal Fonta- 
nile S. Momaso durante il servizio dello spazzamento delle nevi , 
<nI il canale sotterraneo a via Volta in cui si ponno immettere 
le acque del Canale civico. 

Di questo modo rimane provveduto, come si disse, allo scolo 
delle pluviali ed agli scoli degli acquai e delle acque così dette 
domestiche; ma come si smaltiscono le materie fecali? 

Questo smaltimento è uno dei problemi più importanti della 



70 MILANO IDROGRAFICA 

igiene delle città, ed in questi ultimi tempi diede occasione agli 
studi di molti tecnici ed igienisti. 

Si tratta di determinare il miglior modo perchè V ammasso di 
materie putride, che in poco tempo si forma nei luoghi popolosi t 
sia smaltito, e d' altra parte si tratta di non perdere per l'agri- 
coltura uno dei più efficaci concimi. Molte proposte si misero 
innanzi, ma tutte si possono ridurre a due sistemi distinti: 

1. Quello di raccogliere le materie fecali in serbatoi (pozzi 
ceri o fogne mobili) appositamente costrutti per essere poi dà 
(ini trasportati con mezzi meccanici. 

2. Quello d' immettere direttamente le defezioni animali incanali 
i quali ricchi di acqua corrente le convoglino fuori di città. 

Fra gli igienisti trova ora maggior favore il secondo sistema 
che ha per massima di far senvire la terra di depuratrice delle 
acque di fogna, ridonando così alla terra i principi fertilizzanti y 
che si contengono in queste acque. Ma questo sistema e questa 
massima non sono nuovi a Milano perchè praticati a ricordo di 
storia fino dal XII secolo. 

Da allora a non molti anni or sono la città racchiusa nella 
cerchia dei canali Seveso, ed in quella della fossa interna, ver- 
sava indistintamente in questi canali tutte le acque chiare e lorde 
di scolo sia direttamente, sia a mezzo di condotti ciechi detti 
chiaviche e canterane e quindi al canale Vettabbia, di cui abbiamo 
indicato il corso e Fuso. 

Però contro questo sistema stanno fra noi parecchie gravi 
obbiezioni e cioè: che i canali sono messi in asciutta due volte 
ali* anno e per molti giorni; che uno dei detti eanali, la fossa 
interna, Boorre scoperta, come scorre scoperto il canale Vettabbia;, 
che questi canali non hanno un fondo impermeabile né sufficiente 
pendenza: ohe le chiaviche e canterane, per mezzo delle quali 
comunicano coi canali anzidetti le case lontane, non portano acque 
vive, e di conseguenza Le materie putride vi l'anno facilmente 

(lepO8Ìt0 a danno del sottosuolo 6 dell'aria. 

Per ciò si stabilirono anche i pozzi neri e dopo l'anno L861, 
dietro studi di apposita Commissione^ prevalse il principio di far to- 
gliere dai -anali Le immissioni delle dejezioni animali, e di prescrii 
\ ere La costruzione de' pozzi aeri, La oui vuotatura si fa con botti di 
ferro a istema così detto pneumat ico, o L'adozione di fogne mobili. 



MILANO IDROGRÀFICA 71 

Ora dunque si può ritenere che ad eccezione di circa 400 im- 
missioni ancora sussistenti nella fossa interna ed in altri canali,. 
tutte 1»' caso della città e del suburbio sono dotate di pozzi neri 
o fogne mobili. Per il che, valutandosi a circa 7000 le case del 
Comune, si avrebbero non meno di 15 mila pozzi neri. 

Contessiamo però che se le molte acque scorrenti in città si 
potessero far correre in canali sistemati e regolati in modo dif- 
ferente dall'attuale, la città di Milano potrebbe soddisfare nel mi- 
glior modo ai dettami della moderna igiene e vantare un sistema 
di circolazione e di smaltimento de' suoi rifiuti quasi perfetto. 

A completare le notizie sul sistema di fognatura dobbiamo ag- 
giungere che in genere nei canali di acque vive si versano anche 
i rifiuti degli stabilimenti industriali, tintorie, fabbriche di spiriti r 
fàbbriche di preparati chimici, ecc., e che i rifiuti del Macello 
pubblico hanno speciale condotto in cui corrono le acque del 
fontanile S. Siro , che si scarica nel Lambro meridionale, ma 
dobbiamo altresì notare che gli orinatoi pubblici non si scaricano* 
nei canali, ma sono muniti di vaschette in calcestruzzo, nelle- 
quali si raccolgono le urine, che sono poi asportate a mezzo di 
botti a pompa a cura di una società denominata Vespasiana, la 
<piale si è appunto assunto la costruzione, manutenzione e spurgo 
di queste vaschette per utilizzare le urine quali concime. 

Così per indicare altri usi pubblici a cui servono i canali non 
dobbiamo dimenticare essere appunto da questi canali che si 
pompano le acque per l' innaffiamento pubblico stradale, ed essere 
da alcuni di essi, che si alimentano le sei vasche natatorie per 
bagni, che trovansi nella città. Queste vasche sono: 

Tre appartenenti ai Bagni di via Castelfìdardo : alla prima dì 
queste vasche detta di seconda classe perchè a poco prezzo, da 
acqua, come abbiamo già detto, il canale Balossa, alla seconda,, 
detta di prima classe, il Canale di S. Marco ; alla terza riservata 
allo donne il canale dei Tabacchi. 

Una quarta appartenente al Bagno di Diana fuori P. Venezia 
a cui dà acqua la Roggia Geranzana. 

Una quinta al Bagno nazionale fuori P. Ticinese a cui dà 
acqua la Roggia Ticinello. 

La sesta finalmente detta del Bagno Ticino pure fuori P. Tici- 
nese, a cui da acqua la Roggia S. Boniforte. 



72 MILANO IDROGRAFICA 

Tutte queste vasche sono esercite da imprese private, ma le 
prime tre siccome aperte in terreno Comunale debbono ritornare 
in proprietà del Municipio di Milano alla scadenza della coli- 
le ss ione. 

Acque potabili. — In principio di questo scritto abbiamo notato 
oome la città di Milano giaccia sopra un terreno ghiajoso per- 
meabile all'acqua, e come il suo sottosuolo a profondità di 2 a 
12 metri sia percorso da specie di correnti sotterranee, da cui 
si traggono copiose sorgenti. Ed abbiamo altresì notato che l'ori- 
gine di queste sorgenti bisogna ricercarla non già nella sola 
infiltrazione di acque piovane, o dei numerosi canali che vi scor- 
rono, ma in quella dei nostri laghi ed ai piedi delle Alpi e delle 
Prealpi. 

(ira è appunto da questi strati acquiferi detti acquitrini che 
si traggono mediante pozzi e si pompano le acque potabili della 
città. Queste acque sono generalmente trovate buone, ed anche 
il chimico prof. Pavesi (Studi chimico-idrologici sulle acque po- 
to})} li della città di Milano) le giudica di ottima qualità, come quelle 
che filtrano attraverso ad uno strato di terreni permeabili, e per 
la loro profondità sono al coperto dell'influenza dei detriti della 
vegetazione. Ma pur troppo queste favorevoli condizioni subiscono 
alterazioni per il fatto stesso della città, che vi sta sopra, onde 
in parecchi luoghi lo stesso prof. Pavesi ha rinvenuto acque 
in difetto. In generale l'acqua nei pozzi aperti nel primo acqui- 
trinio da in. 'A. a ni. 12 dal piano su cui sorgono le case, si 
alza ad una media di m. 1,259 di profondità della superficie 
del suolo con una temperatura secondo le stagioni dai 12 ai 15 
radi centigradi; ma se si spinge la ricerca dal primo al secondo 
acquitrinio od al terzo mediante pozzi trivellati si è quasi sicuri 
di trarr.' acqua migliore. Né questi acquitrini subiscono sensi- 
bili varia/ioni in seguito ad annate di siccità, od alle asciutte 
dei fanali o per prolungata estrazione d'acqua in grossa quan- 
tità. Citiamo due esempi: 

Un pozzo trivellato ne] Locale che serviva alla Raffineria degli 
Zuccheri ^.zimonti e Comp. in via S. Barnaba, alimentava or 
non fanno molti anni La diurna non interrotta azione di (piatirò 
trombe, supplendo alle esigenze di quello stabilimento valutato 
dietro esperienze e calcoli a litri 950 per minino primo, in questo 



MILANO IDROGRAFICA 73 

pozzo la colonna d'acqua del diametro di in. 0,48 misurava in 
altezza m. 12,39 prima che si mettessero in azione le pompe: 
incominciato il lavoro, si abbassava nei primi quindici minuti 
di metri 0,60 e poi si conservava ad un livello costante. 

Un altro pozzo del diametro di m. 2, aperto alla profondità di 
circa m. 10, sotto al piano della guida di ferro della Stazione 
-centrale e di m. 4 sotto il piano di campagna, quindi a livello 
■del primo acquitrinio, fornisce mediante pompe idrauliche mosse 
dal vapore con un lavoro continuo diurno e notturno la quantità 
d' acqua necessaria per tutti i bisogni dell'esercizio della ferrovia, 
ossia una quantità che si valuta di me. 250 in ventiquattro ore; 
la sua portata tuttavia è molto maggiore e fu calcolata di 800 
metri cubi in ventiquattro ore ossia di oltre 500 litri al minuto 
primo. 

Ciò malgrado il bisogno di una condotta di buona acqua po- 
tabile si fa generalmente sempre più sentire nella nostra città, 
che si doterebbe anche di fontane, e di un servizio di inaffia- 
mento pubblico stradale con acque sotto pressione più comodo, 
e però questa conduttura è già in progetto e sarà forse fra non 
molto un fatto compiuto. 



E. BlGNAMI SORMANI. 



POPOLAZIONE 



Pretendere d' indagare nelle più fìtte tenebre dei tempi qual'era 
la popolazione della città di Milano al suo nascere o quanto meno 
ad un'epoca ben affermata dalla storia, cioè allorquando divenne 
sotto l' impero romano capitale della Gallia Cisalpina, non è af- 
fare di chi ama ritrarre dall'impiego del proprio tempo utili co- 
gnizioni. 

Però, delle cifre si fanno correre; quanto esse siano attendi- 
bili poi, lo dimostrano le esagerazioni e le contraddizioni, che 
si ripetono e si riproducono fra gli storici, con rara costanza, 
infino ai nostri dì, e ciò per la semplicissima ragione, che più 
ci allontaniamo dai primi tempi, l'orizzonte si allarga e si oscura 
maggiormente per gli scrittori che preferiscono servirsi delle 
cose fatte. 

La prima cifra relativa alla popolazione di Milano ce l'offre 
l'invasione degli Unni, il cui terribile condottiero, nell'anno 539 
dopo Cristo, si dice, che uccidesse o facesse prigioniere 300,000 
persone, fra la città e il contado di Milano. E poi trascorrono 
oltre sci secoli senza più poter sapere notizie che si riferiscano al 
movimento della popolazione di questa città. Solamente nel 1164 
il podestà di Milano Marcoaldo di Grumbac, delegato in Italia 
dall'imperatore Federico Barbarossa, fece in detta città un censo 
delle masserizie, dei buoi e dei focolari, e il registro, in cui si 
raccolse il numero di questi ultimi per il pagamento del tributo, 
In detto il libro delle tristezze e dei dolori. Pare, secondo il 
tiglioni, che un altro censo si facess*; nel 1171, e che, la re- 
pubblica di Milani» a più ripresi! lo ordinasse di poi; ma non ne 
rimangono documenl i. 

Vuoisi che nel secolo XIII si potessero armare 8000 cavalieri 
i". '>'»n pedoni fra la città ed il contado ; ma queste cifre da- 



POPOLAZIONE 7.> 

rebbero proporzionatamente una popolazione molto supcriore alla 
probabile. 

Un dato per rilevare il numero degli abitanti della città si è 
che Napoleone della Torre, nel 1270, per formare diversi corpi 
di soldati pagati, Trascelse 28,500 persone dalle 19,000 famiglie 
ch'erano in Milano; ma, calcolato anche che ogni famiglia fosse- 
composta di sette persone, si avrebbero 133,000 abitanti tutt'al più. 

Frate Bonvicino milanese, al 1288, fa sommare le case a 13,000: 
quindi, ritenuti in media 15 abitanti per casa, la popolazione 
sarebbe ascesa a 195,000 circa. E nel 1295, sette anni dopo r 
Giorgio Merula e Tristano Calco computarono gli abitanti di 
Milano a 150,000; cifra, si dice, esagerata, se si considera che 
la città allora era oppressa da guerre esterne ed interne. 

Nel 1301 muoiono di peste 77,000 persone fra Milano e sob- 
borghi. Da questo fatto isolato nulla si può rilevare, se non che, 
posto, come lo affermano Massence , Siissmilch e Malthus, che 
dopo un anno di peste i matrimoni e le nascite crescano in ra- 
gione dell'antecedente mortalità, cioè in ragione dei posti rima- 
sti vuoti e de' mezzi di sussistenza abbandonati ai successori — la 
popolazione si sarà ripristinata in quindici o ventanni, quando 
non le sia sopraggiunto qualche altro malanno. 

Nel 1402 il duca Francesco Sforza ordinò la distribuzione 
forzosa del sale, che diede origine alle tavole dette del sale r 
dalle quali forse si' dedusse un'anagrafe approssimativa, deter- 
minata dal consumo indicato nelle tavole suddette, e dal numero 
delle anime da comunione, che si solevano registrare dai par- 
rochi. Secondo il Corio, nel 1492 la città conteneva 18,300 case 
e per media sette teste per ciascuna casa, ossia 128,110 abi- 
tanti. Nel 1498, il frate Isolani conferma il saddetto numero di 
case, aggiungendo che v'erano 14,000 botteghe. Come mai il Verri 
desume che vi fossero in Milano a quell 'epoca 300,000 per- 
sone, mentre il numero delle case era ancora il medesimo per il 
quale si calcolavano 128,100 abitanti? Le botteghe, se male non 
ci apponiamo, non avranno servito di abitazione; dunque, biso- 
gnerebbe supporre ciò che non è neppure presumibile, che in sei 
anni le case si fossero più che raddoppiate in capacità. Però,. 
come avvenne che nella peste del 1524 ne perissero 140,000? 
Nel primo caso, supposto anche un congruo aumento durante gli 



t 6 POPOLAZIONE 

anni percorsi, la popolazione sarebbe pressoché tutta scomparsa; 
nella ipotesi di Verri, si conterebbero ancora 100,000 abitanti! 

Ma, andiamo avanti. La popolazione di Milano, secondo ilMorigia, 
nel 1570, quando fu assalita dalla peste era di 240,000 abitanti. 

La peste, che a brevi intervalli aveva già mietuto centinaia 
•di migliaia di vittime, comparve nuovamente nel 1030 ancora 
più terribile, facendo strage di 140,000 persone (1), di cui 100,000 
della città, secondo il computo del Ripamonti, e 180,000 secondo 
il Somagiia. Per cui si può ragionevolmente ritenere che nel 
1030 la popolazione di Milano fosse ridotta a 00,000 abitanti. 
E qui non sappiamo capacitarci come mai nel periodo di trenta 
anni, e sotto la dominazione spagnola, cioè dal 1030 al 1000, 
la popolazione sia salita a 140,000 abitanti, secondo la Relatione 
della città e stato di Milano del conte Galeazzo Gualdo Prio- 
rato. Lo stato degli abitanti, compresi i frati e le monache, se- 
condo la Curia arcivescovile, sommava a 125,829 nel 1088, a 
103,082 nel 1714 ed a 110,595 nel 1715. 

Il conte Carli, nel 1750, fa ascendere la popolazione a 110,118 
abitanti. 

Fin qui sono notizie, spigolate qua e là, le quali mostrano il 
nessunissimo conto in cui era tenuta fino allora la popolazione, 
se indifferentemente essa appariva quale la si faceva risultare 
all'appoggio di dati incerti e di calcoli erronei. 

Ora entriamo in una fase ben diversa, i calcoli essendo ap- 
poggiatj a regolari registri. Infatti, scrive il succitato dottor Pie- 
fero Casfiglioni nella sua Relazione generale sopra i Censimenti 
delle 'popolazióni italiane, compilata per incarico speciale del 
Ministero di A- ricoltura, Industria e Commeroio, « infatti ab- 
» biamo nel 1700 notizie della popolazione per parrocchie della 
» città e dei Corpi Santi, o sobborghi di Milano: nella città 110,428 
» abitanti: nei Corpi Santi 14,020. Nel 1769 poi. incominciò la sta- 
» tistica regolare della popolazione per Milano e per tutta la 
• parte di Lombardia ch'era passata all'Austria nel 17 18, cioè 
» per il Milanese, il Mantovano, la Geradadda, La Brianza, la 
» falsassi n a, Varese, Como, Cremona, Codi, e Pavia; e di quo- 
ta riforma fu iniziatore Kaunitz, ministro dell'imperatrice 



i i idiM lascio critta chela pesta bubbonica negli anni 1629-30-^81 distruaM 189,000 

n Ha il i i hi < ili Milano 



POPOLAZIONE 77 

» Maria Teresa e di Giuseppe II, che ordinò l'anagrafe e sug- 
» gerì le correzioni delle tabelle state compilate dall'ufficiale del 
» censo Andrea Pesci, a cui furono regalati 25 zecchini ogni 
» anno. Il sistema da Kaunitz adottato si ricava da una tavola 
» incisa in rame che reca l'anagrafe del 1774, e da altre poste- 
» rieri che furono pubblicate per la prima volta dal dottore 
» Giuseppe Ferrano. I quadri sono datati dalla Pasqua di un 
» anno a quella dell'anno successivo, e contengono la popolazione 
» del giorno di Pasqua, il movimento fino alla pasqua seguente,. 
» la popolazione che ne rimane, e la classificazione di questa 
» in giovani e adulti maschi e femmine . liberi (cioè celibi e 
» vedovi) e coniugati ; in fanciulli maschi e femmine ; in eccle- 
» siastici, cioè preti sacerdoti e chierici, frati sacerdoti e laici, mo- 
» nache velate e converse ; in convittori ; in orfani maschi e fem- 
» mine ; e in detenuti (cioè sotto processo) maschi e femmine ». 

« Di questo modo si continuarono a compilare le tabelle dello 
» stato-di Milano e dell'unito ducato di Mantova sino al 1789 da- 
» gli uffizi governativi ; alcune delle quali sino al 1800 si conser- 
» vano nell'archivio di S. Fedele e nella biblioteca ambrosiana. » 

« Nel 1800 la popolazione della città di Milano cominciò a 
» pubblicarsi e computarsi separatamente da quella dei Corpi 
» Santi, sebbene sin dal 1760 se ne ricavassero le cifre distinte. 
» Nel 1799 gli abitanti furono in complesso 132,503, e nel 1800 
» 134,528; quelli della sola città 109,477 nel 1799, e. 110,884 
» nel 1800; rimanevano quindi 23,026 pei Corpi Santi nel 1799, 
» e 23,644 nel 1800 Nel 1802, secondo la Statistica del dipar- 
» timento dell'Olona di Melchiorre Gioia, la città sola conte- 
» neva 115,290 persone; nel 1812, mentre era capitale dei 24 
» dipartimenti del Regno d'Italia, 120,307 ». 

L'ufficio d'anagrafe di Milano data dal principio del secolo 
presente: tuttavia i registri parrocchiali continuarono a servire 
fino a che venne istituito l'ufficio dello Stato civile, nell'anno 1866. 
Col regime rappresentativo emerse naturalmente il bisogno nel 
governo nazionale di conoscere lo stato delle popolazioni com- 
ponenti il regno italico in formazione: a tale scopo ebbe luogo 
il censimento del 31 dicembre 1861, e vi successe il censimento 
del 31 dicembre 1871, nel quale entrarono anche le popolazioni 
delle provincie della Venezia e di Roma. 



78 POPOLAZIONE 

Da quanto si è detto, impossibile riesce di presentare un qua- 
dro dello sviluppo e del movimento storico della popolazione di 
Milano, quantunque dal 1688 al 1819 le cifre risultanti dalle 
diverse anagrafi vengano in qualche modo a riempire le lacune, 
-come rilevasi dal seguente prospetto : 

CENSIMENTO DELLA CITTÀ DI MILANO 



Popolazione stabile della città e dei Corpi Santi di Milano 

dall'anno 539 al 1819 alla Pasqua. 









Popolazione stabile 


Popolazione 


Popolazione 








della città di Milano 




stabile 


Anni 


Case 


Famiglie 


1 '^~~~^~~ 


dei 


di Milano 
e dei 








Maschi Femmin. ' 


Totale 


Corpi Santi 


Corpi Santi 








Cifre presunte 






539 


n 


7? 


„ 


n 


» 


„ 


300000 


1000 


n 


77 


„ 


77 


» 


77 


300000 


1288 


13000 


77 


„ 


77 


n 


77 


200000 


1298 


„ 


77 


„ 


77 


ti 


77 


1 50000 


1492 


18300 


» 


" 


TI 


n 


77 


128000 


1870 


77 


11475 


,, ! 


ri 


» 


77 


80000 


1876 


n 


n 


» 


77 


77 


77 


200000 


1890 


r> 


n 


„ 


n 


jj 


77 


240000 


1630 


n 


n 


„ 


77 


n 


77 


200000 


1636 


ti 


» 


» 


7f 


77 


77 


00000 


(lupi) 
















la peste 
















1666 


n 


77 


. i » 


r> 


n 


140000 








Cifre risultanti da anagrafi 






1688 


„ 


„ 


n 


n ri 


„ 


128829 


1714 


„ 


n 


„ 


103082 


1 2000 


118082 


1718 


„ 


n 


„ 


i 110898 


13000 


123898 


1747 


n 


„ 


„ 


„ 


109872 


13000 


122S72 


1780 


n 


n 


n 


„ 


110118 


13800 


12361-8 


1760 


„ 


n 


n 


„ 


110428 


14020 


124448 


1768 


n 


n 


n 


„ 


77 


77 


119860 


1767 


„ 


n 


„ 


n 


77 


77 


110400 


177<> 


n 


„ 


77 


n 


l 14931 


1217'.) 


1271 H) 


1771 


„ 


n 


n 


n 


77 


77 


129888 


1772 


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Messe a raffronto in ordine cronologico, le cifre presunte la- 
sciano maggiormente incerti sulla loro attendibilità. Per esem- 
pio: all'epoca in cui si magnifica la prosperità della città di 
Milano, la popolazione è minore di quella che sarebbe stata sotto 
la dominazione spagnuola, quando l' industria era nella massima 
sua decadenza. 

Partendo dal 1688 e venendo successivamente al 1819, le cifre 
della popolazione stabile di Milano e dei Corpi Santi offrono delle 
differenze in più o in meno, fra un'epoca e l'altra, le quali, più 
che compensarsi, danno alla fine un aumento di 14,071 abitanti. 
Però, sta bene osservare che nel 1714 la popolazione era de- 
cresciuta a 115,082 abitanti, quindi l' aumento della popolazione 
risulterebbe maggiore, cioè di 25,418, trovando nelle migliorate 
condizioni economiche del paese per l'avvenuto cambiamento di 



80 POPOLAZIONE 

governo, una plausibile giustificazione. In cento-cinque anni, l'au- 
mento di 25,418 fra la città ed i Corpi Santi è ben poca cosa. Del 
resto, giova sapere che i Corpi Santi di Milano subirono varie 
vicende nel breve periodo di trentacinque anni. 

I Corpi Santi, così detti o perchè anticamente vi si seppel- 
livano i cristiani (alcuni dicono i martiri, altri i giustiziati) i 
quali non potevano ottenere sepolture nei cimiteri interni, o per- 
chè formavano l'appannaggio delle mense vescovili, dette mode- 
stamente sante — i Corpi santi di Milano furono eretti in co- 
mune separato nel 1781. Per la legge 2 Nevoso VI, ( J -/i2 1797% 
della Repubblica Cisalpina, cessò la denominazione dei Corpi Santi ;; 
e questi, come circondari esterni del comune di Milano, vengono 
distribuiti in tre sezioni aggiunte alla 2. a 3. a e 4. a Munici- 
palità di Milano. Dopo l'Aprile del 1799 si distaccano nuova- 
mente, compresi 14 comuni aggregati. Coi R. Decreti 9 / 2 1808, 
-°/ 6 1809 e */|| 1809 si aggregano 34 comunità esterne al co- 
mune di Milano. Nel 1816 avviene una nuova separazione, ed 
i Corpi Santi riacquistano la propria autonomia, la quale dura 
sino al 1 settembre 1873, epoca in cui, per Reale Decreto 8 giu- 
gno detto anno, il Comune dei Corpi Santi è unito ancora al 
Comune di Milano. Tutti questi mutamenti lasciano molto a du- 
bitare sulla veridicità dei dati statistici della popolazione e spe- 
cialmente dei Corpi Santi; come non possiamo accettare per quat- 
tro anni consecutivi, nella sua rotondità ed uniformità, la cifra 
di 18,000 abitanti; essa ci pare un tanto tolto ad libitum da 
calcoli ipotetici. Comunque sia, la popolazione della città sola, 
che nel 1818-19 era di 122,500 abitanti, può benissimo per di- 
verse eause essere aumentata a 128,822 nel 1828-29, come ri- 
sulta dal seguente Prospetto: 



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82 POPOLAZIONE 

Questo Prospetto presenta lo stato della popolazione della città 
di Milano al principio d'ogni anno, dal 1818-19 al 1861-62, in- 
clusivi. 

Scorrendo la colonna del totale della popolazione, compresi i 
forestieri, si rileva un progressivo più o meno sensibile aumento 
annuo, salvo poche eccezioni. L'aumento maggiore nei nazionali 
risulta sotto l'anno 1833-34, la cui popolazione, (maschi e fem- 
mine) è di 125,579 cioè 11,183 in più di quella dell'anno prece- 
dente, e nei primi tre anni del patrio risorgimento, segnando un 
aumento complessivo di 26,014 abitanti; ritenendo poi che la po- 
polazione, esclusi i forestieri, al 1861-62, invece di 192,509, quale 
è la somma dei maschi e delle femmine nazionali segnati nel 
suddetto Prospetto, fosse di 201,892 abitanti, secondo il Censi- 
mento ufficiale, l'aumento sommerebbe a 35,397! 

Ogni famiglia consta in media di 3.87 persone, mentre nei 
forestieri risulta di 3.82. 

Il numero dei maschi si mantiene pressoché eguale a quello 
delle femmine; sopra 100 maschi si hanno 100.06 femmine. Invece, 
nei forestieri, il numero delle femmine è di 102.81 sopra 100 
maschi. Ciò che però non va confuso coi risultati delle nascite, 
come si vedrà in appresso. 

L'aumento della popolazione riferibile agli anni 1859-60-61, 
è confermato dall'aumento di 5821 famiglie di nazionali, in gran 
parte (probabilmente) rimpatriate dopo la pace di Villafranca. 
Viceversa, le famiglie dei forestieri diminuirono di un migliaio e 
più, forse perchè esse seguirono l'armata austriaca. 



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84 POPOLAZIONE 

Mancando i dati degli anni precedenti e dell'ultimo 18(31-02; 
rileviamo che nei venti anni, dal 1840-41 al 1800-01, gli aumenti 
della popolazione provengono da 



Nati 

Proven. da altri comuni 
esposti 



Nazionali 
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47297 4544-9 92746(1) 
32473 26068 59141 
4443 4570 9013 



Forestieri 
M. F. Totale 

6032 5592(2) 11624 
4659 4234 889a 



Quindi esclusi i forestieri, la media annua in aumento è 



Nati 4637 

Immigrati 2957 

Illegittimi 450 



3.06 0/ o 
1.95 % 
0.30 °/ 



(1) Sopra 100 femmine 10ì,06 maschi. 

(2) » 100 » 107,86 » 



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SG POPOLAZIONE 

Seguendo la medesima base, i decrementi della popolazione 
provengono da 

Nazionali Forestieri 

M. F. Totale M. F. Totale' 

Morti 50412 46836 97248(1) 5499 5010(2) 10500 

Emigrati 12160 11565 23725 2555 3990 65 ìì> 

Quindi, esclusi i forestieri, la media annua in diminuzione e : 

dei morti 4862 cioè: 3.21 % 

degli emigrati 1186 » 0.78% 

Per cui, confrontando gli aumenti coi decrementi, si ha un 
eccesso di 0.15 di morti sui nati, di 1.17 di immigrati sugli 
emigrati. 

Ciò che dimostra che l'aumento della popolazione, anziché essere 
naturale, è devoluto all' attrazione che esercita un centro corno 
Milano principalmente sulle popolazioni limitrofe. 

* * 

Ora passiamo in un'altra fase più chiara, diremmo, per lo 
statistico, cui si offre un materiale accertato mediante censimenti 
ufficiali. 



(1) Sopra 100 femmine 107,63 maschi. 
Ci) » 100 » 109,76 



POPOLAZIONE 



87 



RAFFRONTO STATISTICO 
della Popolazione di Milano e dei Corpi Santi 

secondo il Censimento alla mezzanotte del 31 dicembre 1861 
con quello effettuatosi alla mezzanotte del 31 dicembre 1871 



CITTÀ DI MILANO 
13G1 



Famiglie componenti la popolazione 
Popolazione presente con dimora stabile 

idem. idem, j perqualche tempo) 
Popolazione assente nella notte dal 31 
dicembre al 1 gennajo 



10203 



47,740 



185,90(3 



15,086 



1871 



2,138 

8,095 



51,490 



188,776 



1,647 



197,423 



La popolazione sembra diminuita di 4469 abitanti; ma tale 
diminuzione potrebbe essere solamente apparente, siccome ce ne 
dà motivo a supporlo la forte differenza che passa fra il numero 
degli assenti al 31 dicembre 1861 (15986) e quello degli as- 
senti al 31 dicembre 1871 (8647); molto più ch'esso (8647) è 
inferiore al numero dei presenti di passaggio o per qualche tempo 
(10233) ; quandoché, generalmente nelle grandi città ed in ispecial 
modo in Milano, la 'popolazione di diritto risulta maggiore di 
quella di fatto per varie cause, fra cui le seguenti: 

1.° La intraprendenza maggiore nei cittadini che nei rurali, per 
cui facilmente i primi emigrano per esercitare altrove arti, in- 
dustrie, commerci; per visitare paesi forestieri, ecc. 

2.° Il desiderio in molti di conservare la cittadinanza pei di- 
ritti e vantaggi annessi, pur vivendo, per loro particolari inte- 
teressi, fuori di città. 

3.° L'epoca in cui si fa il censimento, cioè il cuore dell' in- 
verno quando molte industrie (per es. le costruzioni murarie & 
simili, l'arte del giardinaggio) tacciono, e quindi trovansi lontani 
dalla città molti muratori, floricultori e simili, epoca che si com- 
bina colla più importante stagione teatrale che chiama altrove, 
molti artisti, ecc. 



88 POPOLAZIONE 

Inoltre, nel periodo trascorso fra i due censimenti, vennero 
soppressi molti uffici ed amministrazioni centrali, allontanata la 
direzione generale delle strade ferrate ; non che diminuita la 
guarnigione, la quale, mentre all'epoca del primo censimento po- 
teva essere di 10,000 uomini, era scesa nel 1871 a circa 0,000. 



CORPI SANTI. 



Famiglie componenti la popolazione . 

Popolazione presente con dimora stabile 

idem idem ! di P assa ^ io 
idem. idem, j per qualche tem p 

idem. assente con dimora stabile 



ISOl 



2,369 



48,949 



1871 



254 
1473 



14,223 



01,249 



2,109 



! 03,358 



Riassunto 

DELLO STATO DELLA POPOLAZIONE DEL COMUNE DI MILANO 

secondo il censimento ufficiale al 31 dicembre 1871. 



Città, ora Circondario Interno . . . 
Corpi Sunti, ora Circondario Esterno 



Maschi 


Femmine 


Totale 


99,980 
33,083 


97,437 
30,27!) 


197,123 
()3,3;iS 


133,009 


127,712 


260,781 



Premesso che l'unione del comune dei Corpi Santi al comune 
• li Milano data dal 1." settembre L878 <> che il Registro dello 
i Civile per il nuovo Comune ingrandito non si è attuato 
che col 1." gennaio 1X71; abbiamo Computato negli atti di ma- 
trimonio, nascita e morte del 1872 e 1873 gli aiti simili inscritti 
contemporaneamente presso il comune dei Corpi Santi, onde 
tenere per base, negli stati delle due popolazioni riunii» 1 , il cen- 
simento 1871, 



POPOLAZIONE 



89 



MOVIMENTO della POPOLAZIONE del Comune di Milano 

NEL PERIODO 1872-71) 

Matrimoni. 



Totale 


Media annua 
2728 


Matrimoni 
per 100 abitanti 


Abitanti 
per 1 matrimonio 


21,826 


0,97 


102,91 



Nascite. 



Totale 
Maschi e Femmine 


Maschi 


Femmine 


Maschi 

su 100 

Femmine 


Su 100 
abitanti 


76398 
Anno medio 9549 


39313 
4914 


37085* 
4635 


106,01 


3,40 



Riassunto 

dei nati-vivi e dei nati-morti, legittimi e naturali. 



Totale 


Legittimi 


Naturali 


Naturali 
su 100 nati 


76398 
Anno medio 9549 


66751 
8343 


9647 
1206 


12,42 



Morti 

compresi i nati-morti prima della dichiarazione di nascila. 



Totale 



74,787 
Anno medio 9 ? 348 



Maschi 



38,920 
4,865 



Femmine 



35,867 
4,483 



Maschi 
su 100 
femmine 



108,63 



rt 




a 


su 100 


o 


abitanti 


3 




ce 




97,96 


3,33 



o 

e 2 



30,27 



Sono nati più maschi che femmine, ma sono anche morti più 
maschi che femmine, ed anzi l'eccedenza dei maschi sulle fem- 
è di 2.G1 %. 



90 



POPOLAZIONE 

Emigrati, 



In altro comune 
della provincia 


In altra 
del 


provincia 
regno 


All'estero 


Totali complessivi 


Maschi 


Femmine 


Maschi 


Femmine 


Maschi 


Femmine 


Maschi 


Femmine 


Totale 


8756 
Anno medio 

1094 


7825 
978 


3924 
490 


3379 
422 


53 
6 


44 
5 


12733 
1591 


11248 
1406 


23981 
2997 



Immigrati. 



Da altro comune 
della provincia 


In altra 
del 


provincia 
regno 


Dall' estero 


Totali complessivi 


.Maschi 


Femmine 


Maschi 


Femmine 


Maschi 


Femmine 


Maschi 


Femmine 


Totale 


21,207 

Anno medio 
2651 


19,334 
2417 


9,514 
1189 


8,527 
1066 


108 
21 


129 
16 


30,889 
3861 


27,990 
3498 


58,879 
7350 



Il rapporto fra il numero degli immigrati con quello degli 
emigrati è di 2,45 a 1. Ogni anno in inedia i primi superarono 
i secondi di 4302 persone. 

Dimostrazione 

dello sialo della popolazione del comune di Milano al 31 dicembre 1879. 











Totale 


Maschi 
133,009 


Femmine 


Popolazione al 31 dicembre 1871. 

Riassunto 
<h-l movimento della popolazione 1872-79. 


260,781 


127,712 




1611 
34,898 


393 
18,156 






Totale 

76,398 

74,787 


Maschi 


Femmine 




Nati 

Morii 


39,313 

38,920 


37,08.5 
35,867 

1,218 

27,990 
11,248 

' 16742 




Aumento naturala. . 

Immigrati 

Emigrali 


1,611 

88,879 
23,981 

34,808 


393 

30,889 

12,733 

18,186 


1218 
16,742 










297,290 

_ , ; , 


151,618 


ii.';,(i72 



POPOLAZIONE 91 

Milano prende il secondo posto fra i comuni italiani per nu- 
mero di popolazione. 

A quest'ora la popolazione di Milano avrà superato i 300 mila, 
abitanti, come verrà ad essere accertato col prossimo censimento 
1881-82. Rallegriamoci adunque, che Milano, senza un fondatore,. 
come disse P. Verri, sia giunta, malgrado innumerevoli avve- 
nimenti distruttori, a raccogliere nella moderna civiltà i frutti 
delle tradizionali sue virtù, sedendo onorata fra le cento città 
sorelle. Del che ci limitiamo a prendere atto, riservando al vo- 
lume III di questa pubblicazione ogni commento ed apprezza- 
mento in merito. 

C. Zambelli. 



IGIENE 



A questo Capitolo le esigenze del libro hanno assegnato quattro 
fogli di stampa come limite massimo, ed io sarò costretto a 
consumare una qualche pagina di quelle accordatemi per convin- 
cere i lettori che nessuno potrà far conoscere in sessantaquattro pa- 
gine lo stato igienico della più popolosa città del Regno dopo Napoli, 
forte di 305,163 abitanti, con una densità entro le mura di 26,926 
individui per chilometro quadrato. 

Il venerando prof. Luigi Bosi in una delle sue Opere minori 
sugli obbietti e i fini dell'igiene generale e della medicina poli- 
tica dichiara che esse « comprendono lo scibile in ordine ai loro 
naturali rapporti colla salute dell'uomo e degli uomini; e nella 
reciprocità dei diritti e dei doveri loro relativamente alla sa- 
nità » (1). 

È dunque l'Igiene, considerata come scienza sanitaria com- 
plessa, un'ambiente, un'atmosfera che involge l'uomo individuo, 
la famiglia, la società; è un involucro di protezione e di preser- 
vazione che si fa più denso e più stipato dove maggiori si rac- 
colgono le cause nocive, le influenze malefiche, come avviene 
nei maggiori centri di popolazione, nelle grandi città, dove rogna 
la malaria urbana. Ed è pure l'Igiene un'istituzione universale 
alla quale negli stati civili tutti devono prender una parto at- 
tiva: ogni cittadino nella vita privata e nella vita pubblica; i corpi 
tituiti ; le autorità del comune, della provincia e dei poteri cen- 



1 1 L Bo ■ l ',• re minoi I Inedite Livorno, 1880. 



IGIENE 03 

frali; dai medici comunali e dai sindaci, dalle commissioni sani- 
tarie municipali e dai consigli comunali ai ministeri ed al par- 
lamento. 

L'uomo è un piccolo punto mobile e vivo sulla superficie della 
terra, immerso in un oceano d'influenze colle quali si mantiene 
in continuo rapporto per mezzo del suo meraviglioso, complica- 
tissimo organismo. Terra ed atmosfera, suolo ed acque, calorico 
e luce, clima e località, alimenti, bevande, abitazioni, prodotti 
naturali, industria, commercio; forme sociali e di governo, grado 
di educazione e di coltura formano tale un viluppo d'influssi che 
isolati, riuniti o combinati fra loro, agiscono senza posa sopra 
questo fragile essere che sta in cima alla scala zoologica, e la 
cui esistenza si estrinseca in una lunga serie di azioni e rea- 
zioni, di formazioni e trasformazioni, che ne rappresentano la vita. 

Gl'individui, le popolazioni, le società, gli stati hanno il potere 
e l'obbligo di provvedere a quelle condizioni che assicurino la 
loro prosperità, favoriscano il miglioramento fisico e morale ed 
accelerino l'evoluzione della specie umana, seguendo ed attuando 
i dettati delle scienze sanitarie. Una malattia, una morte pre- 
matura, non è, od assai di rado, sino dal principio una sorte 
inevitabile, ma d'ordinario e quasi sempre dipende da un im- 
perfetto adempimento delle condizioni igieniche, da una lesione 
delle leggi con cui si regge la vita, dal disconoscersi i rapporti 
coi fattori di essa. Oggi la statistica sanitaria colle eloquenti 
sue cifre ci addita quali siano le malattie e le morti prevenibili, 
così chiamate quando le cause erano note ed evitabili; segna 
alle nazioni quale sia la via da seguire con forza, con sacrifici, 
con perseveranza. La stessa statistica colle cifre alte della mor- 
talità e colle cifre basse della vita media segna il decadimento 
e l'onta nazionale là dove la natura, lungamente inascoltata, pu- 
nisce i colpevoli colle sue leggi eterne. 

La demologia offre al cultore dell'igiene la prova matematica 
della potenza dei fattori sanitari di un paese, di una nazione- 
La conoscenza delle cause delle malattie , delle morti e delle 
loro proporzioni ; dei rapporti colle nascite, coi matrimoni e colla 
loro fecondità, colle età, col sesso, colle professioni e coi luoghi > 
della cifra della popolazione attiva, produttiva ed atta alla difesa » 
della sua densità, aumento e decremento, ci apre la via allo stu- 



1)4 IGIENE 

dio dell'organismo sociale, a tratteggiarne le funzioni, a stabi- 
lirne la fisiologia e per approntare i mezzi ad evitare, a com- 
battere le cause nocenti, a ricercare le influenze sanatrici, ad 
istituire l'igiene e la terapia sociale. 

L'igiene avvisa ai mezzi di raggiungere nel modo più com- 
pleto lo scopo dell'unione sessuale, santificata nel matrimonio, 
fondamento della famiglia; provvede perchè i coniugi si uniscano 
in istato di florida salute, protegge i loro frutti nelle viscere 
materne, prepara un vigoroso sviluppo all'intiera discendenza. 
Le leggi naturali che mantengono la salute ed il benessere dei 
coniugati e della prole, o come direbbesi Y anlropotecnica , non 
sono ancora debitamente applicate ai codici civili, intenti soltanto 
ad assicurare la posizione morale e giuridica dei coniugi e della 
prole. Le pubbliche istituzioni che proteggono la vita della specie 
sono: l'assistenza ostetrica, gli ospizi di maternità, le cure degli 
esposti, i soccorsi alle madri, gli asili dei lattanti e degli in- 
fanti; le discipline contro la scostumatezza e la prostituzione. 

Di pari passo colla coltura intellettuale e morale di un popolo 
o delle sue classi procede la salute e la durata della vita; dove 
i costumi si guastano o l'intelligenza è trascurata, diminuisce 
il numero dei matrimoni e scema la fecondità; cresce la morta- 
lità e s'abbassa la cifra della vita media; ogni epidemia che 
arriva miete un maggior numero di vittime. Assai maggiori di 
quello che ordinariamente si crede sono i vantaggi di una buona 
libica educazione, diretta con norme igieniche, le quali dovranno 
puro servire di scorta agli insegnanti delle scuole primarie e 
Secondarie, onde non pregiudicare all'integrità ed al fisiologico 
sviluppo delle funzioni cerebrali. 

Le abitazioni proteggono l'uomo contro le intemperie della 
stagione e del clima; servono a' suoi particolari bisogni, all'esi- 
genza <li certe comodità, e nei luoghi abitati devono essere assi- 
curate la saluto e la sicurezza degli abitanti ed il libero eser- 
cizio della vita sociale ed economica. 

Egli <• nel tugùrio «lei povero e dell'operaio che noi dobbiamo 
renare aria, acqua e sole, liberandolo dal mefitismo delle escrezioni 
«• decomposizioni animali e dal tributo delle cachessie popolari. 
L'igiene edilizia itudia, insegna ed applica le condizioni neces- 
sarie ai M<o L r| U ,] ( .|| a v j| ;i ( . ( ] (l || ;i sa i n f , ie iio varie abitazioni 



i<; iene 95 

d'uso pubblico e privato. Esamina l'influenza delle abitazioni 
sul fisico e sul morale, i cangiamenti della composizione normale 
dell'aria, le diverse emanazioni che si versano nell'atmosfera, l'aria 
viziata, gli effetti morbosi che ne derivano. Elimina o mitiga 
le perniciose influenze col dare precetti in ordine alla topografia, 
all'idrografia, alla qualità, indole e densità della popolazione, 
alle costruzioni private e pubbliche secondo le loro speciali desti- 
nazioni; ai diversi sistemi di fognatura e di esportazione delle 
immondizie, ai migliori metodi di ventilazione, di riscaldamento, 
d'illuminazione. I maggiori e più ingegnosi apparecchi dell'igiene 
tecnologica sono destinati alla condotta ed alla depurazione delle 
acque, ai prosciugamenti del suolo, alle latrine, alla ventilazione, 
al riscaldamento degli edifici. Questo ramo importante della pub- 
blica igiene non è ovunque apprezzato, né abbastanza noto, e vediamo 
sorgere edifici monumentali che difettano di luce e di ventilazione, 
di spazio, di acqua potabile di uso domestico, di cisterne e latrine 
ben costrutte ed opportunamente situate, o non raggiungono in 
linea sanitaria lo scopo pel quale furono costrutti, sciupandosi 
così inutilmente, o peggio, enormi somme. 

Per gli aggregati di case che formano i villaggi, i borghi, le 
città, reggono gli stessi principi sanitari delle abitazioni private 
e dei pubblici edifici. Qui soltanto i rapporti si complicano, emer- 
gono altri bisogni e di pari passo col numero della popolazione 
e della sua densità cresce anche la necessità e la difficoltà di 
soddisfarvi. La purezza dell'aria, la buona qualità del suolo, la 
bontà delle acque potabili, l'abbondanza delle acque per gli usi 
domestici, l'ampiezza e direzione delle vie, la loro pavimenta- 
zione, il deflusso delle acque piovane e delle acque impure, il 
sistema di fognatura, il trasporto delle materie escrementizie, i 
pubblici macelli e lavatoi, il corso delle acque; la lontananza 
dalle risaie e dai prati irrigui, dalle paludi; la difesa dalle inon- 
dazioni; la nettezza delle vie; l'innaffiamento di esse nella stagione 
estiva; l'allontanamento ed altre discipline per gli stabilimenti 
insalubri od incomodi e pei cimiteri sono altrettanti oggetti o 
provvedimenti dell'igiene delle città e degli altri luoghi abitati. 
Entrano pure nel dominio dell' igiene i vestiti e le calzature, 
che ci devono difendere dalle influenze esterne; le loro forme e 
tessuti. 



96 IGIENE 

Se volgiamo il pensiero al meraviglioso sistema della nutri- 
zione, ossia all'incessante rinnovazione degli elementi organici 
che si vanno decomponendo e sdoppiando in più semplici coni- 
binazioni ad ogni dispersione di calore che si trasforma in forza 
nel nostro organismo, ci troviamo innanzi a quelle materie del 
mondo esterno che per la loro composizione e pei loro compo- 
nenti e per altre qualità sono analoghe alle parti perdute del 
nostro corpo, e possono essere trasportate in affini ed a poco a 
poco in identiche combinazioni; sostanze che nel comune linguag- 
gio si chiamano cibi e bevande. 

L'igiene alimentaria classifica gli alimenti, segnala i pericoli 
di azioni venefiche, ne indica i processi di preparazione ed i muta- 
menti che ne derivano,ne misura la forza nutriente, la digeri- 
bilità e gli effetti secondo la qualità e la quantità; procede collo 
stesso ordine nello studio delle bevande; esamina i condimenti,, 
gli strumenti ed i vasi di cucina; determina il modo di alimen- 
tazione secondo l'età, il sesso, lo stato fisico, le occupazioni. 
Avvisa ai mezzi di conservazione; ai provvedimenti per rico- 
noscerne ed impedirne le alterazioni e le falsificazioni ed indica 
quali misure siano da prendersi nell'incarimento dei viveri e per l'a- 
limentazione delle classi povere. Fissa con dati fisiologici la quan- 
tità e la mescolanza di materiali nutritivi pel mantenimento del 
peso del corpo in istato di riposo e durante il lavoro e per la pro- 
duzione di una certa somma di calorie. 

Ogni genere di mestiere, di professione, di occupazione esercita 
un più o meno profondo influsso sull'esistenza di un individuo,. 
sulla sua salute, sul modo e sulla frequenza del suo infermare 
-ulla durata del male, ed anche ne determina la posizione 
sociale (Multi gli altri rapporti della vita. L'igiene industriale 
e L'igiene rurale si dedicano a proteggere le classi operaie ed 
i lavoratori della terra dalle mille cagioni palesi ed impercetti- 
bili di mortalità, di morbilità, di degradazione fisica e morale che 
.~<>l>ra di loro s'adiravano per l'ineguaglianza delle condizioni 
ili, dallo spostamento fra il capitale e la mano d'opera; 
tracciano lo regola di rendere innocuo il lavoro e di conservare 
la \iia e la -aiuto por il lavoro. L'igiene industriale prodigò so 
a nello studio degli svariai issimi processi delle varie arti, 

contrapponendo alle modificazioni morboso ingenerate una proli- 



Iti IENE 97 

lassi generale con molti ed ingegnosi apparecchi, con regole 
generali per l'aria respirabile, per l'acqua potabile, per la net- 
tezza dei locali, delle latrine e delle persone, per la separazione 
dei sessi, pel lavoro dei fanciulli e delle donne, pel regime di 
vita, educazione, istruzione e durata del lavoro. 

Nelle industrie e nei lavori di campagna l'igiene deve lottare 
a corpo corpo contro l'avida speculazione, che, indifferente alle spro- 
porzionate fatiche, all'insufficiente alimentazione, agli insalubri abi- 
turi degli operai, al mefìtismo delle officine, agli stritolamenti di mem- 
bra umane, cagionati dalle macchine, alle gravi prodotte malattie, 
pellagra, anemia, tubercolosi, necrosi fosforica, con sfregio del- 
l'umanità e contro i propri interessi, va impunemente sciupando 
intiere popolazioni, e preparando più fiacche generazioni, gravate 
dalla trista eredità di labi gentilizie. 

Speciali cautele si richieggono per allontanare i pericoli della 
vita e della salute: sono i soccorsi e le opere di salvataggio nei 
casi d'incendio, di naufragio, di sommersione, d'innondazione; gli 
apparecchi per prevenire gli accidenti sulle vie di comunicazione; 
strumenti ed apparecchi di salvataggio nelle miniere, nelle cave' 
nelle officine; prove di resistenza delle macchine a vapore prima 
di essere adoperate; precauzioni contro le materie esplosive; le 
discipline sulla vendita dei veleni. 

Fin qui abbiamo passato in rivistali provvedimenti che l'i- 
giene appresta contro le cause morbifere, ed ora ci sta innanzi 
un'altra grande sezione dell'igiene, assai più ricca d'istituzioni 
e d ordinamenti, destinata ad apprestare sollievo agli ammalati 
e ad usare mezzi di difesa contro i contagi, le epidemie, le en- 
demie, le epizoozie. Quindi gli studi medici , l'esercizio delle 
professioni sanitarie, l'assistenza pubblica ed ospitaliera, il si- 
stema quarantenario, ecc. 

Una terza sezione dell'igiene rappresenta le forze organiche 
che devono far circolare negli strati sociali i principi stabiliti 
dalla scienza. E un faticoso lavoro di applicazione per dispensare 
alle popolazioni i larghi benefici conquistati dalle scienze sani- 
tarie assai progredite all'epoca nostra. Questo difficile compito 
vuol essere affidato ad una gerarchia di autorità sanitarie auto- 
nome, in modo speciale istrutte ed esercitate, e largamente prov- 
vedute di mezzi scientifici. Di questo ordinamento sanitario, at- 

Milano — Voi. I. 



D8 IGIENE 

tualmente si occupano i governi ed i legislatori delle varie 
nazioni. 

I medici che attendono alla cura delle malattie in un dato 
luogo ed i medici pubblici che esercitano le loro funzioni presso 
le amministrazioni sanitarie non possono utilmente adempiere 
agii obblighi loro senza raccogliere dati di statistica medica ed 
igienica e di topografìa medica, le quali nozioni devono pure 
servire di materiali per le statistiche sanitarie generali di un 
dato paese. Queste ultime, se non costituiscono una parte inte- 
grante dell'igiene pubblica o dell'amministrazione sanitaria, ne 
sono per lo meno un complemento od una indispensabile ap- 
pendice. 

Le topografìe mediche di determinati luoghi servono a tracciare 
quel profilo speciale di antropologia, di biologia, di etiologia e 
patogenia, di profilassi individuale e sociale per evitare o distrug- 
gere le male influenze, e trarre partito dagli agenti salutari. Le 
topografìe mediche delle città, dei borghi e villaggi formano la 
base dell'igiene urbana o dell'igiene rurale. 

J. B. Fonssagrives ha diviso lo studio medico di una città in 
otto sezioni: l a storia medica ed epidemiologica; 2 a descrizione 
medica della città attuale e dei quartieri; 3 a atmosfera urbana; 
4 a alimentazione; 5 a assetto della città; 6 a la popolazione; 
7 a malattie e mortalità; 8 a il regime sanitario. 

Dopo questa rapida rivista degli oggetti e delle istituzioni che 
all'igiene appartengono, anche il lettore sarà convinto al pari di 
in-' che una topografia medica od un rilievo dell'Igiene della città 
di Milano si potrà deporre in due volumi, ma non in quattro 
fogli di stampa. 

Fortunatamente nell'Illustrazione di Milano che si sta formando, 
vi saranno altri Capitoli che verranno a colmare vari dei vuoti 
necessariamente lasciati in questo. Io procurerò di segnare a lar- 
ghì tratti alcuni argomenti sanitari, come saggi dell'Igiene che 
Milano possiedo o clic vorremmo possedesse, quale una delle più 
iplandide citta d'Italia; il più rimarrà nell'ombra, e ci protegga 
qod] raso dell'altissimo Poeta: 

" l'oca favilla gran fiamma seconda ». 



IGIENE 



* 



Il Carcere Cellare Giudiziario (1). — È noto che il sistema 
dell'isolamento assoluto, modificato o misto, che forma la base 
della riforma carceraria promossa da Giovanni Howard verso la 
metà dello scorso secolo, ed iniziata dappoi in Inghilterra e negli 
Stati Uniti d'America, era già conosciuto ed applicato in Italia. 

L'architetto Francesco Croce fino dal 1G70 aveva concepito 
il piano di costruzione di un carcere colla separazione indivi- 
duale dei carcerati. Quasi un secolo più tardi, il 18 maggio 1702. 
fu collocata la prima pietra dell'ideato edificio, che fu quello detto 
della Casa di correzione in Milano. Esso però non è che la se- 
dicesima parte della vasta prigione cellare, progettata dall'Au- 
tore, e che probabilmente doveva avere una forma a raggi. 

Nel 1703 papa Clemente XI fece costruire in Roma il carcere 
di S. Michele pei giovani detenuti: esso è di forma quadrilatera, 
•con celle disposte contro i due lati maggiori. Il Duchatel, mini- 
stro dell'Interno in Francia, nel 1842 scriveva in un suo pro- 
gramma per la costruzione delle carceri essere il medesimo, 
« l'espressione esatta dei due sistemi volgarmente conosciuti sotto 
la denominazione di Filadelfia e di Auburn », e dichiarava, par- 
lando dello stesso edifìcio, che gli Americani non erano che sem- 
plici imitatori degli Italiani, non solo sotto il punto di vista di- 
sciplinare, ma eziandio sotto quello della costruzione. 

Milano, che figurava tra le prime città per il sistema della sua Casa 
di correzione in Porta Nuova, ora Regia Casa di pena, encomiata 
dallo stesso Howard per l'ordine e la pulitezza, possedeva invece 
delle carceri giudiziarie medio-evali, umide, oscure ed insalubri. 

Esse erano ancora quelle stesse in cui si accoglievano i pre- 
venuti caricandoli di pesanti catene e dove non uscivano che 
per essere condotti innanzi al giudice, loro accusatore, il quale 
per isbrigare le formalità del processo era autorizzato dalle bar- 



(1; Comunemente le carceri ad isolamento si chiamano cellulari, ed il sistema o regime 
carcerario a separazione dicesi pure cellulare. Ma siccome la parola cellulare non è un 
derivato da cella, bensì da cellula, vocabolo che specialmente esprime un particolare ele- 
mento istologico dei corpi organizzati, ho preferito, coll'autorità del prof. Roncati, e forse 
di altri, di sostituirvi la parola cellare (a). 

(a) Roncati, Compendio a" igiene per uso dei medici. Napoli 1870; Capitolo XXXVII, pag. 648. 



100 IGIENE 

bare leggi d'allora a fare approntare la corda e gli altri tristi 
ordigni della tortura; a tormentare l'accusato con digiuni pro- 
lungati, con minaccie di un più tetro carcere, finché non veniva 
proferita l'estorta e spesso mendace confessione. Le moderne civili 
nazioni adottarono le leggi dell'antica Roma, e riconobbero che 
la libertà è un diritto che non si sospende, se non dopo che se 
ne abbia abusato a danno altrui. Se un cittadino sotto il peso 
di una grave accusa non può essere lasciato libero, finché il 
delitto non sarà provato, egli non dovrà subire che la sola pri- 
vazione della libertà. 

Ecco con quali parole si esprime su questo proposito il grande 
Filangieri: «... Procurare che anche in questi casi la custodia 
dell'accusato non sia indegna di un innocente; impiegare una por- 
zione delle pubbliche rendite alla costruzione delle carceri, dove 
i depositi della giustizia pubblica dovrebbero risvegliare l' idea 
piacevole della moderazione e del rispetto, col quale la società 
custodisce anche que' suoi individui che han meritata la sua diffi- 
denza; trattare, in una parola, l'accusato da cittadino, finché il 
suo delitto non venga interamente provato ; ecco ciò che si otte- 
neva dal metodo libero e semplice di Roma, ed ecco ciò che si 
otterrebbe adottandolo (1) ». 

Il Governo, accogliendo le replicate rimostranze della Commis- 
sione visitatrice, nel 18(34 ordinò la compilazione di un progetto 
per la costruzione di un nuovo carcere giudiziario, fondato 
sul principio dell'isolamento, propugnato dalla stessa Commissione 
e già adottato dal Governo colla legge 27 giugno 1857 e suc- 
cessive norme ministeriali. Il 1° novembre 1865 il progetto fu 
presentato per la superiore approvazione, la quale veniva poi 
accordala dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel 18 
maggio 18G7, riconoscendosi per la completa costruzione del car- 
cere necessaria la somma di Lire 2,038,472. 

Prima d'inoltrarmi nella descrizione del gran carcero celiare 
milanese, <• mio debito di annunciare che fu recentemente pub- 
blicata un'opera pregiatissima sopra La costruzione e l'esercizio 
di questo stabilimento dall'Ingegnere Antonio Cantalupi, che ebbe 
B dirigerne i lavori per incarico governativo. In ossa nulla si 



1) Q Piuiotm La tciinta dèlti legiilatlone, Milano ism. Voi. 1. pag. 100. 



IGIENE 101 

lascia a desiderare sotto molteplici rapporti e vi spicca la chia- 
rezza, la precisione, la franchezza dei giudizi e delle individuali 
opinioni. Questo cospicuo lavoro non sarà soltanto utile ed istrut- 
tivo per gli architetti, ai quali il chiaro Autore sembra avere 
indirizzato il suo libro, ma potranno altresì ritrarne ricca messe 
di cognizioni ed argomento di considerazioni gì' igienisti e chiun- 
que si occupa di scienze o di amministrazione carceraria, ed io 
forse sarò il primo ad approfittarne largamente (1). 

Per l'erezione del carcere fu scelto un terreno tra porta Genova 
e porta Magenta, prossimo con due lati al terrapieno dei bastioni 
ed alle mura della città, entro il perimetro del cimitero di porta Ma- 
genta, in un piano depresso, acquitrinoso, ove le acque sotterranee 
si trovano alla profondità di m. 2.50 dalla superficie del suolo. 

Il Comune di Milano, cui premeva la costruzione dell'edificio, fece 
acquisto dell'area occorrente di metri quad. 54870,37; assunse 
l'impegno di far costruire tre quarte parti del carcere ed accettò 
altri obblighi relativi per il corrispettivo di L. 1,550,976,19 in 
beni demaniali. Durante la costruzione si fecero subire al progetto 
delle radicali riforme, sia nel sistema di costruzione, sia nel 
concetto generale del fabbricato. Di più si aggiunsero anche opere 
addizionali di un importo rilevante, come la pilotazione generale 
delle fondazioni, per il che il Municipio ebbe a dichiarare di 
sospendere i lavori, ove non si provvedesse convenientemente. 

Per queste rimostranze, riconosciute eque dal Ministero, fu can- 
giata la natura del contratto ; il Comune assunse di eseguire le 
opere mancanti e gli furono ceduti altri fabbricati demaniali 
del valore complessivo di lire 546,000, ed il Governo, tutto com- 
preso, veniva ad addossarsi un dispendio di lire 2,296,975,19. Di 
nuovo emerse l'assoluta necessità d' introdurre nuove modifica- 
zioni ed aggiunte al primitivo progetto; per la qual cosa il 
chiaris. Autore, preposto alla direzione dei lavori dopo la morte 
dell'ingegnere Lucca, chiese l'intervento di una Commissione, che 
ebbe a confermare i rilevati bisogni e la spesa occorrente, sulla quale 
si potè ottenere qualche diminuzione con riduzione di alcuni lavori. 

Occorreva anche di riparare ad inconvenienti emersi nell'e- 



1) A. Cartàldpi. / lavori per la costruzione del Carcere Cellulare Giudiziario in Mi- 
lano, con cinque tavole. Milano 1880. 



102 IGIENE 

sercizio del carcere, ed il Governo disponeva per la diretta ese- 
cuzione di tutti i lavori che entravano nella classe del mobiliare. 

Nuove disposizioni giungevano dal Ministero per sempre più 
affrettare l'attivazione del nuovo carcere, ed il Municipio di Mi- 
lano, cui spettava di eseguire dei lavori di riparazione e di com- 
pimento, vi si rifiutò, edomanda va di consegnare J'edifizio nello 
stato in cui si trovava, ritenendo di avere adempiuto l'impegno 
da esso assunto per la costruzione del carcere. In seguito ad 
un primo collaudo fu deciso che il Municipio di Milano dovesse 
ultimare le opere richieste ed emendare i difetti che si erano 
ripetutamente ravvisati. Datosi compimento a tutte le opere pre- 
scritte, si procedette ad una seconda visita di collaudazione, insti- 
tuendosi delle prove sull'illuminazione a gas, sugli apparati di 
riscaldamento e di ventilazione, come pure sulla distribuzione 
delle acque, e lasciate impregiudicate alcune questioni da risolversi 
nel definitivo collaudo dell'opera, che doveva aver luogo dopo 
un anno di esercizio del fabbricato, l'ingegnere collaudatore col 
verbale 13 maggio 1879 dichiarava che il Municipio aveva sod- 
disfatto ai propri obblighi, e che dallo stesso giorno poteva decor- 
rere l'anno di responsabilità di manutenzione del fabbricato, la quale 
stava a tutto carico dello stesso Municipio. Nel giorno 24 del 
giugno successivo incominciò la traduzione dei detenuti. 

Si deduce dai calcoli fatti che l'importo della spesa di costru- 
zione del nuovo carcere fu approssimativamente di due milioni 
ed ottocento mila lire. Essendo poi la capacità del carcere celiare 
per 708 detenuti, così la spesa ragguagliata per ciascun detenuto 
è di lire 3,045. Risultando che la superficie della parte fabbri- 
cata è di metri quadrati 10531 , ne deriva che il costo del carcere 
per ogni metro quadrato è di circa lire 153. Per chi amasse 
poi di lare dei confronti con altri penitenziari, aggiungerò che 
ad ogni detenuto spetta»© ni. q. 21. 52 di fabbricato, e m. q. 70. 14 
Hi area complessira. 

Dopo i preliminari ed il sunto storico passa l'Autore nel suo 
Lodato Libro alla descrizione dell'edificio e dei lavori di maggior 
rilievo. Saggiamente premette elio una semplice e nuda descri- 
zioni- del fabbricato non avrebbe alcun interesse per coloro che 
intendono di studiare L'arte e di approfittare dell'altrui esperienza, 
quindi agli esporrà la sua opinione sullo diverse parli del nuovo 



IGIENE 103 

carcere e sulla loro disposizione. Io, camminando sulle sue ormo 
e giovandomi di una visita fatta al gran carcere milanese, accom- 
pagnato dall'egregio dott. Gustavo Tassani, Medico-chirurgo dello 
stabilimento, cui rendo vivi ringraziamenti, procurerò di fare- 
altrettanto in rispetto alle condizioni igieniche. 

L'edificio è distinto in tre corpi di fabbricato, l'uno anteriore 
verso la piazza Filangieri, destinato particolarmente all'alloggio- 
degli impiegati; l'altro intermedio con diverse destinazioni, ed 
il terzo di forma panottica od a raggi, che serve specialmente 
pei prevenuti. Questi tre corpi di fabbrica sono fra loro congiunti 
da due piccole tratte di galleria, collocate nell'asse principale 
dell'edificio, in guisa da formare una corsia mediana lungo la 
stesso asse, che dalla porta d'ingresso conduce all'estremità del 
braccio intermedio del fabbricato a raggi (Vedi fìg. 1). 

Il fabbricato anteriore, rettangolare, misura metri 78 di lunghezza T 
12 di larghezza, 936 di superficie. La sua altezza è di metri 10,80 
misurata dal piano terreno alla sommità della cornice. Al piano 
terreno si trova: V atrio principale; il corpo di guardia mili- 
tare; l'abitazione del portinaio ; il locale d'ufficio dell'impresa delle 
sussistenze carcerarie; alcuni alloggi pei guardiani e la rimessa, 
per la vettura celiare. Al primo piano superiore vi sono gli al- 
loggi del Direttore, del Vice-Direttore, del Medico e del Cappellano. 

Dal fabbricato anteriore a quello intermedio vi è la distanza, 
di 20 metri, la quale è occupata da un piccolo edifìcio denomi- 
nato corpo d'unione, ove si fanno scendere i detenuti che giun- 
gono al carcere, e serve in pari tempo per passare ai cortili. 

Il fabbricato intermedio è pure di forma rettangolare, la cui 
lunghezza è di metri 97 e la larghezza di metri 47, con una 
superficie di metri quadrati 4559, compresi i due cortili interni, 
e, escludendo la superfìcie dei cortili, il fabbricato risulta di 
m. q. 3009. Esso è diviso in due compartimenti eguali. Il com- 
partimento a destra è destinato specialmente pel carcere delle 
donne; quello a sinistra pei detenuti di passaggio e per colora 
che hanno a scontare pene correzionali. Fra i due compartimenti 
e sull'asse dell'edificio si eleva, per il solo piano terreno, un 
corpo di fabbricato, ove si trovano da un lato i locali d'Wfìcio 
della Direzione e dell'Amministrazione e dall'altro le sale della 
Commissione visitatrice, dei procuratori, avvocati difensori ecc. 



104 IGIENE 

Ora però questi ultimi locali sono occupati dai giudici istruttori. 
Nel mezzo di ciascun compartimento vi è un cortile di forma 
quadrata coi lati di metri 25 e con porticati sui lati di mezzodì 
e tramontana. 




U^ 



I i| i. Pinata dal piano terreno del Carcoro Celiare Giudiziario. 

\ Fabbricalo anteriore [Ingrani»), — B. Fabbricalo intermedio, — G. Fabbricato 
i a anratorio centrala, t raggi. — D. Luoghi di patteggio. — E. Muro 
.)< cinta. 



IGIENE 105 

Il fabbricato intermedio ha due piani superiori e misura Tal- 
tozza di m. 11. 90. 

Nei quartiere delle donne vi stanno: al piano terreno due 
parlatori, uno per sesso; due camere pei giudici istruttori; un 
locale di deposito d'indumenti e biancheria sudicia; i bagni delle 
detenute in due camerini con vasca ad un solo condotto d'acqua 
fredda; una camera mortuaria e per le autopsie; diversi locali 
ad uso laboratori o. magazzini, la guardina, camere di lavoro 
e 18 celle; al primo piano superiore vi sono 20 piccole celle 
e 4 grandi ; i locali di guardaroba, un dormitorio dei guardiani 
non affatto salubre, con ingresso separato; una camera pel de- 
posito delle armi dei guardiani; al secondo piano un altro dor- 
mitorio pei guardiani, pure con ingresso separato; la cappella e 
l'infermeria per le donne con alcuni locali di servizio; un bagno 
con vasca e doccia discendente a colonna, ma senza il condotto 
dell'acqua calda; 18 celle. 

Nel quartiere a sinistra, destinato per gli uomini, vi sono: al 
piano terreno le camere d'ufficio pel capo guardiano; tre camerini 
<!a bagno per gli uomini; la camera per gli espurghi; la guardina; 
una camera pei giudici istruttori, due parlatori ; 20 piccole celle e 
tre grandi locali pel deposito degli indumenti ed effetti dei dete- 
nuti; al primo piano superiore 20 piccole celle per l'isolamento dei 
detenuti; 16 grandi celle pei detenuti a pagamento ed una per la 
biblioteca ; alcuni locali ad uso di guardaroba ; al secondo piano 
superiore vi sono 20 celle piccole e 8 grandi, l'infermeria, la 
sala pel Medico e per la farmacia, un locale per bagno con doccia 
ed alcune camere per infermieri e guardiani. 

Le infermerie, poste al secondo piano, riescono per lo meno 
incomode; le scale di accesso sono troppo anguste per permet- 
tere il trasporto degli ammalati con lettiga; l'infermeria per gli 
uomini è troppo piccola ed è insufficiente agli ordinari bisogni, per 
Ciri si dovettero aggregare delle piccole celle destinate ai detenuti 
sani. Mancano le infermerie separate per gli ammalati di contagio. 

Osserva poi l'Autore che, essendosi stabilito l'impiantito del 
piano terreno allo stesso livello del suolo esterno, le celle, i lo- 
cali d'ufficio e le camere di servizio che vi si trovano si ren- 
dono poco salubri per l' umidità del terreno e per quella prodotta 
dalle pioggie. Si pose uno strato di lava metallica a ridosso 



IQfì IGIENE 

delle fondazioni; si praticarono inferiormente i sotterranei, ma 
questi provvedimenti riescirono insufficienti. 
A II terzo corpo di fabbrica che costituisce l' edifìcio panottico è 
discosto 11 metri dall'intermedio ed è congiunto ad esso per mezzo 
di una piccola galleria. L'impiantito di questo fabbricato si eleva 
a metri 2. 20 sul precedente per ottenere locali inferiori abba- 
stanza asciutti ed elevati. La forma panottica od a raggi, pri- 
mamente ideata dal celebre Bentham nel 1791, che permette di 
scorgere dal centro l'intiero edificio, è il sistema comunemente 
seguito nella costruzione delle carceri cellari. 

Il corpo di fabbricato di ogni raggio ha la lunghezza di me- 
tri 62. 50, la larghezza presa all'esterno di m. 16 e l'altezza di 
m. 18. 8o' dal pi°ano terreno all'intradosso della volta interna 
del corridoio, suddivisa in quattro piani. In ogni raggio si com- 
prendono 100 celle, tre scale, due camere, che si erano destinate 
pei giudici istruttori, ed un locale per pompa di acqua potabile. 
Sull'asse di ciascun raggio vi è un corritoio largo m. 5, alto 
m. 15.60 dal primo piano superiore, ove si trovano le celle, sino 
all'intradosso della volta ed è aperto dal basso all'alto. I diversi 
corridoi convergono al centro, ove trovasi l'osservatorio. Ogni 
raggio è illuminato da 12 finestre situate alla testa e distri- 
butte in quattro ordini, l'uno superiormente all'altro, non che 
da una grande finestra semicircolare dalla parte opposta,^ verso 
ì ^servatorio. Vi sono tre ballatoi, l'uno superiormente all'altro;, 
i primi due danno accesso alle celle, il terzo ai sottotetti. In 
questi sottotetti si trovano le stufe di ventilazione, i condotti 
dell'aria viziata ed i cassoni dell'acqua potabile. 

L'osservatorio è un poligono di 16 lati, del diametro di m. 15. 50„ 
coperto da una cupola che si eleva m. 24 dal pavimento. Nel 
rentro del medesimo avvi un altare che può essere veduto dai 
nini alla porta della cella, socchiusa ed ammagliata. Sotto 
l'altare vi è L'osservatorio riservato del Direttore in comunicazione 
co] suo gabinetto d'ufficio e con una porta d'uscita dietro l'altare. 
Ul'ingiro dell'osservatorio vi sono 12 locali poligonali, divisi in 
dm piani, destinati a diversi BerrizL Al piano terreno doveva 
e ere collocata la cucina che per difetto di Luce e di ventila 
i ebbe a costruire all'esterno; serve pei caloriferi, pei com- 
bustibili, pei servizi della cucina, per magazzini. 



<• 



IGIENE 107 

La disposizione a sei raggi del fabbricato panottico presenta 
il grave inconveniente, che uno dei medesimi serve di accesso 
al carcere, il che non si concilia col perfetto isolamento del 
detenuto. 

L'area pentagonale del carcere è circondata da un muro di 
cinta, ad eccezione della parte in cui sorge il fabbricato anteriore. 
Il muro di cinta è della lunghezza di m. 772 ed il perimetro 
del carcere, comprese le cinque torrette esistenti sui vertici del 
pentagono, è della lunghezza di m. 868. 45. Il muro di cinta è 
costituito dal muro propriamente detto e dal ballatoio che vi 
sovrasta; l'altezza del muro, compreso il parapetto esterno del 
ballatoio , è di m. 6. 00. Si giunge direttamente al ballatoio 
partendo dal corpo di guardia militare, e passando pei sotterranei 
di facciata del fabbricato anteriore. 

Grandi difficoltà, e forse non del tutto superate, si presentarono 
nella costruzione della fognatura per lo smaltimento delle acque 
pluviali, in causa della bassa posizione del carcere in confronto 
delle aree circostanti, e per esservi le sorgenti molto alte ed a 
poca profondità dalla superfìcie del suolo. Ad evitare maggiori 
dispendi si pensò di raccogliere le acque in una rete di condotti 
sotterranei e di scaricarle nel fontanile di S. Siro che scorre 
all'esterno del carcere a tramontana, più basso del terreno del 
fabbricato. Dovevasi praticare una sola bocca di emissione del- 
l'acqua per la sicurezza del carcere, e venne questa eseguita in 
un punto più basso del fontanile all'angolo nord-est del muro 
di cinta. Le acque si dovevano mantenere limpide, perchè il ca- 
nale di S. Siro serve alla pulitezza del Pubblico Macello; si 
adempì a tale condizione con 69 pozzetti depuratori. 

Nei cortili che circondano i fabbricati si trovano distribuite 
otto rose di passeggio, allo scopo che i detenuti possano ogni 
giorno e per un tempo determinato prendere aria e passeggiare. 
Questi luoghi di passeggio hanno la pianta circolare del diametro 
di metri 31.60 ed una superfìcie di m. q. 724.26, la quale è suddi- 
visa in 20 settori da muri alti m. 2.40 che determinano 1' area 
di passeggio di ciascun detenuto, lunga 11 metri e di larghezza 
di metri 0.80 a metri 4.55, dal centro alla periferia. La parte 
centrale di ciascun passeggio è coperta da tetto di forma pira- 
midale a dieci lati, elevandosi al centro una piattaforma del 



108 IGIENE 

diametro di metri 3.40 e dell'altezza di metri 2, dove ascende 
il guardiano di servizio per sorvegliare tutti i detenuti che pas- 
seggiano, e che serve ad un tempo per impedire ed intercettare 
qualunque visuale e comunicazione fra i detenuti. Questi così 
detti passeggi si sviluppano sopra un'area troppo ristretta per 
rendere ricreanti e vantaggiosi i movimenti dei detenuti, e costrin- 
gono ad una posizione incomoda il guardiano che deve rimanere 
non meno di un'ora sopra uno spazio circolare del diametro di 
metri 10.70, senza sedile, né appoggi. 

L'acqua potabile si estrae da quattro pozzi trivellati della pro- 
fondità di 9 ad 11 metri, onde raggiungere gli strati delle sor- 
genti inferiori ove trovasi l'acqua pura. Uno dei pozzi è situato 
nel fabbricato anteriore, due in quello intermedio ed uno nel 
centro del fabbricato a raggi. Due trombe esistono nel fabbricato 
anteriore, due nel fabbricato intermedio e tre nel fabbricato a 
raggi. Le due trombe del fabbricato intermedio servono ad in- 
nalzare l'acqua fino alla sommità dell' edifìcio. In ciascuno dei 
quattro angoli del fabbricato intermedio trovasi un grande ser- 
batoio o cassone di legname, foderato internamente di lastre di 
rame stagnato, della capacità di mille litri. Dei quattro mila li- 
tri d'acqua raccolti, 648 vanno alle 108 celle d'isolamento ed i 
rimanenti litri 3352 pel servizio delle infermerie, pei guardiani, 
pei bagni e per la pulizia del fabbricato. I tubi di alimentazione 
dell'acqua sono di rame stagnato e di piombo. I recipienti delle 
celle sono della capacità di sei litri ; da ciascun recipiente parte 
inferiormente un tubetto di piombo che termina al rubinetto di ot- 
tone da cui si estrae l'acqua dal detenuto. Al disotto di questo 
rubinetto vi è una bacinella di grès per lavarsi, dalla quale l'ac- 
qua si scarica nel vaso della latrina mediante un tubetto di 
piombo. Nel fabbricato a raggi due delle trombe servono a rial- 
zai.' L'acqua per riempire i sei cassoni collocati al principio di 
un raggio ed all'altezza di metri 10 dal piano terreno. I 
cassoni sono dell'eguale costruzione e capacità di quelli del fab- 
bricato Intermedio, ed i fcubi di alimentazione dell'acqua si dipar- 
tOUO nello Stesso modo per tradurre l'acqua noi recipienti delle 
"I" celle. All' ingiro dell'osservatorio, ove esistono le trombe 
per Innalzare l'acqua, vi sono altre quattro bocche a chiavi all'og- 
to <h fornire l'acqua per gli altri bisogni dello stabilimento. 



IGIENE 109 

Il riscaldamento del carcere celiare si ottiene per mezzo di 
caloriferi. L'intiero fabbricato a raggi è riscaldato da 17 calo- 
riferi, 12 dei quali di grandi dimensioni, 5 di dimensioni mez- 
zane. Nel fabbricato intermedio i caloriferi sono tutti di grandi di- 
mensioni, costrutti come i precedenti, meno una modificazione 
nell'ordine inferiore del serpentino dei tubi, essendo esposto ad 
immergersi nelle acque sorgive, ogni qualvolta queste si elevano 
oltre l'ordinario livello. 

La ventilazione si effettua separatamente dal riscaldamento 
per mezzo di 30 piccole stufe collocate alla base dei camini di 
ventilazione, distribuiti nelle varie parti del carcere. Si accenna 
nell'opera del sig. ing. Cantalupi ad esperienze e prove isti- 
tuite verso la fine del 1878 sull'attitudine ed energia degli ap- 
parati di riscaldamento e di ventilazione, per le quali si è ri- 
conosciuto che si conseguiva con tali apparati una conveniente 
ventilazione nelle celle e contemporaneamente si riscaldava l'in- 
tero carcere in modo uniforme. Vi è indicata la temperatura 
ottenuta che fu di 9 a 10 gradi Reaumur, ma non si conosce 
quanta fosse la quantità d'aria estratta per ogni ora dalle celle 
(Op. cit., pag. 90). 

La soneria elettrica è attivata soltanto nelle infermerie e ne- 
gli uffici. Fu introdotta nel carcere l'illuminazione a gas con certe 
precauzioni, e vi sono in attività 127 fiamme. 

Le celle si distinguono in tre classi: in celle di completo iso- 
lamento, in grandi celle ed in celle di punizione. 

Delle celle di completo isolamento ve ne sono di grandi, mez- 
zane e piccole. Le celle grandi, della superfìcie di m. q. 9. 16, 
del volume di 33 metri cubici sono 116, tutte nel fabbricato in- 
termedio. Le celle di mezzana grandezza sono collocate nei di- 
versi piani del fabbricato panottico, della superficie di m. q. 9 r 
dell'interna capacità di 27 metri cubici. Le piccole celle sono 
situate all'estremità dei raggi vicino all'osservatorio, 24 di nu- 
mero, della superfic e di m. q. 7.71, di un volume di metri cu- 
bici 23. Una metà di queste celle furono destinate per punizione, 
riducendone la capacità a metri cubici 14.50, e sostituendo al- 
l'imposta a vetri della finestra uno sportello a riba'ta di lamiera 
di ferro, che si apre e si chiude dal guardiano con opportuno con- 
gegno, senza entrare nella cella. 



110 IGIENE 

Le grandi celle si trovano nei due piani superiori del fabbri- 
cato intermedio; a differenza delle precedenti, non hanno angoli 
smussati; il loro volume interno è di metri cubici 64.26; non 
lianno latrine né rubinetti per la derivazione dell'acqua potabile ; 
mancano di bocchetta di ventilazione: possono servire per di- 
versi detenuti. Di queste celle ve ne sono 31 ed erano destinate 
pei detenuti di passaggio. 

Le celle di punizione si dovevano eseguire al piano terreno 
del secondo raggio, ma la loro costruzione non potè avere effetto 
pel rifiuto del Municipio a proseguire i lavori. 

A ciascuna cella si accede mediante apertura d'uscio, contor- 
nata da un telaio di pietra, chiusa da un'imposta munita di 
-chiavistello ed avente uno sportellino dal quale si fanno passare 
le vivande, di un traveggolo per sorvegliare il detenuto e di un av- 
visatore meccanico. Perchè possa ciascun detenuto assistere alle 
sacre funzioni si apre in data misura la porta della cella, assi- 
curandola ed ammagliandola. La finestra di ciascuna cella è larga 
metri 1. 40 ed alta metri 0. 90, col davanzale elevato di metri 
1. 60 dal pavimento, con una incassatura di pietra ed una strom- 
batura all'esterno che va a terminare in altra finestra esterna, 
il cui lembo inferiore è più elevato di qualche centimetro del lembo 
superiore della lastra di strombatura, lasciando così un'apertura 
orrizzontale lunga metri 1. 40, larga metri 0.60 per illuminare 
ed aereare la cella. L' ammobiliamento delle celle di completo 
isolamento consiste in un piccolo tavolino di ghisa incastrato 
nel muro, di due cantonali di pietra, di una chiave per la de- 
rivazione dell'acqua da bere, di una bacinella per lavarsi, di un 
letto mobile di ferro ed aderente per il lungo ad una parete 
della cella, con fondo di tela, e senza appoggi sul pavimento, 
ideato dal sig. ing. Cantalupi. 

Ogni cella è inoltre fornita di una bocchetta per l'introduzione 
dell'aria calda, situata in prossimità del pavimento e che sarà 
trasportata alla sommità per evitare le comunicazioni; di un'altra 
bocchetta simile situata all'imposta della volta per dare uscita 
all'aiia viziala, e di una latrina a sistema inodoro, con apertura 
elittica •' coperchio di caontchooc; 

Si acceda alle collo col mezzo dei corridoi, dei portici, e nel 
fabbricato a raggi pei ballatoi che esistono noi piani superiori. 



IGIENE 111 

La costruzione dei pavimenti è in cemento con un sistema par- 
ticolare adottato dagli artefici di Roma. Le vivande sono distri- 
buite con apparati meccanici. 

I diversi corpi di fabbricato sono muniti di parafulmini coi 
corrispondenti fili conduttori sino ai pozzetti di scarico dell'elet- 
trico. L'intiero edilìzio è provveduto di 36 aste e di 9 pozzetti 
dispersori. 

L'egregio Autore accenna a vari inconvenienti che si resero 
palesi durante l'esercizio del nuovo carcere ed ai quali venne ri- 
parato (Op. cit. pag. 144) ed indica altresì i lavori che rimarrebbero 
da effettuarsi per ridurre il fabbricato nelle condizioni di buon 
servizio, tra le quali si nota la costruzione dell'infermeria dei 
contagiosi, giustamente reclamata dal Consiglio provinciale di sa- 
nità (Op. cit. pag. 160, 161). Per essa venne presentato al Ministero 
un progetto di costruzione che fu trovato meritevole d'approvazione, 
ma si preferì di soprassedere all'esecuzione dei lavori, non giu- 
dicandosi d'urgenza il chiesto provvedimento, e potendosi va- 
lere delle molte celle disponibili, nel caso che si dovesse isolare 
qualche ammalato contagioso. 

L'erezione in Milano di un vasto carcere celiare per i dete- 
nuti giudiziari e pei condannati a pene minori segna un note- 
vole progresso nella riforma carceraria italiana, potendosi così 
abbandonare per sempre le vecchie prigioni ove si deponevano 
i prevenuti o si lasciavano i condannati, con notevole pregiudizio 
della giustizia punitiva, della moralità e della salute. Ma disgrazia- 
tamente in questa vasta impresa, che ha costato circa tre milioni 
all' erario nazionale , si sono verificate tali vicende da rendere 
forse per sempre imperfetta un'opera così grandiosa. 

Fu scelta per la costruzione del gran carcere una posizione 
depressa, a ridosso per due lati ai bastioni ed alle mura della 
città ed entro il perimetro dei 200 metri di un cimitero, 
mentre una delle precipue condizioni di salubrità di un carcere 
si è quella, che il luogo su cui deve sorgere sia elevato, aperto, 
senza ingombri che ne limitino un'abbondante e libera ventila- 
zione. Vuoisi altresì che il terreno sia di natura permeabile e 
non soggetto ad umidità per un troppo alto livello delle acque 
sotterranee o per altra causa qualsiasi. Invece nel luogo prescelto 
il terreno è sommamente basso ed alla profondità di metri 2,50 



112 IGIENE 

dalla superfìcie del suolo si trovano le acque sorgive, per cui 
non si poterono aprire sotterranei abbastanza elevati , senza che 
venissero inondati ad ogni escrescenza delle acque. 

Ed è bene sapere che le acque del sottosuolo non sono sol- 
tanto cagione d'insalubrità per una soverchia umidità dell'aria 
in causa della loro evaporazione, o per inquinamento delle acque 
potabili; ma in un terreno stato inondato, più o meno carico di 
materie organiche, al ritirarsi delle acque, si svolgono dei miasmi 
i quali possono dare origine a malattie infettive di varia natura. 

Se poi vi era un'assoluta necessità od una grande convenienza 
sotto altri rapporti di costruire il carcere celiare in quella lo- 
calità, era indispensabile di innalzare il terreno fino all'altezza 
da sfuggire alle periodiche inondazioni dei sotterranei, come 
osservò lo stesso ing. Cantalupi (Op. cit. pag. 64), o meglio di 
erigere il fabbricato sopra gallerie aperte dopo un conveniente 
innalzamento del terreno. A nulla di ciò si è pensato; ed ora 
per rimediare al malfatto si costrussero degli ambulatori in rialzo 
nei sotterranei da percorrersi; negli altri sotterranei e nelle fogne si 
rivestirono il pavimento e le pareti con calcestruzzo di cemento 
idraulico artificiale, di conveniente grossezza, in modo da resi- 
stere alla pressione delle acque esterne. Evidentemente queste 
opere di asciugamento riescirono insufficienti ad impedire l' umi- 
dità dei muri; infatti fra le opere desiderabili da eseguirsi figurano 
quelle atte ad impedire l'ascesa dell'umidità del terreno nei 
muri del fabbricato intermedio. 

Dopo questa inevitabile fonte d' insalubrità , se ne presenta 
un'altra più grave nella costruzione delle celle, dove vi ha difetto 
di spazio, di ventilazione e di luce. Il detenuto, rinchiuso in una 
cella ammobiliata che misura in media metri superficiali 8.62, 
difficilmente può fare un utile esercizio muscolare. 

Senza dire delle celle di punizione di 14 metri cubici, e dove 
si può togliere intieramente la luce e quasi intieramente l'aria, 
Le eelle «li completo isolamento, che sono le comuni del carcere,. 
hanno una cubicità che varia dai 33 ai ~.'> metri, alla quale corris- 
ponde un minor.' volume d'aria, dovendosi sottrarre il volume 
della persona che vi abita, del lodo e degli altri mobili, «' che 
ad un dipre \o è appena sufficiente per mantenere l'aria respi- 
rabile nello spazio «li un'ora. 



IGIENE ll3 

La finestra è ampia, ma l'applicatavi strombatura è un mass»? 
di pietra che la chiude quasi intieramente, lasciando in alto una 
fessura orizzontale, lunga metri 1. 40, larga metri 0. 60. L'aria che 
entra da quell'apertura stentatamente, potrà rinnovare l'aria rac- 
chiusa nella cella e giungere fino agli strati inferiori? Vi ha una 
ventilazione artificiale, di cui non si conosce l'intensità, e che sarà 
molto variabile per essere a sistema di aspirazione, animato dalla 
sola rarefazione dell'aria per mezzo di stufe. Inoltre la bocca di 
assorbimento è, sarà, situata alla vòlta della cella, dove aspi- 
rerà, non l'aria viziata degli strati inferiori, ma bensì l'aria pura 
che penetrerà dalla finestra. Nelle ore della notte il detenuto 
subirà i perniciosi effetti di un'aria corrotta, dovrà tenere 
aperte le imposte a vetri, esponendosi ad un'aria umida e fredda. 

Rispetto alla luce, che dissi essere scarsa, è noto che essa 
non serve soltanto per la visione degli oggetti, ma esercita un'a- 
zione di stimolo sulle funzioni cutanee; la sua deficienza produce 
un deperimento organico. 

Vari possono essere i mezzi per correggere i difetti di una 
imperfetta ventilazione e di una scarsa luce, né qui sarebbe il 
caso di farne parola. Per intanto si potrebbero ventilare effica- 
cemente le celle col tenere semiaperta ed ammagliata la porta 
d'ingresso, come si pratica nelle funzioni religiose, per qualche 
ora ogni giorno. 

Se i pozzi possono dare una maggiore quantità d' acqua di 
quella che viene giornalmente estratta, si dovrebbe raddoppiare 
triplicare la quantità d'acqua assegnata per ciascun detenuto,, 
la quale è adesso di sei litri; tanto più che una parte di quest'acqua 
si rende necessaria per ispingere le materie escrementizie a su- 
perare il sifone della chiusura idraulica. 

In quei settori di passeggio, così brevi, che richiedono continue 
risvolte, vi è qualche cosa di monotono e d'insufficiente che si 
oppone alla fisiologia di un libero movimento. E se in cinque 
ore si è compiuto il passeggio di tutta la popolazione carceraria, 
perchè non potrà, chi lo desiderasse, rinnovare la passeggiata 
per un'altra ora, il che non sarà certamente un esercizio mu- 
scolare eccessivo? 

Se ben mi ricordo, la legge del 1857 del regno subalpino 
sulle carceri preventive ammetteva il lavoro volontario e retri- 

Milàso. — Voi. I. 8 



114 IGIENE 

Imito. Nella visita che io feci al gran carcere celiare milanese, 
ho veduto un cestone di scatolette in costruzione per i fiam- 
miferi della fabbrica Medici, e nuli' altro. Mi pare troppo poco. 

Le celle alla sera non sono illuminate. Un po' di luce artifi- 
ciale che colle debite precauzioni penetri ielle celle ad abbre- 
viare le lunghe notti invernali, almeno per chi ne facesse do- 
manda, non offenderà la legge dell' isolamento, ne minaccerà la 
-disciplina, o la sicurezza del carcere. 

Giunti al fine di questo articolo, a malincuore dobbiamo re- 
gistrare un nuovo fatto, in cui l'inscienza o la trascuranza delle 
regole igieniche in materia edilizia rese poco salubre, e forse in 
un modo irremediabile, un costosissimo edificio pubblico : quel ce- 
lebre detto di Vitruvio : « Architectus medicince ne sit ignarus » 
fu troppo dimenticato. 

Speriamo che queste ripetute tristi esperienze possano con- 
tribuire a promuovere la normale sistemazione dell' amministra- 
zione sanitaria sociale nel nostro paese. 

La Cremazione. — Nella metropoli lombarda fu iniziata una 
istituzione igienica ed economica di primo ordine e di tale altezza 
da segnare un grado sulla scala ascendente dell'evoluzione sociale. 

Fu questa la cremazione dei morti, pratica religiosa osservata 
dalle più grandi, più eulte e più gentili nazioni del mondo antico, 
per un fine eminentemente sanitario, quello cioè di affrettare la 
disgregazione dei corpi ed impedirne la infettante putredine. 
L'onore del rogo era divenuto generale durante l'impero romano, 
non solo in Roma, ma in tutte le romane provincie. Mentre i 
conquistatori del mondo ergevano le loro ustrino ovunque fuori 
delle città, i cristiani, raccolti ne' sotterranei a celebrarvi i propri 
misteri, andavano scavando sepolcri pei loro fratelli vittime della 
-edizione. Inalberata da Costantino la croce sul campidoglio, i 
cristiani poterono esercitare liberamente i loro riti; continuarono 
però L'uio dell'inumazione, alla quale erano stati costretti nelle 
catacombe; metodo che migliora la condizione dei vivi, dimi- 
nuendo i pericoli dell'infezione, ma non previene la corruzione 1 
de] morti (1). 

ii B Biondelli La crmatione iti caiavtri umani. Milano \Hlì. 



IGIENE 115 

È singolare come siasi legalmente e legittimamente inaugu- 
rata fra noi la consumazione ignea dei morti, senza scosse, senza 
resistenze; come siansi superate non poche difficoltà e vive op- 
posizioni, e come, quasi contemporaneamente, con una periferica 
propagazione uniformemente accelerata, si estenda alle altre na- 
zioni di Europa e di America. 

Non qualche aspirazione lanciata nel vuoto ed a grandi intervalli 
dal Piattoli (1774) e dal Fiorio (1784); né Teletta triade di quei forti 
propugnatori dell'ara crematoria, le cui spoglie in breve volgere 
di tempo subirono la prova della fiamma depuratrice: Coletti, 
Polli e Gorini ; ne l'ordine del giorno votato dal Congresso me- 
dico internazionale del 1869 nella sua seconda sessione in Firenze; 
ne la meravigliosa attività della Società milanese di cremazione, 
presieduta dal dott. De-Cristoforis presidente e dal dott. Pini 
segretario; ne l'opera infine riunita dei numerosi fautori, io credo 
che sarebbero stati sufficienti a vincere il peso di una consuetu- 
dine più che millenaria, ingenerata da una pratica rituale. 

Vi avranno non poco contribuito le nostre mutate condizioni 
politiche, e con esse l'accresciuta pubblica cultura; infine quel 
grado di civiltà che ammette e sostiene senza turbamenti e senza 
disequilibri i progressivi mutamenti sociali. 

Questa mia dimessa opinione non tende menomamente a scemare il 
merito dei molti generosi che pei primi prepararono la via cogli studi, 
coll'azione e coll'esempio, ma torna in onore della città che prima fra 
tutte vide sorgere il Tempio crematorio moderno (Vedi fìg. 2). 

Il 22 gennaio 1876, giorno in cui la salma di Alberto Keller 
veniva incenerita al Cimitero monumentale, costituivasi in Milano 
la Società di cremazione, di cui riporto qui testualmente il patto 
fondamentale, che venne firmato da 200 cittadini. 

« I sottoscritti, considerando: 

1.° Che l'attuale sistema d'inumazione de' cadaveri umani è 
■causa certa dell'inquinamento delle acque e dell'aria; 

2.° Che anche la inumazione in celle perenni (colombari) pro- 
duce dopo un dato tempo del pari nocevoli effetti; 

3.° Che i così detti Cimiteri monumentali costituiscono un 
aggravio a danno della gran maggioranza dei cittadini; 

4.° Che nessuna religione si oppone formalmente all'inceneri- 
mento e alla combustione del cadavere umano; 



HO IGIENE. 

5.° Che la trasformazione ignea è da preferirsi alla ìerAa e- 
putrida decomposizione del corpo; 




I ifl. 2. 



li Tempio Crematorio nel Cimitero Monumentale. 



Che mercè la cremazione la cenere, simbolo ultimo della 
empre conservata nei cimiteri, nei tempi con- 
sacrati al riiit., e nel santuario stesso della Famiglia; 



IGIENE 117 

7.° Che il trasferimento dei resti mortali da luogo a luogo è 
innocuo, più facile e più economico; 

8.° Che le necropoli, pel rinnovamento periodico prescritto dalle 
leggi e dalle esigenze dell'economia dello spazio, vengono di con- 
tinuo manomesse e profanate; 

9.° Che la incenerazione del cadavere, preceduta da saggie 
misure per la verificazione dei decessi, ovvia in modo assoluto 
al terribile pericolo delle inumazioni precipitate, vale a dire aJ 
seppellimento dell'uomo vivente; 

10.° Che la cremazione non toglie la possibilità delle ricerche 
medico-legali in caso di sospettato avvelenamento: 

« Per tutti questi motivi i sottoscritti costituiscono una So- 
cietà avente per scopo: 

1.° La diffusione e l'applicazione del principio della cremazione 
«dei cadaveri; 

2.° La ricerca dei metodi, oltre l'abbruciamento, che pratica- 
mente possono condurre alla trasformazione del corpo umano 
nei suoi principi elementari, lasciando ai viventi, in modo sem- 
plice, economico e conforme all'esigenze della civiltà e del sen- 
timento, residui innocui e atti alla conservazione » (1). 

La motivazione che precede all'atto costitutivo della Società 
«contiene in forma compendiata tutti i vantaggi sanitari, econo- 
mici e famigliari che offre la cremazione in confronto dell' inu- 
mazione dei cadaveri. 

Questa Società potè ottenere che venisse modificato l'art. 67 
"del Regolamento sanitario nel senso di autorizzare i Prefetti a 
concedere i permessi di cremazione e risolse la questione del mi- 
gliore apparecchio crematorio sotto il punto di vista tecnico ed 
economico, non risparmiando sacrifici pecuniari per istituire espe- 
rimenti e costruire forni crematori. A diffondere e popolarizzare 
il principio della cremazione, dal 1876 al 1878 fece pubblicare 
un Bollettino per tener viva la discussione in argomento e vincere 
popolari pregiudizi ed opposizioni scientifiche. Con tali mezzi pro- 
pagò in Italia e fuori i risultati qui ottenuti ; a Zurigo, Dresda, 
Ootha e Londra si costituirono autorevoli società di cremazione, 
per la cui iniziativa sorse a Gotha il crematoio del Siemens ed a 



(1) li Aiettino della Società per la cremazione dei cadaveri in. Milano. Milano 1876. n 1. pag.3. 



-.-.o IGIENE 

Londra quello del compianto prof. Gorini. Anche a Cremona ed 
a Roma si costituirono Società per l' inceneramento dei morti 
ed ovunque vi hanno fautori del sistema che sostano «1 
ordinare nuovi sodalizi ed erigere nuovi crematori. Una Com- 
missione internazionale lavora alacremente per ottenere dai Go- 
verni la rimozione degli ostacoli legislativi e dai ministri de la 
Guerra e dall'associazione internazionale della Croce Rossa 1 ado- 
zione del Crematoio Lodigiano trasportabile sm campi di bat- 
taglie. L'insigne apostolo della cremazione, primo propugnatore di 
essa fino dal 1857, e di cui ora piangiamo la perdita, 1 illustre 
Coletti, non tralasciò cure perchè Padova avesse nel suo nuovo 
cimitero un'ara crematoria, e fra non molto anche a Roma s in- 
nalzerà la fiamma depuratile dei cadaveri, ricordando 1 antica 

CÌ Lacrima cremazione eseguita in Italia per fortuita, «te*»» 
fi, quella che ebbe luogo a Firenze il L° dicembre 1870 sul a 
salma di un principe indiano morto in quella otta, e cele rata 
coi riti religiosi del suo paese. Il giorno 22 gennaio 18,6 fu 
solennemente incenerita nel Cimitero monumentale di questa 
città la salma del nobile Alberto Keller, e dopo quell epoca fino 
al 15 marzo dell'anno corrente la fiamma purificatrice del cre- 
matoio arse ancora 109 volte in Milano e 17 in Lodi. 

Tolgo da un quadro statistico delle cremazioni eseguite in 
Milano ed in Lodi le seguenti cifre (1). 



Epoca 


Luogo 


Totale 


Sesso 1 


1 


delle 
cremazioni 

eseguite 


Lodi 
Milano 


e 


Qi 1 

s 
a 

fa 


Totale] 


DM -ti Gen- 
naio 1878 
;.l 31 Ageato 
1880. 


1!i 


71 


80 


U 


352 


80 



Disposizione 



per 
esperi- 
mento 



per volontà. 

dei del'un'.i 

o 

delle famiglie 



27 



Totale 



1)9 



86 



i <. Puh 
M7i 



/,./ crtmazione 



,di r«, Giornale della Società Italiana d'Igiene, ArmoII 



IGIENE 11£> 

Si conoscono vari sistemi di cremazione dei cadaveri, ideati 
dopo che la questione della cremazione entrò nel suo periodo di 
attività. 

Il crematoio Siemens col quale furono fatte varie cremazioni 
in Dresda e due di esse anteriormente a quelle eseguite in Mi- 
lano (ottobre 1874), fu riconosciuto il migliore in un concorsa 
a premio aperto dall'Istituto lombardo di scienze e lettere nel- 
l'anno 1877 sopra tali apparecchi. 

Il crematoio dei professori Polli e Clericetti, soggetto di lunghi 
studi e vive discussioni, e costruito nel Tempio crematorio eretto 
dalle fondamenta nel Cimitero monumentale per volontà del ge- 
neroso filantropo Alberto Keller, è animato da 285 fiammelle di 
gas di varia intensità. Servì alla prima cremazione dello stesso 
Alberto Keller che aveva disposto una somma per la consuma- 
zione ignea del suo corpo, indi per la salma della sig. Anna 
Pozzi Locatelli, e poscia, dopo un ultimo esperimento, la Società 
di cremazione dovette rinunciarvi per la grave spesa richiesta 
ad ogni mesta funzione. Tuttavia, se il crematoio Polli-Clericetti 
non potè soddisfare ad ogni esigenza, si deve però alle cure pa- 
zienti, delicate e minuziose del prof. Polli, se la prima crema- 
zione lasciò nel pubblico numerosissimo che vi assisteva V im- 
pressione di solenne e commovente cerimonia; e con ciò venne 
imposto silenzio ad una vana ed accanita opposizione , e si potè 
trovare in ogni classe cittadina il più favorevole appoggio alla 
nuova istituzione. 

Il nome di Giovanni Polli è indissolubilmente legato a que- 
sta grande innovazione igienica e sociale « alla quale questo 
medico illustre, oltre avere consacrato l'ingegno eletto e il cuore 
nobilissimo, volle altresì legare il suo corpo » (1). 

Altro crematoio è quello ideato dai signori Betti e Terruzzi^ 
e consta di un cilindro di ghisa chiuso, posto nel mezzo di una 
grande fornace alimentata con coke, mediante la quale si otte- 
neva un' alta temperatura. I prodotti della distillazione del ca- 
davere venivano portati nel mezzo della fornace da due lunghi 
tubi ricurvi ed ivi accendendosi aumentavano la forza del fuoco. 
Il cadavere era introdotto nel cilindro di ghisa reso incan- 



ii) G. Pini. <)p. c it. 



120 IGIENE 

Mescente, sopra una specie di doccia di ferro. Compiuta la di- 
stillazione, si lasciava che l'aria atmosferica penetrasse nel cilin- 
dro a compiere il processo crematorio. Non essendo questo ap- 
parecchio né economico, né spiccio, né abbastanza estetico, venne 
•dopo alcuni esperimenti abbandonato. 

Il Crematoio Lodigiano del compianto prof. Paolo Gorini è quello 
<dte da due anni funziona regolarmente nel Cimitero monumentale, 
o sorge là dove prima esisteva il gazometro dell' apparecchio 
Polli-Clericetti in fondo al Tempio crematorio. Il crematoio fu 
costruito a spese della Società di cremazione, alla quale la Giunta 
Municipale, sempre disposta a favorire gli studi e diffondere il 
principio della cremazione dei morti, concesse l'uso del Tempio 
crematorio, donato dal suo fondatore alla città di Milano. 

L'apparecchio si compone della fornace che sbocca nella ca- 
jnera di cremazione, ove il cadavere è investito dalle fiamme 
•che lo consumano nella direzione longitudinale ; della bocca del 
camino, al fondo della camera di cremazione, che si abbassa dal 
.piano della medesima, obbligando in tal modo le fiamme ad av- 
viluppare il cadavere; del congegno per lo sviamento delle fiamme 
dalla camera di cremazione; della piccola fornace per l'attiva- 
zione del tiraggio e per la purificazione del fumo; dei fori prati- 
cati sui lati della camera di cremazione allo scopo di osservare 
iJ processo della combustione. 

Il crematoio Venini fu pure costruito nel Cimitero monumen- 
tali! a spese della ditta Venini e Poma, e ne è autore l'ingegnere 
Giuseppe Venini. In esso si distinguono il gazogeno ed il forno 
nmatorio. I risultati finali degli esperimenti istituiti col sud- 
tletto complicato apparecchio furono giudicati assai favorevolmente. 
l'in costoso del Crematorio Lodigiano, non potrebbe venire im- 
mediatamente adottato, e ne sarebbe più conveniente l'uso nell'e- 
Bgoire cremazioni su alta scala. 

La Giunta Municipale, all'intento di ordinare e completare il 
ervizio della cremazione, ha disposto che i lunghi spazi di terra 
che trovatisi ai lati del Tempio crematorio vengano ridotti a 
giardini per deperri gli avanzi delle salmo incenerite. Inoltre fu 
• ia «lato Lncarioo all' Illustre architetto Maciacchini di disporre 
la costruzione di un cinerario. Questo monumento sarà in 
istile etrusco della seconda maniera; sorgerà con un' elevazione 



IGIENE 121 

sul suolo di m. 10. 60 per m. 5. 50 di larghezza, e conterrà urne 
grandi, minori, piccoli cofani, cellette comuni e la catacomba (1). 

Io non conosceva obbiezioni al sistema di distruggere col fuoco 
la parte alterabile dei resti umani. Ma, assistendo alla prolusione 
colla quale l'insigne psichiatro prof. Verga inaugurò nel corrente 
.anno il corso delle conferenze sulle malattie mentali , udii muo- 
vere dal dotto professore un appunto serio al sistema della ere. 
inazione per il culto che dobbiamo ai nostri estinti. Avendo ot- 
tenuto dalla sua cortese amicizia il desiderato brano di quello 
splendido discorso tuttora inedito, ne faccio dono ai nostri lettori 
in queste pagine. 

« È tanto il fàscino che esercita sulla mia immaginazione il 
teschio umano, che mentre io trovo filosofica, igienica e giusta 
la pratica della cremazione, e concederei senza esitanza alla.fiamma 
purificatrice il tronco, gli arti, i visceri tutti delle persone che 
mi furono più care e stimate in vita, non saprei rassegnarmi 
con eguale facilità al sacrifizio immediato dei loro teschi. 

« Cenere o polvere, poco importa. L'uno e l'altra sono il sim- 
bolo della distruzione e del nulla. Ma fin che d'un uomo rimane 
il teschio, tutto non è perduto. Io ho in esso molto più che un 
ritratto, per quanto felice: nel teschio io ho ancora una parte, e 
parte egregia, di quella stessa persona che vivente ebbe tutto il 
mio affetto e la mia venerazione; là stanno scolpite quasi in 
bronzo o in marmo le sue linee fondamentali e su quelle linee 
io posso di leggieri ricostruire Y antica fisonomia e un intero 
poema d' amore e di gloria. Chi consideri che le più civili na- 
zioni conservano con ingenti spese e con cura grandissima le 
mine che meglio attestano la loro passata grandezza , troverà 
<lavvero incomprensibile che non sia mai invalsa presso le fa- 
miglie una religione speciale per i teschi di coloro che più ie 
illustrarono colle loro gesta e colle loro virtù. » 

È giusto ; sono saggie aspirazioni quelle del nostro venerato amico: 
rispettiamo la teca ossea modellata sul grande organo della psiche ; 
chiediamo alla scienza i mezzi di conservare la integrità e la resi- 
stenza del cranio umano, che viene sottoposto con tutto il corpo al- 
l' azione purificatrice della fiamma; deponiamo i resti terrosi e 



(1) G. Pm Op. cil. 



122 IGIENE 

il teschio intero in urne trasparenti nel cinerario del Comune o ne*' 
sacrario della famiglia, ed una nuova religione dei morti alla luce- 
dei giorno succederà a quella misteriosa e non estetica, nascosta 
fra irli strati del terreno, od entro alle tombe o nei colombari. 



C J 



Il Pubblico Macello. — Presso i Romani Fuso di cibarsi 
di carni di grossi animali, sembra che s'introducesse in Roma 
solo ai tempi consolari, e che a Nerone si debba l'istituzione di 
grandi macelli. Infatti questo imperatore fece erigere un grande- 
edifizio su vasta piazza, fornito di abbondante acqua corrente 
con mercato e grande beccheria, detto Macellum Augusti, come- 
rilevasi da una medaglia di bronzo fatta coniare in tale occa- 
sione dal Senato. Lo stesso si dica del Macello di Livia e di 
altri analoghi, in guisa che la parola macellum significava a 
Roma piuttosto mercato , del quale la beccheria formava una. 
parte. In seguito sembra che si costruissero in molte altre città. 
gli ammazzatoi fuori dalle mura , in luoghi solitari , lontani 
dalle abitazioni ordinarie, le antiche lanienm latine. Speciali 
botteghe, variamente distribuite nella città, oppure radunate in 
particolari luoghi, formavano i macella o botteghe delle carni 
macellate. 

Le carni formano per l'umana famiglia l'alimento più omo- 
geneo, che maggiormente contribuisce alla nostra nutrizione ed 
allo sviluppo di tutte le nostre forze tìsiche e morali. Ma per 
ottener ciò fa d'uopo che siano sane; se sono alterate o pro- 
vengano da animali ammalati, possono riescire di danno alla no- 
stra salute e trasmetterci speciali malattie (zoonosi). 

Gli effetti nocivi delle carni malate furono notati da tempi 
remotissimi, e basti il ricordare le accurate e minuziose presepi- 
zioni di Moses oboi ■ebbene empiriche, epano efficacissime a man- 
tenere incolume il popolo d' Ispaele. I progressi delle scienze 
mediche t sanitarie e lo studio sperimentale della patologia umana 
<• comparata Beerebbero le Destre cognizioni, e reaero vieppiù 
arie ed estese !<• ispezioni igieniche delle capni e delle 
bestie da maoeUow 

A\ Tenne quindi che gii ammazzatoi dell'epoca presente, a diffe- 
renza <li quelli dell'antichità, derono essere subordinati alla pub- 
blica igiene, e il bisogno di ridurre in un unico recinto la macel- 



IGIENE 12& 

lazione degli animali, si fece sentire più forte, coll'avanzarsi dei 
nostri studi e pel verificarsi frequenti casi di malattie trasmesse 
coli' uso delle carni a intiere famiglie, o largamente diffuse fra. 
le popolazioni. 

Nella storia di questa istituzione si attribuisce comunemente 
il vanto di avere iniziato la fondazione degli ammazzatoi con 
norme igieniche alla città di Vienna, la quale sul finire del se- 
colo scorso ne possedeva già lontani dalla città e dai borghi 
popolosi ed affatto separati dai luoghi di vendita. 

È però a mia cognizione che uno dei duchi Gonzaga fece eri- 
gere in Mantova un unico macello comunale, che tuttora esiste,. 
sopra un canale che attraversa la città, detto il Rio. 

Napoleone 1 ordinò la fondazione di cinque grandi ammazzatoi 
a Parigi che vennero aperti il 1.° settembre 1818, stati poi con- 
centrati nell'unico ammazzatoio della Villette. 

Un antico e rinomato macello è quello di Roma, incominciato 
nel 1825, e la cui costruzione durò quattro anni. È collocato sulle 
sponde del Tevere, in luogo sufficientemente ventilato. Si lamenta, 
però il versarsi delle immondizie o lordure e lo scolare delle 
acque luride nel fiume. 

Molte altre città di Francia, di Germania, di Svizzera, d'In- 
ghilterra, compresi i settanta ammazzatoi di Londra, d'Italia,, 
seguirono nei passati decenni l'esempio di Vienna e di Roma. 
Il macello del circondario interno della nostra città fu costruito 
da una privata Società nel 1863; il macello del circondario esterno* 
venne costruito nel 1875 dalla stessa Società dopo l'aggregazione 
del comune dei Corpi Santi alla città di Milano, con una spesa, 
totale che si avvicina ai due milioni di lire. La Società costrut- 
trice si è assunta il compito di dirigere l'amministrazione dello 
stabilimento a condizione di esigere essa le tasse di macel- 
lazione. Questo diritto che venne concesso alla Società avrà la. 
durata di 40 anni, a datare dall' epoca della fondazione dello- 
stabilimento. 

L'ammazzatoio o macello di Milano è diviso in due grandi 
riparti; l'uno per la città interna, l'altro per il circondario esterno- 
delia medesima. È situato a sud-ovest della città, sotto i bastioni 
tra Porta Genova e Porta Magenta: la sua posizione è in luogo» 
isolato, poco frequentato e non molto discosto dall'abitato e dalla. 



124 IGIENE 

stazione della ferrovia di Porta Genova; il terreno però è de- 
presso e non molto ventilato. 

Esso è formato da un vasto ed imponente edifìcio rettango- 
lare, di stile severo. Si compone dei due corpi principali che 
rispondono ai separati servizi dei due circondari comunali , e 
costituiscono due separati macelli raccolti sopra un'area comune, 
regolati con norme pressoché eguali, essendo le variazioni di- 
pendenti da modalità amministrative, anziché da viste discipli- 
nari o sanitarie. 

Tanto nell' un macello che nell'altro vi sono scompartimenti 
per la macellazione del grosso bestiame, tettoie fra gli scom- 
partimenti, stalle pel grosso bestiame, un ammazzatoio comune 
pei maiali ed un porcile ; scuderie ed un ammazzatoio pei cavalli ; 
vasche per le tripperie. Nel macello del circondario interno vi 
hanno lo scompartimento, le stalle ed un ammazzatoio per gli 
«animali ovini; in quello del circondario esterno vi sono locali 
chiusi per la manipolazione delle carni panicate. Vi hanno le 
sezioni delle carni di bue o di manzo, quelle per le carni di 
vacche, tori e lattoni, pei vitelli, pei cavalli e pei suini ; locali 
pei concimi, per magazzini, ecc. 

Un canale, alimentato da acqua sorgente, vi somministra in 
copia le acque occorrenti , che, innalzate da due macchine mo- 
trici entro un grande serbatoio capace di 250,000 litri, si ri- 
versano per una rete di condotti in ogni singola parte del grande 
edificio. Le tettoie e le camere da macello sono pavimentate con 
asfalto. Vi sono viali e parchi, ove si raccolgono gli animali. 
Le acque residue di lavatura vengono convogliate all'aperto 
nei solchi mediani o laterali dei viali per essere poi raccolte 
in un solo collettore che, attraversando il letto del fiume Olona, 
sparge il ricco materiale fecondante sui latifondi coltivati a 
prato. 

Lo scarico delle acque impure e del sangue sparso ò rallen- 
tato dalla poca pendenza del suolo, e facilmente si formano degli 
ipandimenti sui viali all'ingresso delle camere di macello. Sa- 
rebbe desiderabile che un sistema di condotti smaltisse pronta- 
iii'-iitr |e acque residue delle lavature per mezzo di aperture in 
ansa di macello. 
Il macello del circondario interno contiene 96 eelle macellatone 



IGIENE 125 

pei macellai di carni di prima qualità; altre 48 celle pei macellai dì 
carni di seconda qualità e di carni equine: il macello del circonda- 
rio esterno ha 48 celle macellatone per ogni specie di bestiame 
bovino. 

L'area del macello della città entro le mura è di m. q. 39648; 
quella del macello della città fuori dalle mura è di m. q. 15,640. 
L'intiero recinto del macello comunale occupa una superficie dì 
m. q. 55,288, la quale per m. q. 4472 è coperta da fabbricati. 

I pubblici macelli sono stabilimenti d'igiene veterinaria, e nello 
scorrere il regolamento del pubblico macello milanese, il quale 
servì di base anche alle norme direttive del macello pel cir- 
condario esterno, potremo formarci un concetto delle pratiche o 
dei servizi che vi si compiono. 

È vietata la macellazione fuori del pubblico macello; si ricevono 
però anche carni fresche macellate altrove e riconosciute sane. 

Ogni macellaio di bestie bovine ha un ammazzatoio separato 
di maggiore o minore capacità, munito dell' occorrente e di un 
getto d'acqua con rubinetto; i pizzicagnoli ed i macellai di ovini 
ed equini si servono del rispettivo ammazzatoio comune; i trippai 
eseguiscono le loro operazioni nei locali chiusi ad essi assegnati. 

Un Veterinario Ispettore ed un Veterinario Vice-Ispettore ri- 
spettivamente provvedono all'ordine, alla pulitezza ed alla salu- 
brità dei macelli dei due circondari; sorvegliano l'esecuzione dei 
regolamenti e delle successive istruzioni; risolvono ogni con- 
troversia che emergesse fra i Veterinari assistenti e gli eser- 
centi; vegliano sul contegno di tutto il personale addetto al 
pubblico macello; rassegnano rapporti periodici e straordinari 
al Municipio sull'andamento dei servizi e danno disposizioni d'ur- 
genza. I Veterinari dipendenti eseguiscono le visite, le ispezioni 
e le pratiche di cui sono dall' Ispettore o dal Vice-Ispettore in- 
caricati. Cinque Veterinari, oltre l'Ispettore, attendono al ma- 
cello della città interna, e due Veterinari, oltre il Vice-Ispettore, 
attendono al macello della città esterna. 

Gli animali sono introdotti nel pubblico macello da una porta, 
della città appositamente aperta, e devono essere muniti di un 
regolare certificato di sanità individuale e generale del luogo di 
rovenienza. I suini ed i vitelli non si devono condurre colle 
gambe legate o con la testa penzolone, ma in piedi sopra carri in 



12G IGIENE 

jnodo da non cadérne. I tori ed altre bestie d' indole pericolosa 
vengono assicurate con robusta fune dalle corna ad una gamba an- 
teriore, ed un'altra fune che parte dalle corna è tenuta ferma 
dal conducente. È vietata l'introduzione in città di bestie morte: 
era pure vietata un tempo l' introduzione delle carni macellate di 
fresco; ora tale introduzione è autorizzata in via eccezionale per 
viste finanziarie; sarebbe però desiderabile che avesse a cessare, 
essendo una pratica contraria ai principi sanitari a cagione della 
difficoltà per la di giudicare sulla salubrità delle dette carni. 

Le bestie da macello sono visitate all'ingresso nello stabili- 
mento dai Veterinari municipali: se riconosciute sane, vengono 
segnate con marchio od altrimenti; le ammalate di malattia non 
contagiosa sono respinte ; le infette da contagio sono tosto ab- 
battute in apposito ammazzatoio, e se la malattia contagiosa è 
d'indole tale da concedersi l'uso delle carni dell'animale ammalato, 
-questo viene abbattuto colle norme comuni, salvo gli effetti della 
visita dopo la macellazione. Le bestie sospette di contagio sono 
inviate alle stalle di osservazione. Esaurite le pratiche della vi- 
sita sanitaria, le bestie sono condotte nell'apposito parco per il 
pagamento delle tasse di finanza e di macellazione, indi condotte 
negli ammazzatoi o depositate nelle stalle di sosta. 

Le bestie bovine, entrate nell'ammazzatoio assegnato al rispet- 
tivo beccaio, vengono solidamente assicurate agli anelli infissi nel 
suolo. All'atto della macellazione si chiude la porta dell'ammazza- 
toio o viene sbarrata dall'apposita stanga. Uccise, appese e sparate 
lo bestie, se ne ritengono le intestina da trasportarsi altrove, e gli 
altri visceri rimangono in posto fino alla seconda visita del 
Veterinario. Il sangue delle bestie bovine abbattute veniva rac- 
eoito in tinozze e trasportato fuori dello stabilimento; attualmente 
si raccoglie in particolari recipienti; si depone a coagularsi in 
una camera apposita, poi si esporta dallo stabilimento per la 
preparazione dell'albumina. È poi assolutamente vietatoli lasciare 
scorrere il sangue sul suolo. È pure vietato di sospendere i 
ritelli per i tondini dolio gambe prima che abbiano cessato di 
riverej ili gonfiare col fiato i polmoni od il tessuto sottocutaneo. 

Le carni <> l<- riseere in tutto od in parte riconosciuto malsane 
vesgono totalmente o parzialmente disperse; così pure si disperde 
l'utero «•<! il irto di bestie pregnanti. So la bestia fu riconosciuta 



IGIENE 127 

Bana dal Medico Veterinario, le si appone un marchio alle un- 
ghie di ciascuna estremità. 

La macellazione , la scottatura con acqua calda e la depila- 
zione dei maiali si fa nell'apposito ammazzatoio comune. Appena 
che un maiale sia stato ucciso, scottato e depilato, viene appeso 
alle apposite uncinaie, coi visceri nelle proprie cavità ed ivi 
sottoposto alla visita sanitaria, indi vuotato e preparato per es- 
sere in giornata trasportato fuori dal macello. Le intestina sono 
lavate e preparate nel locale a ciò destinato. Per i maiali o parti 
di essi trovati malsani si procede colle stesse norme indicate 
per le bestie bovine: le carni panicate, dopo essere state sot- 
toposte a cottura negli appositi locali del macello pel circon- 
dario esterno sono ammesse alla vendita, in parte come carne 
commestibile d'inferiore qualità, in parte per usi industriali. Il 
sangue proveniente dai maiali si raccoglie in tinozze, e può es- 
sere esportato dai pizzicagnoli in vasi ben chiusi e puliti. La 
macellazione delle bestie ovine si eseguisce colle stesse norme 
nell'apposito ammazzatoio comune, contenente quattro grandi 
tavole in pietra e nel mezzo un grande bacino pure in pietra 
con fontana a due rubinetti. 

Le trippe sono trasportate sotto i portici dei letamai per es- 
sere vuotate delle materie che contengono; poi si passano alle 
tripperie dove vengono diligentemente e completamente lavate. 
Ivi si devono praticare anche le ulteriori operazioni richieste 
per i diversi usi delle medesime. 

La distruzione dei corpi di bestie malsane, o di parti dei me- 
desimi, si eseguisce, alla presenza dell'Ispettore e redigendo pro- 
cesso verbale, gettandoli in una cisterna appositamente costrutta. 
Se una tale pratica si ritiene atta ad impedire la clandestina 
sottrazione di carni e visceri che non possono essere destinati 
ad uso di alimenti, d'altra parte il lasciarle putrefare in un car- 
naio, finché, riempitosi in un tempo indeterminato, si passi all'e- 
strazione più o meno incompleta di queste materie in decompo- 
sizione per trasportarle altrove, dà origine a nauseose e malsane 
esalazioni. È pure da notarsi che una sola cisterna comune 
serve a raccogliere il carname malsano dei due macelli per due 
fori che rispondono a due locali separati, e nei quali mancano 
i getti d'acqua. Sarebbe meglio che questi materiali venissero 



128 IGIENE 

giornalmente e colle dovute cautele consegnate ai fabbricatori 
di concime artificiale o di altri prodotti derivati dalle spoglie di 
animali. Nei casi poi di bestie riconosciute affette da malattia, 
contagiosa, ed in cui i loro corpi non possono essere convertiti 
ad alcun uso industriale, il mezzo più sicuro e forse l'unico è 
quello dell'incenerimento per mezzo del fuoco. 

Il trasporto che si fa delle carni, trippe e residui degli animali 
macellati fuori dal pubblico macello, viene eseguito in carri inte- 
mente chiusi e costruiti sopra un modello uniforme. In questi carri 
non si possono deporre carni di diversa qualità, né altri oggetti- 

Le bestie collocate nelle stalle di sosta sono mantenute e go- 
vernate a cura della Società assuntrice verso compenso, e, nelle- 
ore in cui rimane aperto il macello, i proprietari possono far- 
governare le loro bestie dai propri dipendenti. 

Se una bestia offre sintomi di malattia contagiosa, viene de- 
nunciata all' Ispettore : conosciutasi l'esistenza del contagio, è 
trattata come le bestie infette all' atto dell' ingresso ; avendosi 
solo un sospetto, passa nelle stalle di osservazione sotto l'imme- 
diata sorveglianza dell'Ispettore, finché il dubbio sia sciolto in 
un senso affermativo o negativo. Nel primo caso l'animale in- 
fetto viene abbattuto; nel secondo caso se ne ordina la macel- 
lazione, quando la malattia sia di tale indole da non portare al- 
terazione alle carni; nel caso contrario, il Veterinario giudica 
se debbasi in via eccezionale permetterne la cura nello stabili- 
mento o rinviarla. In questi casi tutte le spese di cura, di man- 
tenimento e di disinfezioni sono a carico del proprietario. 

Altre speciali disposizioni regolano la circolazione degli ani- 
mali, carri e veicoli nel recinto del pubblico macello e provvedono 
all'ordine interno dello stabilimento. 

Le contravvenzióni ai regolamenti sono punito con pene di 
polizia a termini dell'art. 130 della legge 23 ottobre 1859 sul- 
l'ordinamento comunale e provinciale e, quando ne sia il caso, 
colla confisca degli oggetti della contravvenzione, giusta l'art. 689' 
del Codice penale. 

I metodi di decisione degli animali e della preparazione della 
carni e dei visceri variano secondo gli usi nei diversi paesi 
l bovini vengono generalmente accoppati, i maiali e gli ovini! 
inguai i vivi Benz'altra operazione! 



IGIENE 129 

Nel nostro macello i gròssi animali bovini , assicurati con 
corda al robusto anello fissato nel pavimento dell'ammazzatoio, 
sono atterrati con un ben assestato colpo di pesante mazza di 
ferro sulla nuca, o con più colpi, finché l'occhio si faccia languido, 
segno d'insensibilità; poi gli s'incidono alla base del collo i vasi 
maggiori per ottenere un rapido dissanguamento. I vitelli vengono 
soltanto dissanguati, procurando di comprendere nella larga fe- 
rita anche la trachea, onde sopprimere gli strazianti muggiti. 

I maiali vengono intormentiti con un colpo di mazza di ferro 
sul capo, poi dissanguati; gli animali ovini e caprini sono sol- 
tanto sgozzati. 

In generale i diversi metodi di uccisione lasciano molto a 
desiderare sulla rapidità del processo che tolga istantaneamente 
la vita e faccia cessare ogni sofferenza agli animali da sacri- 
ficarsi. A questo intento anche la Giunta municipale di Milano 
fece fare delle esperienze sul modo di uccidere i grossi animali 
con un robusto colpo di stile alla nuca in modo da recidere il 
midollo allungato, come si pratica nella città di Mantova ed in 
altre parti d'Italia. 

Furono pure fatte delle prove nel nostro macello comunale con 
una robusta pistola a forte carica con dinamite, dirigendo il colpo 
a brevissima distanza contro la fronte dell'animale. L'uccisione 
riusciva istantanea, ma l'operazione non è sempre sicura; si do- 
vette però desistere da ulteriori esperienze a causa delle forti 
detonazioni. 

In questi ultimi tempi fu tentata in altri luoghi anche l'elet- 
tricità. Se la scintilla elettrica fulminasse gli animali da im- 
molarsi per la nostra esistenza, non si potrebbe concepire un 
mezzo più rapido della distruzione della vita. 

Oltre il personale sanitario addetto al pubblico macello, di cui 
già si disse più sopra, vi sono altri impiegati amministrativi 
presso gli uffici sanitari e per la percezione delle tasse e dei 
diritti daziari; guardie di pubblica sicurezza, un numero suffi- 
ciente d'inservienti per il governo delle bestie, per l'apposizione 
dei marchi, per le macchine motrici ed i servizi idraulici, per 
la custodia e pulitezza generale dello stabilimento. 

Diligenti ed importanti lavori statistici sulle carni da macello 
e sul servizio veterinario municipale di Milano vengono perio- 

MlLA>0. — Voi. I. 9 



130 IGIENE 

eticamente pubblicati dal sig. Fiorenzo De-Capitani da Sesto, Ispet- 
tore e Veterinario municipale; pregevoli Memorie sull'alimenta- 
zione carnea furono rese di pubblica ragione dal Medico muni- 
cipale di Milano, dott. Felice Dell'Acqua, e vi sono altre statistiche 
pubblicate ed inedite del Veterinario municipale, dott. Giuseppe 
Franceschi ; per il che mi troverei in grado di offrire al lettore 
molte preziose notizie sul consumo delle carni in questa città e 
sull'entità dei servizi nel macello comunale. Ma per la raccoman- 
data brevità di esposizione presento solo il seguente prospetto. 



PROSPETTO 

delle bestie abbattute nel pubblico macello durante l'ultimo biennio. 





NUMERO DELLE BESTIE ABBATTUTE 


Neil' 


anno 


Specie 


nell'anno 1879 


nell'anno 1880 


1880 


degli 

ANIMALI 


nel 
macello 

del 
Circond. 
interno 


nel 
macello 

del 
Circond. 
esterno 


In totale 


nel 
macello 

del 
Circond. 
interno 


nel 
macello 

del 
Circond. 
esterno 


In totale 


in 

più 


in 
meno 


Buoi 

Vacche, tori, 

lattoni 

Vitelli.. 


6222 

9943 

37082 


1059 

824C 

9639 

10228 

33 

29 
24 


7281 

18179 
46721 
21921 

3873 

4059 
2151 


6808 

9922 
38534 
11373 

3733 

3858 

2822 


1356 

8710 
10374 
10053 

32 

28 


8174 

18632 
48908 
21420 

3705 

3886 

2822 


893 

453 
2187 

671 




Suini 

Pecore e ca- 
pre 

Agnelli e ca- 
pretti 

Equini 


11693 

3840 

4030 
2127 


495 

108 

173 


In totale.. . 


74937 


29258 


104195 


77050 


30553 


107003 


4204 


776 






Dalle suesposte cifre si rileva il numero e la specie degli ani- 
mali che "i-\ irono all'alimentazione della popolazione del Comune 
-li Milano. A tutti questi animali devesi aggiungere la carne 
ca introdotta in città e proveniente da bestie macellate fuori 
de] pubblico macello. Nell'anno L879 ammontò a quint. L434.97 
e nel L880 a quint. 3252.28; in totale a quint. 4687. 25, se- 
odo una differenza in più ne] L880 di quint, L817. 51. 
E notevole il numero dei capi [di bestiame macellati in pia 



IGIENE 131 

nel 1880 in confronto del 1870, e specialmente rispetto agli ani- 
mali equini, accresciuti di un quarto in confronto degli abbattuti 
Bel 1879. Anche la quantità della carne fresca trasportata in 
città nello scorso anno supera del doppio quella stata ricevuta 
nel macello nell'anno 1879. Ad un tale aumento di consumazione 
di vitto carneo può aver contribuito solo in minima parte la 
popolazione accresciutasi di 0155 individui. Dobbiamo invece con- 
siderare questo aumentato consumo della carne, precipuo fattore 
dell'alimentazione, come un bene auspicato indizio di migliorate 
condizioni economiche. Siamo però ancora molto lontani da quello- 
stato di floridezza sociale, che permetta ad ogni cittadino di nu- 
trirsi di una piccola porzione di carne. 

La dimostrazione venne fatta dall'anzidetto Medico veterinario 
municipale sig. dott. Franceschi in una sua statistica rispetto 
all'anno 1879 e pubblicata nell'Italia Agricola del 1880, pag. 328. 
Egli premette che per carne netta intende la sola e pura polpa, 
spogliata anche dell'osso, e colle sue proprie cognizioni e con 
altre apprese dai libri viene a fare un calcolo che tutti gli ani- 
mali sagrificati nel 1880 e la carne fresca colle ossa introdotta 
in città diedero quint. 88,460 di pura polpa carnosa animale, 
ossia chilogrammi 29,384 (grammi 80,50 al giorno) per cias- 
cuna delle 299,008 persone che vissero in Milano nel 1879. 

Siccome poi questa distribuzione di vitto non corrisponde alla 
verità del fatto, il dott. Franceschi trovò un mezzo ingegnoso 
per avvicinarsi ad una probabile soluzione del problema. Egli 
pone il principio che ogni persona la quale ammannisce della 
carne al suo desco debba consumare in media grammi 150 di 
carne polposa al giorno. In base a tale calcolo il consumo annuo 
per ciascuna persona ascenderebbe a chil. 54.75 e non potrebbe 
estendersi che a 161,950 persone delle dimoranti nel Comune 
di Milano, lasciando altre 137,418 persone, e dedotti i 10,266 
bambini, 127,152 individui senza alimento carneo. 

Dobbiamo dunque fare molti progressi in economia e in mora- 
lità, perchè tutti gli abitanti dell'opulenta Milano possano ci- 
barsi giornalmente di carne. 

Nel riparto del macello pel circondario interno vi ha un pic- 
colo spazio riservato al mercato dei vitelli. Il mercato del be- 
stiame o fòro boario dovrebbesi trovare in istretta connessione 



-^32 IGIENE 

di servizi col pubblico macello, ma al di fuori del recinto. Sa- 
rebbe quindi opportuno che il mercato del bestiame di Milano, 
ora situato in una località ristretta e frequentata, venisse tras- 
ferito nelle vicinanze del pubblico macello e sottoposto ali ispe- 
zione sanitaria del corpo veterinario addetto al macello stesso. 
Il o T ande ed unico macello di Milano è regolarmente organiz- 
zato, °ed è capace di sviluppare per mezzo dei suoi abili e com- 
petenti funzionari di sanità un'attività proporzionale ai fini della 
sua istituzione. Dall'assieme però degli attuali ordinamenti si può 
dedurre che non vi è ancora pienamente apprezzata l'importanza 
irenica e scientifica, propria dei pubblici macelli. Non vi ha alcun 
rapporto di dipendenza o di coordinazione colla Commissione 
sanitaria municipale, né coll'Ufficio sanitario municipale, dove 
stanno riuniti gli altri funzionari tecnici, ne coll'Ufficio d'annona. 
Non si è pensato a favorire gli studi ed a fare collezioni di 
anatomia patologica comparata; mancano una camera apposita 
per le autopsie provveduta dell'occorrente; un laboratorio di ri- 
cerche chimiche ed istologiche specialmente applicate all'esame 
delle carni ed allo studio delle malattie che più interessano la 
pubblica i-iene e l'economia rurale. Si pubblicano statistiche da 
valenti Veterinari municipali per un lodevole e spontaneo im- 
pulso degli autori, ma non per corrispondere ad obblighi d'ufficio, 
ne con un piano prestabilito in relazione agli altri rami della 
statistica medica municipale. _ 

Vi ha nel macello un luogo appartato per i fanghi animali , 
M8 ia pei bagni zootermici; vi manca però una diretta e speciale 
sorveglianza medica. Esso consiste in due camere, una per sesso, 
quasi sprovviste di mobili e di convenienti apparecchi. Gli ani- 
malati che si recano al macello per bere il sangue caldo degli 
animali, sono obbligati a ricevere questa bibita innanzi ad una 
pamera «hi macello, dove viene loro apprestata senza alcuna as- 

sistenza sanitaria. 
Non dobbiamo dimenticare che nei pubblici macelli non solo 
eque trano gli animali e lo carni affette «la malattie tras- 
mii [bili all'uomo, ma vi si possono studiare le malattie in 
rapporto alle condizioni (M suolo e dell'alimentazione, e sugge- 
rire , mezzi di migliorare le razze e di conoscerne Le differenze 
, la produzione, e giudicare &ul raiore dei metodi d'allevamento, 



IGIENE 133 

Infine pensiamo che istituzioni tali dovrebbero essere elevate 
alla dignità di stabilimenti sanitari, di istruzione medica e ve- 
terinaria per le zoonosi e per 1' esame delle bestie da macello 
e delle loro carni, non che d'istruzione agraria per l'insegnamento 
della zootecnia, come già avviene a Monaco di Baviera, a Lipsia, 
a Vienna, a Giessen , a Lione. La Regia Scuola d' agricoltura , 
presso di noi, ha di già incominciato ad approfittare del pubblico 
macello, e la Regia' Scuola di veterinaria non tarderà a seguirne 
l'esempio. 

Il Lazzaretto. — Ai primi dell'anno nella quarta pagina dei. 
fogli cittadini leggevasi il seguente annuncio: 

« Consiglio degli Istituti Ospitalieri di Milano. » 

« Asta a schede segrete per la vendita del tenimento detto 
il Lazzaretto, Mandamento VII di Milano, circondario esterno 
di Porta Venezia, milanesi Pertiche 227.5.10, Ettari 14,873. Va- 
lore L. 1. 400.000. Deposito L. 140,000. Possesso all'll Novem- 
bre 1881 ». 



« Milano, 30 dicembre 1880 ». 

A tale nuova, credo che in ognuno di noi la dolorosa sor- 
presa di vedere scomparire in un tempo prossimo un monumento 
storico avrà prevalso alla compiacenza di vedere accresciuto 
con una vantaggiosa vendita il patrimonio dell'Ospitale Mag- 
giore. Il Lazzaretto ci fu reso famigliare dai Promessi Sposi del 
Manzoni; ci venne dipinto con tutte le sue spaventose scene 
dell'ultima pestilenza e, rivedendo quel vasto recinto, ricor- 
rono alla mente le fatte descrizioni, con pietosa rimembranza. 
(Vedi fig. 3). 

L' edificio quadrilatero e quasi quadrato, posto fuori della città 
appena oltrepassata la barriera di Porta Venezia a sinistra, è 
della lunghezza di braccia milanesi seicentosessantacinque (metri 
390,02) e della larghezza di braccia seicentoquarantacinque (metri 
378,29). La muraglia esterna gira braccia duemilacinquecento— 






134 IGIENE 

venti (metri 1477, 98). È costituito da una lunga serie di stan- 
zine verso la parte esterna, sopra un solo piano, 74 per ogni 
lato, in tutto 296 : di dentro gira intorno a tre di essi un portico 
continuo a volta, sostenuto da 508 graziose colonnette di pietra 
di un grato assieme per la semplice eleganza della loro forma, 
colla ben intesa e svelta costruzione delle voltine del portico. 



T 



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ianta del Lazzaretto di Milano. 



li:.' B. 

/,. n. Porticato. C, Prati. - D. Chiesi. -E. Porta d' ingresso. — F. l'orla 
del morii. - iì Apertora praticata nel recinto. — //. Viadotto della ferrovia. 



nice di coronamento tanto interna che esterna è in cotto, 
a rilievi; i contorni delle aperture verso L'esterno con froa- 
tispizi me, il butto in armonia con quell'architettura bra- 



IGIENE 135 

mantesca che si scostava dal tipo gotico, come vedesi nello splendido 
edifizio dell'Ospitale Maggiore. Anzi vuoisi che i materiali im- 
piegati siano di quelli degli stessi cortili interni dell'Ospitale, 
cioè le colonne, le terre cotte degli archivolti e le formelle circo- 
lari nei timpani delle arcate. Tutte le camere sono a vòlta e 
della capacità di 120 metri cubi, con ampia finestra quadrata 
all'esterno, munita d'inferriata, piccola finestra e stretta porticina, 
ambedue arcuate, verso il portico; con un condotto escretore 
che immette nella fossa. 

Questo recinto è tutto isolato e circondato da una gora limpi- 
dissima, che sorge in luogo, denominata Fontanile della Sanità. 
Nella sua primitiva costruzione non aveva che due ingressi, uno 
sul lato di sud-ovest che guarda le mura della città, l'altro di 
rimpetto nell' opposto lato di nord-est. 

« La cappella ottangolare che sorge, elevata da alcuni scalini, 
nel mezzo del lazzeretto, era, nella sua costruzione primitiva, 
aperta da tutti i lati, senz'altro sostegno che di pilastri e di 
colonne, una fabbrica, per dir così, traforata: in ogni facciata 
un arco tra due intercolunni; dentro girava un portico intorno 
a quella che si direbbe più propriamente chiesa, non composta 
che di otto archi, rispondenti a quelli delle facciate, con sopra 
una cupola; di maniera che l'altare eretto nel centro, poteva 
esser veduto da ogni finestra delle stanze del recinto, e quasi da 
ogni punto del campo » (1). 

A compimento della fabbrica del Lazzaretto, non solo manca 
il portico lungo il lato di nord-ovest, ma sul grande spazzo interno, 
attraversato da un rivo (roggia Balsamo), ora a prato irrigatorio, 
dovevano elevarsi altre opere. Il Moriggi così scrive. « Ma le 
» attrozze guerre, e le gran riuolte di questo stato furono ca- 
» gioni di lasciare questa regia fabrica imperfetta, perchè nel 
» mezzo di quel gran quadrato, il disegno era di fargli per segno 
» di croce, quattro minori quadrati a sembianza de claustri per 
» separare gli huomini dalle donne, & da appartare gl'infermi con- 



ti) La cappella, di cui si dà la descrizione nei Promessi Sposi e qui riportata (Capi- 
tolo XXXV), fu fatta costruire nel 1j80 sopra disegno dell'architetto Pellegrino de'Pelle- 
grini in surrogazione di altra modesta che preesisteva e che venne demolita. Casetta Pietro, 
L'Ospedale Maggiore di Milano, Milano 1880, pag. 91. 



136 IGIENE 

» ualescenti, da gli altri, & nell'altro s'haueuano da fabricare i 
» luoghi de'sani per seruire gli ammalati, e 1' officine per tutte 
» le cose bisogneuole a questa sorte di male » (1). 

Prima dell'erezione del Lazzaretto gl'infetti di peste si man- 
davano fuori della città per lo spazio di due miglia ad un luogo 
detto San Gregorio e ad un altro detto Casa nuova, ambedue 
in allora possessioni dell'Ospitale Grande nel comune di Lambrate, 
il che era di grande incomodo e disagio agl'infermi ed ai con- 
duttori. GÌ' infermi mancavano di comodi alloggiamenti, abitando 
in alcune camere posticcie fatte di tavole ed in altre fabbricate 
di frondi e strame (2). 

Il conte Onofrio Bevilacqua ordinava con suo testamento, 31 
ottobre 1468, che, morendo il conte Galeotto, suo nipote paterno 
ed erede, senza figli maschi, tutti i suoi beni posti nel ducato di 
Milano si dovessero distribuire ai poveri in suffragio dell'anima 
sua. Morto il conte Galeotto nel 3 gennaio 1486, lasciò eredi le 
uniche sue figlie Bona e Lucia, legando ai deputati dell'Ospedale 
Maggiore dei beni coll'obbligo di vendere il tutto e convertirne 
il prezzo nella erezione di un comodo edificio per gl'infetti da 
peste nel luogo di San Gregorio, ove si mandavano tali malati. 
Insorta contestazione fra le figlie Bevilacqua ed i deputati del- 
l'Ospedale a riguardo del rilascio di quei beni, venivano quelle 
condannate a sborsare all'Ospedale seimila ducati da convertirsi 
nella fabbrica del detto edifìcio. 

Il 18 settembre 1486 il Capitolo ospitaliero deliberava infine 
di accettare il legato del conte Bevilacqua, e nell'aprile del 1488 
eleggeva una Commissione per trasferirsi con alcuni medici e 
due consiglieri ducali sul luogo che era stato scelto per l'edi- 
ficio, che, come vedemmo, non fu quello destinato dal conte Ga- 
leotto Bevilacqua, perchè troppo lontano, e riferire poi il loro 
giudizio ('■'>). La fabbrica fu molto aiutata con offerto ed elemo- 
sini- da paiic di Colico]', Corpi mercantili, Università e Luoghi 
Pii; vi concorsero prìncipi con elemosine e privilegi. Il cardi- 
oale di Roma Maria Visconti elargiva a questo uopo lire 8400. 



i Mommi Paolo. Teaorò prodow de' Milanesi ecc. Portali IBW, pag. u. 
V ii" 0p. cii pag. n. 
Mirri Pietro. L'Oipedale Maggiora di Milano. Milano isso, pag. TO, 91 



IGIENE 137 

Narra il Meriggi che ih appresso, l'anno 1507, Lodovico XII re di 
Francia essendo diventato duca di Milano, donò scudi tremila 
affinchè la fabbrica si seguitasse, con speranza di dargli ancora 
maggiore aiuto (1). 

Il vero e proprio nome dato a questo luogo dai suoi edifica- 
tori fu di Santa Maria della Sanità. Volgarmente chiamavasi 
dai più San Gregorio, forse pel motivo che uno dei luoghi più 
lontani, dove si mandavano prima gli appestati fuori di città, 
era, come già dissi, denominato San Gregorio, oppure perchè 
nelle vicinanze ove venne innalzato il grande edifìcio sopra un 
fondo dell'abbazia di S. Dionigi, esistesse una chiesa sotto quel 
titolo. Da altri dicevasi Lazzaretto, nome che venne dappoi uni- 
camente usato dai cittadini, e che è rimasto quale unica denomi- 
nazione atta a designare l'uso pel quale venne costruito quel mo- 
numentale recinto, il quale dicevasi essere giudicato il più rag- 
guardevole che esistesse in Europa. 

Dopo la prima istituzione del Lazzaretto di Venezia nel 1423 
i luoghi dove si isolavano le persone e le robe sospette di peste 
per fare quarantena e per curarvi quelli che venivano presi dal 
contagio, si chiamarono Lazzaretti dagli altri popoli d'Italia e 
dagli stranieri, mano mano che, ad imitazione de' Veneti, anda- 
rono adottando ne' loro Stati gli stessi presidi di difesa contro 
la peste. 

In quanto all'etimologia del nome Lazzaretto, il Frari osserva 
che la Signoria Veneta nel porre ad esecuzione il progetto d'iso- 
lare le persone e le robe infette o sospette, tolse agli Eremitani 
della regola di S. Agostino l'isola che abitavano, e su cui fino 
dal 1249 avevano eretto un convento ed una chiesa col titolo 
di Santa Maria di Nazareth, ed istituì su di essa un Ospitale dove 
si dovevano ammettere le persone infette o sospette di peste, e 
mandarvisi anche all'espurgo le mercanzie che provenivano dal 
Levante. E siccome con tre decreti del Senato, uno del 144S 
e due del 1456, l'isola ove mandavansi gli appestati e i sospetti 
venne appellata Xazaretum, forse dall'antico nome della sua 
chiesa, così quel nome si conservò, e corrotto in seguito dal volgo 
che cangiò Yn in l, ne uscì la parola lazzaretto, per dinotare gli 



(1) Moricci. Op. cit. pag. 3i. 



138 IGIENE 

stabilimenti istituiti per l'isolamento delle persone e delle robe 
infette o sospette di peste o d'altri contagi. 

Osserva poi lo stesso Frari che non saprebbe dire il come in 
tutti i migliori dizionari italiani i detti luoghi per contumacie 
ed espurghi si chiamino Lazzeretti, invece di Lazzaretti. Crede 
che sia stato qualche autore accreditato per conoscenza di lingua, 
il quale per più eleganza così li nominasse. Ciò non ostante il 
Frari si attenne ai dizionari ed adottò la parola lazzeretto, e 
lo stesso Manzoni non osò di riabilitare colla sua autorità l'an- 
tica parola di lazzaretto, sanzionata dal linguaggio ufficiale delle 
gride, ordinanze e decreti e dalia lingua parlata nei nostri dia- 
letti, tra i quali possiamo vantare il milanese (1). 

Nel 1524 una disastrosa pestilenza desolò la città, ma in 
allora gli appestati vennero trasportati ancora all'antico San Gre- 
gorio, al Campo ricco ed ai Prati di Camminella in vicinanza al- 
l'osteria Malpaga, fuori di P. Vittoria, come risulta da docu- 
menti esistenti nel grande Archivio del nostro Ospitale Maggiore. 

Consta poi dalle storie e dai molti e preziosi atti conservati 
nel suddetto Archivio, che nei contagi i quali spopolarono Milano 
negli anni 1576 e 1577 e 1630, gli infetti furono inviati al Laz- 
zaretto. Dopo quell'epoca nessuna epidemia di peste venne a fune- 
stare questa parte d'Italia. 

Chi entrando dalla porta del Lazzaretto sul lato che fronteggia 
la città, e passato l'andito volgesse lo sguardo in alto ed a si- 
nistra <ulla parete del portico, vedrebbe una piccola lapide di 
marmo bianco, sulla quale è incisa a caratteri distintamente in- 
telligibili la seguente iscrizione: 

Pericvlis importata testis imminentibvs 
Jo. Battista Arconato senatore 

SVPRBMl SAN1TATIS MAGISTRATVS PRESIDE 

DESTINATVM 

M. ANTONIO Montio SENATORE PRESIDE SVCCESS. F 

PERFICIENDVM 

ALEXANDER TADINVS ET SENATOR SEPTALIVS 

MEDICI COLLEG. CONSERVATORES 

i;i:K PVBLICO 

ANN'» MDCXXIX. 



D » \ i i tal. Mia Patte. Venezia is'.o, pag. XMll. VL1V. 



IGIENE 139 

Pare che con questa lapide si volesse ricordare ai posteri chi 
furono i funzionari del Magistrato o Tribunale della Sanità ai 
quali venne durante la peste del 1630 affidato il governo del 
Lazzaretto. 

Venni assicurato che la lapide sarà conservata, ma nel caso 
che andasse dispersa nelle nuove costruzioni, ho creduto cosa 
utile di trascriverne l'iscrizione in questo libro, destinato a feli- 
citare un'epoca solenne del nostro paese. 

Il Lazzaretto che, vuoto, è pure un vasto edificio, per poco 
che si diffondesse la peste nella città non poteva più bastare 
agli isolamenti degli infetti e dei sospetti, anche coprendo tutta 
l'area del gran prato di capanne e di baracche. Infatti nella peste 
del 1576 furono fatte costruire duecento capanne per ogni porta 
onde mandarvi la gente infetta a curarsi ed a fare la sua qua- 
rantena, e come ospitale purgatorio (di contumacia) venne occu- 
pato quello di san Dionigi che sorgeva nel luogo ove attualmente 
fu costruito il Salone dei giardini pubblici. 

Nella peste del 1630 al maggior Lazzaretto altri tre ne furono 
aggiunti; in quello gli appestati giunsero fino a 16,000 « alli 
quali per la loro moltitudine conveniva habitare la maggior parte 
in mezzo della campagna, esposti alli eccessivi calori del sole, 
et horrori della notte in una delle quali, venuta grandissima 
quantità di pioggie, ne soffocò più di doi milla » (Tadino). Furono 
anche fatte 800 capanne di paglia e 200 di tavole; ne ciò bastando, 
vennero deputati due medici per rione, o quartiere, alla cura 
de' poveri infermi ; nella quale per altro era da procedere con le 
debite cauzioni affine di preservarsi per il bisogno grande che 
n'aveva la città (1). 

Con una popolazione raccogliticcia, di tutte le età, in parte 
malata e delirante , in parte sana , rinchiusa nel Lazzaretto o 
-contenuta all'aperto dalle guardie, come si poteva mantenere 
l'ordine, la disciplina, le necessarie separazioni, regolarne l'ali- 
mentazione e le cure? 

Come andassero le cose nel Lazzaretto di San Gregorio al tempo 
'della peste del 1576 lo esprime in poche ed energiche parole Fra 
Paolo Bellintano da Salò, che reggeva autocraticamente il Lazza- 



(1) A. Corradi, Annali delle epidemie occorse in Dalia. Parte III Bologna 1872, pag. 00. 



140 IGIENE 

retto, nel suo Dialogo della Peste, ove è detto: «Vedevano che quasi 
ogni giorno facevo dar corda, scopare, carcerare, flagellare alla 
colonna legati, ed altri simili castighi; con tutto questo non 
volevano stare nei termini » (1). 

Le condizioni materiali e morali del Lazzaretto, infuriando 
la peste del 1630, sono scolpite nelle eterne pagine dei Promessi 
S 2 yosi ai Capitoli XXXI, XXXII e XXXV. 

Il quadrilatero del Lazzaretto, difeso dal profondo fossato, im- 
ponente per le sue severe ed ornate membrature , grazioso 
nel contorno interno traforato del portichetto, cui dava risalto 
la vasta prateria, destinato da tempo ad uso di abitazioni pri- 
vate, di botteghe, di officine, di bettole, di lavanderie, di legnaie, 
di magazzini e di un bersaglio; tagliato a mezzo dal viadotto 
della ferrovia; interrotto da una larga apertura; sforacchiato in 
(igni senso per di dentro e per di fuori; non più isolato perla 
copertura della fossa in lunghi tratti ; già da tempo presentava 
a chi attentamente lo visitasse i tristi segni della decadenza, 
precursori di una inevitabile trasformazione. 

Se la pietà e la sapiente previdenza degli avi nostri, che tanto 
soffersero in continue guerre e mortifere pestilenze, seppero innal- 
zare un monumentale riparo al più tremendo dei contagi cono- 
sciuti, sia pure stato insufficiente nelle grandi morie, noi che 
viviamo in tempi molto migliori, non dobbiamo dimenticare che 
abbiamo malattie contagiose indigene, le quali vanno decimando 
la popolazione alla spicciolata, e che in meno di mezzo secolo 
il livido morbo gangetico cinque volte penetrò in Milano, divo- 
rando alcune migliaia di vittime. 

I provvedimenti contro i contagi indigeni ed esotici sono fon- 
dai i sul principio dell'isolamento e delle disinfezioni di persone 
e robe infette o sospette. Con questa teoria, ora divenuta uni- 
renale, e che qui antica e tradizionale fu sempre mantenuta 
intatta in mezzo a mille ostacoli, è indispensabile che aU'abbaiH 
donato e fra breve demolito Lazzaretto no succeda uno nuovo, 
destinato ad accogliere gli ammalati di contagio e costruito in 
eonfonniià ai bisogni attuali della popolazione ed alle esigenza 
della icienze sanitaria, onde evitare i gravissimi ineonveniend 



1 "AM. op. ni. l'.iri. il. Bologna isc,7. pag, UHI 



IGIENE 141 

che si verificano nell'affrettato allestimento di ospitali temporanei, 
seni [ire insufficienti, sparsi ed inadatti, ad ogni funesta invasione 
di epidemie contagiose. 

Il Reale Istituto Lombardo di scienze e lettere aprì pel 1877 
un concorso a premio sul tema: Programma di un Ospedale 
'per le malattie contagiose, adatto alla città dì Milano. 

Accettiamo quel concorso come un buon augurio per una pros- 
sima erezione del nuovo Lazzaretto. 

La Scuola di Veterinaria. — La medicina veterinaria che 
tanto si collega alla sociale prosperità, che si tiene in istretti 
rapporti colla agricoltura e colla pubblica igiene, e dalla quale 
ritrae la medicina umana grandi vantaggi, non ha ancora po- 
tuto sollevarsi a quel posto che le compete nell'ordinamento 
sociale ed amministrativo. Pochissimi sono i medici veterinari 
istruiti, onde ne viene che per il loro scarso numero sono so- 
verchiati da una moltitudine di empirici ignoranti, i quali presso 
al volgo, che vuol essere ingannato, sono sempre i meglio ac- 
cetti; né valgono a mutare questo stato di cose i debolissimi 
ritegni che può presentare la legislazione veterinaria dei vari 
paesi contro l'imperversare dell'empirismo dei fabbri, dei ma- 
niscalchi e di zotici contadini. Per avere buoni ed esperti vete- 
rinari ed in numero sufficiente per il bisogno delle popolazioni 
e per i servigi sanitari pubblici, bisogna riordinare e moltiplicare 
le scuole di veterinaria e proteggere efficacemente i veterinari 
nel loro esercizio. 

L'Italia non tardò ad approfittare delle scuole che nel secolo 
scorso si aprirono in Francia per creare consimili istituzioni nel 
Piemonte, in Lombardia ed in altri Stati. Intorno alla fonda- 
zione ed alle vicende della Scuola veterinaria di Milano scris- 
sero il dott. Canziani (1842), il dott. Arvedi ed il prof. Minoia 
(1844), il prof. Bonora (1863), e da ultimo nel passato anno il 
eh. dott. Lanzillotti-Buonsanti (1), prof, di chirurgia e clinica chi- 
rurgica e direttore di detta Scuola. Dal pregevolissimo suo lavoro, 
compreso nell'opera : Gli Istituti di Milano, pubblicata per cura 



'rof. N. Lamzillotti-Buoxsak ti : La R. Scuola superiore di medicina veterinaria di 
Milano. Milano 1880. 



142 IGIENE 

della Società Storica Lombarda, noi trarremo le seguenti notizie 
attinte a fonti autentiche. 

L'Autore nella sua storica narrazione distingue sei periodi, che 
noi pure seguiremo nella presente esposizione. 

I. Periodo primo o preparatorio (1769-1790). — Il primo inse- 
gnamento della medicina veterinaria, in una forma ordinata dei 
vari suoi rami, ebbe incominciamento in Francia nella seconda 
metà del secolo XVIII per opera di Bourgelat, avvocato e ce- 
lebre scudiere che in poco meno di un decennio seppe creare 
due Scuole di veterinaria. 

La prima fu aperta il 1.° gennaio 1762 nel sobborgo di Lione, 
e dopo tre anni potè prendere il titolo di Èco le royale vétéri- 
naire; la seconda venne inaugurata nel 1760 in Alfort presso- 
Parigi. 

L'istituzione di questo nuovo insegnamento destò molto inte- 
resse in tutta Europa pe' suoi benefìci effetti recati all'agricol- 
tura ed all'economia del bestiame. Vari governi non tardarono 
a mandare a Lione e ad Alfort dei migliori giovani medici e 
chirurghi per apprendervi la Veterinaria, che poi dovevano in- 
segnare pubblicamente nei loro paesi ; così fra gl'Italiani vi furono 
inviati Brugnone da Torino, Orus da Parma, Scotti da Vienna. 
Osserva il prof. Lanzillotti che questa grande premura di diffon- 
dere l'istruzione veterinaria era giustificata in parte dalle cure 
speciali che i Governi d'allora rivolgevano all'agricoltura, con- 
siderata come la principale risorsa dello Stato, ed in parte da- 
gli immensi danni prodotti da varie epizoozie. 

La Lombardia, che fu sempre ricca di bestiame, prese parte a 
questo diffuso risveglio. Infatti il Consiglio supremo d' economia. 
con sua consulta 13 marzo 1769 fece la proposta di mandare 
a Lione « due soggetti di talento » perchè più che in altri paesi 
era necessario tri questo. Il Governo di Maria Teresa accettò 
la proposta, e da una lettera del Magistrato camerale di Man- 
tova (26 aprile 1772) al sig. conte di Firmian, ministro plenipo- 
tenziario a Milano, si rileva che i giovani scelti erano tre. inan- 
tovani, due studenti di chirurgia uell'ospedale di Mantova, Fer<* 
denzi e Volpi, ed un giovane <li bottega in una spezieria, per 
nome Bollini, i quali partirono alla volta di Lione nell'ottobre 
del L772. Più tardi il Governo stimò opportuno «li mandare a 



IGIENE 143 

studiare medicina veterinaria in Francia anche due giovani mi- 
lanesi. Uno dei prescelti fu Luigi Ponty che partì per la scuola 
d' Alfort nel luglio 1774, e l'altro, il dott. Pedetti, non fu accet- 
tato da Bourgelat, perchè non volle adattarsi ad essere allievo 
interno. Fu poi mandato in sua vece nel 177G alla scuola di 
Lione Giambattista Lucchini, chirurgo esercente di Lodi. Il 
primo a tornare dalla Francia fu il Bollini nel 1777, che aprì 
officina di mascalcia in Mantova nel 1778 con poca fortuna, 
ed ove morì nell'anno successivo. Ferdenzi e Volpi, tornati da 
Alfort nel 1778, furono due anni dopo mandati a Firenze a stu- 
diare la modellazione dei preparati anatomici in cera sotto la 
direzione del celebre abate Fontana, che attestò del loro pro- 
fitto, quando si restituirono di nuovo a Mantova. Ritornato 
nel 1779 da Alfort il Ponty a Milano , riceveva , come gli 
altri allievi, un assegno mensile, ed era più tardi addetto al Ma- 
gistrato di Sanità, in qualità di perito veterinario. 

Intanto si pensava all'erezione della Scuola di veterinaria, la 
cui sede doveva essere in Milano. Il Consigliere Giusti ed il 
Direttore della Facoltà medica Cicognini furono incaricati di re- 
digerne il piano e di disporre quanto occorresse. 

In pendenza di una definitiva sistemazione furono adattati 
alcuni locali nel Lazzaretto ad uso di fucina, di farmacia, di 
scuderia, di camera anatomica, ecc., né mancavano gli strumenti 
ed attrezzi più necesssarì, ed i veterinari Ponty e Lucchini ave- 
vano incominciato nel 1783 a fare delle cure ed anche con suc- 
cesso. Nel 178G due dei quattro veterinari della Lombardia, Fer- 
denzi e Ponty, furono inviati nei Paesi Bassi per dirigere la 
Scuola veterinaria di Bruxelles. Il Volpi, richiamato da Mantova 
a Milano, ed il Lucchini ebbero l' incarico di presentare al Go- 
verno un piano della Scuola veterinaria da fondarsi a Pavia od 
a Milano, e poi per rescritto sovrano del Dicembre 1786 defi- 
nitivamente a Milano. Nel 1787 si dava incarico al dott. Fran- 
chetti di redigere altro piano della Scuola d'accordo col marchese 
Beccaria, consigliere di Governo. Avvertivansi poi i veterinari 
Volpi e Lucchini che per la parte scientifica sarebbero subordi- 
nati al dott. Franchetti. Nello stesso anno fu portato lo stipendio 
<lei due veterinari da lire milanesi 600 (it. lire 456) a lire 1200 
(it. lire 912). 



144 IGIENE 

Secondo il progetto del dott. Franchetti la durata del corso 
di studi sarebbe stata di quattro anni, e per l'ammissione degli 
allievi bastava che sapessero leggere e scrivere. Il consigliere 
Beccaria invece proponeva due corsi, uno più esteso e scientifico 
{veterinaria maggiore) della durata di due anni per coloro che 
volessero esercitare come medici e periti veterinari, e l'altro più 
breve (veterinaria minore) della durata di un anno per l'istruzione 
di mascalcia e nelle operazioni e cure più semplici degli animali. 
A Vienna fu accettato il solo piano della veterinaria minore, della 
durata di un anno, ed un avviso annunziava al pubblico l'aper- 
tura della Scuola per il 1 febbraio 1791. 

Periodo secondo. Scuoia di Veterinaria minore (1791-1807). — 
Questa Scuola fu aperta, come era stato annunciato, il 1 feb- 
braio 1791, nel Lazzaretto, ove erano stati fatti altri adattamenti 
ai locali della Scuola ed agli alloggi dei professori Volpi e 
Lucchini. 

Nel decreto aulico 22 ottobre 1789, col quale fu stabilito il 
•corso di Veterinaria minore, oltre le disposizioni organiche del-s 
l'insegnamento, del personale insegnante e di servizio, aggiun- 
gevasi che, vedendosi un buon progresso del nuovo stabilimento, 
si potranno dare le disposizioni per insegnare anche la Veteri- 
naria maggiore che abbraccia la Fisiologia, l'Anatomia, Chirur- 
gia e Patologia ed altri oggetti scientifici di quest'arte, le quali, 
oltre le cognizioni delle razze dei cavalli, s'insegnano a Vienna 
da un professore solo nel corso di due anni e mezzo. Il numero 
deg li allievi che frequentò la Scuola noi primi due anni fu molto 
scarso. 11 numero delle cure fatte sui cavalli era piuttosto di- 
screto. 

Periodo terzo. Scuola Veterinaria completa teorico-pratica 
(1808-1834). — Fra le prime riforme del Regno Italico fuvvi 
quella della Scuola veterinaria. Ammessa l'importanza di buoni 
\ «bri nari in un paese eminentemente agricolo come la Lombardia, 
fu Stabilita una Scuola completa sul sistema di quelle francesi. 
In |)iini«. professore insegnava l'anatomia di tutti gli animali 
domestici utili e particolarmente quella del cavallo, del bue e 
della pecora. Le Lezioni erano «late per 1<> spazio di 3 anni. 

11 secondo professore dava in tre anni i trattati dolio in lei 
mita del cavallo, del mulo, dell'asino, del bue e delle bestie Lanuta 



IGIENE 145 

«era pure tenuto a dare un corso d'igiene veterinaria e per ultimo 
il trattato delle razze. 

11 terzo professore, designato col nome di professore di pratica, 
visitava giornalmente gli animali ammalati Dell'infermeria con 
.gli allievi del secondo e terzo anno, eseguiva operazioni, eserci- 
tava gli allievi nelle varie medicazioni e dopo la visita spiegava in 
iscuola i casi osservati. Trattava anche della ferratura dei ca- 
valli, muli e buoi, che, o per malattia, o per cattiva conforma- 
zione dei piedi, richiedessero particolare attenzione. 

Il professore aggiunto, infine, insegnava la botanica, la materia 
medica e la farmacia, applicabili agli animali domestici, e la 
ferratura. 

Ogni professore, compreso il professore aggiunto, aveva sotto 
«di sé un ripetitore del proprio insegnamento, scelto fra gli allievi 
meglio istruiti. La nomina dei ripetitori si faceva annualmente 
_per concorso alla presenza di una Commissione nominata dal 
Ministro dell'Interno. 

Gli allievi erano tutti convittori, come nelle scuole francesi, 
-con speciale uniforme. Le condizioni di ammissione erano l'età 
dai 17 ai 25 anni; saper leggere e scrivere e le prime quattro 
operazioni dell'aritmetica. Il Ministero dell'Interno pagava la retta 
mensile per gli allievi dipartimentali e quello della Guerra per 
hi allievi militari. 

Il locale della Scuola è quello ove trovasi attualmente fuori 
«di Porta Venezia nell'ex-convento di S. Francesca Romana ed 
■a poca distanza dal Lazzaretto. Furono fatte spese rilevanti per 
gli adattamenti, e soprattutto per le infermerie erette di pianta, 
che sono le migliori fra quelle di tutte le Scuole veterinarie 
italiane. 

Giambattista Volpi, che veniva dalla Scuola del Lazzaretto, fu 
nominato professore di pratica; il dott. Giovanni Pozzi, direttore 
«e professore di patologia, d'igiene, di fisica e di chimica; il profes- 
sore Leroy, insegnante nella Scuola di Modena, professore di ana- 
tomia; Jauze, allievo della Scuola d'Alfort, professore aggiunto 
■di Botanica e di Materia medica. Il prof. Lucchini della Scuola 
del Lazzaretto era morto un anno innanzi. 

Con questi professori e coli' indicato ordinamento la Scuola 
«diede risultati brillanti al principio del secolo: il Pozzi, il Volpi 
Milano. — Voi. 1. io 



146 IGIENE 

ed il Leroy pubblicarono opere molto pregevoli per quei tempi. 
Alla prima solenne distribuzione dei premi che ebbe luogo il 
23 gennaio 1811 assisteva il Ministro dell'Interno e la Commis- 
sione degli esaminatori composta dal cav. Pino, ispettore generale 
della Pubblica Istruzione, dai professori Monteggia, Rasori e 
Porati e dal sig. Landoire veterinario al servizio del Viceré. 
Furono letti due discorsi ,uno dal Direttore Pozzi, Della trasfu- 
sione del sangue e dell'iniezione dei rimedi nelle vene, e l'altro 
analogo alla circostanza del Rasori, nella sua qualità di proto- 
medico. 

La Scuola continuò collo stesso ordinamento anche dopo il 
ritorno dell'Austria, fino all'anno 1834. Il convitto venne sciolto 
verso la fine del 1828 per misure disciplinari. 

Ad alimentare V insegnamento nella Scuola di veterinaria di 
Milano venivano ammessi quattro medici italiani come allievi 
pensionati nell'Istituto di veterinaria di Vienna per un corso 
biennale d'istruzione. I professori Bonora, Capelli, Patellani,. 
furono allievi dell'Istituto viennese (Risoluzione sovrana 11) 
maggio 1824). Dopo alcuni anni cessò l'invio di giovani medici 
delle nostre provincie alla Scuola veterinaria di Vienna per 
mancanza di aspiranti. 

Periodo quarto. V I. R. Istituto Veterinario secondo la 
prima riforma austriaca. — Con l'anno scolastico 1834-35 ve- 
niva inaugurato un nuovo ordinamento di studi foggiato sopra 
quello introdotto nell'Istituto di Vienna nell'anno 1823, ed era 
il seguente: 

La Scuola e lo Spedale formavano un corpo unito, denominato 
I. R. Istituto veterinario. Esso dipendeva dal Governo di Lombardia, 
formava parte integrante della Facoltà medico-chirurgica di Pavia, 
e come autorità veterinaria nella Lombardia era chiamato a 
dare giudizi in materia di polizia veterinaria e di zooj atri a le- 
gale. 

Il personale dell'Istituto era costituito dal Direttore, che non 
Brera alcun insegnamento, da un economo ed un aggiunto, da 
quattro professori, ire ripetitori ed un maestro maniscalco. Vi 
era una cattedra di Anatomia e Fisiologia degli animali donio- 
tici pin utili, compresa la dottrina dell'esteriore del cavallo; 
anfl «ronda per la Storia naturale ed Igiene degli animali dome- 



IGIENE 147 

siici, por la Fisica e Chimica, per la Patologia e Terapia generale 
8 per la Materia medica; una terza per la Chirurgia teorica e 
pratica, la ferratura, la dottrina delle operazioni e delle razze, 
non che per là Clinica chirurgica ; una quarta per la Nosologia 
I Terapia speciale, compresa la dottrina delle epizoozie e la polizia 
veterinaria, per la Zoojatria legale e pel trattamento ed esame 
dei cani ammalati o sospetti d'idrofobia. 

Gli scolari ordinari si dividevano in tre categorie, cioè : mani- 
scalcili ferratori, maniscalchi operatori od ippiatri, in medici 
chirurgi veterinari laureati ossia dottori in zoojatria. 

Sorpassando per brevità all'indicazione delle condizioni di 
ammissione e della ripartizione degli studi per ciascuna delle 
suddette categorie di scolari, dirò solo che gli aspiranti zooj atri 
e veterinari laureati dovevano essere già approvati come medici 
o chirurgi ; facevano un corso di studi biennali, e dopo gli esami 
di rigore o di laurea, ricevevano il diploma di dottori in zoo- 
jatria. 

Gli scolari straordinari erano gli ufficiali dell'esercito e caval- 
lerizzi, gli economi rurali che facevano il corso di un anno; 
i pastori e cacciatori che facevano un corso di due mesi,, e gli 
esaminatori delle bestie e delle carni da macello che in un 
corso di dodici lezioni acquistavano le cognizioni necessarie per 
una tale professione. 

Nel 1844 fu aggiunta una quarta categoria di scolari ordinari, 
quella dei veterinari comunali, e vi venivano ammessi per un corso 
biennale coloro che avessero compiuta con buon successo la terza 
classe elementare. Tale categoria era necessaria per la cura del 
bestiame bovino, ovino, caprino, suino, cui non potevano dedicarsi 
gli ippiatri, ed erano assolutamente insufficienti i pochissimi 
zooj atri che aspiravano ad impieghi sanitari amministrativi o 
d'istruzione. Per l'istruzione di questi allievi si ammisero a 
. cura gratuita animali delle indicate specie, e si autorizzarono i 
professori a recarsi coi propri scolari nelle stalle private poste 
nel raggio di quattro miglia all'intorno della città, i cui proprie- 
tari, desiderando di far curare le proprie bestie dal personale 
dell'Istituto medesimo, somministrassero i mezzi di trasporto. 

Ad accrescere il numero degli scolari ed a favorire sempre 
più l'istruzione furono in seguito istituiti presso la Scuola sei 



148 IGIENE 

posti erariali, tre per le provincie lombarde e tre per le venete, 
con lire austriache 900 (it. lire 783) per ciascuno (Risoluzione 
sovrana 26 settembre 1846). Questi posti esistono anche al pre- 
sente e si conferiscono per concorso. 

Periodo quinto. L' I.R. Istituto Veterinario giusta la seconda 
riforma austriaca (1858-59-1859-60). — Con Tanno scolastico 
1858-59 furono abolite le quattro categorie di scolari ordinari, 
zoojatri, ippiatri , veterinari comunali e maniscalchi ferratori, e 
fu stabilita una sola categoria, quella dei veterinari che dove- 
vano fare un corso triennale di studi (sovrana Risoluzione 16 lu- 
glio 1857). Gli aspiranti dovevano essere stati assolti nel Gin- 
nasio inferiore o nelle Scuole reali inferiori riportando almeno 
la prima classe di progresso, e l'età prescritta era dai 17 ai 
24 anni. I medici ed i chirurgi facevano il corso di soli due 
anni; gli ippiatri del precedente ordinamento divenivano vete- 
rinari facendo un corso di due anni, purché avessero l'assoluto- 
rio del Ginnasio inferiore, o della Scuola reale inferiore e non 
più di 36 anni. Per conseguire il diploma di zoojatri, oltre gli 
esami annuali, si facevano alla fine del triennio gli esami di 
rigore. Vi era poi l'istruzione pei maniscalchi ferratori, che du- 
rava sei mesi; per esservi ammesso bisognava essere fabbro 
ferraio ed avere servito come lavorante almeno due anni. I prò- j 
fessori divennero cinque, dando lezione anche il Direttore. Vi I 
erano poi quattro assistenti cui si affidava l' insegnamenti» dei 
rami secondari. Cessava l'Istituto di formar parte della Facoltà ] 
medico-chirurgica dell'Università di Pavia. 

Periodo sesto. La R. Scuola Superiore di Medicina Vetcri- 1 
otaria dell'attuale Regno d'Italia (dal 1860 in avanti). 

Il nuovo Regolamento fu approvato con Decreto Reale 8 di- 
sembro L860. La Scuola era collocata fra le Universitarie; il 
corso degli studi era di quattro anni. Per l'ammissione degli A 
alunni si richiederà l'età di 16 anni compiuti ed un esame di 1 
aritmetica, di geometria e di fisica, sul sistema metrico decimale i 
lilla Lingua italiana. Dopo gli esami speciali e generale si con- 
liva il diploma di medico veterinario con classificazioii3 
r idoneità di tre gradi. 

Il e t»rpo insegnante era costituito da sei professori, compreso 
"1 Direttore, e da quattro assistenti. Le cattedre prendevano la 






IGIENE 149 

denominazione dagli insegnamenti fondamentali, e cioè: 1.° Ana- 
tomia e Fisiologia; 2.° Igiene e Materia medica; 3.° Chimica 
e Farmacia; 4.° Patologia generale ed Anatomia patologica; 
5.° Patologia speciale medica e Clinica medica ; 6.° Patologia 
chirurgica e Clinica chirurgica. 

Alcune variazioni nella distribuzione dell'insegnamento e nelle 
nomine dei professori e degli assistenti e radicali mutamenti 
circa le ammissioni, per le quali si richiedono gli studi liceali 
o d'istituti tecnici, avvennero con R. Decreto 7 marzo 1875. 
Attualmente non vi sono che due esami, uno di promozione alla 
fine del secondo anno e l'altro finale alla fine del 4.° anno. Su- 
perato l'esame finale, il candidato riceve un diploma di Dottore 
in zooiatria (R. decreto 17 febbraio 1878). 

Nello stesso modo sono ordinate le Scuole superiori di Napoli, 
Torino, Bologna e Pisa; ma la scuola di Milano, pur conservando 
la propria autonomia, si trova in una condizione diversa, formando 
parte del Consorzio degli Istituti d'istruzione superiore, esistenti 
m Milano, cioè l'Istituto tecnico superiore, l'Accademia scien- 
tifico-letteraria, la Scuola superiore di Agricoltura, il Museo 
civico, l'Orto botanico di Brera, l'Osservatorio astronomico ed 
il Gabinetto nunismatico (R. Decreto 10 novembre 1875). L'is- 
tituzione del Consorzio presieduto da un Consiglio direttivo e 
da un Consiglio di amministrazione, ha posto la Scuola sopra 
una via di grande miglioramento in quanto agli studi, essendosi 
stabiliti degli insegnamenti comuni, sia per gli allievi della 
Scuola di veterinaria che seguono i corsi di Botanica, Zoologia, 
Igiene, e Zootecnia della Scuola di Agricoltura, che per quelli 
di quest'ultima che frequentano le lezioni di Anatomia e di Fi- 
siologia nella Scuola di veterinaria. Inoltre presso questa Scuola 
di veterinaria è istituita, sopra proposta del Direttore prof. Lan- 
zillotti, la Clinica ambulante pei bovini, suini, ecc. secondo il 
sistema di quelle tedesche. Milano deve questa utilissima isti- 
tuzione alla sua posizione nel centro più importante e più po- 
polato dell'allevamento bovino in Italia. I professori di Clinica 
medica e di Clinica chirurgica seguiti dai loro allievi si recano 
sopra invito dei proprietari di bestiame o degli stessi veteri- 
nari a loro spese e senza alcuna retribuzione. I pubblicati ren- 
diconti dimostrano di quanta utilità riesca questa istituzione 






150 IGIENE 

alla prosperità del bestiame ed alla istruzione degli alunni. È 
da desiderarsi che dopo tali brillanti risultati la Clinica ambu- 
lante la quale ora funziona in via di esperimento venga defini- 
tivamente stabilita. 

Presso la facoltà medica dell'Università di Pavia esisteva 
dal 1819 al 1859 una cattedra per l'insegnamento della dottrina 
delle epizoozie e della polizia veterinaria allo scopo che i medici 
non fossero digiuni di cognizioni veterinarie, onde prestarsi alle 
esigenze sanitarie in difetto di veterinari istruiti. 

Dopo l'applicazione del Regolamento Bonghi del 1875, che rese 
più rigorose le ammissioni, il numero complessivo degli studenti 
dei quattro anni di corso da 50 che era, discese al disotto 
di 40; ma in compenso gli studi fondamentali di coltura accre- 
scono l'attitudine degli allievi agli studi veterinari. Attualmente 
sono inscritti 34 studenti in tutto, numero però superiore a 
quello di tutte le altre scuole veterinarie italiane. Altri 20 sco- 
lari appartengono alla Scuola di Agricoltura od alla Facoltà di 
scienze naturali presso il R. Istituto Tecnico Superiore, e fre- 
quentano le lezioni di Anatomia e di Fisiologia. 

Le Cliniche costituiscono la parte più notevole della nostra 
Scuola di Veterinaria. Vi sono bellissime scuderie pel ricovero 
degli infermi, varie stallette per animali sospetti di malattie con- 
tagiose, e locali speciali, con cortile separato, pei cavalli, muli 
ed asini dichiarati mocciosi. Alla Clinica chirurgica, che è sem- 
pre la più frequentata, è annesso un grandissimo salone per le 
operazioni e le medicazioni , con servizio speciale di acqua per 
le medicazioni ad irrigazione continua. In un altro comparto 
della stessa Clinica vi è un apparecchio pei bagni freddi ad 
irrigazione continua nelle lesioni violente. 

La media giornaliera degli infermi delle due Cliniche oscilla 
fra i 30 e i :r>. Non si hanno mai meno di 20 cavalli, e spesso 
v* ne SODO da 47 a 50. Gl'infermi sono principalmente cavalli, 
asini, muli e cani Ben di rado si accolgono grandi e piccoli 
i umilianti, alla quale mancanza si è molto opportunamente prov- 
veduto con L'istituzione della Clinica ambulante, che è fiorente. 
Spei o anche i gatti ed j pappagalli sono condotti alla Scuola 
di Veterinaria. 

Si può calcolare da 800 a 700 all'anno il numero dei soli- 



IGIENE 151 

pedi ricoverati nelle Cliniche ed altrettanti si presentano alle con- 
sultazioni gratuite della policlinici. Da 250 a 300 è il numero 
dei cani curati nell'anno. 

I musei e i laboratori della Scuola sono ben messi, ed alcuni in 
via di grande trasformazione e di notevole miglioramento. Esi- 
ste un Museo d' Anatomia normale, incominciato dal Leroy ai 
tempi del primo Regno d'Italia, e che ora viene molto arricchito 
dal prof. Zoccoli. Avvi pure un laboratorio di fisiologia piutto- 
sto ben fornito. Questi due Istituti saranno collocati in un nuovo 
fabbricato. Il Museo di Anatomia patologica ed annesso labora- 
torio sono collocati in un bel locale nuovo. Avvi un ricco labo- 
ratorio chimico, cui è annessa una Farmacia ben provveduta 
pei bisogni delle Cliniche. Il Gabinetto chirurgico è provveduto 
di un Armamentario che fra alcuni mesi diverrà di un' impor- 
tanza eccezionale, non solo in Italia, ma anche fuori, per una 
collezione di strumenti che dovrà rappresentare la vera storia 
della chirurgia veterinaria. Vi ha pure una raccolta di oggetti 
attinenti alla zootecnia ed all'igiene. 

La Scuola possiede infine una fucina pei bisogni della clinica 
ed in servizio dei privati; un prato ad irrigazione, dove esisteva 
un orto botanico inservibile; un'aula magna per le lezioni, la 
Scuola di chimica, la Scuola di chirurgia in costruzione ed il 
così detto Travaglio per le medicazioni dei cavalli cattivi. 

Anche queste notizie sulle floride condizioni della Regia Scuola 
di Veterinaria mi vennero cortesemente favorite dall' egregio 
Direttore prof. Lanzillotti, cui devonsi in gran parte le attuali 
importanti riforme di quell'Istituto. 

Attualmente il Corpo insegnante della Scuola è così costituito : 

Dott. Nicola Lanzillotti Buonsanli, direttore della Scuola, 
professore ordinario di Patologia chirurgica e Medicina opera- 
toria e direttore della Clinica chirurgica. 

Dott. Enrico Sertoli, prof, ordinario di Fisiologia e direttore 
del laboratorio fisiologico. 

Dott. Melchiorre Guzzoni, prof, ordinario di Patologia interna 
e direttore della Clinica medica. 

Dottor Pietro Pelloggio,])Yo£. straordinario di Chimica e Far- 
macia e direttore del laboratorio chimico e della Farmacia. 

Dott. Francesco Zoccoli, prof, incaricato di Anatomia norma le 
descrittiva e topografica e direttore del laboratorio anatomico 



152 IGIENE 

Dott. Gaetano Salviolì, prof, incaricato di patologia gene- 
rale e d'anatomia patologica e direttore degli annessi laboratori- 

Le lezioni di Botanica sono date alla Scuola di Agricoltura. 
dal prof. Francesco Ardissone, quelle di Zoologia dal prof. Emilio 
Cornalia alla medesima scuola, e quelle d'Igiene e Zootecnia dal 
prof. Alessio Lemoigne, anche queste alla Scuola d'Agricoltura. 

Gli alunni di veterinaria sono ammessi a questi studi con 
un grado di coltura da potere approfittare di un completo inse- 
gnamento tecnico, che viene ad essi impartito da valenti profes- 
sori, provveduti di un ricco materiale scientifico. 

Ultimati i loro studi e conseguito un grado accademico, si 
trovano nell' esercizio della loro professione confusi coi mani- 
scalchi, cogli empirici e coi pratici, che godono la fiducia dei 
contadini e"dei Sindaci dei Comuni foresi, in confronto dei ve- 
terinari regolarmente istruiti. 

Solo all'attivarsi di una organizzazione sanitaria normale, che 
richiegga il regolare concorso dei veterinari nell'amministrazione 
della medicina pubblica e ne protegga 1' esercizio privato a van- 
taggio dell'industria agricola e della ricchezza nazionale, si potrà, 
preparare un migliore avvenire alla classe dei medici veterinari. 

Un maggiore avvicinamento infine fra gli Istituti di medicina 
veterinaria e le Facoltà mediche universitarie potrebbe arrecare- 
i reciproci vantaggi di una maggiore istruzione nelle rispettive 
discipline. 

L'Ufficio Sanitario Municipale. — La legge italiana del 
5 settembre 1800 aveva gettato le basi di un ordinamento- 
sanitario composto di corpi deliberanti, autonomi, disposti in 
ordine gerarchico, muniti di poteri esecutivi e di controllo, 
e la cui congiunzione coll'amministrazione generale dello Stato 
avveniva presso il Ministero dell'Interno. In ogni Comune risie- 
deva una Deputazione sanitaria comunale che corrispondeva col 
Vice-prefetto distrettuale, membro di diritto della Commissiono 
'aria dipartimentale. Un'odiosa restaurazione soffocò nel 
"" nascere questa grande creazione del primo Regno d'Italia, la 
quale per altezza di concetti e per vigoria d'aziono ben me— 
ritanabbe di essere il punto di partenza della nostra riforma sa- 
nitaria. 



IGIENE 153 

Durante la dominazione straniera fu rimessa in vigore la costi- 
tuzione municipale stata ordinata coll'editto 31 dicembre 1755, 
do\c le Deputazioni amministrative dei comuni rurali e le Con- 
gregazioni municipali delle città, elette dai Convocati o dai Con- 
sigli, attendevano alla gestione del patrimonio comunale, all'os- 
servanza degli ordini provenienti dagli uffici governativi, al- 
l'annona, alla sanità e ad altre incombenze d'ordine pubblico. 

Non potendosi supporre che la trattazione degli oggetti sani- 
tari e le ispezioni di annona e di sanità si possano compiere 
senza l'intervento di persone tecniche, specialmente nelle città e 
nelle città popolose, e sotto la minaccia od in presenza di malat- 
tie contagiose ed epidemiche; è certo che fino dal principio 
dell'instaurazione di quelli ordinamenti politici, in difetto di medici 
sanitari appositi, sarà stato richiesto il concorso dei medici di 
assistenza pubblica. 

Io non saprei indicare a quale epoca rimonti l'istituzione dell'uf- 
ficio sanitario municipale di Milano. Nella mia piccola colle- 
zione di leggi, regolamenti ed istruzioni di sanità, ho trovato: 

1.° Una distinta delle mansioni affidate dalla Congregazione 
municipale di Mantova al Medico municipale che porta la data 
del 16 maggio 1835. Le incombenze di quel funzionario di sanità 
erano un servizio di necroscopia e di tumulazione, di sorve- 
glianza e di misure nelle malattie contagiose, di visite agli stabi- 
bilimenti industriali disciplinati ed ovunque sianvi inconvenienti 
sanitari in locali privati e pubblici, di visite di ammalati indigenti 
da inviarsi all'Ospitale a carico comunale, di sorveglianza delle 
farmacie e delle drogherie, di visite mensili agli esposti presso 
le nutrici, di controllo della vaccinazione nelle scuole, di sussi- 
dio alla direzione dell'annona quando poteva essere compromessa 
la salute degli abitanti, di esecuzione delle ispezioni ordinate dal 
Municipio o dal Governo di sorveglianza nell' andamento della 
vaccinazione e di compilazione dei quadri statistici di questa 
operazione, di visita annuale ai vasi culinari di rame nelle oste- 
rie, trattorie, caffè, vendite di latte, di rassegna del quadro 
annuale del movimento del personale medico, di visita annuale a 
tutte le custodie di fanciulli d'ambo i sessi, di assistenza come 
delegato sanitario alle autopsie che si eseguissero fuori dello Spe- 
dale; di sorveglianza del personale sanitario parrocchiale con 






154 IGIENE 

informazioni quindicinali , di revisione di conti di medicinali 
somministrati agli ammalati poveri a carico di Cause Pie. 

2.° Istruzioni a stampa del Medico-Chirurgo municipale della 
Regia città di Venezia 23 settembre 1840. Esse sono ad un dipresso 
dello stesso tenore delle precedenti, ma meglio ordinate ed esposte. 

3.° La Circolare del Consiglio di Governo di Lombardia, 8 mar- 
zo 1845, colla quale si determinano la sede ed i doveri dei Medici 
municipali in confronto degli altri impiegati. 

Viene stabilito che il Medico municipale è un consulente della 
Congregazione municipale , il quale non può agire in persona 
come braccio del Municipio, se non in casi individuali , ne' quali 
viene dal medesimo espressamente incaricato, e che l'assunzione 
<li questo funzionario non può avere luogo se non dietro rego- 
lare deliberazione consigliare. 

Alla Circolare è annessa un'istruzione a stampa, la cui osser- 
vanza doveva essere mantenuta presso i rispettivi Municipi. 

A tenore di quella istruzione le ispezioni del Medico munici- 
pale si estendevano: 

I. Sopra lo stato della pubblica salute in generale. Raccolta 
di notizie intorno al circondario del suo Comune, agli abitanti 
di esso, al loro modo di vivere, ai loro usi, costumi. Indagare 
le cause che possono avere una influenza nociva alla pubblica 
salute e proporre di tempo in tempo i mezzi più acconci per 
togliere o diminuire queste dannose influenze. 

Fra le cose che possono recar danno alla salute meritano 
speciale attenzione: lo acque stagnanti, le acque potabili di dub 
bia qualità, la cattiva costruzione ed il troppo sollecito uso delle 
abitazioni, lo stato generale o parziale di queste, la soverchia 
umidità e le esalazioni malsane per varie cagioni. 

La mutabilità dell'atmosfera e delle stagioni, il dominio di 
dati \ cut i; la qualità trista ed alterata dei commestibili, il cattivo 
modo di prepararli, lo bevande del pari mal preparate o conser-* 
rate in rasi capaci <li alterarle; Le abitudini mei] buone nel vestiri 
nel trattamento dolio gravide e dello puerpere, de'neonati e dei 
fanciulli, Dell'educazione di questi, nel regimo durante lo malattie:'; 
l'inopportuna custodia e la precooe tumulazione de'cadaveri, eco,| 

La natura del suolo, de'pascoli, i metodi e lo abitudini domirj 
nauti per la moltiplicazione, L'allevamento de] bestiame} ed 

di malattia la cura degli animali, ecc. 



IGIENE 155 

Il Medico municipale doveva tener dietro alle nascite, alle 
morti, ai matrimoni ed ai prospetti statistici, conservandone 
esatti registri. Inoltre aveva da occuparsi incessantemente della 
solta dei materiali tutti che occorrono per compilare ed a suo 
tempo produrre la topografia medica della rispettiva città, e da 
inoltrare periodicamente alla Superiorità i rapporti statistici rela- 
tivi ina in corso. 

Nei casi d'incendio, di mine di un fabbricato o di altri infortuni 
in città era suo obbligo di recarsi tosto sopra luogo per prestare 
quei soccorsi tecnici istantanei di cui abbisognassero le persone 
pericolate ed offese. 

II. Sulle malattie dominanti fra gli uomini e gli animali. 
Lo studio e la determinazione delle malattie endemiche e delle 

provvidenze atte a diminuirne la frequenza e la forza; le revi- 
sioni, indagini e visite per iscoprire e constatare le malattie epi- 
demiche e contagiose negli uomini, e delle epizootiche e conta- 
giose negli animali e per assicurarsi, dell'esatta osservanza delle 
discipline sanitarie; la compilazione dei rapporti e prospetti; l'ese- 
cuzione della vaccinazione ove ed in quanto non fosse o non 
dovesse essere altrimenti provveduto, e le ispezioni e pratiche 
d'Ufficio nei casi di morte per causa dubbia o sospetta, occorrenti 
ad illuminare l'Autorità municipale, costituivano parte dei doveri 
del Medico municipale. 

III. Sopra gli stabilimenti pubblici ed altri luoghi in cuicon- 
r iremo molte persone , in quanto non vi siano addetti medici 
appositi e dipendano dall' Autorità amministrativa. 

Il Medico municipale vegliava sul modo con cui tenevansi, 
sulla loro nettezza e ventilazione, sull 'esercizio loro, trattandosi 
di bagni, di sale di divertimento e simili; e si faceva carico 
ée' possibili loro miglioramenti nei rapporti ordinari e straordi- 
nari al Municipio. 

IV. Sopra il personale sanitario. 

Invigilava il Medico municipale che nell'esercizio delle pro- 
poni sanitarie non s'introducessero abusi; che medici, chirur- 
ghi, farmacisti, levatrici e veterinari non eccedessero i limiti 
dello loro patenti; che le farmacie fossero regolarmente tenute 
<' ! 1 esercitate, ed in dipendenza di tale obbligo accompagnava il 
Consigliere Protomedico od il Regio Medico Provinciale nelle visite 



156 IGIENE 

alle farmacie, e si prestava alle verificazioni occorrenti dopo tali 
visite. 

V. Sopra gli infermi curati a carico del Comune. 

Le verificazioni dello stato di malattia o di guarigione degli 
infermi curati o sussidiati a carico comunale spettavano di ne- 
cessità al Medico municipale, chiamato a procedere ed a dar voto 
in ogni caso speciale con riguardo alle massime che erano in 
vigore, al luogo in cui decombono gl'infermi ed alle consuetudini 
e pratiche locali. 

Questi documenti ufficiali sono più che sufficienti per istabilire 
che presso l'amministrazione comunale di ogni città nelle provincie 
lombarde e venete doveva funzionare un medico sanitario sotto 
l'immediata dipendenza della rappresentanza municipale, da solo 
od assistito da altro personale tecnico e di cancelleria, secondo 
l'importanza del Municipio stesso, e pertanto esisteva un Ufficio 
municipale sanitario o d'igiene in ogni città di questa parte d'Italia. 

I fatti storici fin qui raccolti intorno all'esistenza delle Depu- 
tazioni sanitarie comunali, autonome, indipendenti, all'epoca del 
primo Regno d'Italia e degli Uffici municipali d'Igiene sórti suc- 
cessivamente ai tempi della restaurazione nelle città di Lombar- 
dia e del Veneto e definitivamente organizzate nelle città lombarde 
sino dall' anno 1845 sopra basi scientifiche e con principi uniformi, 
distruggono la credenza che Torino fosse stata la prima città del 
mondo ad istituire sopra principi scientifici l'Ufficio municipale di 
Igiene al 1° gennaio 1856 (1). 

Nel 1844 l'Ufficio sanitario del Municipio di Milano era com- 
posto di un ufficiale amministrativo, di un aggiunto al medesimo, 
di un medico e di un veterinario, ed assistito da 23 commessi di 
sanità, uno per ciascuna delle 23 parrocchie della città (2). In se- 
guito venne accordato un secondo medico. Nelle epidemie di colera 
s'istituivano degli Uffici sanitari speciali per quartieri, e centrale 
presso il Municipio, presieduti da una Commissione medica, di cui 
faceva parte il Medico dell'Ufficio ordinario della sanità. Anche 
dorante Le epidemie ili vainolo una Commissione medica attendeva 
al servizio sanitario speciale. 



(1) 0. Pacchiotti Qua in.ni d'igiena pubblica in Torino, isso, pag. '27. 
'-' Milano i il mm territorio Milano ikìì, voi. l, pag. 249. 



IGIENE 157 

Nel maggio del 1869 venne diversamente sistemato il suddetto 
Ufficio sanitario municipale. In forza di quelle disposizioni esso 
è destinato ad eseguire i regolamenti e le ordinanze municipali 
concernenti l'igiene pubblica ed a proporre provvedimenti relativi. 
Consta di un Medico capo, di due Medici, di due Medici assistenti, 
del necessario personale amministrativo, dei Medici addetti ai 
dispensari sitìlojatrici,de' Medici vaccinatori e di un Medico vete- 
rinario. Vi sono pure addetti inservienti e guardie sanitarie. Il 
Medico capo, i Medici ed i Medici assistenti sono impiegati stipen- 
diati dal Municipio, e così pure il personale amministrativo. I 
Medici sifilojatrici, i Medici vaccinatori ed il Medico veterinario, 
ricevono gratificazioni in relazione all'importanza e qualità dei 
servizi prestati. 

Il personale di assistenza è trattato colle norme comuni in 
vigore. Coll'aggregazione del Circondario esterno alla Città venne 
aggiunto un terzo Medico municipale. 

Il Medico capo dipende direttamente dalla Giunta municipale; 
propone provvedimenti d'igiene pubblica che non siano di attri- 
buzione dei Consigli di sanità e della Commissione sanitaria muni- 
cipale ; presenta al principio di ogni anno un rendiconto dello 
stato sanitario della città durante l'anno precedente, e dell' anda- 
mento dell'ufficio di sanità. 

È di speciale sua attribuzione la sorveglianza sui dispensari 
celtici e sulla vaccinazione; la cura medica nei convitti muni- 
cipali; la visita sanitaria agli stabilimenti ed opifìci industriali, 
alle abitazioni di recente costruzione ed alle insalubri , in unione 
agli altri membri di una Commissione da lui presieduta e desi- 
gnata dalla Giunta municipale. 

Ha obbligo di residenza in ufficio al pari degli altri Medici 
municipali, in modo che nell'orario d'ufficio vi sia sempre presente 
un Medico municipale. 

I Medici municipali, oltre le altre incombenze, verificano lo 
stato degli ammalati poveri che vengono curati a carico muni- 
cipale; attendono alla cura dei civici pompieri e delle guardie 
daziarie. Uno di essi è addetto alla Sezione di beneficenza. 

I Medici assistenti si occupano specialmente dell'accertamento 
dei decessi. 

La forma organica di questo ufficio sanitario presenta il difetto 



158 IGIENE 

di non riunire in se tutti i servizi sanitari; quello della macel- 
lazione ed ispezione delle carni è affidato ad un corpo di veterinari 
non dipendenti dall'ufficio sanitario. L'ufficio d'annona è separato 
ed indipendente dall'ufficio sanitario; esso si rivolge all'ufficio 
medico quando crede di richiedere un suo giudizio. Anche l'ufficio 
funerario procede nelle sue funzioni senza alcuna dipendenza 
dall'ufficio sanitario. La demologia od antropologia sociale, di 
assoluta competenza medica, e dove gl'igienisti devono sviluppare 
la loro massima attività nella ricerca delle morti prevenibili e loro 
cause, della fecondità sociale e matrimoniale, dei rapporti di 
mortalità e natalità, sta nelle mani dell'ufficio di stato civile, il 
quale riceve soltanto dall'ufficio sanitario le verifiche dei decessi. 

Non esistendo alcun rapporto fra l'ufficio sanitario munici- 
pale ed i medici di pubblica assistenza nel Circondario interno 
della città, viene esso a mancare di un altro prezioso elemento 
statistico medico della morbilità in relazione alle sue cause, tema 
attuale di estese e profonde ricerche, onde aumentare il nu- 
mero delle malattìe prevenibili. 

Per rilievi, per studi, per migliorie, per sorveglianza, per 
controllo, le ispezioni sanitarie delle scuole , degli opifici delle 
vendite di commestibili e bevande, di droghe ed altri commerci ; 
le visite alle case insalubri, agli ammalati di contagio, alle stalle 
infette devono essere frequenti, incessanti, e l'ufficio sanitario at- 
tuale ha uno scarso personale di sussidio. L'antico ufficio sani- 
tario disponeva di 23 commessi di sanità, mentre ora sono a di- 
sposizione dell'ufficio medico un veterinario, gli accalappiacani e 
te guardie sanitarie per gli ammalati di contagio e per gli spurghi. 

I Htre l'accennata separazione di alcuni importanti servizi atti- 
nenti all'igiene pubblica, vi hanno altre due Commissioni sani- 
tarie, di cui fa parte il Capo-medico dell' ufficio d'igiene mu- 
nicipale. 

La prima di efl06 è la Commissione municipale di sanila (dotta 
dal Consiglio comunale per assistere il Sindaco nell'esercizio della 
lanità; ha carattere di corpo consultivo, ha alcuni speciali inca- 
richi e per delegazione <I<-1 sindaco può assumere attribuzioni at- 
ecuzione e di sorveglianza (1). 



R lamento '. cttemhre istì \nr l'esecuzione dolio loggi sanitarie 
1174, Titolo II, c<i>. V. 



IGIENE 159 

Di questa Commissione, stabilita dalla legge e che con utilità 
del servizio potrebbe elevarsi alla dignità di un corpo sanitario 
deliberante ed attivo, superiore in poteri ai Consigli di sanità, 
il Municipio ne ritrae un ben tenue aiuto. Ricorre ad essa per 
risolvere qualche questione di amministrazione sanitaria comu- 
nali 1 , per lo più di carattere scientifico e sperimentale. 

L'altra Commissione, di cui già si disse, porta il titolo di Com- 
missione tecnico-sanitaria ed esercita la sua attività in due fra le 
parti più importanti dell'igiene comunale, cioè dell'igiene edilizia 
e dell'igiene industriale. 

Nessun rapporto definito esiste fra l'ufficio sanitario e la com- 
missione comunale di statistica. 

Un'altra grave circostanza s' aggiunge a rendere più arduo e 
meno proficuo l'esercizio della sanità comunale. 

È noto che ogni Comune deve avere un regolamento d'igiene 
pubblica e di polizia mortuaria (art. 137 e 138 del citato rego- 
lamento delle leggi sanitarie). Quello d'igiene pubblica per il 
Comune di Milano, escluse le disposizioni intorno ai decessi, alla 
tumulazione ed ai cimiteri, contiene poche disposizioni in più di 
quelle espresse nei primi tre capitoli del titolo terzo del citato 
regolamento sanitario generale, quindi riesce insufficiente nel 
pratico esercizio. 

A correggere un tale difetto, proveniente dall'esemplare unico 
proposto dal Ministero dell'Interno indistintamente per tutti i 
Comuni del Regno, il Consiglio comunale di Milano diede inca- 
rico alla Giunta municipale di proporre delle norme per l'ap- 
plicazione del regolamento d' igiene. Queste norme riescirono , 
tome era da prevedersi, il compimento del regolamento sanitario 
municipale e non le norme di procedura per constatare le con- 
travvenzioni al regolamento. Nel caso che si volessero far valere 
tali regole di applicazione, come altrettante disposizioni del rego- 
lamento, sorgerebbero fondate opposizioni per parte dei cittadini > 
in modo da impedire ogni azione coattiva rispetto all'osservanza 
delle disposizioni contenute nelle norme d'applicazione, che for- 
mano la miglior parte del regolamento. 

Infine le due Commissioni sanitarie e l'Ufficio sanitario costi- 
tuiscono tre sezioni slegate di un corpo tecnico di sanità soltanto 
consultivo ; alla Commissione municipale di sanità non sono 



160 IGIENE 

consentite quelle attività che il regolamento sanitario gene- 
rale le assegna (art. 42 , 43 del citato regolamento 6 set- 
tembre 1864). Il solo Capo-medico dell'ufficio sanitario fruisce 
del diritto d'iniziativa. Nessun dei detti funzionari prende parte 
alla collaborazione dell' Amministrazione sanitaria municipale, la 
quale viene esercitata da una sezione della Giunta, presieduta da 
un Assessore con impiegati comuni. 

Malgrado questi difetti organici, in parte comuni all'intiero 
sistema sanitario del Regno ed in parte speciali, i Medici muni- 
cipali, sia in passato come al presente, corrisposero degnamente 
alle esigenze di un sì importante servizio con molta operosità, 
con una illuminata pratica , con dotte relazioni di epidemie, 
con rendiconti statistici annuali e con importanti statistiche de- 
mografiche che lasciarono vivo desiderio della loro continuazione, 
coi bollettini mensili di mortalità tuttora in corso e con altre 
utili produzioni scientifiche. 

Qui dove sono ancor vive le tradizioni sanitarie del primo 
Regno d'Italia e del Magistrato di sanità presieduto dal conte 
professore Moscati e dai professori Rasori, Paletta e da altri 
eminenti uomini politici di queir epoca gloriosa ; qui dove la 
dottrina del contagio, ora divenuta universale, sempre si mantenne 
inconcussa, 1' Ufficio sanitario municipale di antica istituzione 
e di vigorose forze dotato, avrebbe dovuto essere il primo ad 
iniziare in Italia la riforma urgente, richiesta dallo stato attuale 
delle scienze sanitarie, e che fecero sorgere in Europa gli uffici 
municipali d'igiene di Berlino, Copenaghen, Stocolma, Bruxelles, 
Torino, Lione, Rheims, Marsiglia, Nancy, e all'Havre, ed in 
America quelli di Boston, New-York, S. Luigi, Filadelfia, Wa- 
shington e Nuova Orleans. Vi fu un istante in cui pareva im- 
minente la desiderata trasformazione e poi ad un tratto arrestossi 
il in<>\ imento in avanti. 

Per i! bene e per l'onoro della mia città nativa e per l'avan- 
zamento della scienza della saluto faccio voli che l'Amministra- 
zione della sanila cittadina raggiunga in breve il suo tipo normale. 

l-\ Società Italiana d'Igiene. — Agli imponenti progress 

dell'igiene contribuirono l<- molte associazioni (elidenti a diversi 

copi, identifico, umanitario ed educativo. Fra le società scien» 



IGIENE 161 

tifiche occupano il primo posto le Società mediche, i Congressi 
medici nazionali ed internazionali; indi le Società di statistica r 
di scienze sociali, coi loro Congressi. Temi d'Igiene venivano 
studiati e discussi dalle Società mediche di Germania, d'Inghil- 
terra, d'Italia, studi e discussioni che si continuano ancora presso 
le stesse Società in sezioni speciali. Nei Congressi medici in- 
ternazionali è fatta larga parte alle questioni sanitarie, anche 
per disposizione istitutiva. 

Soverchiando poi la materia scientifica sanitaria, e gli studi 
e le pratiche applicazioni richiedendo non solo l'opera dei medici, 
ma anche di cultori di scienze naturali e sociali, ebbero origine 
le diverse Società d' igiene della Germania, dell' Inghilterra e 
quelle più recenti di Francia, del Belgio, di Russia, d' Italia, 
Come avvenne che dall'albero materno delle Società mediche si 
staccarono le Società d'igiene, così ora si vanno formando So- 
cietà separate per lo studio di rami o scienze speciali dell'igiene. 
In Germania si è costituita una Società d' Igiene tecnologica , 
la quale nel settembre scorso tenne il suo annuale Congresso 
nella città di Amburgo, accanto alla Società tedesca d'Igiene 
pubblica, ivi riunitasi. 

I Congressi sanitari internazionali di Parigi (1871), Costan- 
tinopoli (1866) e Vienna (1874), dove, congregati i rappresentanti 
della scienza sanitaria e della diplomazia dei diversi Stati, si 
discussero i mezzi di difesa contro i contagi e si gettarono le 
basi dell'igiene [internazionale, sono monumenti per la storia 
dell'igiene. 

La grande istituzione dei Congressi mondiali d'igiene, la cui 
origine rimonta all' anno 1851 in Brusselles, ove il Congresso 
nazionale d'igiene riunito dal ministro dell'Interno Rogier, prima 
di separarsi, decise di convocare per l'anno successivo 1852 nella 
stessa città un Congresso generale di tutti i cultori dell'igiene, 
tanto del Belgio che dell'estero, dopo una lunga sosta si ravviò 
col secondo Congresso, pure tenutosi in Brusselles nel 1876, che 
per errore cronologico fu chiamato primo ed al quale tennero 
dietro il terzo ed il quarto di Parigi e di Torino. 

Questi solenni periodici convegni in cui sono rappresentati i 
governi, le società scientifiche, e specialmente mediche ed igie- 
niche, e dove intervengono i cultori più eminenti delle scienze 

Minso. — Voi. I. 11 



162 IGIENE 

sanitarie dalle varie parti del globo, per far convergere le loro 
forze alla soluzione delle importanti questioni messe all' ordine 
del giorno, non costituiscono essi le biennali riunioni di una 
grande Società mondiale di igienisti che non tarderà a far sen- 
tire la propria potente influenza sugli Stati, perchè concorrano 
con leggi ed istituzioni ad una progressiva riforma sanitaria? 

In Italia, senza ricordare le glorie dell'igiene romana antica 
od i germi della medicina pubblica moderna, basta consultare 
l'opera storica del prof. Corradi sull'Igiene pubblica in Italia per 
convincersi che ogni ramo dell' igiene vi è coltivato (1). Nei 
Congressi degli scienziati prima del nostro risorgimento, varie 
e gravi questioni di pubblica igiene furono trattati nella sezione 
di medicina. L'Associazione medica degli Stati Sardi e l'Associa- 
zione medica italiana, si occuparono nei loro Comitati e nei loro 
Congressi quasi esclusivamente d'argomenti d'igiene, di servizi 
sanitari, di studi medici. 

Qualche sterile voto era già stato pronunciato per l'istituzione 
di Società igieniche. Il dott. Benedetto Trompeo inaugurò la 
solenne e pubblica adunanza della Reale Accademia Medica di 
Torino 29 giugno 1862 con un discorso sul tema : Dell'influenza 
delle leggi sull'igiene, e nel quale raccomanda caldamente in 
li alia l'istituzione di una Società d'Igiene applicata. Il concetto 
di quel valente ed operosissimo igienista era quello di creare un 
corpo scientifico, competente a raccogliere materiali statistici e 
di topografia medica ed a formulare buone leggi sanitarie (2). 

Io proponeva un' Associazione d' Igiene in cui tutti potessero 
prendere parte coli' opera e colle contribuzioni per promuovere i 
gli studi, l'insegnamento, le istituzioni d'igiene (3). 

Nell'adunanza 29 aprile 1877 del Comitato milanese dell' As- 
sociazione medica italiana, il socio dott. Gaetano Pini invitò 
colleghi a rondare una Società Italiana d'Igiene, mostrando come 
più questioni sanitarie si agitassero in non adatta sede; come 
giungessero aotizie di Francia clic vi erano in formazione non 
una, ma due Società d'Igiene; come infine per il benessere delle 

i \ Corradi. ìnfbrmatfoni tuli' igiene pubblica <>t Italia e degli studi degli Italiani /» 

ultimi tempi, limali universali «li i licina. Anno isi;:;. 

Giornale dell' Accademia medica ili Torino isr»2. 

1 li diana Lombarda, anno imi;:», pan. 180, 8S9. 



IGIENE 163 

postre popolazioni e per l'onore d'Italia non si dovesse ritardare 
questa opportuna e desiderata istituzione. Accolta con plauso la 
proposta, venne eletta dalla Presidenza una Commissione per lo 
studio e lo svolgimento della medesima. Nella riunione del Co- 
mitato 24 febbraio 1878, la Commissione presentò un progetto 
di Statuto della Società, che venne approvato, e fu altresì de- 
liberato di procedere alla nomina di un Comitato promotore che 
provvedesse ai mezzi necessari per la definitiva costituzione della 
Società. Ottenutosi un bel numero di aderenti, la Presidenza del 
Comitato medico milanese in adempimento al mandato affidatole 
dichiarò costituito il Comitato promotore della Società Italiana 
d'Igiene, e nella seduta speciale 21 aprile 1878 lo invitò a fun- 
zionare da sé. 

Il Comitato promotore, accettando, deferì l'incarico ad una Com- 
missione Esecutiva. Uno dei primi atti del Comitato promotore 
fu un invito agli igienisti per la costituzione della Società e l'ap- 
provazione del progetto di Statuto. Accresciute le adesioni, nel- 
l'assemblea generale degli aderenti del giorno 15 settembre venne 
approvato lo Statuto, nominato il Consiglio di direzione e costi- 
tuita la Società. 

. La Società Italiana d'Igiene ricevette poi una solenne conferma 
dai Congressi riuniti in Pisa nel giorno 25 settembre 1878 colla 
votazione per acclamazione del seguente ordine del giorno: 

« L'VIII Congresso dell' Assoc. medica italiana e il V Congresso 
dell' Assoc. nazionale dei medici condotti, radunati in Pisa; 

« Visto lo Statuto della Società Italiana d'Igiene; 

« Udita la relazione del dott. Carlo Zucchi intorno allo scopo 
ed all'ordinamento della stessa; 

. « Proclamano solennemente costituita la Società Italiana d'I- 
giene e fanno voti che, raccogliendo intorno a se la parte più eletta 
della Nazione, sia di lustro alla scienza, di decoro alla patria, 
di utile all'umanità ». 

Anche S. M. il Re univa i suoi agli auguri dei congregati, 
dirigendo alla Presidenza delle due Associazioni riunite a Pisa 
un telegramma, col quale dichiarava di prendere sotto i propri 
auspici il nascente sodalizio. L'inaugurazione della Società Ita- 
liana d'Igiene ebbe luogo in Milano con un discorso del Presi- 
dente prof. Alfonso Corradi, letto il dì 29 dicembre 1878 nella 
gran sala della Società Patriottica e degli Artisti. 



164 IGIENE 

Scopo della Società Italiana d'Igiene è di promuovere gli studi", 
le istituzioni e le leggi che contribuiscono all'integrità, alla con- 
servazione ed all' incremento delle facoltà fìsiche e morali del- 
l'uomo, considerato nell'individuo, nella famiglia e nella sociale 
convivenza (Art. 1 dello Statuto). Questa forma concisa di espri- 
mere il fine sociale non lascerà forse comprendere a prima vista 
quale ne sia la portata. Però con qualche riflessione si viene a 
conoscere che la Società non vuol porre alcun limite alla sua 
azione. Intende dedicare le sue forze agli studi della scienza sani- 
taria pura che ha per oggetto l'integrità, la conservazione, l'in- 
cremento delle facoltà fisiche e morali dell'uomo, nel suo stato in- 
dividuale, di famiglia e di società, od in altri termini, la conser- 
vazione della salute, il prolungamento della vita, la perfezione od 
evoluzione della specie umana. Non intralascia poi 1' eminente 
scopo delle utili applicazioni, nelle quali consiste la scienza sa- 
nitaria pratica, che si estrinseca nelle opere, nelle istituzioni e 
nelle legislazioni di sanità. 

La Società ha sede principale in Milano e sedi particolari 
in altre città del Regno." La Società non avrebbe potuto assu- 
mere degnamente il titolo di Società Italiana, se non avesse reso 
possibile la formazione di più centri in cui la Società possa svilup- 
pare la sua attività (Art. 3 dello Statuto. Titolo 1.° del Regola- 
mento interno della Società). 

Sono chiamati a formar parte della Società coloro che pei propri 
titoli possono apportare un efficace concorso al raggiungimento dei 
fini sociali, come legislatori, magistrati, autorità, grandi possidenti, 
grandi industriali, oppure coloro che per la specialità degli studi 
P"<sono concorrere nei lavori scientifici della Società, e qui pos-> 
siamo numerare medici, zooiatri, fisiologi, chimici, fisici, natu- 
ralisti, ingegneri, architetti, sociologi, amministratori, economisti, 
statisti, giureconsulti (Art. 4 dello Statuto). 

La Società si compone di membri onorari, effettivi e eorrispoaB 
'Irmi esteri (Art. 5 «Irli.» Statuto). Il titolo di membro onorario 
viene conferito dalla Società ai membri effettivi che si siano resri 
benemeriti dell'istituzione, a personaggi, autorità che abbiano giotj 
copi della Società, <» si consideri il Loro palmcinio utile 
all'ai venire di e tsa (Art. 6 dello Statuto). 

Per fammi ione dei membri effettivi occorre che l< i proposta 



IGIENE 165 

.siano fatte da due soci ed accettate dal Consiglio di direzione. I 
membri effettivi versano una quota annuale di lire dieci od al- 
meno lire cento per una volta tanto. I membri esteri corrispon- 
denti vengono pure eletti dal Consiglio di direzione sopra domanda 
scritta e motivata da un membro del Consiglio stesso (Art. 6, 
7, 8, 9 dello Statuto). 

Per gli studi ed i lavori la Società si suddivide in cinque se- 
zioni, d'Igiene generale, privata, pubblica, di statistica medica 
ed igienica e di topografìa medica, di diritto sanitario, ossia di 
amministrazione sociale. 

Ogni sezione elegge un presidente ed un segretario. 

La Società, per adempiere a suoi scopi, tiene adunanze e con- 
ferenze pubbliche sopra questioni igieniche d'interesse generale; 
convoca congressi ed imprende escursioni scientifiche; pubblica 
un Giornale; dà corsi d'istruzione popolare e scientifica nei di- 
versi rami dell' igiene, giovandosi all' uopo anche di opportune 
pubblicazioni; propone premi per lo studio e la soluzione di temi; 
provvede alla fondazione e conservazione di laboratori, di colle- 
zioni tecniche e scientifiche, di una biblioteca ; stabilisce rapporti 
con Società d' Igiene d'altre nazioni e mantiene corrispondenze 
nelle provincie del Regno per mezzo delle Sedi particolari ; pone 
allo studio i progetti di legge sottoposti alla sanzione del Par- 
lamento; richiama l'attenzione delle autorità sopra quanto può 
richiedere provvedimento in materia di sanità e specialmente 
sopra le cause di malsania, sulle condizioni igieniche delle classi 
lavoratrici, sulle misure premunitive contro epidemie e contagi 
<Art. 10 e 11 dello Statuto). 

Vediamo ora sulla' scorta dello splendido discorso pronun- 
ciato dal Presidente prof. Corradi sul primo anno di vita (1879) 
della Società sino a qual punto in questa parte siasi adempiuto 
allo Statuto. Si tennero adunanze e conferenze pubbliche so- 
pra questioni igieniche di generale importanza. Appena si 
sparse la nuova che nel territorio di Astracan era scoppiata 
la peste, la Società incaricava uno de'suoi membri, il prof. Ta- 
massia, di farne oggetto di pubblica lettura. Così fece per mezzo 
del dott. Visconti rispetto ai salumi infetti di trichina che dal- 
l'America settentrionale furono sbarcati nei nostri porti o per 
altre vie introdotti. Successivamente i dottori Chiarleoni, Coul- 



1G6 IGIENE 

liaux, Pini, Pierd'houy, Gatti-, Ottoni, Marzolo, Lanzillotti, Gigìiàr 
relli e Bonfigli trattarono dell' allattamento mercenario, dell'igiene 
dei denti, di quella della scuola e della vista, della difterite, del 
linguaggio dei bambini, dei pregiudizi in medicina, delle funzioni 
nutritive, della ubbriachezza e della pellagra. Aprivasi con questi 
opuscoli una serie di pubblicazioni utilissime per diffondere nozioni 
popolari d' igiene, e dare pratici suggerimenti. .» 

Al Congresso medico internazionale di Amsterdam, all'altro 
de' veterinari in Bologna e a quella de' Medici condotti in Napoli 
la Società nostra fu degnamente rappresentata; il dott. Zawerthal 
diede diligente relazione di quanto venne discorso nel primo, relati- 
vamente a cose igieniche. Fu fatta una visita al manicomio 
provinciale di Mombello, di cui fu data relazione dai dottori 
Grandi e Caporali. 

Della pubblicazione del Giornale della Società lo stesso prof. 
Corradi se ne chiamò contento. Esso serve a mostrare l'operosità 
sociale, e nel breve giro di un anno ha già preso stabile ed ono- 
revole posto. Le memorie che si presentarono per la stampa ab- 
bondavano, per cui si fece tosto sentire il bisogno di darlo fuori 
ogni mese, anzi che a bimestri. Si vede chiaramente che la Società 
ha messo all'aperto facoltà latenti, ha reso produttivo un terreno 
che pareva infecondo, solo perchè non dissodato. Importanti furono 
le materie trattate nel Giornale, il quale si raccomanda altresì e per 
la nitidezza dei tipi, l'eleganza della forma e le numerose tavole.' 
Anche il diploma sociale, lavoro artistico dello Speluzzi, fu! 
molto aggradito. 

Sul tema di concorso: l'ubbriache zza in rapporto all' igiene' 
fa pioni iata la memoria del dott. Gigliarelli. La Biblioteca si 
arricchisce di doni e di cambi con giornali. Il Giornale della? 
Società serve a mantenere un'assidua corrispondenza colle di- 
sedi ed i colleghi sparsi per ogni parte d'Italia. 

Sulla peste bubbonica, la peste bovina, la trichina, il lavoro 
del fanciulli, il prezzo del sai*;, le visite sanitarie periodici» 
Selle scuole furono innalzati rapporti al Ministero. Furono fatto 
letture nelle sedute mensili sulla frequenza dei suicidi, sull'igieni 
Internazionale, sui colori Innocui e velenosi. La Società , assunti 
informazioni sullo tato anitario dèi paesi inondali, ondi 
rivolgervi l'aiuto della pubblica beneficenza. Si adi- 



IGIENE 167 

dava ad una sezióne speciale la tutela degli infanti e degli ado- 
lescenti in Milano. Il parere della Società fu anche domandato 
da privati. Furono fatti studi sperimentali sulla cachessia ida- 
tiginosa dei maiali e sulle carni trichinate per istabilire fino a 
qual punto la stagionatura e la salatura possa contribuire a 
rendere innocue le carni infette. 

Il dott. Robolotti narrò casi di febbre puerperale epidemica, 
ed il prof. Chiara tenne conferenze sulla profilassi antisettica 
conveniente negli ospizi di maternità. La fisica e la chimica furono 
invocate per risolvere la grave questione igienica ed edile dello 
scolo delle acque, della condotta e dello spurgo delle fogne nella 
memoria dell'ing. Bignami Sorniani; la statistica e le investiga- 
zioni demografiche nei lavori d'igiene generale ed antropologica 
del Bodio, del Pagliani e del Raseri. Il dott. Tassani trattò pure 
con rigore di metodo la questione, se convenga o no riaprire la 
ruota negli ospizi dei trovatelli, combattendo con critica sottile 
ed elegante le ragioni colle quali si tenta di ripristinare quell'or- 
digno medioevale, già condannato dalla civiltà e dalla moralità. 

Nello scorso anno, che fu il secondo di vita della Società, venne 
mantenuto il carattere tutto positivo di cui si volle fossero infor- 
mati gli atti, le pubblicazioni sociali, ed ora esaminiamo breve- 
mente quale e quanta sia stata in esso la produzione del lavoro. 

Ricorrendo al Giornale della Società, che nella sua prima parte, 
Memorie originali, è il fedele misuratore delle forze scientifiche 
del sodalizio, vediamo aprirsi la serie con una stupenda mono- 
grafia: Le acque potabili considerate sotto l'aspetto igienico e 
chimico dei dottori Sor mani e Mauro, cui seguono, dopo breve 
sosta, le dotte considerazioni del clott. Pierd'houy sul Tipo ita- 
liano, detto elzeviriano rispetto all'Igiene dell'occhio, per poi 
riprendere gli studi dell'acqua, considerata come veicolo dei ri- 
fiuti fra le popolazioni agglomerate, nella premiata memoria del 
prof. Roster: Le acque di fogna, indi raggiungere il classico la- 
voro dei professori Pagliani e Bozzolo : L'anemia al traforo del 
Gottardo dal punto di vista igienico e clinico, prezioso frutto 
di ben diretti studi ed esperimentali ricerche scientifiche, e dura 
requisitoria contro la responsabilità dell'impresa industriale e dei 
governi rispettivi. Un memoriale con allegati fu indirizzato al 
Ministro della Pubblica Istruzione dal Presidente della Società, 



168 IGIENE 

prof. Corradi, avente per titolo: Della necessità delle ispezioni 
igieniche nelle scuole. Il lavoro industriale come tema di legi- 
slazione sanitaria dello Stato è una memoria di attualità egre- 
giamente trattata dal dott. De-G-iaxa. Due interessanti memorie 
sono del dott. Pini: Il mobilio scolastico nell'Istituto dei ra- 
chitici di Milano; La cremazione dei morti. Altri due pregevoli 
scritti, uno d'igiene pedagogica: Nuovo modello di banco da 
scuola igienico, l'altro d'igiene oculare: La stampa ad inchiostro 
bianco e carta nera, sono del dott. Pierd'houy. 

Due altre memorie infine 'sono la soluzione di temi proposti 
dalla Società Italiana d'Igiene al Congresso Internazionale d'I- 
giene in Torino. La prima di esse del dott. Agostini: Del go- 
verno degli Esposti fu approvata nelle sue conclusioni dalla IV 
sezione del Congresso; la seconda è di chi scrive queste pagine: 
Dell'ordinamento dell' Amministrazione Sanitaria negli Stati. 
Sopra tale soggetto furono comunicate al Congresso altre due 
memorie, indi venne ad unanimità emesso il voto per un centro 
direttivo della sanità in ogni governo, autonomo, competente e di- 
pendente dall'assemblea nazionale, con bilancio speciale. Tale forma 
organica, solo attuabile col tramutarla in un ministero di Sa- 
nità, veniva a confermare le principali proposte dello scrivente. 

Il prof. Finkelnburg al Congresso Internazionale d'Igiene in 
Torino, alludendo ai progressi dell'Igiene pubblica in Italia, rese 
omaggio alla Società Italiana d'Igiene, le cui pubblicazioni, disse, 
sono accolte con simpatia da tutti gli scienziati d'Europa. 

Si continuò la pubblicazione degli opuscoli popolari d'igiene, l'in- 
segnamento dell'igiene presso la scuola professionale femminile, 
presso L'istituto tecnico, ed il prof. Chiara aprì un corso di con- 
ferenze sulla profilassi listeriana nell'assistenza delle gravide o 
delle puerpere; il dott. Hajech fece la prolusione ad un corso 
d'igiene infantile; fu trasmesso al Ministro di grazia e giustizia 
li proposta dell'avv. Friedmann per una importante modificazione 
all'art. .'{71 del Codice Civile, dopo essersene data lettura nella 
ita «li Luglio presso la sode eentrale della Società. Il doli. Pini 
nell'adunanza di maggio della sfossa sede centrale l'ere uncin- 
ante e posizione sulle condizioni anormali dei cimiteri di 
Milano. 

Nella eduta mensile di oriuflrno della sede stessa si è trattato 



IGIENE 169 

del risanamento della fossa interna di Milano ed in quella di 
luglio della pavimentazione della stessa fossa. Nell'adunanza del 
dicembre fu presentato il nuovo pane-carne del dott. Bazzoni, 
•e dal dott. Pini fu dimostrata la necessità e l'importanza di pro- 
muovere la istituzione degli Ospizi marini e delle Scuole pei 
rachitici in Italia e dei modi di provvedervi. Presso le sedi par- 
ticolari di Padova e di Modena si fecero studi di topografia e 
statistica medica. 

Il ministro di agricoltura, industria e commercio fece assegna- 
mento sulla Società d'Igiene per promuovere la formazione della 
statistica delle cause di morte. Fra le onorificenze ricordiamo 
che il Presidente della Società, prof. Corradi, fu chiamato a for- 
mar parte del Consiglio superiore di sanità, e che la Società fu 
premiata con medaglia d'argento al Congresso medico di Genova 
per le sue pubblicazioni d'igiene popolare. 

La Società è posta sotto gli auspici di S. M. il Re Umberto I; 
ha. 12 membri onorari, 58 membri corrispondenti esteri, e numera 
385 membri effettivi della sede centrale, di cui 24 perpetui, della 
-sede particolare di Modena 27, di Padova 54, di Piemonte 59, di 
Pisa 96, in tutto 621. Fra i membri della Società vogliamo 
pure riguardare la Maestà del Re nostro e vi appartengono S. 
E. il Ministro Comm. e Prof. G-. Baccelli, molti senatori e de- 
putati, professori d'Università, medici, ingegneri, avvocati, ecc. 

Molti, benefìci ed alti sono gli intenti dell' Igiene, ma essi non 
si raggiungono senza incessanti cure, grandi mezzi, continui 
lavori. Le scienze, le istituzioni, le leggi, le associazioni, sanitarie, 
divengono feconde, potenti, quando tutti vi concorrano coli' opera 
e col sagrifìcio. Egli è perciò che fu detto essere l'Igiene la civiltà, 
■essere l'Igiene una virtù. 

Anche la Società Italiana d'Igiene, ora prosperamente cresciuta, 
sarà apportatrice d'insperato benefici, quando gl'inscritti nelle 
file sociali saranno tutti solerti nell'azione, quando le Sedi della 
Società si moltiplicheranno e cresceranno numerose, quando l'ap- 
poggio ed il favore del governo e del paese le assicureranno 
larga copia di mezzi per conseguire i nobili suoi fini. 

C. Zucchi. 



IL DUOMO 



C'era dunque un maestro, biondo probabilmente e tarchiato é 
gran bevitore di birra, il quale, sapendo che V arcivescovo e i 
magnati di Colonia intendevano alzare una immensa cattedrale 
sul posto della vecchia, mezzo bruciata e ruinosa, s'era fìtto 
in capo di darne il disegno. Voleva immaginare un'opera che 
stupisse il mondo; ma pensa e ripensa, dal suo cervello non 
usciva nulla. Imbrattava la pergamena, si picchiava la fronte con 
la palma della mano, crediamo anzi che bestemmiasse per la 
rabbia : un dì guardò la punta del compasso come se volesse cac- 
ciarsela nel cuore. Si sapeva che il grande teologo Alberto il 
Grande, monaco domenicano, stava pensando al nuovo edificio; 
s'annunziava che il novello imperatore, Guglielmo d'Olanda, e 
prìncipi e gran dignitari avevano promesso di assistere alla ceri- 
monia della prima pietra. Il nostro giovinotto non aveva tempo 
da perdere. All'alba, per eccitare la fantasia, andava a camminare 
sui bastioni della città, e con la punta del suo bastone trac-» 
ciava sulla polvere piante, sezioni e facciate di chiese, senza* 
trovare nulla che gli andasse a genio. Una mattina, dispe- 
rato, s'avviava al ciglio del bastione per precipitarsi a capo: 
in giù mila lussa, quando si sentì chiamare sommessamente. 
Era un frate. Il frate gli domandò con voce tutta melliflua: — 1 
Piglino] miio, che cosa mi daresti s'io t'insegnassi a faro il di- 

Iella più bella cattedrale de] mondo? — Tutto mo stesso. — 

Mi basta la tua anima. — Cu brivido corse nelle venedel giovinotto 
Mondo; ma dopo un minuto di lotta interna esclamò: — E amo 
ba ta la gloria di questa terra. — Il frate, ghignando, disse: — 



IL DUOMO 171 

Domani all'alba ti porterò i disegni. — Era già a venti passi 
di distanza quando il giovinotto lo richiamò tremando : — E se 
tu m'ingannassi ? E se tu pigliassi la mia anima senza mantenere la 
tua promessa? — Allora il frate,, da buon galantuomo, volle 
dare all'architetto una onesta caparra, e, chiestogli il bastone, 
segnò sulla polvere in un batter d'occhio la più maravigliosa 
pianta che si fosse veduta mai, e qualche linea inoltre dell'in- 
terno e della facciata. Una gran luce entrò nella mente del mae- 
stro, e gli parve di vedere, già costrutta, alzarsi in un nimbo 
di fiamme la cattedrale miracolosa: la possedeva oramai tutta 
quanta, non aveva più bisogno dei disegni del frate. Cavò al- 
lora dal seno una croce benedetta , che portava legata al collo, 
e gridando: — Indietro, Satana — la mostrò al monaco, il 
quale, contorcendosi, maledicendo all'ingannatore, gli voltò le 
spalle e scappò, ma nello scappare gli disse: — Mi hai ru- 
bato il disegno: l'opera tua diventerà gloriosa, ma il tuo nome 
resterà ignoto fino alla consumazione dei secoli. 

E questa è la ragione per la quale non si conosce il nome 
dell'architetto del Duomo di Colonia. Non siamo lontani *dal pen- 
sare che, in grazia della stessa vendetta, assai giusta, per verità, 
del diavolo, sia rimasto celato anche il nome del primo archi- 
tetto del Duomo di Milano. 



La cosa infatti è stranissima. Nessun documento ce lo ricorda 7 
né direttamente, ne indirettamente; la tradizione non parla; la 
critica, dopo essersi affaticata in tutti i modi e con tutti i mezzi 
a sopperire al difetto della tradizione e della storia, ha sapien- 
temente concluso che non si sa proprio un bel nulla. « Non 
posso se non maravigliarmi della goffezza e poco desiderio di 
gloria degli uomini di quell'età » diceva il Vasari, parlando 
di alcuni vecchi edifici , anteriori o contemporanei a S. Maria del 
Fiore, e di cui allora non si conosceva il primo creatore : ma- 
raviglia giustissima in quel secolo XVI, nel quale l'arte aveva 
quasi perduta la sua virtù collettiva, per diventare da un pezzo 
la espressione splendida, eternamente ammirabile del genio in- 
dividuale. E codesta virtù è andata smorzandosi via via sino 



172 IL DUOMO 

ad oggi, così da farci smarrire oramai ogni concordia di stile, 
anzi addirittura ogni stile, poiché, massime nell'arte architettonica, 
il genio di un uomo solo non basta a trovare una espressione 
artistica piena e profonda. 

Ma la virtù collettiva dell'arte andava già declinando alla 
fine del Trecento : i maestri Comacini avevano lasciato luogo in 
Italia alle maniere comunali, varie e libere; nella Francia e nella 
Germania alla nobiltà ed alla vera sapienza delle chiese archia- 
cute si sostituiva il capriccio e l'audacia, e lo stile, che sem- 
brava dianzi un'ardente aspirazione al cielo, era già diventato 
un trastullo di costruttori ingegnosi, che mandavano alle nubi, 
scherzando, i loro aguzzi epigrammi di pietra. Al di là dei monti 
l'arte si corrompeva; ma qui da noi, nello sciogliersi dai vincoli 
del sistema, che si dice Lombardo e che si potrebbe dire Coma- 
cino, nell'accogliere liberamente concetti e modi stranieri, nel 
cavare dall'antica Roma ispirazioni ancora indipendenti e op- 
portune, l'arte si ridestò a floridissima vita; e si videro sboc- 
ciare, fiori divini dell'ingegno italiano, le chiese, i palazzi, i 
monumenti d'ogni specie nei Comuni piccoli e grandi, emuli 
nobilmente in una cosa soltanto — nell'amore del bello. 

Abbiamo detto che lo spirito italiano accettava e concetti e 
modi stranieri. È vero, ma, elaborati nella mente dell'artefice, non 
solo assumevano fattezze al tutto diverse dalle fattezze straniere, 
ma mutavano proprio sostanza: diventavano modi e concetti 
effetti vamente italiani, più snelli, più briosi, più vivi, meno 
strettamente logici, meno severamente scientifici. Codesta assi- 
milazione accadeva per solito con molta naturalezza e sempli- 
cità: nessuno se ne avvedeva, neanche l'artista nel cervello del 
quale la trasformazione era prontamente seguita. Gli oltremon- 
'ani anche nell'arte hanno dello scienziato: gl'Italiani anche 
tiella s.-i.-nza hanno dell'artista. 

Certo, in Sanla Maria del Fiore, per esempio, si trovano con- 
trafforti e barbacani e cuspidi ed ardii acuti e pinnacoli, ma 
da codesto monumentò di Arnolfo, di Giotto, di Francesco Ta- 
lenti, dell'Orcagna, del Brunelleschi spira un'aura tutta fioren- 
tina: quei membri architettonici non adempiono più all'ufficio 
per il quale erano siali creati dai Francesi del MI secolo e impiegati 
subito dopo dai popoli della Germania: non sono più un elemento 



IL DUOMO 173 

necessario della costruzione, abbellito e reso artisticamente espres- 
sivo, ma sono senz' altro una forma della bellezza, la quale ha 
in se il proprio intento: la cornice che corona il tempio ci ap- 
parisce, come la chiamavano allora, una vera ghirlanda . E gli 
3si stranieri, quando lavoravano tra noi, subivano questa in- 
fluenza gentile : nel S. Francesco d' Assisi Jacopo, tedesco, ab- 
bandona le ragioni del metodo ogivale; nel S. Petronio 1' Har- 
douin, francese, s'ispira alla schietta serenità italiana. 

Un solo edifìcio in Italia rimane testimonio parlante della 
lotta tenace, implacabile fra la natura dell'arte oltremontana e 
quella dell' arte nostra : è V edifìcio che chiamano giustamente- 
l'ottava meraviglia del mondo, e fu cantato dai poeti, ed è am- 
mirato a bocca aperta dagli ignoranti e dai dotti d'ogni nazione 
civile, ed è lodato da Nass-ed-Din, Scià di Persia, ne' suoi Ricordi 
così : « È una opera di tal virtù, che se un viaggiatore la- 
sciasse gli Stati Uniti o altra parte d'America per venire a ve- 
dere questa soltanto, egli potrebbe tornare subito a casa sua 
soddisfatto ». Come mai da tanti e così fieri e così lunghi con- 
trasti potè uscire un' opera piena di maravigliosa unità? Come 
mai da un seme francese o tedesco potè pullulare questa gran 
pianta, che non è più straniera, che non è ancora italiana, e che 
ad ogni modo è uno stupor di bellezza? Segreto di Dio. 

Ma il resultato artistico sembra ancora più incomprensibile 
quando si leggono ad uno ad uno i documenti, che il conte Nava 
pubblicò troppo incompleti ed errati, e che ora, per merito del- 
l'avvocato Casanova, in nome dell'Amministrazione del Duomo,, 
escono riuniti in nitida e corretta edizione. Abbiamo letto le mille 
pagine dei tre volumi di Annali già usciti, come si leggerebbe un ro- 
manzo, e il latino grosso e l'italiano spropositato ci parvero la voce 
viva de' vecchi maestri, de' vecchi amministratori e dei vecchi 
principi. Il Cantù, il Belgioioso , il Mongeri, V abate Ceruti, si 
studiarono già di spremere il sugo da quelle carte polverose ;. 
ma il primo s' è affaticato troppo nel dare addosso al conte di 
Virtù, il secondo s' è incalorito troppo nel difenderlo, il terzo 
s' è un po' svagato ne' tanti fogli, benché traluca il concetto 
suo misurato e prudente, il quarto, con una critica sottile, ab- 
bondante, varia, ha messo in sodo oramai certe verità in guisa 
tale che l'indugiarsi di nuovo a dimostrarle sarebbe tempo sciu- 



174 IL DUOMO 

pato. I due punti così bene schiariti dal paziente dottore della 
biblioteca Ambrosiana sono questi : primo, che il nostro Duomo 
ebbe principio l'anno 1386, come dice anche una iscrizione, la 
quale veramente non risale oltre la metà del secolo XV : El prin- 
cipio dil Domo di Milano fu nel Anno 1386; secondo, che nes- 
suno degli innumerevoli maestri o ingegneri (e la qualifica d'in- 
gegnere aveva senso larghissimo) italiani o stranieri, celebri o 
ignoti, rammentati nelle carte del Duomo e altrove, può essere stato 
il primo architetto del monumento, quello cioè che ne diede l'ori- 
ginale disegno. Al Ceruti, per verità, corre nella fantasia la 
vaga speranza di trovare nascosto il sommo artefice nei panni 
di un Annex o Hans di Fernach , del quale toccheremo poi ; ma 
è un baleno, che lascia le tenebre anche più fìtte di prima. 



Innanzi di ragionare sullo stile del Duomo e sulle sue vec- 
chie vicende artistiche, le quali avrebbero dovuto sciuparlo in 
ogni parte e V hanno fatto invece così ammirabile, vorremmo 
sbrigarci d'una questione, che in questi ultimi tempi ha acceso 
gli spiriti degli eruditi. Qual' è il merito di Gian Galeazzo nella 
fondazione e nella costruzione del Duomo? Lasciando stare le 
contese, badando solo e senza ombra di passione agli Annali, 
si può agevolmente concludere in questa sentenza: che il conte 
di Virtù non fu il fondatore della gran cattedrale, che il popolo 
ne sentì primo il desiderio e la volle e oiìYì il danaro necessa- 
rio ad erigerla, ma che senza l'aiuto, ora spontaneo, ora richie- 
sto, ora imperioso, ora fastidioso ed ora anche apparentemente 
e cautamente modesto del principe, il tempio non avrebbe potuto 
alzar da terra la sua mole sublime, e forse neanche uscire dalle 
fondamenta. L'ani tea S. Maria Maggiore, restaurata intorno al 1170 
per merito delle donne milanesi col prezzo dei loro gioielli, rui- 
naia in parte \-r\-<n la metà del Trecento per La caduta dell'alto 
campanile, non poteva bastare più a' bisogni del culto, alla de- 
rozione dei fedeli, alla vanità del principe. 

candito, Le ricchezze cresciute, il lusso aumentati 

ciré incitamenti efficacissimi all'animo de' princi-i 

pali uomini della città per desiderare un quoto tempio degno» 



IL DUOMO 175 

dei nuovi destini : nò ci par necessario di attribuire alla epide- 
mia , che infieriva in quegli anni tra i bambini del popolo e 
die tolse allo stesso Gian Galeazzo i figliuoli maschi avuti da 
Isabella di Francia, l'origine del novello edificio. Certo, il prin- 
cipe non poteva rimanere indifferente innanzi alla iniziativa po- 
polare : doveva aiutare l'impresa, proteggerla, dirigerla all'occa- 
sione, cavarne onore, come un signore assoluto usa in tutti i 
grandi lavori della propria città capitale, segnatamente in quelli 
che hanno attinenza con un sentimento, allora prepotentissimo, 
il sentimento religioso. Il Visconti era troppo astuto per non 
pigliare tosto la palla al balzo; ma era troppo ambizioso per 
non tirare a sé tutta la gloria dell'opera, quando, come poi nella 
Certosa di Pavia, fosse stato suo il concetto e suo il maggior 
merito nella fondazione del monumento. Del resto, s'intende come 
l'adulazione abbia, anche nei primi anni, attribuito al principe 
una parte più ampia di quella che gli spettasse davvero ; come, 
per esempio, Stefano da Pandino abbia dipinto nel 1412 il Vi- 
sconti, armato di ferro, con la testa scoperta, in atto di offrire 
umilmente alla Vergine un gran modello del Duomo, che tiene 
in mano : ma non s'intenderebbe che i pubblici e solenni docu- 
menti, in quella età di tirannie e di paure, gli attribuissero una 
parte meno importante del vero. Eppure il dì 6 dell' agosto 1387 
i deputati alla Fabbrica scrivono ofììcialmente ai monaci di Chia- 
ravalle, di Gratasoglio e di Miramondo, invitandoli a interve- 
nire processionalmente all'oblazione del dì 18 in beneficio della 
chiesa di Milano, cominciata dai fedeli a onor di Dio e della sua 
Genitrice. Il conte, non dimeno, dava privilegi, procurava ogni faci- 
litazione, scriveva a Bonifazio IX per ottenere indulgenze e giubilei,, 
faceva rivedere le cose amministrative, inviava consigli, ordini, 
rimproveri direttamente o col mezzo del suo vicario, regalava, 
pare, le, cave della Gandoglia, trasmetteva sovvenzioni abbastanza 
larghe in danaro : ma tutto ciò senza eccedere il diritto principesco 
di vigilanza sull'andamento dell'opera, benché mostrasse vivis- 
simo il desiderio di partecipare al lustro che la città ne doveva 
cavare. Forse c'erano in Gian Galeazzo altri due intenti, l'uno 
politico, l'altro artistico : ingraziarsi per la via della fede religiosa 
l'affetto della gente; contribuire alla erezione di un edifìcio il 
quale piacesse al suo gusto, giacché quella buona lana del conte di 
Virtù era un buongustaio nelle arti del bello. 



176 IL DUOMO 

Le offerte piovevano all'Amministrazione da ogni parte e sotto- 
ogni forma: le Comunità dello Stato, le Porte della città, le 
Arti, le Parrocchie, il clero mandavano il loro grosso obolo; le 
meretrici, che abitavano intorno a S. Zeno al Pasquirolo, conse- 
gnavano il loro contributo a prete Ambrogio; nei luoghi più 
frequentati, al Broletto, agi' ingressi degli alberghi stavano espo- 
ste cassette per le oblazioni; intiere eredità erano lasciate alla 
Fabbrica; chi non dava danaro porgeva pietre preziose, ori, ar- 
genti, drappi, vesti, che in parte si serbavano, in parte si ri- 
vendevano. Nel solo anno 1391 i Deputati raccolsero quasi ses- 
santamila lire d'allora, più di un milione e centomila lire delle 
nostre. Ma i fervori sbollivano facilmente: bisognava rinfoco- 
larli. Nel 1387 1' entusiasmo era tale che con le proprie mani 
lavoravano agli scavi e alle fondamenta i nobili e ricchi gio- 
vani milanesi; ma già nell'ottobre dello stesso anno ecco che si 
ordina ai notai della città e del contado di rammentare a tutti 
i testatori la fabbrica del Duomo, esortandoli a disporre di qualche 
cosa in benefìcio di essa, sotto pena, se l'esortazione non fosse 
registrata nel testamento medesimo, della multa di dieci lire» 
E un po'alla volta le astuzie si assottigliarono, tanto che nel 1408,. 
avendo bisogno di mandare nella Martesana a comperare per 
uso degli operai vino e carbone, i Deputati ordinarono che un 
servo accompagnasse a piedi il nobile di Vicomercate, il quale 
andava per la faccenda a cavallo d'un ronzino, e portasse davanti 
sulla sua persona una tavoletta dov'era dipinta, la Madonna, 
affinchè tutti la inchinassero e si sentissero indotti a vendere- 
a miglior patto. 



Che il seme del nostro Duomo non sia italiano, ma, come 
'è detto, francése o tedesco, è ima verità, la quale, mentre pud- 
ere dedotta dai documenti, riesce di botto limpidissima, evi-: 
dentissima all'occhio dell'artista sincero. Le mutazioni, le mutila- 
zioni, leaggiunte, perquanto sieno state radicali e molteplici, non rie* 
cirono b togliere allo stile del monumento quella sua natura 
snzialmente ogivale, che stava nella fantasia del primo archi* 
tetto. Non occorre nemmeno di essere artista: i pinnacoli, le 






IL DUOMO 177 

guglie, gli archi rampanti, i trafori geometrici, quello slanciarsi 
in cielo della gran massa con le sue mille punte, con le sue 
linee verticali e gli archi aguzzi e il popolo infinito di statue, 
son cose che muovono l'animo anche degl'ignoranti a un senti- 
mento d'arte diverso dal sentimento che le altre chiese italiane 
del medio evo sanno ispirare, analogo invece a quello che si prova 
in faccia alle più belle chiese ogivali della Francia e della Ger- 
mania. Il Duomo di Colonia (e si cita questo, perchè non v'ha, cre- 
diamo, nessuno, il quale non ne abbia ammirato per lo meno la foto- 
grafia o la veduta nei giornali illustrati) il Duomo di Colonia è 
fratello carnale del Duomo di Milano, con una somma differenza 
per altro, che il nostro è incomparabilmente più bello. Quello 
è più logico all'incontro, più ragionevole; ma la bellezza e la 
ragione non vanno sempre d' accordo. Lasciamo stare il cielo 
azzurro, sul quale nelle giornate serene spiccano col loro can- 
dore trasparente e dorato le gentilezze filigranate, le figurine 
minute, gli ornamenti snellissimi della nostra chiesa, mentre la 
-cattedrale del Reno stacca malamente sull'aria pallida o fosca: 
lasciamo stare il marmo nostro della Gandoglia, che qui sembra 
.alabastro, lì marmo greco, qua è strisciato di macchie azzur- 
rette delicatissime, lì è tinteggiato di un roseo, che pare la 
carne lucente d'una fanciulla, con certi riflessi gialli e certi scin- 
tillamenti di neve, e, acquistando col tempo una varia velatura 
bruna, ora calda, ora fredda, non perde le grazie de'suoi primi 
colori, tanto diversi dalla materia opaca, monotona, sporca di 
cui è composta la cattedrale germanica. Badiamo solo alla com- 
posizione delle due opere architettoniche, senza tener conto nella 
italiana delle novità introdotte dopo i primi venti o trent'anni, 
quando oramai lo spirito invadente del novello classicismo to- 
glieva ai maestri, salvo qualche raro ingegno, ogni possibilità di 
intendere, neanche alla lontana, il rigido sistema chiamato 
gotico o tedesco. 

Vero è che i contrafforti dell' edificio nostro, servendo male 
all' ufficio loro proprio di tenere in sesto e le arcate e le vòlte, 
queste dovettero essere fino dal principio stringate con catene 
di ferro; e furono trattenute con catene di ferro le altre mem- 
bra del gran corpo; e ai piloni dell'interno si adattarono de'ca- 
i pitelli rompenti l'impeto ascendente delle linee; e, togliendo al- 

MlLA.fO. — Voi. I. 12 



178 IL DUOMO 

l'abside la sua corona di cappelle, si ridusse il retrocoro a tre lati 
dritti con tre soli fìnestroni enormi; e si cambiò il modo e la 
pendenza dei tetti ; e in somma, sprezzando o ignorando il perchè 
scientifico dell'organismo ogivale, i primi costruttori italiani, 
spinti dal loro naturale e nazionale gusto dell'arte, s'affaticarono a 
tirare l'oltremontano all'italiano. Non vi riescirono, giacche la vi- 
talità maravigliosa del primo concetto superò le ferite, le amputa- 
zioni, gl'innesti d'ogni maniera; ed il creatore della gran mole, 
se potesse uscir dalla tomba, se potesse una notte, al chiaror 
della luna, contemplare sui lunghi fianchi l'opera sua, e poi en- 
trare, bianco fantasima, nelle navi interminabili, riconoscerebbe 
1' antico parto del suo cervello , ma, fremendo nelle ossa nude „ 
esclamerebbe: — L'hanno sciupato! 

Avrebbe torto. Alla sua creazione, in cui, non si può dubitarne, 
tutte le forme servivano al loro fine logico e statico, in cui la 
forza e l'altezza della espressione artistica erano, senza dubbio, 
informate alla severità d'un sistema prestabilito, la inquieta fan- 
tasia italiana aggiunse quel non so che d'imprevisto, d'inesplica- 
bile, di capriccioso, di sovranamente bello , che alletta 1' occhio 
e rallegra 1' anima. È la bellezza in sé e per sé : è un riso di 
Venere sulle labbra di una figura di Hans Kirchheim: è l'idea 
greca dell'arte, che ravviva la sapienza e la coscienza ogivale. 
L'interno del tempio, con le sue volte eccelse e le sue cinque 
navi, desta nel cuore, non ostante i capitelli traricchi e tra- 
grandi (fig. 4), una mestizia alta, un desiderio vago dell'oltra- 
naturale; ma ecco lì nel fondo dell'abside s'aprono alla gaiezza 
della luce variopinta i tre immensi fìnestroni, che nelle chiese 
di Francia e di Germania non rasserenano mai la religiosa tri- 
stezza dei fedeli preganti. E a vedere come la pietra possa di- 
ventare allegra bisogna salire all'alto dell'edifìcio, camminare 
iill'- grandi lastre dei tetti quasi piani, passare sotto ai mer- 
letti, alle trine degli archi rampanti, alzare lo sguardo ai taber- 
nacoli, alle cuspidi tempestate di foglie e di fiori, ai santi, 
che <>ni si appiattano nello nicchie anguste, ora, graziosi sti- 
liti, raccolgono i piedi sulla cima delle guglie acuminate, ai bal- 
dacchini, alle mensole, ai mostri strami)! delle doccio, a tutto quel- 
l'in l'-mc «li parti varie e ammirabili, le quali sembrano l'opera 
«l'ini l'io artista, dio abbia itudiato le oristallizazioni per il suo» 
palazzo cele t<-. 




Kig. k. — l.iUrno del Duiir. 



180 IL DUOMO 



Dunque il nostro Duomo è più bello degli altri: ma deriva 
lagli altri. S'è detto che somiglia a quello di Colonia; ma il 
Duomo di Colonia, lasciando stare, s'intende, le parti aggiunte 
«lopo la metà del secolo XV, da quali altri deriva? Sentiamo 
qualche testimonio tedesco, parziale certo in favore della sua 
arte germanica. Lo Schnaase nel tomo quinto della Storia del- 
l'arte dice : « La cattedrale di Colonia è una copia fatta da un 
grande maestro » ; il Kugler nel Manuale della storia dell'arte 
dice : « La struttura del Duomo di Colonia segue risolutamente 
il modello delle maggiori cattedrali francesi»; Ernesto Forster 
nel quarto volume dell' opera sui Monumenti di architettura, 
pittura e scultura in Germania dice: « Tutti s'accordano oggi 
nella credenza che i principali caratteri del Duomo di Colonia 
<ieno tolti dalle cattedrali di Francia ». La cosa, del resto, è 
ridente, sol che si guardino le piante e gli alzati di queste e 
di quello. La prima pietra del tempio di Colonia fu posta dal- 
l'architetto leggendario, di cui s'è raccontato il bel caso, l'anno 
1248; ma il principio della cattedrale di Beauvais, per esempio, 
risale al 1225, e il principio di quella di Amiens al 1220. 

Il Viollet-le-Duc, gran maestro nella storia dell'arte sua fran- 
cese del medio evo, afferma che la cathédrale d' Amiens, comrne 
pian et comme structure , est V église ogivale par excellence. 
Quella di Beauvais è la sua figliuola, quella di Colonia la sua 
nipote. Sì possono vedere le piante dei tre edifici nel secondo 
volume del Dictionnaire raisonné de V Architecture fraìicaise alle 
pagine 327, 334 e 338, mentre si trovano li accanto le piante 
delle cattedrali di Reims, di Troves, di Charfres. Ecco la chiesa 
di Beuvais: tre campate nelle braccia tra s verse, tre campate nel 
braccio superiore, la croce sporgente di una sola arcata dai fìan- 
•'ii, 'Mine nel nostro Duomo; ecco nella chiesa di Amiens, dì 
Chartres, di Reims, di Troyes i quattro piloni del centro della 
'•• più grossi assai dei piloni dello navi e del coro , come nel 
itro Duomo; ecco nella chiesa di Amiens, su in alto, negli 
.'■.li rientranti della croce, gli archi zoppi intrecciati, corno 
• "1 nostro Duomo; ecco io alcuni di (ali edifici L'organismo geo- 



IL DUOMO 181 

metrico delle piante svilupparsi sul quadrato, come nell'edifici o 
nostro, anziché sul triangolo di lati uguali; ecco infine altri di- 
versi ed evidenti segni di paternità e figliolanza. Ne codesti 
ni di parentela escludono le differenze essenziali : il coro della 
cattedrale milanese, come s'è detto e ripetuto più volte, non so- 
miglia a nessun coro di Francia; le navi del braccio anteriore 
a Chartres, ad Amiens, a Reims non sono cinque ma tre, senza 
dire che le due torri sul prospetto del nostro monumento rima- 
sero nel cervello del diavolo. 

Le cattedrali di Reims e di Troyes stanno nella Sciampagna; 
buella di Beauvais sta lì presso; quella di Amiens è di poche 
miglia più in su; quella di Chartres non si può dire distante: 
il contado di Vertus era nella Sciampagna. Gian Galeazzo Vi- 
sconti fino dal 1300 aveva sposato Isabella, figliuola di Giovanni II 
il Buono, re di Francia, con la dote di quel contado appunto; 
e si chiamò poi sempre conte di Virtù, fino all'anno in cui venne 
sacrato duca, per modo che i Deputati alla fabbrica del Duomo 
poterono dirgli, con un bisticcio molto adulatorio, ch'egli nbH 
solo governava con la Virtù, ma era signore della Virtù. Le 
sue relazioni con la Francia erano frequenti: tentò un' alleanza 
con Carlo VI V Amato — Amato come l'altro era stato Buono 
— diede la sua bellissima figlia Valentina al fratello del re T 
il conte di Turrena, mandandogliela a Parigi nel 1389 con grande 
accompagnamento di nobili e di servi, e con un corredo di gio- 
ielli, vesti, parati, vasi d'oro, vasi d'argento per il valore di 
quasi ottantamila fiorini d'oro. Ma de' fiorini d'oro ne erano già 
stati pagati a titolo di dote, oltre il contado di Asti ed altre 
Terre in Piemonte, dugentomila al conte di Turrena da un'am- 
basciata, ch'era stata a riverirlo a Roma in nome di Gian Ga- 
leazzo, e della quale faceva parte Beltrando Guasco, governatore 
del contado di Vertus. S'aggiunga come nel testamento, scritto 
Fauno prima di morire, Gian Galeazzo ordinasse che i suoi vi- 
sceri, meno il cuore, destinato alla chiesa di S. Michele di Pavia, 
fossero mandati in Francia per venire deposti nella chiesa di 
S. Antonio di Vienne, con una lapide sopra dove si vedesse scol- 
pita la sua immagine nell'abito religioso di quell'ordine di An- 
ton iani. Le membra venivano destinate alla Certosa di Pavia. 
Del Duomo di Milano non era fatto parola. 



182 IL DUOMO 

Ora non si può egli supporre che Gian Galeazzo avesse chiesto 
) ad un monastero o ad un qualche architetto della Sciampagna 
o d' una provincia vicina al suo contado, il disegno di quell'e- 
dificio, che il popolo di Milano intendeva inalzare? La Sciam- 
pagna confinava con il cuore del Dominio reale, ch'era stato il 
secolo innanzi ed era in parte anche nel XIV, non ostante alle 
guerre ed alle sventure di Francia, il centro vivo dell'architet- 
tura francese, anzi di tutta l'arte ogivale. Forse la terribile va- 
nità del Visconti rimaneva solleticata dall' idea di recare nel 
suo Stato il concetto di un monumento audacissimo e tanto di- 
verso da tutte le chiese, che s'erano costrutte e che s'andavano 
costruendo in Italia; forse il Podestà e i Consiglieri della città 
di Milano avevano pregato il principe di procurare loro il di- 
segno della nuova e tanto desiderata cattedrale, impegnandolo 
così a soccorrere la diffìcile impresa. Ed è probabile che codeste 
sollecitazioni venissero fatte dai principali cittadini al Visconti 
parecchi anni prima della fondazione del Duomo, tanto più che 
un documento del 1387 nota come la fabbrica fosse da molto 
tempo initìata; è probabile che il Principe, appena avuto il dise- 
gno, lo trasmettesse a quei cittadini, e ch'essi, fattolo modificare 
in ciò che sembrava loro troppo lontano dal gusto d'Italia, ne 
annunciassero l'esecuzione o forse predisponessero i lavori pre- 
paratori. 

Pur troppo, come s'è notato, i documenti sul nostro Duomo 
non risalgono oltre all'anno 1387, e non accennano mai in nes- 
sun modo, neanche vagamente, all' idea originale. Se fosse 
-lata di un architetto italiano, come mai non lo avrebbero i De- 
al i o il Principe chiamato a dirigere la costruzione, o per 
lo meno a porgere i suoi preziosi consigli? come mai nelle in- 
terminabili e vivacissime discussioni, riferite con esattezza mi- 
nili a, o nei molti scritti della Fabbrica e del Conte non sarebbe il 

10 nome vernilo sulle labbra a qualcuno dei maestri o corso 

-in dalla penna? E non è quindi Lecito il pensare ohe il primo 

-no renilM o da un vecchio architetto di PYancia, forse già 

morto innanzi al L386, oppure (la una consorteria o massoneria 

«li architetti, oppure da uno di quei conventi dove i lavori si 

ij»i<'\aii<. lenza un Dome? Non e forse questo il solo modo 

tre strane: il profondo silenzio sull'autore del- 



IL DUOMO 183 

l'opera, la natura oltremontana del disegno, la smania dell'an- 
elarne modificando i concetti? 

Quando Simone da Orsenigo, dopo aver lavorato alla fabbrica 
nella modesta categoria dei magistri a muro con il salario giornaliero 
■didieci miseri soldi, venneeletto ingegnere il dì 6 del dicembre 1387, 
le più sostanziali modificazioni al primitivo disegno erano già 
state compiute e forse da un po' di tempo. Il 20 marzo dell'anno 
seguente, innanzi al vicario generale dell'illustre Principe e ma- 
gnifico ed eccelso signore il Signor di Milano e ai dodici 
presidenti dell'Officio di provvisione, furono chiamati alquanti 
de' migliori maestri ed artefici, tra i quali Marco, Giacomo, 
Zeno, Bonino da Campione, per rispondere a questa domanda; 
se il lavoro della fabbrica fosse errato e, dato che sì, quali 
eorrezioni vi si potessero introdurre. Le risposte risguardano 
solamente qualche difetto di costruzione secondario e parziale; 
ai vede dunque che le novità introdotte nel primo disegno erano 
state tali da contentare, per il momento, il gusto degli artisti 
italiani. Ma quelle stesse novità, mentre dovevano lasciare molto 
dubbioso l'animo del conte di Virtù, il quale conosceva assai 
bene i grandi edifici dell'arte ogivale, dovevano poi sembrare ad- 
dirittura barbare ed eccitare fierissimamente la bile agli archi- 
tetti stranieri. 

Il primo architetto straniero chiamato qui, anzi, si può dire, 
il primo vero architetto della fabbrica fu — e la cosa ci sembra 
molto notevole — un Francese, un Parigino : Nicola de' Bona- 
ventura detto anche Nicolaus de Bonaventis de Parisius. I 
Deputati, che conoscevano già la esperta probità, industria ed, 
abilità del prudente uomo, lo crearono nel luglio del 1389 
ingegnere generale coli" assegno mensuale di dieci fiorini d' oro, 
<lopo avere avuto il beneplacito del prelibato Signore e dell' Ar- 
givi -scovo di Milano. 

Se ci fosse data licenza di entrare un poco nelle congetture, 
-diremmo come paia a noi d'indovinare una cosa: che, dopo avere 
modificato il primo disegno sostanzialmente nel coro e nella 
tribuna, gli architetti nostri si sentissero un tantino impacciati 
noi collegare intimamente la parte nuova al vecchio ordinamento, 
o con maggiore probabilità (giacché la presunzione degli artisti 
■non è mai stata piccola) i Deputati ed il Principe fossero in 



184 IL DUOMO 

qualche perplessità di giudizio sulla giustezza delle innovazioni,, 
tanto da voler mettere il cuore in pace, invitando a rivedere 
i disegni e a dirigere la fabbrica un maestro di quello stesso 
paese, di quella stessa scuola, da cui era uscito il concetto ar- 
chitettonico del vasto edificio. Fatto sta che il 16 del marzo 1390 
è scelto, dopo attento esame e matura deliberazione, il disegno 
del maestro francese per i tre fìnestroni del retrocoro, sebbene 
concorresse a quell'opera con lui un Italiano, ingegnere anch'esso 
della fabbrica, Giacomo da Campione ; ma quattro mesi e mezzo 
non erano ancora trascorsi da questo trionfo del Parigino e già,, 
dopo un solo anno di servizio, gli tolgono il salario e lo cac- 
ciano via. È il primo che tornasse di là dai monti prò factis 
suis, vittima del caparbio, violento e sempre rinnovato contrasto' 
fra lo spirito dell'arte ogivale e la tradizione dell'arte italiana.. 
Il signor Felice di Verneilh dunque sbagliava quando, nel 1845,. 
toccando per incidenza del nostro Duomo negli Annales arche- 
ologiques, affermò che il Bonaventuri durasse otto anni alla 
fabbrica e fosse rimandato, anzi addirittura esiliato dall'Italia, per 
cagione di avvenimenti politici ; sbaglia anche il nome, scrivendo 
Filippo invece di Nicola. Ma il Verneilh in quello scritto sul- 
l'origine francese dell'architettura ogivale butta là questa in- 
terrogazione: « Mais comment, en Italie, des artistes francais 
et du nord de la France étaient-ils appelés à tracer le pian 
<lu monument ogival le plus vaste, le plus imposant du pays, de 
la cathédrale de Milana ». 






Lasciando stare un Pietro di Francia, che, in compagnia di 
\in-\- ftlarcbestem, duo boni magistri a figuris, fu accolto come 
scultore nel L393, veniamo ad un architetto, assai valente di 
«••ilo, il quald rimase più di due- anni ingegnere della fabbrica,. 
matfister [o?iarmes Mignotims de Pari sdii. In un altro luogo è detto- 
nationis Puristi 1 insomma un Parigino. 

Frattanto i lavori erano progrediti con molta rapidità^ anzi r . 

Suo dall'agosto del 92, si rinnovava la tenda davanti alla tribuna 

dell'aitar maggiore per ripararlo dulie piaggia e dui venti, osi 

i a Bernardo du Venezia, scultore in legno, perchè fa* 



IL DUOMO 185 

se unam pulcram figuram B. V. M. cum filio suo in gremio 
da collocarsi all'alto di quell'altare a maggior devozione dei 
popoli. La chiesa era dunque uffiziata, almeno nei dì solenni ; e 
l'aprile del 93 i Deputati s'impegnavano di consegnare nelle fe- 
stività, per onore ed ornamento dell'altare, ai signori Ordinari 
un drappo d'oro, ch'era stato offerto dalla Regina di Cipro; e 
v'era già un organo quando, nel 95, fu deliberato di farne co- 
struire un secondo pulctierimus, degno della cattedrale pulche- 
rimani. Oramai si vedevano ergersi da terra il coro, la tribuna,, 
le braccia tras verse, due o tre campate delle navi, le sagrestie:, 
mancavano per altro in buona parte gli archi e quasi tutte le 
vòlte, sostituite da tetti in legname ; mancavano alquanti capi- 
telli ; tutto era incompiuto, e rimase incompiuto un gran pezzo,, 
come vedremo. 

Giovanni Mignoto e Giacomo Cova, pittore di Bruges, parti- 
rono con un domestico da Parigi il di 21 del luglio del 1399 e 
giunsero a Milano il giorno 7 di agosto. Le due arti, ogivale e 
italiana, tardarono poco ad accapigliarsi. Il Mignoto, sperando 
di trovare in Gian Galeazzo un validissimo appoggio, corre- 
da lui a dirgli che la fabbrica del Duomo, niente meno ! rischia 
di rovinare; ma il duca, poco inclinato a prestar fede a nessuno, 
benché avesse in quel tempo altre gatte a pelare, sollecita i Depu- 
tati a studiar la questione. E questi chiedono tosto al Francese una re- 
lazione sui difetti delle opere e sui rimedi, eleggendo in fretta 
per deliberare diciassette maestri , fra i quali sei fabbri , 
uno speziale e, per verità, anche un Francese. Il Mignoto pre- 
senta infatti le sue molte osservazioni e, sospettoso, pare, della, 
buona fede degli artisti italiani, chiede formalmente sieno chia- 
mati i notai a stendere il resoconto dell'adunanza solenne. L'atto 
è lungo e importantissimo, tanto che, se questo fosse un libro- 
d'architettura, ci fermeremmo un pezzo a esaminarlo con pedan- 
teria minuziosa. Si vede in esso che l'architetto francese è 
proprio francese: pensa ai contrafforti dell'arte sua, ed ecco bia- 
sima quelli del Duomo, costrutti senza nessuna risega, nullo re- 
tradii; ma gli altri maestri, proprio italiani, mostrando di non 
intendere il perchè statico di quei membri, sostengono che le 
rientranze debiliterebbero l'opera, e che i contrafforti devono 
avere la loro ragione per rectam lineam. Ed il Francese cen— 



186 IL DUOMO 

•sura come sproporzionati i capitelli dei piloni , come soverchia- 
mente minuti alcuni trafori, come mal collocate le scale quadre 
■e tonde; nota che la pietra nelle varie costruzioni non fu posta 
-a giacere secondo il suo letto di cava; enumera moltissimi er- 
rori di misura nei contrafforti , nei piloni , nelle finestre, nei 
muri, dappertutto ; ripete ad ogni tratto peocimum opus, magnus 
■fJrfectus,nilvalent, est male factum, ed altre simili garbatezze, 
"son basta: due settimane dopo c'è il resto del carlino. Il Mi- 
gnoto insiste nell'affermare che i contrafforti son deboli, al che 
gli altri maestri con agrezza rispondono come un braccio del 
nostro marmo o del nostro sarizzo sia tanto forte quanto due 
braccia di pietra francese; e paiono stufi di sentirsi porgere ad 
esempio dal Parigino le chiese di Francia, e citano alla lor 
volta la cattedrale di Parigi, dove i contrafforti, sporgenti come 
li vorrebbe il Mignoto, rendono oscura la chiesa. Ma, parlando 
<lei quattro piloni, che dovevano portare il tiburio, il Mignoto 
esclama: voltae acutae sunt plus fortes quam voltae rotondae, 
ed esce in questa sentenza, che la scienza è una cosa e l'arte è 
un'altra, poi subito correggendosi: ars sine scientia nihil est. 
Intanto i maestri italiani s'incalorivano nel difendere i sostegni 
del futuro tiburio con le sue quattro torri, il quale tiburio sarà 
come Domeneddio in paradiso, sedente in trono in mezzo ai 
■quattro Evangelisti. Il Mignoto perde la pazienza, invoca il giu- 
dizio sulla fabbrica di esperti ingegneri di Germania, d'Inghil- 
terra o di Francia. I maestri, offesi nel vivo, citano persino Ari- 
stotele, e concludono, che tutto ciò che fu fatto fu fatto per geo- 
metria e per pratica, per geometriam et per praticam. 

Fra le opposte sentenze di queste intricate ed aspre contro- 
vrrsio i Deputati e i Consiglieri della fabbrica dovevano sentirsi 
il capo intronato; ma il Mignoto non era uomo da darsi così 
presto per vinto. Viaggiavano in Italia in quei giorni tre inge- 
neri francesi, ed egli ottiene che vengano chiamati innanzi 
all'Arcivescovo e richiesti del loro parere, il quale doveva rie- 
sire e riesci infatti conforme a quello de] loro compaesano ed 1 
alle ragioni della loro propria arto francese: la chiesa dunque crai 
male piantata, male costrutta. I Deputati, che ne capiscono sempre 
meno, s'irritano, tardano per dispetto a pagare al Mignoto lo 
■ • del ritto, delle bevande <> del resto, sostenute da lui per i 



IL DUOMO 187 

dzignerii fr cincischi nei quattro giorni in cui, con due servi, 
erano rimasti in Milano. Il Duca dal canto suo, informato d'ogni 
cosa, volendo farla finita, manda due uomini egregi, Bartolomeo 
da Novara e Bernardo da Venezia, a esaminare la faccenda; e 
-ti due, dopo essere stati a vedere a ochio de sotto e de sopra, 
«giudicano veramente che l'edificio avrebbe potuto avere nelle 
fondamenta e in alcuni luoghi sopra terra più debita proportione; 
ma per eterna fortificatone di esso consigliano questa adgionta 
•o additione, zoè: dividere le due navi estreme in tante cap- 
pelle quante sono le crociere, supplendo così alla poca vigoria 
«dei contrafforti ed apprestando più fermo piede agli archi but- 
tanti (e qui si scorge l'architetto della Certosa di Pavia, dove 
le navate laterali del tempio sono infatti una serie di cappelle 
•tramezzate); fare inoltre una capella in la culaza de la giesa, 
Bui lato posteriore della tribuna, per rinfiancare tutta l'abside. 
Del resto eccitano a seguire la magnerà principiada e comen- 
zada, notando che la chiesa non se pò biassimare , anzi si deve 
lodare per uno belentissimo edifitio e grande. 

Bernardo da Venezia non si sa, ma Bartolomeo o Bartolino 
■da Novara aveva trovato modo in meno di due mesi di assag- 
giare cinque alberghi della città: il Cavalletto, il San Giorgio, 
il San Raffaele, il Gallo e la Corona. Le sue proposte, non 
«di meno, erano molto prudenti e misurate, sicché avrebbero 
«dovuto tagliare la testa al toro. Oibò. Il 15 maggio del 1401 
si ripiglia a contrastare più che mai in un'adunanza di quat- 
tordici maestri, nella quale il Parigino aveva i suoi avversari 
«ed i suoi fautori : tra i primi il suo collega ingegnere dell'opera, 
Marco da Corona, tra i secondi Giovanni Alcherio, un francese. 
Le prime interrogazioni risguardavano il lavoro delle vòlte in- 
«cominciato dal Mignoto sui capitelli. Uno dice che non è solido, 
un altro nota come sia tardo solido che in alcun modo non si 
potrebbe ne si saprebbe fare od immaginare di più , un terzo 
afferma che è bello e lodevole, un quarto replica che non è né 
bello né lodevole, un quinto giudica che è bello ma non lodevole, 
i v'ha chi avverte con istizza che, mentre il Mignoto e l' Alcherio 
citano e imitano i monumenti di Parigi, la nostra chiesa non 
richiede cose vecchie ma nuove; ed il francese Alcherio si svela 
-alle prime parole esclamando, che il lavoro del Mignoto non è 



188 IL DUOMO 

solfa nto solido, ma solidissimo e bellissimo e lodevolissimo , e 
di mano in mano che la discussione procede i superlativi non 
gli bastano più, e vuole le vòlte del Mignoto anche se occorresse 
demolire tutte quelle dell'abside e mutar le misure della fabbrica,, 
perchè in questo modo l'opera diventerebbe più bella, più logica, 
più solida, più spedita, e riescirebbe un gravissimo documento- 
contro i ciechi che fingono di essere geometri, e finalmente perde 
la pazienza davvero e, a proposito dell'ultima interrogazione,, 
si mette a vociare così : Non permetterò la risposta a nessuno 
prima che l'abbia data il Mignoto, come quello che è il pili degno 
di tutti. E gli spiriti si vanno infuocando. Guidolo della Croce 
osserva che il Mignoto è un vero maestro di geometria , e ri- 
conosce i suoi disegni simili a quelli dell' eccellentissimo maestro 
Enrico, che altre volte abbiamo avuto qui, come se ci fosse stato- 
mandato da Dio, e che avremmo ancora se non lo avessimo 
espulso; e poco appresso ripiglia a dire come, seguendo l'idea 
del Mignoto, si rispetti il retto ordine del triangolo, che non 
può essere abbandonato senza errore, come altre volte maestro 
Enrico e certo maestro Annex tedesco, -prima di lui, predicarono 
con alta e fedele voce nelle orecchie dei falsi sordi; e in fine- 
scoppia in questa accusa fierissima, che butta in faccia ai De- 
putati e ai Vicari: Non è da maravigliarsi degli errori che 
son seguiti, poiché avete creato ingegneri dei lavoranti in sa~ 
rizzo, dei carpentieri, dei pittori, dei fabbricatori eli guanti. 

Nel frastuono di tante voci adirate fa un curioso contrasto 
la parola placida di Simone di Cavagnera, il quale stava per 
il maestro francese, ma, come tutta la gente quieta, inclinava 
a rimandar la questione: Dicho che s'ha da convoca le persone 
che te intendono, e odire ogni homo, e pigliare la miglior parte. 
Poveretto, non gli pareva che avessero ragionato abbastanza!. 
MaineoBUBA il Francese da tanti contrasti uscì, per quel giorno,. 
li bene, 

Gian Galeazzo, il quale, meni ce fervevano i trambusti archi- 
tettonici, aveva ordinato si sospendessero i lavori, dopo il voto 
• li Bernardo e Bartolino eccitava invece a ripigliarli, benché la 
cappella nella culaia de la gie&a gli andasse poco a' versi; ma 
tuttavia mostrava la sua benevolenza per il Mignoto, a cui fa- 
l.ii hrpuiali il salario anche per il tempo impieJ 



IL DUOMO 180 

■gato dal maestro a servire lui e a fare una gita in Francia. La 
guerra contro il Francese continuava, per altro, senza nessuna 
tregua: invocavano persino il giudizio del morente Arcivescovo; 
mandavano di nuovo un'ambasciata al Duca, la quale, incontra- 
tolo presso Baggio, mentre cavalcava con la sua comitiva alla 
volta di Milano, gli espose le ragioni della Fabbrica; e il Duca, 
stufo di certo, eppure clemente e benigno secondo il solito, di- 
chiarò di lavarsene le mani, di non volersi intromettere nelle 
faccende degli ingegneri, dei maestri, degli officiali. Mignoto 
disgraziato allora! Gli imposero di distruggere e di rifare a 
nuovo alcune opere da lui eseguite, risarcendo la Fabbrica di 
tutti i danni ; e il Mignoto protesta che gli articoli dell'ingiun- 
zione sono improbi et iniqui; e alcuni Deputati e cittadini pi- 
gliano per verità le sue difese, proclamandolo eccellente maestro, 
necessario alla Fabbrica, e scagliandosi contro gli Amministra- 
tori con volgari improperi; e alla stretta" dei conti il valent'uomo, 
ch'era, senza dubbio, d'indole spavalda e pretenzioso e arro- 
gante e spensierato e pieno di debiti, fu mandato egli pure prò 
factis suis, e chi s'è visto s'è visto. 



Ma senza stranieri non potevano vivere. Ce n' erano parecchi 
nella fabbrica, scultori, scarpellini, falegnami, lasciando stare 
Bartolomeus de Franzia, pittore d'invetriate; eppure non ba- 
stavano: sembra che si sentisse proprio bisogno anche dell'ar- 
chitetto. Non avevano ancora cacciato via il parigino Mignoto, 

già il Duca, accusando i maestri italiani di non essere esperti 
né intelligenti in codesto genere di edifìci, voleva che i Depu- 
tati procurassero di avere un maestro teutonico bene informato 
di tale maniera di costruzione, ed agli ambasciatori della Fab- 
brica suggeriva di richiamare Henrico de Alamania inzignerìo. 
Perchè discorreva il Duca, buon intenditore nell'arte, della igno- 
ranza dei nostri architetti, e insisteva così affinchè s'invocasse 
l'aiuto degli stranieri? Non faceva egli costruire allora da ar- 
jchitetti italiani la stupenda sua cara Certosa, e lavorare al suo 
palazzo, e alzare e restaurare altre fabbriche? Come mai non 
gli bastavano per il Duomo i maestri celebri d' ogni provincia 



190 IL DUOMO 

d'Italia, ch'egli invitava o accoglieva con tanta liberalità nel 
suo Stato? La risposta è facile: Gian Galeazzo lo sapeva bene,, 
il Duomo di Milano era di stile diverso da quello di tutti gir 
altri edifici d'Italia; non era di stile italiano, era di stile fran- 
cese o tedesco, e a svolgere codesto stile occorrevano maestri 
Tedeschi o Francesi. 

I Deputati stessi, di mala voglia, si piegano alla necessità delie- 
cose. Già nel 1401 ricercano Maestro Venceslao di Praga, e due- 
anni dopo, morto Gian Galeazzo, insistono per averlo, largheg- 
giando in promesse ed aspettandosene uno straordinario van- 
taggio. Nel 1409 eccoli da capo a scrivere agli ambasciatori del 
nuovo Duca, i quali erano a Pisa col sacro Collegio dei Cardinali, per 
sollecitarli a procurare alla Fabbrica un architetto di Germania,, 
di Francia o d'Inghilterra, avendo bisogno di un buono, valente 
esperto e notabile ingegnere. La filastrocca è uggiosa: scen- 
diamo alla fine del secolo, quando l'arte italiana, tornata libe- 
ramente al garbo classico, principiava a diffondere nelle altre- 
nazioni civili le sue novelle eleganze, tanto diverse dalle norme* 
e dall'ornato dell'architettura ogivale. Proprio nel 1481 Gian' 
Galeazzo Maria Sforza scrive ai magistrati e governatori di 
Strasburgo, pregandoli di mandargli l'ingegnere della cattedrale 
famosa, od un altro ingegnere di quella patria, giacché i firn 
bricieri del celeberrimo tempio de questa nostra inclyta città 
stano in suspensione de non fare furnire el tuburio (tiburio 0' 
tamburo, cioè la guglia centrale del Duomo) che sarà cosa 
stupendissima, unde saria eterno vilipendio se dopo fornito ce 
occorresse alcuno manchamento. 

II Duca l'anno appresso riscrive; e capita, non l'ingegnere dr 
Strasburgo, ma Giovanni Nexemperger o Niesenberger di Gratz, 
architetto del coro della cattedrale di Friburgo, dove le quat- 
tordici cappello poligone formano in giro all'abside una frasta- 
gliala corona. Il contratte del maestro con i Deputati ò assai 
lungo: t'impegnano a dargli annualmente ino fiorini d'oro del 
lóii" in "co, concedendogli di allontanarsi da Milano ogni anno-i 
due in. i e mezzo por Le sue opere <li Germania* forse per quelli 
'li Friburgo; Hi forniscono in oltre L'alloggio, lotti, lenzuola, 
coperte, vacca << < },,<>, bancha, tripodes, tabulam, credentiam H 

' magnai, ealderam mutui magna/m prò fatiendo bu<ja- 



IL DUOMO 191 

finn padelas duas, cathenas duas a focho, tovalias quatuor 
ei maritile tos sedecìm. Il Niesenberger aveva diritto di tenero 
con sé, a spese della Fabbrica, un subingeniarius tedesco, un 
labbro ferraio tedesco, un falegname tedesco, uno scarpellino te- 
desco; e altri Tedeschi servivano già in qualità di operai. Sen- 
tite i casati: Marpach, Mayer, Marpur , Storehecher , Jngrin , 
Esler, Gixler, Biricli, Velchirch, Fùr, e non è finita. L'archi- 
i di Gratz o Gratia, come dicevano talvolta, se ne andò via 
con quasi tutti gli altri Tedeschi verso la fine dell' 86, anche 
questo prò factis suis. 

Quattro anni dopo era ascritto alla Fabbrica nientemeno che 
. anni Antonio Omodeo, l'autore della famosa guglia accanto 
al tiburio, una opera di oreficeria in marmo, un gingillo sublime,, 
l'ultimo risplendore dell'arte acuta. Ma già nello stesso anno 
Lodovico il Moro, in una lettera scritta dal campo al fratello 
Ottaviano, gli raccomanda di adoperarsi perchè sia escluso 
dalla fabbrica qualunque architetto tedesco; già nel 1492 alcuni 
scarpellini del Duomo chiedono di andare a Roma a perfezio- 
narsi nell'arte della scultura; già s'avvicina il tempo di Cri- 
stoforo Solari, dictus Gobbus, e degli altri, che oramai sostitui- 
scono ai contrafforti i pilastri, ai piloni le colonne , alle cuspidi 
i frontispizi, all'arco acuto il rotondo, alla linea verticale l'o- 
rizzontale, oppure si sbizzarriscono in un gotico da pizzicagnoli. 
E ad onta di tutto ciò nel 1504, trattandosi della ornamenta- 
zione delle porte alle testate delle braccia trasverse , i Deputati 
ordinano: « cercarsi qualche esperto architetto nelle parti di 
Alemagna o altrove, affinchè faccia progetti, non badando a spese 
e fatica. »' Sono scrupoli vani oramai. La relazione del Bra- 
mante ha un bel dire che quattro cose bisognano, de le quale 
la prima si è forteza, la seconda conformità cum el resto del 
'Jifìcio, la terza legiereza, la quarta et ultima belleza; Vincenzo 
Seregno ha un bel dire nella sua lettera del 1537 ai Deputati : 
et sano le S. V. quanto son stato mal intese tutte queste cosse 
da 80 anni in qua, né may se li è facto resolutione, anzi magiore 
confusione: l'arte oramai aveva mutato indole, gusti, sistema, 
linguaggio; il Duomo era diventato un libro, che nessuno sapeva 
leggere più. 



192 



IL DUOMO 



Noi abbiamo bisogno, per compiere questa tiritera, di risalire 
al secolo XIV, di respirare quella schietta aria de' vecchi anni, 
nei quali le ire, le controversie, gli errori, gli spropositi hanno 
un certo che di aperto e di attraente. La polvere degli archivi 
nel Trecento è leggiera, fa bene ai polmoni; ma poi, di mano in 
mano che il tempo passa e s'avvicina a noi, s'addensa, diventa 
grave, umida, malsana. 

= Abbiamo apposta lasciato, per riserbarci il gusto di tornare 
in su, una lacuna di nove anni tra il parigino Bonaventuri e 
il parigino Mignoto, dal 1390 al 1399. Non ci preme la storia 
ordinata del Duomo, ci preme la lotta fra lo spirito dell'arte 
ogivale e quello dell'arte italiana. 
°Prima che Nicola de' Bonaventuri fosse licenziato, lavorava 
già con altri tedeschi Giovanni de' Fernach, abilissimo intaglia- 
tore in pietra, il quale, nel 1391, fu incaricato di andare a Co- 
lonia a cercarvi un massimo ingegnere , mentre si ordinava 
al maestro Giovanni di Firimburg teutonico di mettere in carta 
le sue osservazioni sui lavori, da lui aspramente biasimati. Ma 
ecco scendere ancora Enrico da Gamodia o Gmunden, il quale, 
appena giunto a Milano, principia, naturalmente, a dare addosso 
alla fabbrica, tanto che i Deputati invitano tredici maestri ita- 
liani a esaminare le censure e a rispondere alle proposte. La- 
sciando da parte gli articoli, che si riferiscono alla solidità del- 
l'edificio ed alle misure delle sue varie parti, diciamo qualche 
parola d'uno soltanto: se la chiesa debbasi coprire con due tetti 
con più «li due? I maestri deliberarono, contro il parere di 
Enrico, che La chiesa debba piovere in tribus tectis et non ir, 
duobus, e ciò per maggiore fortitudine et ciarliate; dal che e 
sembra Lecito indurre che L'originario disegno dovesse prese* 
, :iI ,.. afe maniera ogivale, due soli pioventi per parte e noie 
rolmente inclinati; la quale cosa s'intende che non dovesse gar 
bare affatto agli italiani, poco bisognosi di darsi briga (lolle nev 
i ili, i;,| ,. poi rero che con i tre pioventi quasi pian; 
iull'un dance - all'altro il corpo della chiesa doveva guada 
are, —ni" realmente guadagnò, in ciarliate: fu reso inlati 



IL DUOMO 193 

ile in tal modo l'aprire due file di finestre all'alto degli 
ardii fra le navi mezzane e le minori, e altre due file all'alto 
deprli archi fra la nave massima e le mezzane: finestre piccole, 
per verità, cacciate proprio sotto ai serrami delle lunette, ma 
sufficienti a rischiarare le volte, che senza quei fori sarebbero 
rimaste buie. S'è anche reso possibile il facile godimento di 
quella meravigliosa vista, su in alto, di pinnacoli, guglie, archi 
rampanti, creste d'ogni maniera, camminando sopra le comode 
e candide lastre della copertura di marmo. È respinta poi nel- 
l'adunanza dei tredici maestri l'idea del dividere le navi estreme 
in cappelle, è difesa la forma dei contrafforti e di altre parti 
dell'edificio, ed è toccata una questione, che Gabriele Stornaloco 
di Piacenza, experto in arte geometriae , aveva svolto in un 
breve rapporto l'anno precedente: vogliamo dire la triangola- 
zione del taglio trasversale delle navi, in grazia della quale si 
trovano le impostature e il colmo delle volte con i vertici di 
sei triangoli equilateri, corrispondenti agli assi dei piloni ed 
agli assi delle arcate trasverse. A maestro Enrico codeste altezze 
non parevano sufficienti : voleva per base non il triangolo, ma il 
quadrato; e infatti nella cattedrale di Colonia, per esempio, la 
nave maggiore è alta circa tre volte la sua larghezza, misuran- 
dola sugli assi dei piloni, ossia tre quadrati, mentre nel nostro 
Duomo essa nave è alta circa due volte e mezzo la larghezza 
sua; o, per dirlo altrimenti, l'altezza nella cattedrale tedesca 
corrisponde quasi alla larghezza totale netta delle cinque navate 
insieme, mentre l'altezza nella nostra corrisponde al vertice del 
triangolo equilatero costrutto sopra la linea del pavimento, che 
piglia appunto la totale larghezza delle cinque navi. 

Maestro Enrico, il quale per ispiegarsi aveva bisogno del- 
l'interprete, cominciò presto a diventare uggioso ai Deputati, i 
quali, resistendo alle raccomandazioni del Duca, che proteggeva 
il Tedesco, lo mandarono via, dichiarando che male servierit 
ipsi fàbricae, ymo dedit magnum damnwn et detrimentum ipsi 
fabbricae prò snis malegestis. 

Andato prò factis snis codesto Enrico , capita, il dì 4 del 
novembre 1394, desiderato da un pezzo, maestro Ulrico Fiissingen 
od Ensinger da Ulma , che nei registri del curioso Duomo di 
quella città vi apparisce architetto, con qualche intervallo, dal 

MiU5o. — Voi. I. 13 



J94 IL DUOMO 

1390 al 1429. Appena giunto biasima, per mezzo dell'interprete, 
ogni lavoro, vuole demolire parte dell'edifìcio, mandare tutto 
sossopra. Se ne impensieriscono tosto i Deputati, l'Arcivescovo, 
il Duca; convocano adunanze di cittadini e maestri per giudicar 
le censure; finalmente, avendo Ulrico rifiutato di eseguire, se- 
condo le forme e le misure stabilite dapprima, i capitelli dei 
piloni e i finestroni della tribuna, gli danno licenza che vada 
ad suum beneplacitum. E questi se ne torna in fretta, sdegnato, 
nella patria sua, per non mancare di fede alla sua adorata arte 
ogivale. 



'5 



Veniamo all'ultima parte, minuziosa ed arida, la quale dilet- 
terà lo scrittore, ma seccherà molto il lettore. Si vorrebbe con- 
cludere col risalire alla pianta originaria del Duomo, giovandoci 
di un gran foglio serbato nell' Archivio municipale di S. Car- 
poforo in mezzo a molti disegni risguardanti la nostra chiesa. 
— disegni che, raccolti in un enorme volume, furono ceduti al 
Municipio anni addietro dal Vallardi, il quale li aveva avuti 
dalla biblioteca di casa Litta, dov'erano stati raccapezzati, in- 
sieme con altri relativi ad altri edifìci milanesi, dal buon abate^ 
Bianconi. 

Il foglio è stretto, lungo, ingiallito, senza una parola di scrit- 
tura; il disegno è tutto a contorno, tracciato ad inchiostro con 
mano spedita e ferma, senza aggiunte o ritocchi; gli assi lon- 
gitudinali, gli assi trasversali e tutte le altre preliminari costru- 
zioni geometriche rimangono indicate da solchi abbastanza pro- 
fondi; la parte disegnata piglia in larghezza circa quaranta cen- 
timetri e in altezza circa un metro. Si vedono sulla carta due 
piani e del Duomo sovrapposte l'una all'altra: quella di sotto mo- 
Btrt il corpo anteriore e le navi trasverse della chiesa quali 
ora son«.; quella di sopra mostra la figura da noi riprodotta. 
(fig. 5), cioè una pianta del Duomo diversa affatto dalla presente 
Qe j contrafforti e in tutta la parte posteriore. E nella prima 
delle <luo piarne appariscono indicati il muro della vetusta facciata 
con iin:i torre alalo, il muro della facciata nuova con due can> 
p ;i ,,ili alle estremità, e, dentro al corpo della cattedrale, i muri 
,!H rocchio Broletto: lutto eseguito con lo stesso inchiostro e 
dalla lei a mano. 




Fig. 5. — Antica pianta del Duomo. 



^90 IL DU0M0 

Il foglio è antico? Del Trecento no certo; dei primi anni del 
Quattrocento neppure: ma neanche può essere troppo vicino a 
noi È in parte, e lo dimostreremo, il ricordo d'un antico dise- 
o-no d' una pergamena o d'un modello distrutto da un pezzo, forse 
di we\Yarchetipo,ài cui parla Cesare Cesariano nel suo Commento 
a Yitruvio, opera de mio architecto germanico, e che non si sa 
in guai modo fusse brasata; in parte è una proposta di nuovi 
lavori verso il prospetto. Al primo vedere questa carta curiosa 
ci passò nella memoria quella lettera di Vincenzo Seregno ai 
Deputati della Fabbrica, della quale si serba nella biblioteca 
Ambrosiana 1' unico esemplare stampato, e di cui abbiamo già 
riferito una frase. Il Seregno voleva mostrare in una relazione, 
la quale non si trova più, come le sue idee fossero la propria 
intentane de li primi fondatori, e continua: Ancora farò ve- 
dere come vanno li campanilli quadri da braza 32, che farano 
compagnamento e bellissimo ordine alla fazada grande. Ora 
i due campanili alle estremità della fronte misurano nella nostra 
carta circa 32 braccia, come la lettera dice, e sono collocati come 
li poteva collocare un architetto del secolo XVI, benché dichia- 
rasse di avere dedicato la vita al servitio de questo miracoloso 
et roccelentissimo tempio: sono appena uniti con la metà d'un 
lato al corpo della chiesa, per modo da slargare eccessivamente 
il prospetto e da imprimergli un carattere al tutto diverso da 
quello che l'arte ogivale richiede. Le torri, infatti, nelle chiese 
ogivali stanno comprese tutte intere, per quanto sieno grandi 
ed alte, nella larghezza delle navi, o escono da esse appena. 

11 Cesariano stampava il suo Commento nel 1521 e già il mi 
dello ora brusato; il Seregno scriveva la sua lettera nel 1537: 
queste date, dopo il primo dubbio, ci fecero supporre che il foglio 
dell'archivio <li S. Carpoforo dovesse risalire d'alquanti anni 
Diù indietro, perchè, a .lire il vero, intorno alla mela del Quat- 
trocento, quei campanili sporgenti intieri dai fianchi, sporgenti 
mezzi dalla facciata, potevano già facilmente correre nella fanj 
a ,,, U11 architetto italiano. Dall'altro canto, come e a qua! 
rebbero pomio,' voluto tracciare sulla nostra carta (<* sene 
tracciati a Linee d'inchiostro continue, al modo «Ielle, pianto del 
Duomo, ii- più De meno) i muri del palazzi Ducale o Drolett. 
code ti muri fossero già stati buttati a terra e s< 



IL DUOMO 197 

la prima prolungazione delle navi del Duomo fosse ormai 
stata compiuta? E non solamente si vedono tracciate le molte 
e torte muraglie, ma si vede la porta ad arco acuto, rap- 
presentata nella maniera che spesso usavano anticamente , cioè 
con la sua fronte al luogo della sua pianta. Né può esservi dub- 
bio alcuno sulla precisione del vecchio rilievo, giacché , poco 
tempo fa, scavando sotto al pavimento del Duomo, vennero 
trovate nel posto indicato dal disegno le sicurissime traccie dei 
muri antichi. Ora quell'ala del palazzo di che tempo fu gettata 
giù } . Fu gettata giù a più riprese. Nel Seicento bene inoltrato 
stava in piedi tuttavia un angolo del palazzo , come si scorge 
in alcuni altri e meno vecchi disegni, serbati nello stesso ar- 
chivio di S. Carpoforo; ma era un angolo aguzzo, il quale toc- 
cava appena quello della facciata della chiesa verso la piazza 
del palazzo Reale, l'antica piazza dell' Arengo, e lasciava libero 
quasi tutto il fianco meridionale. Il Governo di Madrid conce- 
dette nel 1616 graziosamente che fosse demolito. Ma per lo spazio, 
che si vede nella figura 5 invadere la nave minore del tempio 
sino al secondo contrafforte, contando dal braccio trasverso 
dalla croce, è un altro discorso. Fu sgomberato, salvo la in- 
dicata punta, nel 1450 o poco appresso; sicché il nostro di- 
segno dovrebbe risalire alla metà del secolo XV, o essere la ri- 
produzione fedele di un disegno di quell'età, compiuta, probabil- 
mente, da Vincenzo Seregno o per ordine suo. 

Francesco Sforza, appunto nel 1450, dall'una parte riduceva da 
ducati 100 a ducati 50 l'oblazione, che il suo predecessore usava 
offrire alla Fabbrica, considerando lo bisogno che habiamo del 
dinaro, benché dichiarasse la sua buona volontà verso il Duomo 
con queste parole, volontiero gli diarissimo nonché li cento du- 
cati, ma ducento; dall'altra parte lo stesso anno, dopo essere 
stato solennemente nel tempio con la Duchessa, per la cerimonia 
del suo ingresso in Milano, sopra un palco onorevole, idoneo 
€ ben ornato, che costò più di cento fiorini all'Amministra- 
zione della chiesa, conferma i vecchi privilegi di essa, pubblica 
nuovi decreti in suo favore, e con una lettera del 23 di agosto 
indirizzata al proprio Consiglio segreto ordina sia concessa alla 
Fabbrica la facoltà di gettar le fondamenta della parte nuova 
delle costruzioni all'angolo della piazza dell'Arengo, il che vuol 






198 IL duomo 

dire ch'egli cedeva la estrema fetta del palazzo suo," perchè sem- 
pre, com'egli scrive, da poi che noi ne recordiamo essere homo, 
.siamo stati e haremo in grandissima reverentia e honore lo 
gloriosissimo nome di madonna sancta Maria, et sempre in, 
lucìe quelle cose a noi possibile, ne siamo sforzati augumen- 
tare e crescere le cose sue, come deve fare ciascheduno fi- 
dele cristiano. L'anno seguente i Deputati fanno studiare un'idea 
di strada fra la chiesa e il palazzo, la quale mettesse in co- 
municazione l'arcivescovado con la piazza dell' Arengo; due 
anni appresso ha luogo una maestosa processione per porre la 
prima pietra della parte anteriore del tempio; e nel 56, all'in- 
tento di aumentare la devozione del popolo e di tirarlo a sem- 
pre nuove offerte, si alza una colonna di marmo per far cono- 
scere fin dove debba arrivare la chiesa, lungo la linea del suo 
nuovo prospetto. Nel 1489 di sedici piloni non c'era altro che 
le fondamenta. 

La chiesa era stata principiata dalla parte dell'abside, e, come 
s'è visto, in pochi anni era andata innanzi per modo che si potè 
cominciare a uffiziarla; ma, per cagione dell'intoppo del Broletto 
vecchio e forse anche pel difetto di quattrini, dovettero far sosta 
alla terza campata dalle braccia trasverse. La chiesa nuova 
riesèivà incomparabilmente più vasta della vecchia, che le stava 
fn corpo e di cui la nuova aveva serbato scrupolosamente l'asse 
Longitudinale con il santuario rivolto a sera e l'ingresso rivolto 
a mattina. Hanno un bel dire i cronisti che nella vetusta metro 
polìtana, un edificio a tre navi di forma basilicale, potevano 
capire settemila persone: la cosa è incredibile, salvo nel caso 
che l'ampio atrio o cortile anteriore fosse considerato, quale per 
.,,, Hspetti era veramente, una parte integrante della basilica; 
ed e chiaro che in quel cortile, non nell'interno della basilica, 
dovette in sul cadere del secolo XIII custodire il famoso car- 
roccio . 

La facciata della vecchia S. Maria maggiore si sa precisamene 

dov'era, e sta segnata in tratteggio nella nostra figura 2; l'ab- 

anche si 8a, dal più al meno, dov'era con l'altare suo, tenuto 

,,, pfedl per devozione quanto più a Lungo era stato possibile. 

alla maniera che usavano in quasi tutte le ricostruzioni o nn-j 

azioni di chiede durante il medio evo. 



IL DUOMO 199 

Infatti narra il Corio che solo il dì 14 dell'ottobre 1418 mi- 
narono la triiina (tribuna) de la chiesa antiqua, poiché già in 
gran furia, a furore de populo, era stato alzato l'altare nuovo, 
sul quale il Pontefice Martino V celebrò la messa con molte 
cerimonie, secundo la pontificale costuma, alla quale gli inter- 
venne meglio de centomila persone (come le settemila, che ca- 
pivano nella chiesa vecchia) e molte furono suffocate et assai 
violate. L'altare nuovo era di certo sotto la nuova conca o tri- 
buna, dove già prima un altro, modesto, del quale abbiamo par- 
lato, portava la figura della Madonna, intagliata da Bernardo 
di Venezia; ma l'altare antico, insieme con la sua abside, doveva 
rimanere nel centro della nuova croce, dove potè serbarsi per 
molti anni rispettato e venerato dal popolo, finché un papa, 
nientemeno, consacrasse quell'altro. Il quadrato libero nel centro 
della croce è infatti di 15 metri per lato, mentre il semi- 
cerchio di un'abside ordinaria di chiesa basilicale presenta un 
diametro assai minore: l'abside grandissima di S. Ambrogio ha, 
per esempio, il diametro di 12 metri, sicché avrebbe potuto es- 
sere contenuta nello spazio vuoto del centro del nuovo Duomo 
più di tre volte. Ora, misurando dalla facciata vetusta al punto 
dove poteva terminare la vetusta abside, abbiamo 70 metri, men- 
tre la lunghezza totale della nobilissima basilica di S. Ambrogio 
è di 68, e non giunge nella sua larghezza alla metà della lar- 
ghezza del Duomo. Anzi, se si tiene conto di questa differenza 
enorme tra la superfìcie dell'antica S. Maria maggiore e quella 
del tempio nuovo; se si tiene conto della posizione dell'abside 
nella basilica rispetto alla croce del novello edificio, è facile 
immaginare che tutto il coro con la sua tribuna e le sue sagre- 
stie e le sue volte, e ancora le braccia trasverse con le loro 
testate e la massima parte dei loro piloni, e ancora due o tre 
campate delle navi estreme con alcuni tratti dei muri di peri- 
metro, fossero alzati su prima che venisse sgomberato il suolo 
dalla veneranda chiesa di S. Maria maggiore. E così sarebbe age- 
vole spiegare un documento del 16 marzo 1395 nel senso che 
attribuisce ad esso il benemerito compilatore degli Annali, rife- 
rendo quella deliberazione dei Deputati alla preesistente chiesa 
di S. Maria maggiore, mentre, a principiare dal Nava e a venire 
sino al Ceruti, la deliberazione fu riferita alle radicali proposte 



200 IL DUOMO 

di Ulrico da Ulma, delle quali s'è dianzi parlato. Il documento 
dichiara che fu messo a partito dal vicario per alzata e seduta, 
come si direbbe al dì d'oggi, il quesito in questa maniera: quisunt 
contenti quod in aliqua parte ecclesia dominai Sanctce Maria; 
non derupetur, sedeant, et qui sunt contenti quod derupetur in 
aliqua parte, surgant. Nessuno si alzò da sedere. 

Per quel giorno dunque la chiesa di S. Maria Maggiore fu 
salva; ma poco dovette durare, giacche i lavori della nuova, più 
o meno rapidamente, progredivano ogni anno. Vero è che le 
condizioni del tempio, il quale si stava costruendo e pur si uf- 
fìziava, erano molto strane. Si uffiziava quasi all' aria aperta; 
mancavano in parte i vetri od altri ripari ai fìnestroni, e, men- 
tre lavoravano alle volte, anche alla scodella del coro, l'acqua 
nei giorni ventosi e di gran pioggia sciupava messali, paramenti, 
addobbi, ogni cosa, tanto che nel 1420 ordinarono si facesse una 
copertura provvisoria di legname e di tegole. Da un pezzo ral- 
legravano col loro canto le religiose funzioni, assai bene pagati 
dalla Fabbrica, e fanciulli e tenori e biscantori; ma nel 1419 
non avevano ancora trovato il luogo opportuno ove collocare gli 
organi ed i leggìi. Fino dal 1404 era stato scelto il bellissimo 
disegno per il pavimento in marmo della sagrestia settentrionale, 
la quale s'andava ornando già di ricche vetriate alle finestre e 
di stelle d'oro brillanti sull'azzurro delle crociere; ma il coro, 
dove sedevano gli Ordinari, non aveva sino al 1420 neanche 
un misero pavimento in mattoni. Si lavorava ancora alle spalle 
del finestrone di mezzo, in cui non erano compiuti ornamenti & 
trafori, e già si collocavano all' alto di esso i magnifici vetri 
istoriati. Tutto era confusione: organi, macchine d'ogni specie, 
l<- pialle dei falegnami, i martelli dei fabbri ferrai, gli scarpelli 
dei tagliapietre, il vociare degli artefici d'ogni specie e spesso 
le loro risse furiose distraevano dalle cerimonie sacre i fedeli. 
Non basta: i monelli spezzavano marmi lavorati, vetri figurati 
mettendo tutto Sossopra e recando non modicum damnum et 
jacturam alla fabbrica; e i mendicanti vagavano su e giù per 
la chiesa, chiedendo l'elemosina a voce alta, con Insistenza im» 
portuna, non senza commettere cose enormi <• disoneste, tanto 
••l"- i" loro Interdetto più \<>li<\ ma sempre inutilmente, l'ingressi 
al tempio. Km giù nell'anno 1463 i Deputati proibiscono, pena 



IL DUOMO 201 

la confisca, di passare dal Duomo, con brente, zerli, cavagne, 
zeste, banche, deschi, e persino carichi e cavalli. 

Nel disegno dell' archivio di S. Carpoforo il prospetto della 
vecchia metropolitana sta tracciato alla terza fila dei piloni, con- 
tando dal prospetto nuovo, e appare all'identico posto nella pianta 
generale della città di Milano, la quale, serbata ora nella bi- 
blioteca Ambrosiana, fu disegnata verso la metà del secolo XVI, 
se si deve credere al facsimile pubblicato negli Annali del Duomo, 
o più probabilmente verso la metà del XVII, anzi, come nota 
il Morigeri, dopo il 1656, anno in cui vennero aggiunte ai ba- 
stioni del Castello le lunette, indicate appunto nella citata pla- 
nimetria. E in essa appaiono tutti i piloni del Duomo, anche 
innanzi alla facciata vecchia; ma la nuova all'incontro non si 
scorge ancora, benché vi fossero già le porte farraginose e le 
finestre del Pellegrini, modificate dal Richino, e forse una parte 
dei contrafforti a lato della porta maggiore. A noi, del resto, 
non occorre altro che attendere al Castiglioni , Ir dove scrive, 
intorno all'anno 16*26, che la fronte antica oggidì pur si vede 
intiera, e aggiunge come dovesse restare in piedi fino a tanto 
che la nuova, horamai alzata dal piatto sin alla positura 
delle colonne (alla base, cioè, dei piloni) sia in buon essere per 
assicurare la chiesa (per rinfrancarla, s'intende), e fino a tanto 
che le volte, le quali si andavano costruendo sopra i piloni nuovi, 
fra V una e V altra facciata , sieno fatte per difenderla (per 
difendere l'interno dell'edificio) dalle acque piovane e dalle in- 
giurie del cielo. Ne la fronte di S. Maria Maggiore fu gettata 
a terra prima del 1683. 

Il Castiglioni descrive quella fronte, ch'egli aveva sotto gli 
occhi, così: Mostra la facciata vecchia la forma della parte 
superiore dell'antica chiesa, non più usata nelle fabbriche mo- 
derne, ma però vaga et gratiosa al vedere per li finimenti 
variati, terminanti la facciata in modo di frontispizio archeg- 
giato. Dal canto suo il Besta notava che la vecchia facciata, la 
quale per il nuovo modello doveva andar per terra, era fatta 
a pietre nere e bianche a scanti. Di codesta fronte, meglio che 
nelle descrizioni a parole, ci rimane memoria in parecchi dipinti 
e bassorilievi, poiché lo stemma della Fabbrica, essendo compo- 
sto di una Vergine incoronata, la quale, con le braccia aperte, 



202 IL DUOMO 

accoglie sotto all'ampio manto la chiesa, figurata con la veduta 
della sua facciata soltanto, l'occasione di riprodurre così l' im- 
magine del prospetto era molto frequente. Quando l'arte del me- 
dio evo fu abbandonata compiutamente per seguire quella del 
classicismo o del barocchismo, al prospetto vecchio si sostituirono 
nello stemma le idee di nuovi disegni ad ordini sovrapposti, a 
cornicioni, a timpani, ad attici romàni, od a cartocci e arzigo- 
goli, le quali bellezze c'importano poco. Ma neanche le rappre- 
sentazioni della facciata vecchia sono al tutto eguali fra loro: 
il Giulmi ne dà una, tolta da un dipinto, il quale nel 1855 era 
già appena riconoscibile lì all'angolo tra il vecchio Verziere, 
adesso piazza Fontana, e la via dei Pattari; un'altra scolpita 
in bassorilievo stava alla Gandoglia, ed ora si custodisce nei 
magazzini del Duomo; un'altra ancora è posta sull'alto del mo- 
numento che, a ricordare come Lodovico il Moro donasse nel 1497 
la conca di Viarenna alla Fabbrica, fu alzato allora dirimpetto 
alla conca medesima, e ancora per poco tempo si vedrà in quel- 
]' angelo della via Olocati, essendo stato comperato dal Museo 
artistico municipale. 

Quéste ed altre copie della fronte di S. Maria Maggiore si 
riconoscono eseguite a lunghi intervalli, secondo i restauri o le 
aggiunte, che vi andavano introducendo via via. La più vecchia, 
più veritiera, più accurata ci sembra quella di Viarenna, della 
quale ci rincresce che il tempo incalzante ne obblighi ad accet- 
tare e a pubblicare una incisione troppo scorretta e grossolana 
Guardando il bassorilievo del 1497 si capisce ciò che 
non pud apparire da questa silografia, clic le tre porte erano 
opera lombarda del XII secolo, quasi contemporanee alle catte- 
drali di Piacenza, «li Pai-ma, di Modena è simili altre ; che Vom 
dine degli archetti cuspidati rammentava il modo toscano della 
fi'"' del ecolo XIV o dei primi anni del successivo; che la cor- 
di coronamento, a quarto di cerchio nelle ali, a lihealegj 
gemente fiammeggiante nel corpo di mezzo, aveva mollo del 
ano. Porse le porte risalivano all'anno 1169 o 1175 in cui 
b" donne milanesi, srendendo i propri gioielli, fecero rifare il 
tempio; fi archetti ebbe mano Nicolò de'Selli, richiesti 

dell' opera di nel 1403, o qualche altro fiorentino? quanto A 
lei finimento, a Milano i maestri di quella vicina 



IL DUOMO 203 

provincia non difettarono mai. Nel disegno dato dal Giulini fu 

ituita sulla cima del timpano curvilineo centrale la statua 

del Redentore al campanile, il quale, in aspetto assai goffo, 



si nota nel bassorilievo 
tutto corrispondente 
ai documenti vecchi , 
si osserva in quello 
di Viarenna. Nelle 
carte del Duomo co- 
desto campanile ha 
una storietta tutta 
sua. Ma bisogna sa- 



della Gandoglia, 



mentre in forma al 



pere 



{ che la vecchia = 




metropolitana aveva 
appresso una torre 
.assai nobile , la quale 
vide guerre e paci, 
sventure e gioie cit- 
tadine, e portò al 
vertice, dopo la resa 
•della città, nel 1158, 
il vessillo imperiale, 
che sventolava ac- 
canto ad una ferula 
pastorale e, non si 

sa perchè, ad un mor- Fì - 6 " ~ Faccia,a di s ' Maria maggiore - 

taio con il suo bravo pestello. Poi fu ruinata per ordine dell'im- 
peratore e, crollando, precipitò sul tempio, che rimase in buona 
parte sfondato; e le pietre sue, sparpagliatesi sulla piazza, vi giac- 
quero più di due secoli. Ma non venne allora distrutto intiero: 
•della sua altezza di 245 braccia un buon pezzo rimase ritto, e fu 
ristaurato, e poi tornò in parte a crollare; e non di meno nel 1438 
si pagava un magistro a muro perchè distruggesse una camera 
posta in esso campanile, dove per Tinnanzi erano soliti a can- 
tare i biscantori, e nel 1462 si lavorava ad estirpare ancora i 
sarizzi da quella torre tenace. 

Fatto sta che, fino dal 1398, il castello delle campane poggiava 
sul mozzicone di torre vecchia, ma oramai ridotto così fradicio 



204 IL DUOMO 

ne' suoi legnami, che deliberarono di levare di là le campane per 
metterle alla sommità della facciata, in sumitate fatiei Ecclesia}. 
Al campanile nuovo, chiamato capiteli campanarum, si voleva 
dare un certo aspetto grazioso : ordinano quindi di cercare qualche 
magistro a bocalibus , che vi mettesse delle piastrelle o patere 
di maiolica inverniciata a colori, come si vede tuttavia in al- 
quante facciate e torri di chiese vecchie — squidelis vitriatis 
lucentibus; poi fanno coprire la guglia del campanile con lastre 
di piombo; poi fanno mettere al culmine della guglia un globo 
di metallo dorato, del diametro di un braccio o poco più — et 
fit rotondus cum bandirola; anzi alquanti cittadini avrebbero 
voluto che alla palla lucente ed alla banderuola si aggiungessero 
de' raggi, ma i Deputati rispondono di no. Nel 1421 il piccolo 
campanile dall'alto della facciata minacciava rovinare sul capo 
di chi gli passava sotto ; ed ecco che i Deputati danno le oppor- 
tune disposizioni perchè venga rifatto subito tale e quale. In 
conclusione, questo è il campanilino, indicato dal più al meno 
nella figura 6, del quale alcuni scrittori parlano come se fosse 
-tato una nuova e alta torre, poco meno importante di quelle 
di Friburgo e di Ulma. Il conte Nava esclama: « Chi mai avrebbe 
creduto ch'esistesse un'elegante e ricca torre per le campane? . . . 
La sfrenata temerità degli architetti, che succedettero nella 
grand'opera, prevalse, ed il campanile fu distrutto senza neppure 
lasciar Begno ». È, in verità, una disgrazia di cui ci si può 
confortare. 



Torniamo a] disegno dell'archivio di S. Carpoforo. Non risale 

solo XIV; ma, comi! s'è detto, e nella parte superiore, in 

quella ohe abbiamo dato incisa alla figura 5, la riproduzione di 

"|| antico pensiero, anzi — se non ci accade di dare corpo ai 

fantasimi — addirittura de] primo. Le ragioni per crederlo sonJ 

'li quelle delle quali è lecito sorridere; e se qualcuno infatti 

lerà, promettiamo fin da ora di non avercene a male. 

trato che il disegno de] gran foglio non è recente; ori 

■ me oltanto un architetto di questi ultimi anni 

avrebbe potuto darsi il diletto di escogitare sul nostro Duomo 



IL DUOMO 205 

quella idea, così diversa dall'edificio mirabile e ispirata al vero 
genio dell'arte oltremontana. Per i svagarsi in tali ricerche ar- 
cheologiche occorrono virtù o difetti, che sono al tutto moderni : 
occorre una grande imparzialità o indifferenza, che si voglia dire, 
per l'uno stile o per l'altro; occorre una cognizione minuta sui 
caratteri delle architetture diverse, e tanto dominio sulla pro- 
pria fantasia quanto bisogna per chiuderla nella cerchia d'un 
vecchio sistema. Queste , che oggi sono attitudini abbastanza 
frequenti nel nuovissimo eclettismo, erano impossibili a trovare 
quando l'arte aveva uno stile, bello o brutto non importa, e 
l'artista un linguaggio inteso e amato da tutti. Non è neanche 
necessario di risalire un pezzo: basta prendere in mano il vo- 
lume dell' Artaria sulla nostra cattedrale, pubblicato nel 1823, e 
gli altri libri o rilievi sul Duomo, dati fuori dal Franchetti 
nel 21, dal D'Adda nel 24, da Carlo Amati, per convincerci che 
nel primo quarto del nostro secolo lo stile dell'edificio milanese 
era capito a rovescio, che le forme ogivali, non solamente degli 
ornati e delle statue, ma ben anco delle membrature architetto- 
niche, erano interpretate con ispirito accademico e con segno 
Albert olliano. Non è più la lingua eloquente, copiosa, vigorosa, 
pieghevole del nostro vecchio monumento : è una traduzione 
sbiadita e falsa. 

Vero è che, sino dal 1807 l'Accademia di Brera, occupandosi 
della facciata, raccomandava di attenersi, per quanto fosse pos- 
sibile, alle forme antiche, mentre il Ministero dei Culti incul- 
cava r innesto del romano col gotico; ma il romano strozzava 
il gotico. I fianchi, con i loro contrafforti e fìnestroni e guglie 
ed archi zoppi, procedevano negli scompartimenti e nell'insieme 
dei membri secondo i vecchi tipi : della qual cosa vanno ringra- 
ziati con viva riconoscenza gli architetti dello scorso secolo e 
quelli ancora del Seicento. Nella età delle parrucche e dei guar- 
dinfanti c'era chi, come Carlo Buzzi e Francesco Castelli, bia- 
simando le incartocciate e prosopopeiche opere del Pellegrini, 
avrebbe voluto ritornare alla maniera detta tedesca; se non che 
al desiderio estetico, alla voglia savissima non potevano corri- 
spondere gli studi e il gusto. Fabio Mangone, alzando, intorno 
al 1020, l'abside nella testata del braccio settentrionale, e quasi 
tutti gli altri architetti barocchi^ o classicisti, prima o dopo di 



206 IL DUOMO 

lui, aggiungendo qua e là ne' fianchi, sul di dietro o all'alto 
nuove parti architettoniche, o ideandole (Dio volendo!) senza 
eseguirle, come si vede nei disegni serbati nella biblioteca Am- 
brosiana e nell'archivio di S. Carpoforo, si lusingavano di trat- 
tare il vero stile archiacuto. È già molto che giungessero a 
• niella specie di scenografia gotica, disorganica, scombussolata, 
benché non priva talvolta di una certa libera vivacità d'inge- 
gno, e sopra tutto di una notevole maestria di mano. 

In somma, ne il primo quarto del nostro secolo, ne il Sette- 
cento, né il Seicento, né il Cinquecento e neanche il Quattro- 
cento videro mai un architetto a cui potesse saltare in mente il 
ghiribizzo d'inventare per il nostro Duomo un'abside al modo 
francese, con tanta e così sicura cognizione delle forme ogivali. 
Poteva egli essere invece uno dei primi architetti, uno dei mae- 
stri nominati da noi al principio di questo scritto? Ci sembra 
difficile. Già nel 1402 Filippino da Modena aveva dato il disegno 
pei- i trafori del fìnestrone di mezzo, e Isacco da Imboliate e 
Paolo da Montorfano disegnavano per esso l'Annunciazione e 
le altre figure, e i Deputati ordinavano che vi si scolpissero le 
armi di Gian Galeazzo e la divisa sua, raggi o lingue di fuoco 
' "ni columbella seu tortorella, poiché a quella tortorella del 
«•"lite di Virtù piacevano i piccioni, tanto da metterli in certa 
sua moneta detta legione col motto degno della sua ipocrisia: 
.1 bon droit. Neanche al parigino Bonaventura bench'egli fosse 
architetto del Duomo due soli anni dopo la fondazione, do- 
v.ttr sembrare possibile il mutare coro e retrocoro. A lui spetta 
anzi, come si notò, l'invenzione dei tre fìnestroni immensi: il 
che nxol dire che già prima della sua venuta in Milano la tri- 
buna era tirata BU da terra un buon pezzo, e il documento del 
16 marzo 1390 lo laseia intendere bene. 

Que ta pianta della figura 5 che cosa ò dunque? È ideata con 
para abilità seguendo lo siile delle chiese ogivali; ma, lungi dal 
potersi dire una imitazione, svolge anzi certi concetti, i quali, 
1 M ciré dell'indole di quell'arte, accennano a schietta indi- 
pendenza di fantasia. Codesta pianta <■ quella del Duomo, quale 
1,1 fondato e costrutto, mostrano alcune somiglianze essenziali: 
w cinque navi anteriori, con le loro nove campate; le braccia 
'■ »n le loro tre oavi di tre campate per parte; la spor- 



IL DUOMO 207 

gonza delle testate dai fianchi, ridotta ad una campata sola; il 
rapporto geometrico fra la misura delle navi e delle arcate, nonché 
fra la nave trasversa ed il corpo anteriore dell'edificio; il rap- 
porto fra i vuoti e i pieni, fra lo spessore dei quattro piloni del cen- 
tro e gli altri delle navate, avvertendo che, senza dubbio, nel vecchio 
foglio i piloni vennero tracciati rotondi per comodità di disegno; 
finalmente le trg sole arcate aperte nello sfondo dell' abside. Le 
differenze sono, dal canto loro, molto importanti, e mostrano la 
via per la quale gli architetti italiani s' affaticarono ad italia- 
nizzare nell'edificio il primitivo pensiero. Nella facciata e nelle 
testate delle braccia laterali, invece dei contrafforti raccolti e 
quadrati, si vedono nel disegno della figura 5 i contrafforti an- 
golari molto sporgenti e posti in diagonale; tutti i contrafforti 
dei fianchi, del prospetto e delle testate hanno un maggiore ag- 
getto nel disegno; ai lati del coro s'aprono, nel disegno, come 
nel corpo anteriore, le cinque navi ; il coro ha una campata di 
più; la tribuna è circondata da due cappelle quadrate sporgenti 
e da cinque cappelle poligonali. Quest' ultima idea, anche più 
delle altre, doveva dispiacere agli artefici italiani per due ra- 
gioni: innanzi tutto perchè violentemente avversa al carattere 
dell' architettura nostra, nella quale non si trova mai ; e poi 
perchè la parte posteriore dell'edificio, allungata così, si sarebbe 
cacciata dentro in quello spazio dove intendevano alzare il nuovo 
Campo Santo. 

Ora, venendo alle relazioni fra la pianta della figura 5 e le 
chiese ogivali, lasceremo stare le somiglianze, già da noi av- 
vertite, fra codeste chiese e il Duomo d'oggi, e ci contenteremo 
di dire qualche parola sulle cappelle, disegnate a ghirlanda dbl coro. 
Si trovano così, di cinque lati ciascuna con i loro contrafforti 
ad ogni angolo, nelle cattedrali di Beauvais, di Clermont, di 
Limoges, di Narbonne, di Colonia e, saltandone via parecchie, 
in quella che il Viollet-le-Duc definiva ogivale par eoccellence, 
la cattedrale di Amiens. A Beauvais, a Colonia, ad Amiens le 
cappelle poligonali sono sette, corrispondenti a sette archi del- 
l'abside: nel nostro disegno sono cinque, corrispondenti a tre 
archi, ma vi si devono aggiungere le due arcate vicine, con le 
loro cappelle quadrate, simili a quelle di Clermont e di Limoges ; 
e nel nostro Duomo disegnato, su codeste cappelle, come nella 



208 IL DUOMO 

cattedrale di Chartres, dovevano forse alzarsi, secondo 1' idea 
dell'architetto, due torri per le campane. Questo è uno dei con- 
cetti svolti con molta originalità, poiché a Chartres le cappelle, . 
che portano le torri, non escono dalla linea dei fianchi, mentre 
qui escono tanto quanto le testate delle braccia trasverse. Un'altra 
originalità, ch'è indizio della facile sicurezza dell'inventore nel 
Trattare il suo stile, appare dal modo con cui s£>no tracciate le 
costole delle volte fra l'abside e le cappelle: l'abside ha cinque 
arcate, due larghe e leggermente inclinate, tre ristrette e for- 
manti tre lati di un ottagono; ma il retrocoro ne ha sette, 
cinque corrispondenti alle cappelle poligonali , due alle cappelle 
quadrate. Ora, il raccordare i sette archi ai cinque non era fa- 
cile impresa; e l'architetto, combinando sulle due prime campate 
e su quella di mezzo le crociere semplici, compose invece nelle 
rimanenti campate tre volte triangolari divise in tre triangoli 
ciascuna, in modo logico e gentile e tanto raro che non ci ram- 
mentiamo di averne trovato un qualche riscontro in altro luogo 
clic nella chiesa di S. Bartolomeo a Collin. Si veda ancora come 
oelll nostra pianta manchino le sagrestie, le quali in nessuna 
chiesa ogivale sono predisposte e immedesimate nell'organismo 
del tempio; si guardi alla stella delle volte nel centro della croce; 
s'avverta alla chiusura del coro (un ricordo dei jubés francesi) 
la quale abbraccia due sole campate della nave di mezzo, spazio 
sufficiente agli ecclesiastici ed agli ordinari d' una chiesa non 
annessa ad un chiostro; si noti infine quel rettangolo con certe 
sporgenze agli angoli ed alla metà dei lati più lunghi, posto 
dietro all'aliai- maggiore e innanzi all'ultimo arco dell'abside. 

Quella pianta rettangolare, non si può dubitarne, e la pianta 
■li un monumento sepolcrale. Di (piale monumento? Nella rela- 
zione, già citata, «li Bernardo da Venezia e Bertolino da Novara 
lì dov'è proposta una cappella, per maggiore fortezza dell'edificio, 
dietro alla culaia de hi giesia, e aggiunto: in questa capelli 
redure quella archaj che .ve dixe che volo fare fare 
iniore messere lo duca, <■ stendo retinata Varcka in In 

'■"■/"> . . . ci cor rri/nitirtin- ti essere, più (franile : il coro 

• ad e &re più grande, ceri.» che sì, togliendo da èssi 

mbro del monumento. Dunque il monumento non doveva 

al Minestrone di mezzo nel retrocoro, ma di 



IL DUOMO 



209 



contro ad esso finestrone nel coro propriamente detto, dove 




Antica pergamena. 



MlLAM) 



lo mostra la pianta 
della figura 5. Quattro 
mesi innanzi, a Sa- 
lomone de' Grassi, e 
sette anni innanzi, nel 
1393, a Giovannino 
de'Grassi erano stati 
ordinati dai Deputati 
per incarico di Gian 
Galeazzo, i disegni del 
ricco sarcofago, che 
la vanità e ipocrisia- 
figliale voleva ergere' 
alla buona e felice 
memoria del magni- 
fico Genitore. Ma fino 
dal 1387, nel secondo 
dei documenti pubbli- 
cati negli Annali, è 
fatto parola del sar- 
cofago, il quale poi 
non venne eseguito 
mai. Non è dunque 
difficile immaginare 
che il conte di Virtù 
avesse in mente quel- 
l'opera quando, alcun 
tempo prima, faceva 
compiere dall' ignoto 
architetto le facciate 
e le sezioni, che so- 
no andate smarrite, e 
la pianta di cui, se non 
pigliamo lucciole per 
lanterne, il foglio del- 
l'archivio di S. Carpo- 
foro ci mostra ancora 
la fedele riproduzione, 
n 



810 IL DUOMO 

Ora, innanzi di prendere commiato dallo sventurato lettore, 
desideriamo ch'egli veda alla figura 7 l' incisione di un disegno, 
pure custodito nell'archivio di S. Carpoforo: unica pergamena 
disegnata, fra tante che ce ne dovevano essere e che fino dal 
secolo XV andarono miseramente disperse. Che verso la fine 
del Trecento disegnassero anche in cartapecora è cosa fuori 
di dubbio. Già ci restano molte pergamene delle cattedrali te- 
desche e francesi ; e poi sappiamo che, il 19 novembre del 1387, 
all'ingegnere Simone da Orsenigo i Deputati fecero consegnare, 
oltre alla carta, quattro fogli di papiro per i disegni appunto 
della chiesa, e si sa quanto la carta ed il papiro costarono. La 
figura 7 è una sezione tracciata con qualche stento ad inchiostro 
nero, non priva di ritocchi, notevole in questo, che i contrafforti, 
assai sottili e sporgenti, pure si alzano quasi senza riseghe e 
rammentano un poco i contrafforti dell'edifìcio; ma sopra tutto 
è degno di considerazione l'arco rampante, dove si trova una 
particolarità, che il nostro Duomo ha scrupolosamente serbato 
e ignota alle chiese ogivali: vogliamo dire gli archi decorativi 
sotto alia curva organica, quegli archi, i quali, ancora suddi- 
visi in due archetti, vanno a terminare in un fiore. Il traforo 
poi a triangoli trilobati nella pendenza dell'arco zoppo, ornato 
'li foglie arrampicanti, somiglia al traforo di coronamento nel 
>S. Urbano di Troyes — di Troyes nella Sciampagna — di 
Troyes vicino al contado di Yertus. 

E <|ni lini-cono le induzioni, che i vecchi disegni e gli An- 
nali ci hanno suggerite. Ma quante altre cose, assai proficue: 
e belle, si potrebbero imparare dal grosso linguaggio di quei veccM 
documenti; e «"ine la Datura umana ci apparisce eternamente avida i 
invidio i. sospettosa, iraconda, falsa, debole, in faccia alla no- 
'•ilia robustissima, alla grandezza serena e sublime del nionu- 
I quale non sembra nato dall'ingegno mortale! 



Camillo Borro. 



MILANO MONUMENTALE 



ERA PAGANA. 

Gli Etruschi, che occuparono soli queste pianure sino a sei- 
cento anni prima di Cristo ed a quattrocento ne furono espulsi 
del tutto, possiamo lasciarli in pace; essi non pensarono mai 
a fondare una città dove ora sorge Milano. 

I Galli detti Insubri, che l'hanno fondata ventiquattro o venti- 
cinque secoli fa, dandole un nome che nella loro lingua signifi- 
cherebbe centro del paese , e come a dire capitale morale della 
loro conquista di qua dalle Alpi, anch'essi li lasceremo in pace 
sotto il peso della grave mora di sassi dei loro tumuli; pochi 
avanzi d'armi, alcuni frammenti di un carro da guerra e d'una 
bardatura, trovati in una fossa sepolcrale dal chiaro prof. Bion- 
delli vicino a Sesto Calende, e deposti al Museo archeologico, è 
quanto ci resta di loro; ciò che può esserci di poco aiuto a 
scoprire se la Milano da essi fondata fosse poeticamente recinta 
da una siepe di biancospino, come fu supposto, o se avesse ripari 
meno idillici di mota e strame, o stesse sicura dietro un muro 
a secco di sassi ; come non ci può servire a scoprire che edifìcio 
fosse quello nel quale custodivano quei loro famosi Immobili di 
cui parlano gli storici, sacre insegne d'oro, che, come più tardi 
il Carroccio dei Lombardi, erano il loro labaro di guerra e che 
inalberarono movendo contro Cajo Flaminio venuto l'anno 233 
avanti Cristo a sottometterli a Roma, sotto il cui dominio dovet- 
tero piegare undici anni dopo. 

Milano monumentale incomincia per noi dall'epoca di cui ci 
resta qualche rimasuglio, qualche sasso intero o rotto o mutilato , 



212 MILANO MONUMENTALE 

vale a dire da quando i Galli insubri erano diventati già da 
un pezzo Galli togati; ossia romani. 

A guidarci nelle ricerche dei monumenti di quel tempo ci 
serve un sommario in versi, un passo del poema Le città cospicue 
di Ausonio (309-394). A dir vero, questo stralcio di poesia, diven- 
tato il cavai di battaglia della archeologia facile, è un po' sciu- 
pato dall'uso, ma è inevitabile: nel cavarlo fuori dal cassone 
dell' erudizione a buon mercato, ho pensato di farlo tradurre in 
buon italiano da un dotto e compiacente amico, tanto da presen- 
tarlo almeno sotto un vestito nuovo. Eccolo: 

Milano 

Ha tutto di mirabile: abbondanza 
Di beni, case di bei fregi ornate, 
Tante, che numerar non le potresti; 
Per facondia felici alacri ingegni , 
Onestà di costumi antica; in doppia 
Zona diffusa la città; delizie 
Del popolo un gran Circo ed un Teatro, 
Mole a cunei costrutta; e tempi e ròcche 
Palatine, e di molto oro la Zecca 
Rigurgitante; onor degno di reggia, 
Cingono le famose erculee Terme 
Peristili e marmorei simulacri; 
Fossi le mura, e forma hanno di vallo: 
Tutto è grande, e aduggiar cotanta altezza 
Neppure il puote la propinqua Roma. 

Il sommario scritto in versi sarà forse un po' esagerato, poi- 
chè la Milano d'allora stava in una cerchia di mura minore dell 
terzo de] diametro della Milano del 1881, avendo per puntoli 
centrale approssimativo il Cordusio e per raggio la distanzi 
dal crocicchio del Cordusio al crocicchio di via Monte di Piet 
e Monte Napoleone, per Le quali girava a quel tempo il muro] 
di cinta! ad ogni modo, chiamata novella Atene sino dal seconde 

ade d'imperatore dalla fine <l< i l terzo, dovea essere ui 
città cospicua. Disgraziatamente paci al suo splendore d'allori 
furono gli estermini cui Boggiaque da poi: gli Unni con Attili 
ood Uraja, i Lodigiani, i Comaschi, i Cremonesi e altri 
: fratelli d'Italia con Barbarossa, hanno singolarmente seni 
ito il nostro compito. Di tanti e altri gloriosi e splendili 
edifici della emula di Roma e della nuova Mene, che ci rimanj 



MILANO MONUMENTALE 213 

Anzitutto quel tritume dei secoli che gli scienziati chiamano 
cimeli; tritume preziosissimo per i veri archeologi, gli storici, i 
filologi, ma che qui farebbe saltar pagina più presto che in fretta 
se avessi la disgrazia di esser obbligato a enumerarlo, descri- 
verlo, e, quel che non potrei, farlo oggetto di criteri e giudizi 
in questa rapida scorsa attraverso i nostri monumenti. 

La massima parte di questo tritume è raccolta nei Musei 
Archeologico e Ambrosiano e nell'atrio di S. Ambrogio ; il resto si 
trova su pei muri della città implicato nelle costruzioni posteriori 
a quell'epoca, come ornamento, ricordo, o materiale da fabbrica. 
Tanto per toccarvi dentro di passaggio, dirò che si hanno la- 
pidi votive a Giove, a Minerva ; altre che accennano al culto di 
Mitra ; lapidi storiche, delle quali una ricorda il passaggio tra noi 
di Lucio Vero avviato a far guerra ai Marcomanni; una che 
chiama Milano « nuova Atene » e fissa l' epoca del compimento 
d'un acquedotto; una che accenna ad un collegio di vetturali; 
altre che danno notizia di fabbri, di centonai, di legnaiuoli, di 
erbaiuoli, e, preziosa tra tutte, una lapide nella quale è inciso il 
testamento di Plinio il giovane, che lascia oltre a diciannove 
milioni di sesterzi, alla Repubblica, alla Biblioteca, alle terme, al 
banchetto della plebe urbana e pel mantenimento di fanciulli e 
fanciulle della stessa plebe. Ciò che permette di attribuire una 
bella antichità agli asili infantili. Tra il tritume figurato o isto- 
riato cito una lapide sepolcrale per un gladiatore, Urbico, rap- 
presentato in un piccolissimo bassorilievo ; quella di un comme- 
diante insignito d'onori decurionali, ornata di figure sceniche su 
tre lati; un'ara d'Esculapio e Igea; Yomm de preja, statua d'uomo 
togato che non si sa chi rappresenti (corso Vittorio Emanuele 
N. 23 e 25); una base per statua o colonna, o stelo, con affreschi su 
quattro lati : e mi fermo, per non invadere la rubrica Musei e col- 
lezioni private, cui spettano questi particolari, limitandomi a ci- 
tare per ultimo un bassorilievo nel quale è rappresentato un At- 
tilio Giusto calzolaio, pezzo importante per la storia del costume. 

Il poeta Ausonio ci parla di palazzi, di templi, di circhi, di 
teatri, di terme; ecco cosa resta di tanto splendore: 

Palazzi. — Tradizioni, che sorgesse un palazzo imperiale 
accanto a S. Ambrogio, e uno verso via Nerino e dal quale 
verrebbe il nome della vicina chiesa di S. Giorgio in Palazzo. 



il 4 MILANO MONUMENTALE 

.V questo proposito va registrato che, nell'arretramento delle case 
per sistemare la Via Torino, com'è ora, fu scoperto, al livello 
delle cantine, un pavimento di lastre di marmo che si proten- 
deva dalla Corsia di S. Giorgio sino alla Via Nerino. 

Templi. — Il nome di S. Giovanni quattro facete, che indica, 
dove sorgeva forse un giorno il tempio di Giano; due colonne 
di porfido che prima di andare al Museo Archeologico (dove si 
trovano dopo aver servito pel ciborio di S. Carpoforo), pare ap- 
partenessero a un tempio di Vesta ; alcuni cimeli trovati nel 
ricostruire la casa Origo' tra il ponte di Porta Tosa e casa. 
Landriani, e acquistati dall'Abate Malvezzi che ne fece dono 
all'Ambrosiana, e questi sembrano resti di un tempio a Nettuno ;. 
delle tradizioni che dicono esistesse un tempio a Marte dove 
ora sorge- la Cassa di Risparmio, uno a Giove dov'è S. Satiro, 
uno a Marte dalle parti di S. Vittore Grande; uno ad Apollo 
a S. Calimero, e di questo si hanno quattro colonne; uno a 
\ "■•nere a S. Primo, e ne esiste una bellissima statuina nel museo. 
Archeologico (1). 

Teatri. — Esiste un verbale di seduta di una Commissione per 
l'accertamento dell'esistenza di alcuni ruderi, i quali colla curva, 
esterna e la direzione concentrica di alcuni muri, avvalorano la 
presunzione dell' esistenza del teatro antico dove ora sorge la 
casa 'l'inai i in via Meravigli. La scoperta di questi ruderi è dovuta 
al signor Castelfranco ispettore degli scavi in Milano. Oltre al 
o c'era io Milano un circo o ippodromo, e un'arena: dj questa, 
rimali'' il nome d'una strada, via Arena, di quello, il nome d'una. 
chiesa, S. Maria al Circo. L'ubicazione del Circo pare si possa 
iatWMfedere aeUa pianta di Milano pubblicata dal Lattuada, nella 
Quale alcune contrade disegnano una perfetta olisse, precisamente 

Lo a S. Maiia al Circi.. A questo CÌTCO devono forse collegarsi 

Certi pesti di un colonnato scoperto alcuni anni sono dal compianto 

a, capomastro, \ icino aSanta Maria alla Porla. Si hanno 

inoltre al Museo Archeologico due bellissimi vasi decorati <li 

attributi scenici, una base dipinta a fresco, e alcuni altri oggetf 

nienti dall'area Lnchiusa in quell'élisse. 



1 ''• ■ >U a rentiquattro basi di colonne appartenenti svidentemente ad un altro tempi 

! Bonapartè, nel co truire i magazzini militari durante l'od 

- 



MILANO MONUMENTALE Z?15 

Terme. — Qui siamo più fortunati ; c'è il colonnato di S. Lo- 
renzo che è indiscutibilmente ammesso facesse parte delle Terme 
dovute all'imperatore Massimiano (284-305) e delle quali la chiesa 
vicina sarebbe la gran sala centrale inalterata nel suo organismo, 
e cambiata di veste da successive vicende. Oltre al colonnato, 
esistono nella chiesa altri resti delle Terme : una porta scolpita , 
all' ingresso della cappella di S. Aquilino , colonne di marmo 
orientale in quella di S. Ippolito e colonne con capitelli messe 
a rovescio dietro alcuni piedritti del grande ottagono. 

Nella grande distruzione dei templi pagani fatta ai tempi antichi 
del cristianesimo ufficiale, le Terme di Massimiano andarono salve 
come la Rotonda di Roma per essere state precedentemente con- 
vertite ad uso del culto cristiano. Ciò pel S. Lorenzo si attribuisce 
. Ambrogio ; certo è che se ne trova menzione nel V secolo. 
Nofn è noto quali cambiamenti vi introducessero i cristiani per 
adattarle alla nuova destinazione, ne se lasciassero sussistere, 
com'è molto probabile, quasi tutto l'edificio a comodo d'alloggi 
per i preti e le loro famiglie e per servizi secondari, contentan- 
dosi di distruggere quella parte decorativa che recava immagini t 
esplicite di divinità e riti pagani. La storia non ci reca sino al 
secolo XI che quel cenno del V, ed un ritmo che il Lattuada 
ritiene anteriore alla morte di Luitprando e nel quale è fatta men- 
zione, prima del 744, delle torri lombarde che rinfiancano il 
tempio; poi registra nell'XI la devastazione del tempio causata 
da un grande incendio; quindi nel secolo seguente altri due incendi, 
che proverebbero il primo e il secondo non aver interamente 
distrutto l'edificio. Così si arriva al 1573, alla caduta della cupola 
e al ristauro dal quale ripetiamo l'aspetto presente della chiesa 
fi S. Lorenzo. 

sta, abbiam detto, sarebbe la gran sala centrale delle Terme: 
tra la chiesa e il colonnato dovevano trovarsi altre parti del 
grande edificio, ora scomparse assieme ad altre dipendenze di 
• ; delle cappelle alcune forse erano sale da bagni; quella a 
nord il popolo la chiama, per dritto o per storto, il bagno di 
Nerone: ma queste parti secondarie hanno importanza secondaria 
pel monumento. Fermiamoci alla parte centrale. 

Si entra per una porta che è scavata in un muro grossissimo ,. 
un muro di fortezza, e appena dentro, si resta come confusi. L'è- 




' i| H Colonne di s Loreni 



MILANO MONUMENTALE 217 

difieio schiaccia l'altare, lo annulla; si sente che non è per esso 
«he è stato costrutto. L'altare si trova lì come cosa posticcia, 
e potrebbe stare al lato opposto o in uno degli altri campi come 
sta dove l'han messo: l'occhio gira smarrito tra colonnati e vòlte 
-e nicchioni e loggiati a emiciclo e cerca un altro popolo che 
•quello dei pochi fedeli inginocchiati sulle panche allineate e come 
persi in quel vaso immenso, che ha la forma d'una rotonda. Os- 
serviamolo bene, perchè è cosa d'alto momento. 

Il muro di sostegno della cupola non è circolare come quello 
■del Panteon di Roma, ma poligonale come quello di un edificio ro- 
mano assai celebre, che forse fu terma per malati : la Minerva 
Medica, che si vede a destra della ferrovia in Roma sulla 
strada che va a Napoli. Invece di dieci lati come la Minerva 
Medica, ne ha otto, e presenta un prodigioso slancio verticale 
pel quale la cupola è portata all'altezza di tre piani. Le arcate 
con nicchioni aperte sul perimetro, come nella Minerva Medica, 
sfogano l'ambiente dall'alto al basso, scavando le pareti con 
straordinaria prevalenza del vuoto sul pieno: i nicchioni si ap- 
poggiano colla loro mezza tazza alle arcate , ma la muratura dei 
loro emicicli è sostituita da quattro colonne per nicchione. L'ar- 
dimento di questo organismo è tale che si è creduto necessario 
-alternare quattro lati così costituiti con quattro lati minori di 
muro meno aperto e di ripetere all' infuori, con un grossissimo 
muro, il contorno dell' edificio, creando una navata che lo gira per 
intiero, lo rincalza e assicura da ogni lato. Tale è l'edificio che 
■ci sta dinanzi ricostituito sull'antico organismo ai tempi di S. Carlo 
dal Tipaldi e dal Bassi. 

Dopo le tante devastazioni cui ho accennato ed i tanti ri- 
stauri, abbiamo diritto di vedere ancora qualche cosa di romano 
in questo tempio che troviamo in pretta veste secentista? 
Un poco, sì, ma questo poco è troppo importante per Milano da 
■doversi trascurare. 

In ogni edificio romano, di destinazione civile, vanno distinto 
due cose: lo scheletro, ossia l'ossatura dell'edificio, e la polpa, 
mi si passi il traslato, ossia le colonne, addossate ai muri, le basi, i 
•capitelli, le sagome, le modanature, gli ornamenti, ecc. 

I Romani, nell'architettura civile, ebbero ossatura propria e 
vesti di forme greche impiegate come decorazione superficiale: 



218 MILANO MONUMENTALE 

ne venne clic, devastati gli edifici, caduta l'epidermide greca di 
Trabeazioni, fregi e ornamenti, rimasero ritti in piedi tra le ro- 
vine della città eterna i nudi scheletri meravigliosi dei loro 
organismi architettonici; il vero elemento romano, nelle vòlta 
poderose e nelle robuste mura, contro le quali il tempo fu impo- 
tente e validi soltanto gli studiati incendi, i picconi dei barbari, 
e le leve dell'avarizia, accanita nel cercare negli antichi monu- 
menti il materiale per le nuove costruzioni. Sfuggita a questa 
cause di distruzione, la Rotonda di Roma giunse intatta con ossa. 
e polpe sino a noi, vittoriosa di 19 secoli. Devastata da un 
grande incendio e da due incendi minori, crollata nella cupola, 
nel secolo XVI, la Rotonda di Milano, instaurata dopo ogni guasto 
-ubilo, mantenendo l'antico organismo, ha conservato quello che 
resta sempre in piedi in un edifìcio romano quando non viene 
determinatamente atterrato, la forma del suo scheletro, T ossatura., 
modificata dalle sagome nuove dei ristauri. 

Di qu3sto scheletro fanno parte evidentemente i quattro nic- 
chioni o esedre che dir si vogliano, i quali certo non sono stati 
aperti per l'altezza di due piani fin sotto l'impostatura della cu- 
pola, con pazzo proposito, inutile fatica e pericolo di rovina, 
nella parete di una rotonda semplice a imposta circolare come laro- 
toodadi Roma. Chi lo ha supposto in favore dei Bisantini, ha sup- 
posto un'enormità, ed ha ignorato o dimenticato chea Roma esista 
lina rotonda poligona de] tipo di qucstadi Milano, la Minerva Me- 
>] emo scheletro nudo esposto da secoli e secoli a tutte le in- 
temperie e a tutti gli insulti, colla vòlta ancora intera in 
"ina la sua Btruttura organica e colla massima parte dei 
uiechioni sempre fermi a sostenuti. 

11 poco che pesta delle terme erculee nel S. Lorenzo, lo sche* 
IctrOfle Linee generali, conservate nei successivi ristauri, è quindi 
|;1 monumento della massima importanza, un documento gloriosa 
, '" romano, è anteriore di olire due secoli alla rotonda di 
1 ' *Ue te tate con uiechioni della s. Solia di Costanti- 
nopoli^ dovette quindi essere punto d'appoggio allo slancio dj 
v"' 11 " ""•''•■ dell'epoca di Giustiniano, anziché un ristaurg 

(santino, malamente wgnato jenza base di nomi, di date, di fatti 
derare che il suo organismo, colla stessaplani- 
i nell'architettura romana, alle porte di Roma 



MILANO MONUMENTALE 210 

Le Terme erano irli editici più sontuosi dell'epoca imperiale. 

imprecando al lusso del suo tempo, succeduto alla prisca 

;Jicità, descrive le termo plebee di Roma e dice che un 

Romano nell' entrarvi si sarebbe creduto indigente se non vi 

-se trovato le pareti sfolgoranti, decorate di statue, incrostate 
di pietre preziose e di marmi Numidi ed Egizi, e le vasche di 
marmo di Taso e le cannelle dell'acqua d'argento e le vòlte di 
vetro. Milano al tempo di Massimiano era sede dell'imperatore ; 

terme erculee doveano essere splendide: possiamo farcene una 
immagine colle descrizioni di terme lasciateci da Seneca e da Stazio 
e coi versi di Ausonio. Quindi, pensando che gran parte della splen- 
dida decorazione delle terme erculee dovette rimanere intatta 
nel tempio cristano, sostituendosi ai simboli pagani altri simboli 
cristiani e imagini di Dio e dei Santi ad opera di musaico, non 
ci sorprenderà il lamento descrittivo di Arnolfo, testimonio del- 
l'incendio del 1071: « Chiesa ... tanto bella fra tutte, che sembra 
difficile il riferire quali sieno state le sculture in legno e in 
pietra, e le loro intrinsicamente compaginate commessure; cpiali 
le colonne con le loro basi e tribune altresì in giro, e di sopra 
il musaico che ogni cosa copriva. Oh tempio senza pari al mon- 
do! » Abbiano la rotonda colle colonne e le tribune altresì in gira 
che certo non furono aperte con pericolo di rovina da un sognato 
Bisantino. Salutiamo adunque nello scheletro di San Lorenzo e 
nella sua planimetria un monumento della più grande importanza 
nella storia dell'architettura romana. 

Oltre ai resti accennati, dell'antiche terme erculee non abbiamo 
più che il colonnato di Porta Ticinese sfuggito alle idrofobe 
smanie dei rettifili. Sono sedici colonne di marmo di Carrara, 
coi capitelli corrosi, screpolate, incatenate, maestose nella loro 
antichità; più maestose per aver resistito] alle ingiurie di sedici 
secoli, e dall'ultime coscienzose riparazioni fattevi dall' architetto 
Colla rese atte a durare forse per dei secoli ancora, monumenti 
venerandi della grandezza di Milano romana, testimoni eterni 
dell'ingrandimento continuo della nostra città. 



»20 MILANO MONUMENTALE 



ÈRA CRISTIANA. 



Transizione. — Le terme erculee ai tempi di Massimiano 
erano fuori delle mura; la cinta della città arrivava allora sin 
dove ora c'è il crocicchio del Carrobbio e delle vie S. Vito e 
Torchio dell' Olio, donde girava a destra e parallela all'attuale 
via del Cappuccio dirigendosi verso S. Maria Porta. 

Avviati da S. Lorenzo a S. Ambrogio, restiamo sempre fuori 
dell'ambito della cinta d'allora; la quiete ed il silenzio succedono 
al chiasso del quartiere popolare di P. Ticinese; più c'inoltriamo 
in via Lanzone e più ci possiamo credere in una tranquilla città di 
provincia; davanti a S. Ambrogio sentiamo sotto i piedi il fresco 
dell'erba che nasce tra i ciottoli del selciato. 

Tanta quiete qui è antica e favorì la trasformazione di Milano 
pagana in Milano cristiana. Del tempo nel quale le due civiltà si 
confondevano nella vita pubblica, e la prima, la pagana, straziava 
a intermitenze la seconda nei circhi, mentre questa la scalzava 
nella vita intima, resta una miscela di reliquie sotto il portico di 
S. AjnbrOgio. La storia qui cede il posto alla leggenda, e noi in 
un -zzo a queste realtà presenti di cose remote, possiamo far tacere 
il pregiudizio antireligioso e tender l'orecchio alle pie tradizioni 
che mandano una scarsa luce su monumenti indiscutibili. 

Città sempre tra lo primo a partecipare alle evoluzioni del 
pernierò e «Iella società umana, città delle più importanti della 
vaile del Po, Milano dovette essere uno dei primi punti di mira 
della propaganda cristiana. Non vi ò quindi nulla di incredibile in 
(pianto afferma la tradizione, asserendo che S. Barnaba nell'anno 
rale a dire LG anni dopo la morte di Cristo, piantò tra 
do! I'- prime radici del cristianesimo: dal dubitarne ci distoglie 
l'editto di Nerone che apri la prima persecuzione dal 04 al 08. 
La persecuzione ammette i perseguitati, i cristiani, già numerosi 
trentun'anni dopo la morie del Nazareno. 

' dizioni di quell'epoca, Bcritte nel iv e V secolo, e appogJ 

monumenti allora ancora esistenti, raccontano di un 

afilane e dell'ordine dei cavalieri, nobile e cristiano, proprietario 

di «»/ti eli.- i e tendevano fuori le mura da questa parte sin 



MILANO MONUMENTALE 221 

forse in fondo a via S. Vittore, e padre di una fanciulla che 
portava il bel nome di Fausta e di un figlio chiamato Porzio. 

Egli primo, nel primo secolo, la figlia e il figlio dopo, nel se- 
condo, avrebbero in quei loro orti seppelliti i primi martiri. 
Su quelle sepolture, come nelle catacombe a Roma, si sarebbero 
raccolti i sopravvissuti ed i nuovi convertiti. S. Castriziano, 
quarto vescovo di Milano, avrebbe consacrati quei luoghi di riu- 
nione d'una società nuova tenuti nascosti fuori delle mura e fuori 
di mano tra gli alberi delle ortaglie, confusi a qualche casolare 
colonico, vale a dire: l'oratorio di Filippo dedicato al Salvatore 
dove ora si trova l'angolo destro della caserma di S. Francesco, 
quello di Fausta dove andremo tra poco, e quello di Porzio dove 
ora vi è S. Vittore grande. 

Il popolo li chiamò poi basiliche, forse quando il cristianesimo 
avendo trionfato sotto Costantino, il culto ebbe pubblici onori, 
i fedeli pubbliche basiliche dove prima si raccoglievano in se- 
creto, e sorse nel centro della città S. Maria Maggiore, dove 
adesso c'è il Duomo, e S. Tecla poco discosto, e tant'altre chiese 
con quelle andate poi distrutte. 

Entriamo in S. Ambrogio, ora soltanto per attraversarlo ; all'e- 
stremità della destra navata si apre un cancello che ci intro- 
duce in un santuario secondario composto di tre cappelle. Quella 
a sinistra che si chiamò un tempo di S. Vittore in Ciel d'oro, tra 
altri nomi ha anche quello di Basilica Fausta. 

Oltrepassata la piccola navata d'accesso, decorata con tutte 
le pompe e gli ingegnosi acrobatismi dei barocchi del secol passato, 
ci troviamo in un presbitero quadrato ; sul lato di fronte sfonda un 
abside, in su gira una cupola emisferica e su ciascuna parete 
laterale si aprono in alto a tutto sesto due strette finestre in 
un grosso muro ; sulla linea d' imposta dell' arcata dell' abside 
gira un fregio, e sopra quella linea la cappella è tutta un solo 
mosaico a fondo d'oro, in parte conservato, in parte rifatto ; nella 
tazza, che soffitta, spicca un' imagine del Salvatore ; ai lati, al- 
ternate colle finestre tre figure di Santi per parte, senza aureola 
sul capo, indizio dell'antichità del lavoro. Uno splendore tene- 
broso, una richezza severa, e nei mosaici un'arte di inoltrata 
decadenza producono, in chi vede per la prima volta questa 
chiesuola quasi ignorata dai Milanesi, una viva impressione di 



222 MILANO MONUMENTALE 

meraviglia; una quantità di riscontri storici si affaccia alla 
mento: si ricordano il sepolcro di Galla Placidia a Ravenna, 
S. Sofìa di Costantinopoli, S. Marco di Venezia, le meraviglie dello 
sfarzo bisantino, e si ammira come un' arte imbarbarita abbia 
saputo trovare le note che scuotono e toccano il cuore. 

Di elio tempo è questa basilica? evidentemente ha sostituito 
l'antica basilica Fausta che avea sostituito il primitivo oratorio. 
L'edifìcio ha tutto il carattere bisantino, e presenta delle partico- 
larità che ne fanno un monumento dei più interessanti. 

La tazza è collocata direttamente sul vano quadrato, di cui 
ha il diametro, e vi posa, esempio forse unico, in Europa, senza 
sostegni di pennacchi o di peducci; il pezzo di base circolare, 
ohe sporge in dentro agli angoli del quadrato, soffitta con 
breve piano orizzontale, triangolare, decorato a mosaico; quella 
decorazione copre probabilmente una lastra d' imposta messa di 
traverso sopra i lati attigui. È questo un primo tentativo per 
ia soluzione di statica ottenuta nella S. Sofìa di Costantinopoli? 
Se fosse, com'è stato asserito — e può essere — del V secolo, la 
basilica Fausta, oltre al vanto di offrire il primo esempio di cu- 
pola emisfèrica su un vano quadrato, prima della gran basilica di 
Giustiniano, avrebbe pur quello di offrire prima del S. Vitale di 
Ravenna e, credo, dopo la basilica di Massenzio, l'esemplare d'una 
cupola formata di vasi vuoti di terra cotta, essendo precisa- 
mente così costrutta. Gli Unni di Attila, i Goti di Uraja han 
e rispettato questa piccola meraviglia? o fu costrutta dopo le 
loro invasioni? Se è del V secolo, non ci palesa che i bisantini 
non hanno inventata nemmeno la decorazione bisantina? 

cennare a queste difficoltà per dare alla piccola cap- 
pella tutta . jiiania l'importanza storica ed artistica che lo com- 
pete, <• ci il varia nel socolo scorso dalla soppressione delle 
due ria ate minori, quando sui muri di chiusura dei due archi 1. ite- 
rali, il Tiepolo l'u chiamato a dipingervi due affreschi, come dovea 
ula nel nosti o secolo dalle assurde ricercatezze del fregio fan- 
ira la tribuna e dal barocco insulto della pittura 
,| '' 11 istituita al deperito mosaico che forse era una reliquia 
r,,,l;i ! itìniana; nella quale occasione furono tolti — 

'•'• — nia aie ' ,t i. j due affreschi del Tiepolo. Al di 

! pavimento della cappella Fausta, c'è, cambiato in cripta, 



MILANO MONUMENTALE 223 

il vano del pozzo in cui il buon Filippo avea sepolti i primi 
martiri, ma i lavori posteriori che vi sono stati eseguiti ci por- 
tano di qua dal mille. 

Accanto alla basilica Fausta citerò due mezze tazze di mo- 
saico assai deperito della cappella di S. Aquilino in S. Lorenzo, 
certo anteriori a quelli della tomba di Galla Placidia che esi- 
ste a Ravenna, e un'arca dello stesso tempo che potrebbe es- 
sere quella di Ataulfo. 

Venuti alla basilica Fausta per vedervi un esemplare dei 
primi oratòri cristiani, vi abbiamo trovato una chiesa di tipo 
bisantino; prima di rientrare in Sant'Ambrogio andiamo a ve- 
dere un monumento della prima transizione dell'arte pagana alla 
cristiana, una di quelle basiliche costantiniane dette latine, del 
cui tipo Roma vanta S. Agnese, S. Lorenzo Extra muros, 
S. Clemente, S. Saba, ecc. 

Dalla via Daniele Crespi, e stando sotto il fìnestrone accanto 
alla porta del N. 5, si scorge, di là da un muro, un abside con 
finestre fatte a guisa di bocche di forno, sotto un campanile che 
porta stimme e intonachi e guasti d'ogni specie ; da un fumaiuolo 
che lo termina, sventola di continuo su quella massa un nero 
pennacchio di fumo, che ne fa uno dei pezzi più pittoreschi di 
roba vecchia che si possano vedere in tutta Milano. Quello è 
l'esterno della basilica di S. Vincenzo in Prato, che illustrò pel 
primo il conte C. Belgioioso e dopo lui Michele Caffi e che ora 
serve alla fabbrica degli acidi della ditta Candiani e Biffi (fig 9). 
L'interno della chiesa è ancor più fantastico; ha tre navate, 
ma le due laterali e parte della maggiore, sono occupate da grandi 
apparecchi d'industria chimica che le danno un aspetto bizzarro. 
La navata conta nove colonne per lato, che reggono nove ar- 
cate sulle quali s'alzano- due alti muri logori, corrosi, anneriti 
dal tempo e dagli incendi ; i capitelli sono quasi tutti corinti, 
ma di diverse dimensioni , non fatti per le colonne che inco- 
ronano; sono mutilati, e portano all' imposta un rozzo lastrone 
di pietra; i muri presentano traccie di intonachi dipinti, ma 
Dgni colore vi ha presa la tinta della ruggine, né vi si rico- 
nosce più nulla; in fondo c'è l'abside la cui apertura abbraccia 
la larghezza della navata, ed ha la mezza tazza divisa in zone 
orizzontali e una figura di Salvatore, in alto, nella sigla del 



224 MILANO MONUMENTALE 

pesce mistico, come tra parentesi; il tutto nello stato del rima- 
nente; che è quello di un edificio roso dalla lebbra dei secoli : le tre 
ultime arcate sono state otturate per farvi un coro per frati quando 
la chiesa fu concessa, nell'806, a un monastero; la cripta oc- 
cupa tutto quello spazio e alza di nove gradini il terzo della na- 
vata. Questa cripta ha sei file trasversali di colonne che diminuis- 
cono di numero 
verso il fondo : le- 
tre prime file han- 
no capitelli roma- 
ni di provenienza 
pagana, le tre ul- 
time hanno capi- 
telli gotici. Questo- 
particolare va se- 
gnalato all'atten- 
zione di chi studia, 
nel monumento la. 
sua storia : niente- 
pero di più facile 
che immaginare- 
questa chiesa ri- 
stampata , e allora 
presenta tale e- 
quale l'aspetto di 
S. Maria in Do- 
mnica e di S. Apol- 
linare in Classe. 
Mettendo insieme- 
Io tradizioni e le 
notizie storiche, questo potrebbe essere lo stato di servizio del- 
l edificio : tempio di (Move Biibitò dopo assoggettati gli Insubri 
■■ Roma e distrutto più tardi; — chiosa di S. Maria; — chiesi 
Vincenzo, dopo ricevute Le reliquie di questo martire; — 
riedificata o Ingrandita al tempo di Desiderio; — diventatala» 
edettini l'anno 806; — crollata in parte e ristata 
;i '■ rame l'antica flsonomia nel L386; — ridotta l 
;i "• •' 1798, rione devastata, e perde gran parte del tetti 




Campanile .li S. Vincenzo in Prato. 




ILlajc. — Voi. ?. 



13 



226 MILANO MONUMENTALE 

in un incendio; poi diventa scuderia per 100 cavalli; dopo d'allora 
non servì più al culto cui ora si parla di restituirla, previo un 
ristauro — provocato da iniziativa del Conte Belgioj oso, dagli studi 
lei Caffi, dalle istanze del Massarani e della Commissione Conser- 
vatrice, dalla sollecitudine del prete D. Paolo Rotta; — ristauro 
desiderabilissimo, poiché senza questo tempio si ha nei monu- 
menti della città una soluzione di continuità storica, restando 
Milano priva d'una vera basilica del tipo primitivo. 

A S. Maria presso S. Celso, abbiamo un monumento non d'ar- 
chitettura ma di scultura della fine del IV secolo, da mettere 
assieme a S. Vincenzo in Prato per tipo dell'epoca; è l'arca di 
pietra nella quale S. Ambrogio depose nel 386 il corpo di S. Celso. 
Dopo aver subite varie vicende, quest'arca di pietra scolpita a 
basso rilievo, serve ora in questa chiesa da altare sulla testata 
di croce a sinistra. Sul lato di fronte vi è l'adorazione dei re 
magi, rappresentati con berretto frigio per indicare che sono! 
asiatici; all'angolo destro S. Tommaso che dà la nota prova di: 
poca credulità; sul lato destro Mosè drappeggiato come un console 
ha tutti i caratteri dell'arte romana, ma nel lato sinistro si sente 
il Boffio di un sentimento nuovo nella figura della Emorroissa 
che tocca il lembo della vesta di Gesù: figura soave piena 
di unzione, in atto umile che si stacca dall'arte pagana pelf 
sentimento della movenza. Non si esagera a segnalare questa 
composizione tra le più importanti per espressione, dell'arte 
del cristianesimo primitivo innestato sull'arte romana in de- 
cade] 

11 bassorilievo* di S. (Viso, S. Vincenzo in Prato e la basilica 

a ci <• inducono gradatamente all'arie Lombarda di cui S. Am- 

• '■ uhm dei più antichi monumenti. 

i Lombarda. — La ricorrenza annuale del S. Ambrogii 

'1 celebra dai buoni Ambrosiani con una fiera che dura seii 

domeniche col come di Oh bei/ In questi giorni la piazza, sempre 

opola di una folla la cui giocondità pare una baraonda 

''' nipotini tra le gambe di un ai-cavolo intontito dall'età, e l'a 

eecchia basilica stona colla festività chiassosa d« 
folla. Una cupola a due "in di loggie bellissime, aggiunta all'au 
■ ecole XIII e elio pare un sorriso, rinfianctftì 




Fife'. 11. — Bassorilievi del IV secolo. — Cristo e l'Emorroissa. — I re Magi. 
— Alosè. — frammenti. 



228 MILANO MONUMENTALE. 

da due campanili grandi, grossi, mozzi, accigliati, sovrasta a 
una massa di costruzioni accessorie meschine, di casupole, di muri 
volgari, tra i quali spunta la vegetazione magra di qualche orti- 
cello di poche spanne di area. In quella massa che nel dinanzi 
presenta l'ingresso dell'atrio « domina, è stato osservatola 
nota del nudo mattone » ; ciò è vero, ma come domina la nota 
delle rughe, della pelle avvizzita, del pelo bianco, degli occhi 
cisposi in chi porta l'impronta d'una età inoltrata. S. Ambrogio 
e vecchio, e chi lo dice del IX secolo nella parte essenziale, 
_. li leva — per lo meno — un cinquant'anni di bàlia. 

Il prospetto dell'ingresso dell'atrio, formato di cinque arcate 
massicce di muro di mattoni, delle quali solo quella di mezzo 
e aperta, ha un'aria di diffidenza, e l'espressione di una massa 
militare difensiva. Quel rivestimento porta però traccie d'essere 
stato tutto abbellito e reso vago da pitture, e non è altro che 
una specie di corazza indossata in un periodo di pericoli, forse 
poco prima che fosse bandita quella tregua di Dio di cui parla 
un'antica lapide infìssa in una delle arcate. Mesi fa, i mura- 
tori, lavorando ai fianchi del portale, hanno messo allo sco- 
rto su tutti e due i lati dell'ingresso la continuazione della de- 
corazione in pietra, come alle volte il caso o un po' di vento sol- 
levando La pezzuola che copre le spalle d'una contadina dalla pelle 
adusta, riarsa dal sole, incartapccorita dalle intemperie, lascia 
KÌere una zona dell'incarnato di un'epidermide bianca e rosea, 

iota fresca e simpatica della vita. 
Varcato L'ingresso a doppie arcate sovrapposte in sporgenza, la- 
. orate a scalpello con un vago cordone di fìtto ornato e fogliame 
ni capitelli, in istile barbaro ma immaginoso, si discende nell'atrio o 

ertile i IX - lo) con pori ico di irò per sci arcate. Sopra quelle di 

-i alza La facciata a cuspide, sfogata in alto da una 

i di cinque archi decrescenti ai due Lati. Anche nel portico il; 

ìcchio muro — di mattoni e pezzi rotti 'li mattoni, ora mossi a 

ora a spinapesce, con qualche sasso vivo qua e la — mostra 

ti d'antico intonaco, coperto di pitture : quelle della prinfo 

ata, 'li liane, al portale a destra, sono forse contemporanee 

trazione dei muri, resti d'antico splendore che danno la 

• mentita a chi calunniò i nostri vecchi dicendoli inna- 

tl del nudo mattone, ineguale, frammentario o misto a 




Fig. 12. — Capitello nell'interno di S. Ambrogio. 



MILANO MONUMENTALE 22 ( .> 

lassi male squadrati e asimmetrici nei giri degli archi, ciò che 

avrebbe stonato colla ricca e variata decorazione dei capitelli 

d.-i sostegni delle arcate, tutti gremiti di intrecci simmetrici 

<l' una vegetazione 

larmentosa, povera pj^^^gpliSBSIKIIfci. v 

di fogliame ma ricca 

di fantasia, mista ad 



vi gli amenti rit- 
mici di cordoncini e 
nastri e vitticci, con 
mostri di forme arai * 
diche, e croci e sim- 
boli, e persino forme 
che ricordano deco- 
razioni etnische. 

La robusta anti- 
chità della basilica a 
tre navate, spogliata da successive vicende della sua veste primi- 
tiva — certamente istoriata e dipinta a madonne, angeli e profeti. 

a file di santi, di martiri, di 
vergini, di cui qua e la sus- 
siste qualche lembo ove il 
ristauro non ha ancor messo 
mano — si abbraccia a colpo 
d'occhio appena affacciati al- 
l' interno. La navata di mez- 
zo, divisa in quattro campi 
di vòlte a croce , s' apre a 
cupola all'ultimo campo so- 
pra l'altare, e continuando 
per un breve tratto sotto 
un'arcata più bassa, si chiu- 
de al coro con un largo e 
tozzo nicchione rialzato so- 
pra la cripta e decorato di 
mosaici su fondo d'oro, dei quali andò distrutta una parte cor- 
rispondente al più moderno giro degli stalli di legno, scolpiti con 
gran maestria d'arte. Ogni campo della navata è diviso late- 




Fig. 13. — Capitello nell'interno di S. Ambrogio. 



230 MILANO MONUMENTALE 

ralmente in due arcate, di sotto per le navate minori, di sopra 
pei loggiati o matronei; la navata di destra termina con un 
absidiola, quella di sinistra finisce in un androne che conduce 
alla sacrisi ia dei canonici. 

La splendida edicola a quattro fronti a cuspide, alzata sopra l'altare 
con quattro colonne e quattro archi, incastonata e decorata di 
ornamenti e figure di bronzo dorato, e il pallio d'oro istoriata 
e tempestato di gemme da mastro Volvino, ed i mosaici del- 
l' abside dell'Abate Gaudenzio, sono opere eseguite dall'anno 824 
all'anno 835. Quando l'arcivescovo Angilberto pensò a tanta ric- 
chezza di decorazione, che certo non dovea spiccare sulle note 
di nudo mattone, il tempio dovea già esistere. Ricordando la 
lentezza colla quale si lavorava in quei secoli, ricordando i brevi 
11 anni di arcivescovato di Angilberto, e rammentandosi che solo 
più di 40 anni dopo, Ansperto potè aggiungervi l'atrio, non si ri- 
schia <li sbagliare facendo risalire la costruzione lombarda sino a 
meta dell' Vili secolo, riportando più in là i particolari delle due 
ultime campate, delle quali i capitelli ricordano più davvicino 
]" arte romana, che non quelli squadrati e rilevati d'ornamenti su. 
fondo piatto delle campate anteriori. 

1 1 S. Ambrogio — fatta astrazione dall'abside che è in parte ante- 

riore all'VIIl secolo — nella sua struttura lombarda dev'essere 

quindi contemporaneo alla caduta dei Longobardi. La sua origine 

bì perde di là dall' epoca di Carlo Magno; ricorda i tempi del 

cavalieri della tavola rotonda e di Orlando conte delle Marche di 

Brettagna, Le scorrerie dei Saraceni, gli inizi del medio evo, i re 

che non Bapevano firmare che con uno stampo i loro decreti, la 

barbarie, in una parola. E difatti c'è un'oscurità medioevale nel 

tempio in <'ui a -trnio per poche aperture alte penetra una scarsa 

leè certo la grazia che si manifesta nella sua atletica strufl 

Le decorazioni sono tanto sgrammaticate nel lavoro che uni 

scalpellino d'oggi -i vergognerebbe di scolpire a quel modo fai 

-li«\ .'mimali e figure: ma di quanto quei barbari erano più artisti 

tri architetti! di quanto sotto questo rispetto la loro igno- 

uperiore alla nostra Bcienza! [n piena decomposizioni 

del mondo romano, in piena decomposizione del mondo dei ball 

ho piombavano come grandinate d'uomini su questa Itala 

fidamente come la neve al soli? al contatto del cq 



MILANO MONUMENTALE 231 

loro inestinguibile delle razze latine, essi creavano uno stil nuovo 
con elementi nazionali, combinando, modificando, trasformando gli 
elementi organici dell'architettura romana: la cupola cioè, le vòlte 
semplici e incrociate, l'arco lanciato da muro a muro o da co- 
lonna a colonna, la sovrapposizione degli ordini, le frangie d'ar- 
-chetti ed i colonnini pensili del palazzo di Diocleziano a Spalato, 
i nicchioni, ed i membri organici di resistenza i più sicuri, pre- 
parando all'architettura a sesto acuto tutti i mezzi di slancio 
verticale, dai fasci di colonne ai mezzi archi di puntello, e nello 
stesso tempo aprivano quella meravigliosa libertà di intestare 
•colonne con mille forme di capitelli dei quali non si sa se si 
deve ammirare di più la varietà, l'armonia, la composizione, la 
creazione, la ricchezza, il desiderio — e sino a un certo punto 
il sentimento — di verismo che vi trapela, la schiettezza ingenita 
del pensiero ora arguto ora melanconico, ora ridente. Costrutto 
nel quarto secolo, quando cristianesimo e paganesimo si contrasta- 
vano, si vincevano a vicenda, si decoravano di segni di vitttoria; 
ricostrutto probabilmente nell'ottavo, quando il cristianesimo avea 
trionfato dovunque; continuato nel nono; decorato dai secoli succes- 
sivi, questo tempio conserva: due fusti di colonna, su uno dei quali 
sorge un serpente di bronzo che appartenne forse a una statua 
o ad un' ara d'Esculapio ; delle lapidi e dei frammenti d'arte ro- 
mana e un pulpito scolpito, interessantissimo, del decimo secolo 
sopra due arche più vecchie d'alcuni secoli, anch'esse coperte 
di sculture, ed altri resti che appartengono a tutti i tempi della 
sua esistenza. 

Ho bisogno di avvertire che le strane aperture delle cappelle 
a destra, ed i rozzi e pesanti pennacchi di sostegno della cu- 
pola non appartengono all'antico edifìcio, ma al nuovo restauro 
del quale non si può lodare senza restrizioni che la parte ese- 
cutiva spettante al compianto capomastro Savoia ? 

Coli' origine di S. Ambrogio si confonde l'origine di S. Gior- 
gio in Palazzo, che si crede su per giù del 750. Della fabbrica 
antica di questa chiesa non è punto vero che non rimanga nes- 
suna impronta, come è stato stampato; restano tra altri avanzi: 
l'ultima campata delle due navate con quei « pilastri di vivo, a 
mezze colonne, con capitelli — circa 24 (vedine tre, fig. 14 n. 4) — 
ornati di fiorami e figure » di cui parla il diligente, coscienzioso 




I li 
li ulta, 
• i I ipil il entro li i h 



S Uiorgfo in l';il.i/./.n. 

I <. ipll ih della itom. 8. Cor Ioni ìdotà. 
Capitello Iraiforraalo In acquaiantino. 



MILANO MONUMENTALE 233 

e bravo Lattimela, e tutta la porta maggiore. Quei resti di 
navate sono visibilissimi; pel portale, basta scostare i battenti 
dell'uscio quando è aperto, per trovarvi di sotto lo stipite e coi 
capitelli e le basi, le colonne ed i pilastri dell'arco, che fu mu- 
rato, e poi in parte demolito, per far posto ai mantici dell'or- 
bano. I re?ti della arcata, tolti di là, sono stati salvati dalla 
dispersione da un buon prete, ora parroco della Chiesa, Don F. Ro- 
tondi, e quindi murati all'esterno della porta d' accesso alla cano- 
nica, in fondo alla navata sinistra, assieme ad un capitello che ora 
serve da pila per l'acqua santa. Offriamo ai lettori il disegno del- 
l'intero portale antico preso dal vero, colla curiosa scritta del- 
l'archivolto che mise in imbarazzo il Lattuada assai prima di noi. 

Se dell'antico San Giorgio in Palazzo rimane sola la porta, e una 
trentina di capitelli, ci resta da porre accanto a S. Ambrogio tra i 
più cospicui monumenti d'arte lombarda la chiesa di S. Eustorgio. 
Quanti ricordi accumulati su questo edificio ! Il primo fonte bat- 
t esimale di S. Barnaba, a pochi passi, cercato diciotto secoli fa 
tra i pioppi e i salici dalle prime neofite della nuova religione; 
— poi un cimitero di cristiani; — poi la basilica ai tempi di 
Costantino, rifatta più volte, ricostrutta dai Lombardi, modifi- 
cata dal sesto acuto, resa ridente dal quattrocento; — e gli ac- 
campamenti di Attila, di Uraja e di Barbarossa, i tre flagelli di 
Milano; — e l'arrivo della schiera accigliata dei Domenicani 
che ne fecsro la cittadella dell'Inquisizione ; — e una folla com- 
mossa, irritata, che vi trasporta il cadavere sanguinolento del 
terribile Fra Pietro da Verona assassinato nei boschi diBarlassina, 
(1252) e il fuoco dei roghi accesi contro gli eretici. 

Favorito dai Torriani, dai Visconti, dal fiore dell'aristocrazia 
milanese, ampliato da secolo a secolo, modificato, cambiato d'o- 
rientazione, depositario del ere Juto sepolcro dei tre re magi, che si 
vede ancora — ma vuoto — sotto una vòlta della chiesa, questo 
monumento confonde coi segni che porta di tante vicende, cogli 
innesti, gli incrociamenti, le aggiuntele appendici, che ne formano 
una massa delle più pittoresche, dominata dal bellissimo campa- 
nile, del 1300. Data un'occhiata alla moderna facciata, sempre 
preferibile certo al moderno nartex interno — pesante, tozzo, senza 
carattere — si affaccia il vasto ambiente che è Lombardo nella 
struttura, gotico in molti particolari e che colle dimensioni dissi- 



234 MILANO MONUMENTALE 

mili delle campate; colle cappelle che si confondono colla na- 
vata laterale dopo le tre prime arcate; coi cordoni di crociera 
delle vòlte tronchi a un tratto sopra i capitelli di sostegno e che 
senza peduccio, appoggiati ad una lastra di pietra messa per tra- 
verso ad ogni angolo, ricordano l'impostatura della cupola della 




I acciaia di S. Eustorgio. 



basili* ;: col grossi piloni alternati coi pili a fasci e pila- 

rtri a lonne, e coi matronei spezzati ; desta una curiosità* 

mania 'li •. i cerare tanti incidenti, di chiarire tanta confu- 

I tud are ad uno ad ano, come meriterebbero, i lauti capi- 



MILANO MONUMENTALE. 235 

rolli scolpiti. Resisto però alla tentazione. Dell'arte Lombarcfa 
•di cui S. Eustorgio è un portento scompaginato da antiche modi- 
ficazioni, e un po' l'istaurato bene, un po' guastato da recenti lavori, 
conosciamo già S. Ambrogio che ci è rimasto intatto, e noi dob- 
biamo affrettarci ad altri monumenti che ne rimangono per tra- 
passare poi a quanto ci attira con nuove forme d'arte posteriore 
alla lombarda. 

S. Calimero, chiesuola tanto trascurata quanto insigne per anti- 
chità, diventata, dicesi, basilica costantiniana da tempio di Apollo; 
guasta dai Goti di Teodorico, instaurata certamente da S. Lorenzo, 
sul finire del V secolo, forse in parte ricostrutta nell'VIII sotto 
il vescovo Grasso, saccheggiata sotto Barbarossa, ristaurata sotto 
Francesco Sforza, polluta di barocchismo dal Richini verso il 1650, 
sta ora mettendo allo scoperto per cura e iniziativa dell'architetto 
Colla le sue antiche forme e si prepara a figurare come cospicuo 
monumento nella storia dell'architettura lombarda, non ardisco 
supporre di qual secolo, ma con dati di forme lombarde certo assai 
antiche. Questa chiesa presenta inoltre un esempio singolarissimo, 
unico forse, di un campanile costrutto con un triangolo del qua- 
drato di base impostato su uno dei due muri di fianco e l'altro 
triangolo fuori del muro e sostenuto da due peducci obliqui a 
bocca di forno, come quelli che servono ad arrotondare i vani 
quadrati dei presbiteri per impostare le cupole lombarde. 

In via delle Ore, il fabbricato moderno del palazzo reale, s' in- 
terrompe un tratto per lasciar posto ad un' antica absidiola di 
chiesuccia costrutta di mattoni appiè di un' alta torre. L'aspetto 
di quel pezzo d' architettura robustamente accentata, produce 
un singolare eifetto in mezzo all' indole insulsa della moderna 
costruzione. Quando si ha un poco considerato l'abside, che fu un 
tempo battistero, poi cappella del Broletto vecchio — una delle 
meraviglie della primitiva Milano viscontea — e la cui fisonomia 
medioevale delle più asciutte predomina sull' effetto di ristauri 
posteriori, 1' occhio non tarda a staccarsene per seguire lo slancio 
della vaga torre detta, dal nome della Cappella viscontea, di S. Got- 
tardo. Monumento d'arte lombarda in un'epoca nella quale quella 
dell' arco acuto aveva già avuto maestosi edilìzi, robusta, mas- 
siccia e accigliata nella parte inferiore donde trasguarda pau- 
rosa per ogni campata una lunga finestrella che pare una 



236 MILANO MONUMENTALE. 

feritoia, quasta massa di mattoni e sassi vivi, pare che man 
mano che si eleva dal piano si esalti e si rassereni; raddoppia e al- 
larga i vani, li abbellisce, li rende vaghi di forme, sente la poesia 
dello slancio nell'azzurro col crescendo lirico di un inno entusiasta 
ai liberi spazi, e diventa la più vaga creazione dell'arte lom- 
barda antica, un modello squisito dell' architettura di laterizio,, 
avvivato con artistica parsimonia da innesti di pietra viva. 

Il prete era la pietra angolare della Milano modioevale, e l'ar- 
civescovo il vero sovrano reggente della città, quando l'arcive- 
scovo Ansperto di Biassono ne faceva rialzare le mura abbattute 
da Uraja, e le portava più in fuori ad 2cidente, sin dove si vede 
ancora una delle torri della sua cinta, dietro il Monastero Mag- 
giore. Non pare che il governo teocratico di quei tempi infiac- 
chisse gli animi, S3 si p3nsa che al decimo secolo incomincia 
quel periodo guerriero n?l quale i Milanesi muovono guerre fie- 




li l'orla NlJOTa. 



città ricine, e preludiano all' epoca gloriosa della lotta 

contro il Barbaro -;■ per la libertà del Comune e le restrizione 

'• •' diritti dell'Impero, l portoni di Porta Nuova, scampati ai di 

alla rabbia degli alHneatori ;i tutt' oltranza a comodo dei 

■ "ii monumento venerando dell'Architettura civile dèi 



jrtWH 



^gSffMXmWl 



MILANO MONUMENTALE. 237 

periodo lombardo. Edificati al ritorno dei cittadini nella Milano 
diroccata dagli alleati di Barbarossa, quando le mura furono por- 
tate sino al limite della fossa che prima le recingeva a qualche 
distanza, questi archi nella loro semplicità sono un'opera d'arte, 
perchè hanno l'espressione dell'epoca, la fermezza incrollabile della 
resistenza. Le pregevoli sculture sul lato esterno, che 1' adornano 
colla Vergine tra due Santi, sembrano un piccol vezzo di per- 
line nella buffa di ferro d'un soldato medioevale, e sono un'ag- 
giunta posteriore che nulla ha che fare colla fierezza di questa 
costruzione. 

Meno ancora (e dovrebbero esser tolti via al più j resto) han che 
fare colla virile saldezza del Palazzo della Ragione in Piazza Mer- 
canti, i meschini, ibridi archetti messi ai dì nostri tra le robuste ar- 
cate di quell'esemplare tanto bello 
di palazzo del popolo. Un'ondata di 
quei Milanesi irrequieti, aggres- 
sivi, terribili che prendevano Cu- 
neo e Ivrea, che facevan guerra 
al duca del Monferrato, all' im- 
peratore, al papa, ai vicini, in un 
giorno di parlamento tumultuoso 
li avrebbero mandati in frantu- 
mi, toccandoci dentro col gomito, 
senza accorgersene : ha più senso 
d'arte quel fantoccio, ovvero uomo 
a cavallo, che vorrebb'essere la 
statua equestre del podestà 01- 
drado da Tresseno, l' edificatore 
del palazzo, che nella scritta, sotto 
i pie del cavallo, mena vanto d'a- 
ver cremati vivi gli eretici. Que- 
sto palazzo della Ragione, come i Portoni di Porta Nuova, è una 
prova del poco che occorre all'arto vera per dar carattere e fiso- 
Domia spiccata a un edificio, con poco sviluppo, senz'ornamenti, 
e come talora le basti l'espressione inerente alla costituzione 
organica e qualche semplicissima sagoma delle membrature. 
Semplice com'è, questo palazzo ha l'espressione del popolo che 
l'ha fatto costruire (1233). 




Fig. 17. — Finestra del Palazzo Ragione. 



238 MILANO MONUMENTALE. 

In quel periodo di secoli che subì le irruzioni barbariche e se 
n.' riebbe, che fondò la civiltà moderna colla conquista delle li- 
berta popolari, predominava nelle arti belle l'architettura (1), e 




Fig. 18. — Capitello della Chiesa distrutta di S. Maria 
Aurona in Milano. 

mentre essa creava lo stile lombardo che si diffuse per tutt'Eu- 
ropa, la scultura, partendo dal sarcofago di S. Celso, imbarbariva 




n AIIid capitello di detta chiesa. (Vedi la nota). 

colo in secolo sino alle goffe immagini della processione 
dell'Ideai ultimo avanzo d'antica <1 1 i< -sa. che si vede nel muro 



i i. unii. mia , ranno principalmente osservati in Milano, oltri 

anali, li tacciata <ii s. Simpliciano che in parte 6 Lombarda e in 

ir architettare frammentaria; quello che rimane dell' antichissimi! 

no archivolto Dell ab (de mi irò ih s. Natan Maggiore implicato 



MILANO MONUMENTALE. 230 

9 Maria Beltrade, sino alle sculture del ponte di P. Romana, 
rozzissimo ma venerando monumento della Lega lombarda. 

Quattro arcate angolari del Palazzo della Ragione annunciano 
nel 1233 l'arte gotica, l'arte a sesto acuto che succede all'ar- 
chitettura lombarda rimasta fedele all'arco tondo dei Romani. 

Arte gotica. — Col nuovo periodo la scultura, senza svin- 
colarsi del tutto dall' architettura, si risveglia da quell'arte tanto 
rozza « che teneva ancora più della cava che dell'ingegno degli 
artefici », e la desta un soffio toscano che viene dalla citta dei 
grandi ristauratori dell' arte italiana, la famiglia dei Pisani. 

Il monumento pel quale Milano ricevette, per così dire, la tras- 
missione del movimento da essi impresso alla scultura, si con- 
serva nella Cappella Portinari a S. Eustorgio, ed è l'arca di 
S. Pietro Martire, foggiata tutta a cuspidi gotiche, ad archetti 
e nicchie, popolata di figurine e sostenuta da otto stame di Virtù. 
La rigidità della pietra di cava è sparita in queste figure che 
s'inflettono mollemente al sentimento della vita, mentre un'aria 
di bontà aleggia nei volti, e gli occhi accennano ad una luce 
interna, e le pieghe delle vesti molleggiano con grazia giottesca 
e con ritmo lineare pieno di un certo incanto di studiata e 
gentile compostezza. 

Firmata Bahìnccio da Pisa 1339, quest'arca non fu certo l'u- 
nica opera dell'artista pisano per la nostra città; ma nessun' al- 
tra ne esiste colla sua firma, o documentata per sua: però tra 
le vergini e i santi che si atteggiano dentro graziosi taber- 
nacoli sui portoni di P. Nuova e P. Ticinese e sopra la porta di 
S. Marco, si riscontrarono i lineamenti e l'indole del suo stile 



nella muratura, un pilastro sotto il campanile di S. Stefano in Brolio, i meravigliosi 
avanzi di S. Maria Aurona, depositati nel Museo Archeologico e dei quali offriamo un 
esemplare nella pagina precedente ; qualche capitello rimasto in San Babila ; le vòlte con 
colonne e capitelli della seconda sala del Museo Archeologico, avanzo di Santa Maria di 
Brera, chiesa antichissima. 

La chiesa di S. Nazaro Maggiore, ristaurata in un'epoca che avea la negativa dell'arte 
archeologica , è un monumento interessante ma diflicile a decifrarsi, d'architettura in- 
spirata dagli organismi delle Terme romane. Costrutta la prima volta alla fine del IV se- 
colo, ricostruita n. 11' XI , aumentata colla rotonda anteriore e riformata poi, nel XVI 
questa chiesa non presenta allo studio che lo scheletro antico, del quale si ammira all'in- 
terno l'imponenza e la grandiosità. 




, ;i, IV 'Ilo Y.'ltl'.IV. 



MILANO MONUMENTALE 241 

e del suo scalpello, o l'influenza delle sue opere sullo stile di ar- 
tisti meno insigni, suoi contemporanei. 

Senza uscire da S. Eustorgio, si può studiare la scultura mila- 
nese dal tempo di Balduccio sino al quattrocento. La tavola 
dell'altare dei re Magi — meno interessante del dado sul quale è 
posata — è in quel senso opera di pedissequa imitazione, ma nella 
cappella vicina (la sesta a destra) il modello è seguito con più 
ingegno nel monumento che si crede di Umberto I Visconti, 
dove è rappresentato il paradiso, con tutti i particolari dell'eti- 
chetta celeste nel ricevimento delle anime. Smessi gli abiti pom- 
posi nei quali godettero in vita le gioie della terra, si presentano 
<<>uo mentite spoglie di frati e monache, umili, inginocchiati, 
colle mani in atto d'orazione, alcuni di casa Visconti per gab- 
barsi anche le delizie celesti; le donne a destra, gli uomini a 
sinistra, guidati dall'angelo custode e fiancheggiati dai loro santi 
protettori ; un angelo per parte fa da portinaio e, parlamentando 
coi due angeli custodi, obbliga i due gruppi a far anticamera, 
mentre Cristo, seduto tra le nuvole, incorona la Vergine sotto 
un baldacchino formato da un lungo volo di cherubini. 

Più inoltrata nelle difficoltà dell'arte, più corretta nelle formo 
epiù personale è la scultura del sepolcro della quarta cappella, che 
si crede di Stefano I Visconti e di Valentina Doria, sua moglie: 
vi sono singolarmente belle e accentate le teste dei vecchi, im- 
prontate di viva maestà, e meno giotteschi i partiti delle pie- 
ghe. È forse della stessa mano il bassorilievo che sta dirimpetto 
all'arca dei re Magi, sul monumento creduto dei Caimi; se ne 
staccano invece con rozze maniere da mestieranti gli scultori del 
monumento di Gaspare Visconti e quelli delle figure accessorie del 
monumento che si vuole alzato al figlio di Guido Torelli; ma 
in questo, la statua giacente del guerriero imberbe, rappresen- 
tato come levato dal campo, e, ancora coperto della sua arma- 
tura, deposto sull'arca, è un' insigne scultura. Il viso scoperto 
spira una fierezza posata e una precoce serietà; il cadavere si 
direbbe tiepido, e si ammira la risolutezza e quasi direi la vita 
del morto diciottenne. 

Da questi marmi che abbracciano un secolo, si capisce che la 
fluidità, la morbidezza, l'idealismo toscano del Balducci, invece 
Idi fondare in quel senso in Milano un'arte nuova, impedirono 

JIlLANO. — Voi. i. io 



242 MILANO MONUMENTALE 

per qualche tempo lo spontaneo manifestarsi del sentimento 
lombardo, più verista, più maschio, più massiccio, che si mani- 
ò poi nella figura del giovinetto Torelli, quando l'artista, in- 
vece di creare, copiò un cadavere commovente, e lavorò dal vero. 
La fama dell'arca, bellissima senza dubbio, di S. Pietro Mar- 
tire, ha ingiustamente offuscata quella della tavola di marmo 
dell'aitar maggiore, che mi sembra il più bel monumento di scul- 
tura trecentista che esista in Milano, quando ne siano levati il 
fastigio e le statue d'altr'epoca, aggiunte in alto. 

La tavola fu donata alla chiesa da Galeazzo Visconti sullo 
scorcio del XIV o al principio del XV secolo, epoca nella quale 
lavorò in Milano Nicolò di Pietro Aretino. Non ricordo lo stile 
di quest'artista abbastanza per arrischiare l'ipotesi che egli possa 
3Serne autore; certo è che quest'opera si stacca affatto dall'arte 
contemporanea milanese, nella quale non c'è nulla che la ricordi, 
nanne alcune figure accessorie del monumento, assai posteriore, 
di Gastone di Foix, che si vede nel Museo archeologico. 

Nei sepolcri viscontei mi par di scorgere la traccia delle fiere 
inimicizie tra Visconti e Torriani. Si sa che dei Torriani esi- 
stevano qui antichi mausolei; ora non c'è più nemmeno il nome 
li quella famiglia che rappresentò in Milano il partito popolare. 
Le sue tombe sono adunque state profanate e distrutte, ed io 
Don esito a supporre che le colonne a spirali, sostenute da leoni 
che si ripetono (piasi eguali sotto i sepolcri dei Visconti e sotto 
Ilo dei Torelli, ad essi carissimo, possano essere i soli avanzi 
dei mausolei dei Torriani, usufruiti dai vincitori come trofei di 
vittoria d'una famiglia che, dopo aver distrutte le case dell'al- 
iod volle lasciarle nemmeno la quiete del sepolcro. 
Il gotico nei monumenti dei Visconti non ha nulla di nordico. 
Predilige le linee orizzontali, e se in quello creduto di Stefano I, 
il più bello e veramente insigne, troviamo la fronte a cuspide 
l'arco che gira l'apertura dell'edicola è tondo, e tondi 
archetti che l'anno all'arco una yaga frangia gotica. Il mo- 
lento Torelli, invece, di puro e bel gotico, va contato tra quelli 
• iu Italia ci diedero assai presto coli' arco scoino le forme, 
• predilette dagli architetti inglesi , segnalarono quello siilo 
■ delladina tia alita ai trono d'Inghilterra al flniredei 
£V, fu chiamato tileTudor. Dopo le sculture di S. Eustor* 



MILANO MONUMENTALE 243 

</io bisogna vedere quelle del braccio destro di croce della chiesa 
li S. Marco, dove sono riunite otto arche indispensabili alla cogni- 
zione de la scultura milanese per l'epoca dell'architettura di sesto 
acuto (1). 

Per 1' architettura così detta gotica, abbiamo due categorie 
distinte di edifici ; quelli costrutti con marmi e pietre e quelli 
fabbricati con mattoni e terrecotte. Si può dire che il Duomo 
rappresenta da solo in Milano la prima categoria; ad esso è 
dedicata in questo volume una monografia a parte; io non mi 
occuperò quindi che dei fabbricati di laterizio e terrecotte. 

I Francesi chiamano Milano : Ica ville de granit, perchè difatti è 
diffìcile trovare una città che più abbondi di questo classico ma- 
teriale profuso nelle fabbriche dell' antico Egitto ; ma le poche 
e cattive strade del medio evo, e la situazione della città in 
mezzo ad una vasta pianura che abbonda di strati argillosi por- 
tarono ab antico i Milanesi a preferire i mattoni, che si possono 
fabbricare e cuocere sopra luogo. 

Nell'interno degli edifici, il mattone colla tinta rosso-scura 
che lo distingue, coli' aspetto rustico della materia terrea ond'è 
composto, non può stare nudo, né solo, né combinato alla pietra 
pulita; ma all' esterno delle fabbriche, nelle parti elevate, dove la 
rozzezza del materiale non è sensibile, e la sua tinta bruno-rosea 
spicca con armonia e vigore quasi di tinta complementaria sull'az- 
zurro del cielo, è un materiale che con poco si trasforma facil- 
mente in mezzo d' arte, foggiandosi in leggiadre decorazioni. 

I portali però erano sempre di pietra, ricchi d'intagli, come lo 
erano i capitelli delle colonne e dei pilastri ; le arcate delle finestre, 
delle loggie e dei portici, alle volte erano costrutte alternate di 
pietre e mattoni, e alle volte le pietre disposte simmetricamente 
a cunei spaziati, avevano qualche ornato; allora la struttura ri- 
maneva senza intonaco e mostrava il nudo mattone ; ordinariamente 
in alto i finimenti di costruzione, erano fregi di archetti incro- 
ciati e quasi sempre rilevati su di un fondo di intonaco perchè spic- 
cassero dalla massa come fascie bianche con ricami di terrecotte. 

II campanile antichissimo di S. Satiro ed il più vecchio dei due 



(1) Cito nella stossa categoria per la scultura il monumento Robbiano a S. Lorenzo, 
alcuni Tosti del monumento Simonetta al Carmine e alcuni monumenti dell'Incoronata. 



244 MILANO MONUMENTALE 

campanili di S. Ambrogio, coperti di vecchio intonaco, provano 
che ne' suoi primordi 1' architettura lombarda usò forse poco 
anche all' esterno e nelle parti molto alte il mattone lasciato 
nudo. Ma la stupenda torre di S. Gottardo, la rotonda che gira 
sulla cupola di S. Ambrogio, e come un poetico sorriso spiana 
dall' alto il cipiglio austero dell'antico edificio, ed i frontispizi 
tanto vaghi e originali del fianco meridionale di S. Eustorgio, 
manifestano che più tardi 1' architettura lombarda fu creatrice 
immaginosa e delicata del bel fabbricare a mattoni con eleganza 
di sagome, ricchezza di frangie di finimento, e tocchi vivi d'in- 
nesti di pietra che spiccano nella massa rosea col brio di un 
gentil pizzicato nell'andante maestoso di un tempo musicale. 




C €#/Gzz 



s. mia Maria della P«u e. 



po prevalse poi nelle chiese minori nell'epoca de] sesto 

: ma il cinquecento ed i secoli posteriori ne hanno fallo 

ii un sistema «li rinopkstica scellerata- 



MILANO MONUMENTALE 245 

mente applicato per distruggere dei lineamenti aggraziati, sosti- 
tuendovi i tratti più barocchi e insulsi d'un'architettura accademica 
fredda e sciocca. Ci resta intatta - gentile e semplice - la 
sola facciata della chiesa di S. Maria della Pace. Più antica e più 
Adorna è la facciata di S. Marco, che dopo il ristauro recente 




Fig. 22. — Facciata della chiesa di S. Marco. 



conserva di primitivo laTfascia circolare esterna del rosone, i 
sopraornati delle due finestre della campata di mezzo, il taber- 
nacolo dei tre Santi con due formelle che lo rinfiancano, la 



246 MILANO MONUMENTALE 

fràngia d' archetti, due finestre circolari alle campate laterali e 
il portale decorato di colonnine con capitelli; tutto il resto fu 
aggiunto dal ristauro. Il Carmine è rinnovato di pianta dal Mac- 
ciacchini, con una interpretazione chiassosa di uno stile nel 
(piale l'eleganza, le grazie e i capricci stessi della decorazione 
serbavano sempre compostezza grave; qualità conservata me- 
glio dallo stesso architetto nel ristauro della facciata di S. Marco 
e meglio assai dal Colla nella facciata del San Giovanni in Conca, 
testò trasportata a chiudere la parte posteriore del tempio sven- 
trato dal rettifilo di via Carlo Alberto. 

Questa chiesa antichissima e che porta l'impronta di tre epoche, 

ri si aurata recentemente con singolare intelligenza archeologica 

osto artistico, conserva nella facciata, oltre ad elementi più 

antichi, le linee generali dell' epoca gotica, il rosone centrale e le 

forme delicate delle fascie decorative delle due finestre circolari. 

All' Incoronata, abbiamo l' originalità di due chiese accop- 
piale; espressione di costante affetto di Francesco Sforza e 
Bianca Maria Visconti sua consorte. Vi resta d'antico la strut- 
ti ira del tempio dentro e fuori, qualche finestra ora murata, 
qualche avanzo di finimento ai contrafforti. In via dei Filodram- 
matici abbiamo una porta, ultimo avanzo della chiesa e con- 
vento di S. Cosma e Damiano e a S. Antonio il campanile assai 
bello. Qua e la, disseminali per Milano, preziosissimi frammenti 
di finestre, e cornici — reliquie natanti d'un naufragio — 
compiono L'elenco dell'' forme esterne d'arte gotica delle terre 
cotte, sfuggite alle stragi classiche e barocche. Ter l'architettura 
d'interno ^anno visitate la chiesa di S. Pietro in Gessate e le 
navate «li Santa Maria delle Grazie, di cui restano all' esterno 
tratti di finimenti e molle finestre. S. Pietro in Gessate, 
come la pali.- anteriore delle Grazie, presenta un'architettura 
di transizione: L'arco acnio cele e si fa blando e morbido: al- 
i la serietà religiosa, si fa si rada un desiderio inconscio e 
Lontano di forme classiche nei capitelli dei pilastri, dove la fo- 
s d'acanto ed i caulicoli del capitello corintio cominciano a 
■puntare su un dado piatto, esili, sonili, appianili, staccati, confi 

i olate, piene di \ ita e di sole, destinale 

In San [Metro in Gc atc I* influenza avversa alle 
fonn< i Lia di dl'e terno tutte lo fioriture de- 



MILANO MONUMENTALE 



24" 



Còrative delle cornici e dei contrafforti, ha cambiata in poligono la 
curva delle cappelle, e ridotte a magre mensoline, le frangie ed 
i linimenti. Santa Maria 
delle Grazie sotto que- 
sto aspetto ha meno spic- 
cati gli stessi caratteri 
di esaurimento vitale ; 
ma i tempi nuovi si avvi- 
cinavano. L' arco tondo, 
benché lanciato da co- 
lonne ancor greggie di 
forme gotiche, ricompa- 
riva colla fronte delica- 
tamente adorna e si co- 
priva sfogato alla luce e 
all'aria aperta all'oriente 
della citta, dove Anto- 
nio Averlino di Firenze, 
chiamato nel 1450 da 
Francesco Sforza, archi- 
tettava un ridente edifì- 
cio per riunire i disgra- 
ziati disseminati nei di- 





Figure Ti e 24. — Pianta e capitello di S. Maria dolb Grazie. 

versi ospitali secolari della città, i rognosi, i pazzi, i febbrici- 
tanti, i lebbrosi, ecc. 



248 MILANO MONUMENTALE 

Ad accogliere tante miserie l'Averlino ideava un fabbricato 
grandioso, a rettangolo, con facciate su tutti e quattro i lati, e tutto 
girato da un loggiato aperto che doveva produrre il più magico 
affetto, e sopra il quale ricorrevano, in cesello di terrecotte, un 
fregio e un ordine di finestre bifore incorniciate di pampini po- 
polati di putti e d' uccelli, e per finimento un cornicione di mat- 
toni di bellissima invenzione. 

L'Averlino lasciò la fabbrica dopo nove anni, nel 1465, pres- 
soché condotta a termine sulla facciata a destra, sul lato verso 
S. Xazaro e su un tratto verso il naviglio, e incominciata all'in- 
terno, dove nella prima crociera si riceveano già i malati sin 
<laH'anno 1404. Tutto il terzo di destra del grand' Ospitale fu ter- 
minato continuando il suo disegno; e questo tratto è più che suffi- 
ciente per ammirare l'edifìcio quale fu ideato da quel grande ar- 
tista(l). 

Collocandosi di fronte alla facciata sul terzo di destra, bisogna 
incominciare col supporre tolti i muri che ingombrano le arcate 
del piano terreno alzato sopra un elevato basamento di pietra 
(l'Angera; bisogna figurarsi sostituito all'insulso frontone di mezzo 
un frontispizio centrale analogo a quello che si vede sulla facciata 
verso il naviglio, ignominiosamente mascherata da orride costru- 
zioni. Con queste due semplici modificazioni si ha dinanzi l'Ospitale 
Maggiore diMilano ideato dall' Averlino. Allora basta osservare 
partitamente la poetica giocondità di quel loggiato aperto, l'ele- 
'i degli Minati, la leggiadra originalità della fascia, la ric- 
chezza de] finimento, 1<' bifore che sembrano vaghe cesellature, 
per dire che forse mai la carità pubblica ha pensato di acco- 
gliere con più confortante sorriso d'amore e d'arte i disgraziati 
• he la povertà obbliga ;i ricoverarsi in un ospitale. 

L'architettura nei quattro cortiletti minori risultanti dalla cro- 

ciera della sala dm maiali, assai meno ricca, non e meno vaga 

alla facciata, |><t la bellezza dei loggiati e degli archi che sera- 



1 i •' pubbli i/i. .ii- di alenai estratti delle sedute capitolari e del libro mastro del- 
ti 111 u fondutone , (atta recentemente dall'egregio Archivista dfi 
r( netta, escludono recisamente tanto la sognata partecipazione «li 
ri quanto la sostituzione d'altri architetti all'Averlino noi disegno 
•tu e del cortiletti, e spiegano l' esistenza di due disegni, una 
v ' ■ ■!■' Ho .ino pitale, uno del Bramante che perfettamente lo ri- 

woi rrom unente citati corno documenti contrari all' Avorlino. 



IJCtyiUl 








Pig. 2'J. — Ospitale Maggioro 



Fascia. Finestra e Cornice. 



250 MILANO MONUMENTALE 

brano star su per virtù di qualche cosa di vivo che animi la ma- 
feria, tanto sono aggraziati e leggiadri malgrado le rozze colonne. 

Mentre l'Àverlino lavorava all'Ospitale, un altro Fiorentino 
lavorava a S. Eustorgio e in via dei Bossi. L'arcivescovo Ottone 
Vi sconti, volendo d'una reliquia farne due, avea fatto spiccare dallo 
scheletro di S. Pietro da Verona la testa spaccata dall'assassino 
di Barlassina, e la metteva in una teca a parte : la reliquia si 
conservava come un mobile in sacristia; un discendente della 
Beatrice di Dante, un Pigello Portinari, che reggeva in Milano 
la banca di Cosimo De Medici, e aveva l'alta mano nell'ammi- 
nistrazione delie rendite del ducato per lo Sforza, pensò di far fab- 
bricare alla preziosa teca una cappella, nella quale sarebbesi an- 
ch'esso preparato il sepolcro sotto la protezione del santo inquisitore. 

Lo Sforza aveva fatto venire da Firenze Michelozzo Michelozzi, 
architetto e creatura di Cosimo, per abbellire il palazzo de Me- 
dici avuto in dono da questo duca; il Portinari se ne servì per 
l'erezione della cappella. Così, dicesi, sorse la cappella Portinari, 
che all'esterno, vista venendo dal ponte delle Pioppette, forma 
coli' abside di S. Eustorgio e col bellissimo campanile, una 
massa architettonica delle più pittoresche a trionfo dell' archi- 
tettura che si vale dai mattoni e delle terre cotte. Anche la 
cappella Portinari all'esterno riunisce l'arco acuto delle finestre 
a un inizio d'arte nuova: cornici e pilastrini che accennano a 
modi classici; una colonnina a candelabro divide induel'aper- 
' nra delle finestre a sesto acuto; i pilastri hanno nudi i loro fusti; 
l'eleganza della (orma risulta da una semplicità ricca, e non ha più 
nulla di gotico. Dei pinnacoli agli angoli senza aguglie, una rotonda 

sedici lati, un'abside poligonale;, tutto annuncia una prima! 

ira d'arte. Nell'interno Parco l ondo o le sagome classiche si com- 

1 inano culle piu capricciose creazioni d'una fantasia liberissima; 

l fregio è mia trina di teste di cherubini, e al tamburo della coi 

a loggetta d'archi (ondi, gira una caròla d'ani 

il h che danzano tenendosi per un nastro dal (piale pendono mazzi 

di fiori e frutta. Le figure e gli ornamenti sono in terra cotta d| 

pinta, e coperta di dorature; i pennacchi «Ielle arcale sono riempili 

li pitture orie d' angeli e profeti e evangelisti: è im- 

inare una cosa più gentile, più ingenuamenj 

più libera, e meno gotica. In quel tempietti 



MILANO MONUMENTALE 251 

alza le sue cuspidi la bellissima area di Baldueeio da Pisa, e 
riposa il corpo del martire inquisitore, pel quale si direbbe che 
l'arte di due epoche cercassse il sorriso dei rinascimenti ed i più 
profumati fiori delle sue primavere: quella della scultura nel se- 
colo XIV e quella dell'architettura rei XV. In quella cappella, 



Fig. 26. — Cappella Porlinari a S. Eustorgio. 

che è una delle più belle cose da vedersi in Milano, spirò, si può 
dire, il gotico, e vi ebbe tomba col fiero domenicano accenditore 
di roghi. 

Il gotico in Italia, veramente, non avea mai messe radici pro- 
fonde; i suoi graziosi trifogli e trafori e le bizzarre fioriture vi 
servirono spesso più come ornamento che come struttura: il 



252 MILANO MONUMENTALE 

senso pratico, che nell'indole italiana prevale anche negli impeti 
dell'immaginazione, non s'abbandonò che di rado agli slanci della 
linea retta appuntata verso il cielo ma che ha bisogno di pun- 
telli per reggersi e poi volta giù ad angolo acuto vinta dall'im- 
proba fatica; anche in pieno dominio del sesto acuto essa tornava 
volentieri al volo blando dell'arco tondo che, con una curva 
discreta alzandosi da terra, si eleva insensibilmente senza aiuti 
e poggia senza repentini pentimenti alla terra. 

Queste tendenze prevalsero alla fine anche in Milano accanto 
al gotico Duomo, riconducendo l'arte alle tradizioni romane, con 
uno scatenamento di idolatria retrospettiva come nel resto d'Italia. 
Di questo cambiamento abbiamo visto i primi segni all' Ospitale 
maggiore e alla cappella Portinari ; a Santa Maria presso S. Sa- 
tiro vedremo uno dei più bei monumenti di cui Milano vada 
superba. 

A chi dalla piazza del Duomo s'inoltri in via del Falcone 
s'affaccia, come in via della Croce a S. Eustorgio, un'altra pittoresca 
combinazione di linee e di tinte, in una massa gentile di cupole, 
(li frontoni, di rotonde, di edicole di costruzione laterizia, cui 
si aggiunge, avvicinandosi, un rude campanile lombardo, mozzo 
alla cima, coperto di croste d'intonaco abbrunite dai secoli. 

La rotonda, che si trova sul dinanzi più bassa del rimanente, 
gentile soprammodo nelle forme, armonica nelle modanature, ag- 
graziata nelle proporzioni dei capitelli e dei pilastrini, con una 
nicchia ad ogni campata, ma un po'rozza nella modellatura degli 
«•lenirmi decorativi, e guasta dal tempo, è la veste quattrocen- 
tista di un'antichissima chiesa andata distrutta, detta di S. Satiro ; 
il rimanente appartiene aMa chiesa di S. Maria presso S. Satiro, 
fondata, pare, nell'anno 1470. Un'arte castigata neo-classica, 
a-Kurata nelle modanature, fina nel profilare i rilievi e nel riquai 
drare i campi, un po' fredda forse, si disegna nella viuzza che 
dirimpetto; «niello è il l'ondo esterno della chiesa che ha l'ini 
o principale in via Torino per dove entreremo (1). 

Superato il brivido «li srero freddo che mette addosso la l'ae- 
di recentissima costruzione, < i penetrati nel tempio di 
• ia di riti moderna, che ha per ambiente l'architetturi 



quanto appartiene In questo edificio al Bramante. 



MILANO MONUMENTALE 253 

industriale della piazza del Duomo , par d'essere passati a un 
altro mondo. 

La chiesa nella quale siamo entrati ha sofferto dei ristauri ed 
è stata scombiccherata di decorazioni infelicissime, ma il tempo, 
i ceri, la polvere, hanno distesa una velatura su quegli sconci, 
così che quasi non si avvertono, mentre l'organismo robusto e 
le fine forme dell' edifizio producono un' impressione deliziosa 
d' ammirazione e di stupore. Mettere il lettore sull' avviso di 
alcuni particolari d'esecuzione che diversificano la navata che 
ci sta dinanzi in iscorcio, dalla navata trasversa che si scorge 
nel fondo, sarebbe sfogo puerile di saccenteria. L'unità dell'opera 
non ne resta menomamente offesa ; la bellezza e 1* originalità 
dell'insieme colpiscono a prima vista, e più si guarda, più si 
i-està ammirati dai particolari. 

Descrivere questo tempio (che in pianta ha la forma di un T) 
mi pare una profanazione. Il gusto pittorico delle armonie po- 
licrome, il senso delicato e scultorio dei rilievi, hanno con tanta 
unità di sentimento cooperato all'armonia arhitettonica del vaso, 
alla sua bellezza e all'impressione che desta, che la parlantina 
descrittiva cessa, e la critica tace e guarda. Pilastri senza basi, 
capitelli delicatamente decorati, e un giorno rilevati d' oro su 
fondo azzurro; un fregio che ricorda quello del tempio di Anto- 
nino e Faustina, delle nicchie a riscontro degli archi, dove 
non c'era spazio per inoltrarsi colle vòlte, un'abside in bassorilievo 
prospettico dove mancava spazio allo sfondo, busti sporgenti da 
medaglioni in alto, e fieramente modellati dal Caradosso, pitture 
del Bergognone che come visioni d'un'arte soavemente sentita s'af- 
facciano attraverso ad un velo di imbiancatura non del tutto levata, 
ecco cosa si vede in questa chiesa. Ma bisogna vederla, perchè 
nessuna descrizione può tradurre nemmeno malamente l'effetto 
d' un'arte nella quale il senso pittorico e le proporzioni generali, 
rette, curve, armonie pittoresche, effetto dei rilievi, tutto è equi- 
librato con tanta delicatezza da non potersi paragonare che alla 
lucentezza dello specchio che un soffio leggiero può appannare 
d'un tratto. 

Accanto alla navata destra c'è il battistero della stessa indole 
artistica, ma che ha perduto, direi, un tono, e non deve aver più 
la primitiva vibrazione, a causa dei ristauri di tinte, occasionati 
dai guasti sofferti per aver servito da sacristia. 







BftttlftenJ di Santa Maria presso San Satiro. 



mii ano monumentale 255 

Questo battistero è una delle più belle opere di architettura 

la nostra città possa offrire come esemplare di studio e 

,• prova della squisitezza dell'arte in Milano al finire del 

•lo XV. 

E qui non si può sfuggire la questione del Bramante dac- 

a questo stile fu applicato l'aggettivo di bramantesco. 

Al grande artista Urbinate accade la più strana avventura nella 

storia dell'architettura. La massima parte dei più squisiti edifici 

alzati nell'ultimo quarto del secolo decimoquinto in Milano gli è 

ibuita. Fuori di Milano, nell'Umbria, nell'Emilia, in Lombardia, 

ammiratori postumi hanno attribuito al Bramante una quantità 





Fig. 28. — Parapetti della loggia superiore dello stesso battistero. 



li opere cospicue; ma di questa feconda paternità non esistono 
amenti. Ora si è incominciato a rivedergli i conti, ed ecco che 

(gran parte di quegli edifici gli sono tolti. 
Anzitutto una casa in Urbania, citata come sua, non si trova, 
»i dubita che abbia mai esistito; la chiesa della Madonna 
Riscatto al Metauro si è chiarito che avrebbe dovuto fab- 
arla a 15 anni, se fosse sua; la cattedrale di Foligno è risul- 
i di Cola di Matteuccio di Caprarola e di Baccio d'Agno! > 
Baglioni; quella di Città di Castello pare debbasi restituire a 
Elia di Bartolomeo Lombardo ; il portico della cattedrale di Spo- 
è di Ambrogio d'Antonio Milanese e di Pippo d'Antonio 
rentino. L'Incoronata di Lodi ricade per diritto di documenti 
Bataggio, al Dolcebuono, al Palagio ed all'Omodeo, con di- 
to probabilmente di Bataggio solo; persino il cognome di Laz- 
zari si è trovato che non gli appartiene. A Milano appena si e 




Mg. W. - s. Maria delle Grazie. 



MILANO MONUMENTAI»» %ffi 

indomineiato a rivedergli i titoli, ecco che viene escluso dàlia 
menoma partec.pazione alla costruzione dell' Ospitai, madore 
e e.6 a norma del lil.ro mastro e dei verbali delle sedute cacari.' 
I. archetto Colla ,„ una bellissima e dotta monograna colla quale 
accompagno ti progetto di ristauro della chiesa delle Grazie „ro- 
getto premiato l'anno passato con unajgran medaglia d'oro al- 
leeposizione d> Parigi _ sia detto tra parentesi - nel ridare col 
Vasari al Bramanti™ milanese il merito della parte non gotica 
d. questa chiesa, rivendica al genio lombardo, esclusivamente 
larclmet „ra detta Bramantesca; nota la contradizione che c'è 
ne 1 attnbu.re delle opere i cui pregi principali sono la massima 
nd.pendenza dagh ordini architettonici, nna ricchezza «rande 
domamene e persino la più capricciosa esaltazione nel senso 
Pittorico ,n architettura, ad «n architetto come il Bramante,-de- 

d 1 a,. Li r a - P , er graV3 6 S ° d0 6 ra!,tat ° -^Riformatore 
dell arte colle d.sciphne greco-romane, ligio agli ordini architetto- 
nici estremamente sobrio, poco inclinato alla pittura, avverso 
ali abbondanza decorativa, portato alla semplicità. Io trovo friudi- 
z.os.sstme queste osservazioni, e concludo che il Bramante è sotto 

UmenTo' b GeymUUer "* « ^ ^° " ™ ^ 
amento e che, propenso alle idee espresse dall'architetto Colla e 

l.g.o a, .bri mastri ed ai verbali dell'Ospitale, nego la parteci- 

ztone de. Bramante a quo, monumento: pel resto, ìascio'le ci 

non ItlT. ' SeCUndUm VaSarÌ ' 6 ad0tt ° il « P er «* 

In fondo alle tre navate gotiche di Santa Maria delle Grazie 

EEptTr LOd °^ OÌ1 M ° r0 » n ™ to «-*■* a nicchio* 

ode t ' ^^ ?) ' C ° Pert0 da " na c "P° la - La «"« infelice di 
Lodo^co fece sospendere i lavori pressoché al termine, ed ora, dopo 
quattro secoli, quella parte della chiesa sembra, da lontano, un edi- 
ficio rustico d. rozzi mattoni. Se S. Satiro ci colpisce a prima vista 
a parte posteriore incompiuta delle Grazie ci sorprende prima, poi' 
incanta. Alla base gira un ordine di patere e targhe ricche 
fregi incavati e riempiti di pietruzze nere e di smalto, 
Vasi a imitazione di nielli. Sopra questo basamento originale 
vaghissimo s , ammira un ordine di finestre rilevate a festoni di 
«a alle incorniciature; poi le lesene a candelabro del piano di 
«opra alternate di trafori e ricorrenti su di una fascia di pilastrini 

JUiLASO — Voi. ]. 



ggg MILANO MONUMENTALE 

decorati di corone e di medaglioni : ivi termina l'arrotondarsi delle 
nicchie- di sopra si alzano il piano delle finestre del tamburo, 
la cupo'la e il cupolino che incorona tutta l'opera. Grandiosità 
di masse sovrapposte, grazia di linee, ricchezza e varietà de- 
corativa d'una purezza singolare, fanno di questo edificio un e- 

semplare incompiuto, forse unico 
nel suo genere, dell'architettura 
delle terrecotte, inarrivabile per 
leggiadria trascendentale e pei 
liberi voli d' una fantasia che, 
mantenendosi castigata, si stacca 
da qualsiasi disciplina d'ordini 
architettonici , ricca di mezzi 
pittorici e di equilibrati con- 
trasti d'alti e bassi rilievi, am- 
mirabili per vivezza e squisi- 
tezza di esecuzione. Queste qua- 
lità spiccano con tanto maggiore 
originalità sino all'altezza della 
cornice delle nicchie, da lasciar 
forse dubitare che la parte su- 
periore possa essere d'altro au- 
tore, se non tutta, in parte. Al- 
l' interno il presbiterio coi due 
meravigliosi nicchioni, l'abside 
allungata, le forme dei capitelli, 
la severa maestà delle curve, of- 
frono qualche analogia viva i 
.-il, colla S. Maria presso S. Salirò. La porta maggiore della 
a 8i acC o P da mirabilmente coll'elegante maestà dell'interi!*; 

Ho passato Bin qui in rassegna quasi esclusivamente i monti- 
ti religiosi; la colpa è dell'epoca che ho àttfaversata. 
La distruzione di Milano al tempo di Barbarossa non risparmij 
; ne un avanzo ci pesta per immaginare il tipe 
8 e palazzi anteriori al 1 L68. 
Nella loggia degli Osli, non abbiamo che un portico del XII 
tale il palazzo della Ragione ci fornisce un alta 




p|. 30. — Lesena a candelabro. Ksleino 

di s IL delta Grafie. 




Flg. 31. — Porta di S. Maria delle Grazie. 



2(30 MILANO MONUMENTALE 

elemento costruttivo — le finestre — ; del secolo XIV abbiamo [f. 
portico dei giureconsulti, e per il gotico che continuò nel XV, la 
parte superiore della loggia degli Osii, ossia tre arcate con al- 
cuni elementi decorativi; il cortile del palazzo Trivulzio (via 
della Signora) ed una tavoletta scolpita a bassorilievo soprailpor- 
tone della canonica di S. Giorgio in Palazzo (1). Una reliquia da 
me scoperta giorni sono si riferisce forse a quell'epoca — se pure 
non è più antica — e fornisce qualche dato di decorazione grafica 
esterna. Questa reliquia si trova in via Stampa al n. 3, ed è un 
avanzo quasi irriconoscibile d'intonaco rimasto, a larghi tratti ed 
a chiazze, aderente alla muratura di mattoni d'una casa antichis- 
sima, corrosa dai secoli, marcia, lebbrosa, da non toccarsi, come 
si suol (lire, colle molle. Il disegno che riproduciamo (pag. 272, 
ti. 6) e fatto a solco nello smalto dell'intonaco, e non saprei dire 
-e indica una decorazione a graffito, od il segno a punta nella calce 
per guida del pittore a fresco. In via Cerva, tra il palazzo Vi— 
sconl i-Modrone (n.44) eia casa dov'ènato ilBerchet (n. 42) esistono 
avanzi di due epoche d'un antico palazzo, consistenti in pre- 
ziosi pesti di decorazioni in terracotta (Vedi a pag. 270, fìg. 38, 
a. 2). La porta del palazzo Borromeo ci fornisce un elemento 
interessantissimo, che forse è del secolo XV, accanto a traccie di 
strutture anteriori molto caratteristiche. Potrei citare molti altri 
pesti -parsi per la città, murati qua e là, mutilati e mozzi, impli- 
cati nelle («-Minzioni posteriori, e una quantità di cortiletti, i quali 
accuratamente raccolti in un atlante d'antichità milanesi, potreb- 
bero fornire mi insieme efficace d'informazioni per l'edilizia civile 
lai MI al XV secolo, e di ch'incliti sicuri per i ristauri di che è 
I tempo nostro, massime valendosi poi di quanto resta nel 
castello <li Milano pel scolo XV, il qual monumento, rispetto 
all'edilizia privata, ha la massima importanza, perchè i privati 
[10 i Principi nelle cose suntuarie, sia per servilità, sia 
perche questi -i valgono dei maestri più eccellenti, che vengono 
m.Mati dai minori e dettano legge. 

rotto nel L368 da Galeazzo II, ingrandito e reso più forte 
Galeazzo, che ne fece la sua residenza, distrutto nel 1 117 



1 I il Guida /. \<i<- <n Milano ha riportata tutta sbagliala la iscri- 

■ ■. 'I'" è II Mguente; I HCCCVIIl /><■ M<-n*e Aprili* hoc he- 
àéfitlim I I ut 'l- '•■uni,- CaMnICUi 8,01" (icorgij Martiri*. 



Milano xonumkxtale 281 

della repubblica, rifatto nel 1450 da Francesco Sforza, danneg- 
giato da uno scoppio terribile di polveriera nel 1521, abborrito 
sempre dal popolo che lo desiderò ripetutamente distrutto, e non 
si cavò questa voglia che una volta sola, caro a tutti i governi 
•che uno dopo l'altro lo ampliarono e ridussero più forte, mettendovi 
irsuggello del loro passaggio, il Castello di Milano, illustrato 




Fi;:. 32. — Castello di Milano. 11 ponte. 

recentemente dalla accurata e documentata monografìa dell'egregio 
Dott. Carlo Casati, meriterebbe di essere, con altrettanto studio e 
amore, illustrato e studiato graficamente in tutti i suoi particolari. 
Il Corio afferma che nel 1447 « il popolo fece gettare a terra 
.tutto il castello e la ròcca ». Queste parole possono sembrare su- 
scettibili di restrizione. Ogni fortilizio comprende: 1.° fortifi- 



202 MILANO MONUMENTALE 

cazione, ripari, fosse, torri e, alle volte, una seconda [linea di 
mura, e l'esterno della ròcca; 2.° gli alloggiamenti tra la linea 
esterna e la ròcca, e quelli del fortilizio interno, ossia la parte 
interiore della rócca. Distrutte le linee di difesa esterna, gua- 
stata la ròcca, abbattendone l'elemento esteriore di offesa forte,. 
castello e ròcca si possono dire distrutti, se anche restano in 
piedi gli alloggiamenti ; ma gli studi del Casati fanno perdere 
quasi ogni speranza che le gelosie popolari abbiano soltanto in- 
fierito contro le fortificazioni, benché le due pareti esterne, ad 
Ovest e ad Est, presentino delle complicazioni che non si accor- 
dano con un concetto solo, come certe finestre ad arco tondo 
di forma antichissima, e delle finestre ad arco acuto, che senza 
temerità si erano potute ascrivere alla prima costruzione di 
Galeazzo II. 

Comunque sia, una visita al Castello sui quattro lati della 
ròcca ed ai due cortili, quando si tenga calcolo delle traccio di 
modificazioni, e delle finestre intatte che vi sussistono, discopre 
all'occhio meravigliato un palazzo grandioso, di struttura semplice,, 
che si sviluppa su quattro grandi fronti uniformemente, unendo 
la robustezza e la ricchezza alle attrattive d' una architettura 
pittoresca. Osservando con amore il ponte colla loggetta, i due 
cortili della ròcca e della rocchetfa, la stalla segrata col numero 
71 Bulla porta d'accesso del cortile della ròcca, e che fu uni 
tempo una Lunga meravigliosa sala tutta decorata di pitture e 
di stucchi, la sorprendente bellezza dei capitelli, la maestà del- 
l'ampia fascia che Lira soprale arcate, in una parola, tutte le parti 
frappo dell'edifìcio: a poco a poco lo pareti si detergono, si 
scrostano dagli intonachi; i mari, i sassi, i marmi scolpiti si 
>Ì8COno, dove sono stati mutilati : e, colle pitture meravi- 
onde fu abbellito il palazzo dai più celebri pittori di quel 

■'• Q< scluso Leonardo da Vinci , tornano a vivere, per 

allucinazione archeologica, tutte Le celebrità giuridiche, militasi 

poetiche. Le belle donne, i cavalieri di quelle corti Sforzesche eli 

ono, -• talora superarono, in magnificenza le prime corti 

i ,;i - e \ engono come per incanto a popolare la vecchia reggia 

tre colla mente evoco ambasciate e tornei e testo e nozze 

dori d'arte distrutti, uno squillo mi scuote; è il trombai 

del reggimento d'artiglieria che suona la teoria pei s<>t- 



MILANO MONUMENTALE 263 

tufficiali: al primo momento rimpiango quel mondo che svanisce 
al suon di tromba, co- 
me i fantasimi al toc- 
co dell' Ave Maria 
mattutina; ma un'oc- 
chiata al bel trombet- 
tiere mi consola di 
tanti splendori di pas- 
sato tirannidi, e guar- 
do con tenerezza gli 
artiglieri che mi ri- 



chiamano all' Italia , 
indipendente, libera, 
una , girando nella 
stalla ove un dì pom- 
peggiava Isabella 
d'Aragona alle feste 
di nozze dirette da 
Leonardo da Vinci. 

Passando dalla di- 
mora del sovrano a 
quella dei grandi del- 
l'epoca, bisogna fer- |||| 
marsi dinanzi alla 
casa Castiglione ora 
Silvestri , nel corso 
Vittorio Emanuele la 
cui porta, con colonne 
foggiate a candelabri, 
rammenta le leggia- 
drie del presbiterio 
delle Grazie e le cui 
finestre in terracotta 
insegnano i modi del- 
le più belle creazioni 
di quest'arte lombar- 
da. La facciata era tutta dipinta, e presentava due ordini di pi- 
lastri e squisiti fiegi e cornici. 11 fregio in alto, alternato di 








Coi il ■■ 'il i ii.i/.o /.incili. 



MILANO MONUMENTALE 205 

putti e di testo colossali, protetto com'è dalla grondaia, è tuttora 
visibilissimo, ma riesce difficile rilevare il disegno architettonico 
della decorazione inferiore, a due ordini , nello stile di S. Maria 
presso S. Satiro. Qualche cosa di analogo offriva il palazzo Mar- 
liani in via Monte Napoleone, un gioiello d'arte distrutto nel secolo 

pso. L'archittetura negli scomparti dei campi era press' a poco 
la stessa; solo che ivi era vera in quanto qui vi appare dipinto; 
il pian terreno avea delle finestre quadre molto simili a queste, 
ma le finestre del piano superiore ripetevano con qualche variante 
le forme bifore dell'Ospitale Maggiore (vedi pag. 249). 

il cortile dello stesso palazzo Gastiglioni, immaginato colle loggie 
aperte com'era quando fu costrutto, è un miracolo d'eleganza. 11 
palazzo Zucchi (piazza S. Sepolcro), oltre alla bellissima porta, 
ha nell'interno un cortile delizioso con portico e loggetta. In via 
Tcrraggio, guardando un po' in distanza, sopra la casa al n. 5 si 
scorgono due campi d'archi tondi dello stile di quest'epoca, ed 
entrando in quella casa, nell'orto, si vede un fianco di chiesa 
con linestre adorne di ricchi fregi e di finissima fattura; l'altro 
lato si vede nel cortile corrispondente nel corso Magenta, d'onde 

-copre un tratto di chiostro ad archi tondi.. Quest'edificio, elio 
forse è l'antico oratorio di S. Rocco, è un pregevole monu- 
mento ignoto e perduto tra le case e da me scoperto in questi 
ni. Un avanzo interessante di cortile si trova in via Torino nel 

•ndo cortiletto, infondo al corridoio della porta nn. 10-12; e 
questa reliquia è degna d'essere staccata e rifatta in immuro di 
Museo come si è praticato, a Parigi nel cortile della scuola dello 
Belle Arti per avanzi architettonici degni d'esser conservati (1). 

Cito il cortile della casa Piatti (via Piatti 4) che si distinguo 
per un originalissimo sopraccapitello assai elegante impiegato per 
rialzare le arcate senza toglierò una giusta proporzione alle co- 
lonne, quello della casa Dal-Verme al fòro Bon aparte, e racco- 
mando il cortile del Palazzo arcivescovile verso piazza Fontana, 
<ho ha diciotto archi, e altrettante colonne con capitelli, la cui 
bellezza sfida qualsiasi nota descrittiva. Nello stesso stile, un 
po' meno leggiadro, e colle stesse norme d'arte, si presentano i duo 



(1) Appartengono, al principio del periodo quattrocentista la massima parte dei capi- 
telli riuniti a destra della facciata della vecchia chiesa di S. Gelso. 




CfllOMOD. 

Avanzo <ii eortileito iottrao in via Torino, N, 10 o l'i. 



MILANO MONUMENTALE 267 

cortili del vecchio Broletto, che fu — con altra architettura 
— palazzo del Carmagnola. Il portico del fianco destro di 
S. Ambrogio, è un altro esemplare, fino, più fastoso dell'archi- 
tettura della fine del quattrocento, e si distingue per la biz- 
zarra forma di due colonne scolpite come due fusti d' albero. 
Un altro avanzo d' edificio si vede in via Teatro Lentasio, a 
Porta Romana, ed è ora il cortile del teatro : consiste in un 
lato e mezzo del Chiostro delle monache del Lentasio, co- 
strutto evidentemente dal 1470 al 1490 , con un portico ad 
arcate tonde nello stile del Chiostro occidentale di S. Ambro- 
gio, del quale offre anche la singolarità d'una colonna a fusto 
d'albero. Ad ogni arcata del pianterreno corrispondono al primo 
piano due archi di loggia aperta; i capitelli di marmo sono 
diversi tutti l'uno dall'altro, le chiavi degli archi tutte variate, 
ma la decorazione è di mattoni e terre cotte e si compiva pro- 
babilmente con pitture. L' esistenza di questo gioiello non è 
segnalata dal Lattuada né da nessuna guida moderna : io devo 
al D. Francesco Vallardi la cognizione di questo bel monumento 
d'arte milanese al quale mancano la cornice di finimento, i so- 
praornati degli archi della loggia, e le medaglie dei pennacchi ; 
ora quello è il portico di una scuola comunale. Cercando la sala 
del refettorio, che forse esiste ancora, vi si potrebbero trovare 
delle antiche pitture di cui parla il Lattuada. Il palazzo Taverna, 
che in causa della bellissima porta e dell'architettura signorile 
del cortile, va ammirato tra quanto di più ricco e decoroso per 
castigate eleganze ha prodotto quest'epoca, offre nei resti d'anti- 
che pitture , riconoscibili tra le parti ristaurate , un esemplare 
delle decorazioni pittoriche dei palazzi patrizi d'allora, quasi per- 
fettamente conservato. 

Continuando, potrei citare tant'altri edifici degni di offrire mo- 
delli di architettura civile, di ornamenti squisiti, squisitamente 
scolpiti, o d' una finezza semplice, come sarebbero l'interno del 
Lazzaretto, la bellissima porta del palazzo Bentivoglio, ora Bi- 
raglii , che è del principio del cinquecento, ma con i caratteri 
dell' arte quattrocentista, il cortile adesso murato alle arcate del 
Palazzo Canonica, ora sede della società Patriottica. La porta 
di casa Corio a sant'Agnese, quella di casa D'Adda in via (Di- 
metto, il cortile della casa Landriani-Melzi che segnano la sfu- 




il 



li : ì 


Il 


i 



MILANO MONUMI NTAI.E 269 

matura della bell'arte quattrocentista nel riraseimcnto cinque- 
centista; ma debbo finirla per non dilungarmi di troppo, ciò 
che mi succederebbe anche facendo un semplice elenco, e termino 
ricordando la porta dell'antico convento di S. Girolamo nel Corso 
Magenta, che mi pare debba essere uno degli ultimi tratti di 
quell'arte fina e gentile che ebbe della vergine innamorata, la snel- 




Fig. 37. — \ì Lazzaretto. 

lezza asciutta e nervosa, e la cui vivacità appassionata caratte- 
rizza nel modo più artistico quel tempo di fanatica ammirazione 
per le antichità pagane, ma che conservò intatta la propria 
fisonomia riflettendo il greco-romano come si riflettono le fat- 
tezze morali dell'amante nel sentimento dell'innamorata che lo 
foggia in cuor suo a immagine e similitudine delle sue poetiche 
aspirazioni, mettendovi più dell'anima propria che di quella del 
suo idolo. 

Termino definitivamente citando i due cortili di S. Antonio 
(Pretura Urbana), che furono a loro tempo un lavoro di quel- 
T arte continuata nel cinquecento, conservandone tutta la squi- 
sitezza. Al primo dei due cortili tutta la decorazione manca ,. 
e probabilmente è stata raschiata via: nel secondo, per riavere 




VlgO ' I ~'VA/t 

i M Capitelli e frammenti. 
I. Ciflli'llo dell iperiore, peduccio «li vòlta, chiavi d'arco e cornici' nel 

i '• del Lenta l kreo, finestra e relativi resti di decorazioni in 

11 In Via Cerva, 8, Piqeetrone coll'oraalo della foglia; fronti 
eoo trabeazione Dell'ai convento in via Torreggio al n.° 8. 



MILANO MONUMENTALE 271 

«un esemplare architettonico, basterebbe riaprire le arcate, levare 
■alle terrecotte l'intonaco grommoso che ne rende incerte e floscie 
le belle forme incisive, e, dove manca la decorazione, rifarla di 
getto con stampi fatti su quello che resta (pag. 272, n. 4), invece 
— mentre scrivo — si sta sventrando o massacrando una parte di 
questa architettura viva e dai barocchi soffocata sotto smalti 
•di tinta e mezzo sepolta da murature. Sempre barbari! Si può 
ripetere anche sotto il sindacato del Conte Giulio Belinzaghi, 
^che pure è una persona tanto ammodo e che ama tanto Milano. 

È doloroso pensare che in Milano si tengano per fanatici an- 
tiquari coloro che si affliggono di questi vandalismi e vorrebbero 
salvare dei resti gloriosi d'arte patria che all'estero si terrebbero 
•come tesori preziosi e si vorrebbero salvi ad ogni costo ! 

E i nomi degli antichi che han create queste meraviglie? Si 
sanno quelli degli autori possibili; non si sa chi ha fatto questa, 
olii ha fatto quell'opera. La storia sin qui è ancora da farsi : ciò 
•che si è scritto in proposito non ha approdato a certezza che in 
•qualche raro punto : un autore contradice l'altro, e la ciarlataneria 
approfitta per sentenziar tanto più boriosamente, quanto maggiore 
-è l'ignoranza dimostrabilissima di chi scrive. La pubblicazione degli 
Annali amministrativi della fabbrica delDuomo, quella della fabbrica 
dell'Ospitale maggiore, hanno aperto i primi aditi alla certezza, 
ma siamo alle prime fatiche. Ecco intanto dei nomi certi. L' Averlino d i 
Firenze, che probabilmente si è ispirato all'arte locale per archi- 
tettare l'Ospitale: del Michelozzo il Vasari afferma sola origi- 
nale una medaglia nel palazzo Medici in via de'Bossi; del Bramante 
nessuna opera è certa; i nomi dei Lombardi, cui va attribuita la 
gloria di questo periodo di esaltamento meraviglioso del senso 
artistico, si possono ridurre ai seguenti: Guiniforte e P. Ant. 
Solari al punto di transizione dal gotico; Giovanni Antonio 
Omodeo, Gian Giacomo Dolcebuono , Tommaso da Cazzanigo, 
Benedetto Briosco , Bartolomeo Suardi detto il Bramantino, 
Agostino Busti, Ambrogio da Possano, Bartolomeo Brioscu. 
Bernardo Zenale , Battaggio , Andrea Fusina , Licinio Curzio. 
Mafrìolo da Giussano, Paolo Sereno, Gerolamo Actimo, Fra IN i- 
colao da Gerenzano, Giovanni Molteno, Matteo Gastoldo, M. da 
Mirate i quali arrivano nel cinquecento. 

La scultura milanese di quest'epoca riesci singolarmente no- 




Fii/. 3!>. — Capitelli e frammenti. 
' IflH: 1 DfD ' Ardf MOOndo. — 'l. Di;1 cortile d'onore del Castello. — 3. Del 

I itti | r 1$, \)r\ rliicsl r«> di Sant'Ambrogio. 

1 ' | Cortili 'Il li Antonio. — G. Graffilo in Via Stampa. — 7. Fascia 

hi Vii Torino — 9, Chiaviti! d'areo nel «-liioat.ro di S. Ambrogio. — 9. Fi- 

' M I 



MILANO MONUMENTALE 273 

tevole in due generi diversi: l.° nelle composizioni di figure in 
terracotta colorata, nelle quali sfogò forse l'eccesso della sua 
tendenza al più schietto verismo — vedasi in proposito la Pietà 
della Cappella antica di S. Satiro del Caradosso e la slama 
coricata dell'arciprete Grita a S. Pietro in Gessate; — 2.° nei 
medaglioni di teste e ritratti, sia in terracotta sia in marmo, 
genere favorito dal grand'uso che si fece allora dei medaglioni, 
pei pennacchi delle arcate e nelle specchiature dei pilastri, dei 
fregi e delle lesene. In questo gli artisti milanesi, per l'espres- 
sione del carattere individuale, e pel sentimento profondo del 
vero che vive e respira, hanno superato molti tra i migliori artisti 
d'Italia, colla disinvoltura e la morbidezza. La serie di meda- 
glioni del secondo ordine di S. Maria delle Grazie è una col- 
lezione di capolavori di tal genere; le teste del Caradosso nella 
chiesa e nel battistero di S. Maria presso S. Celso, di cui vanno 
ammirati assai anche i bassorilievi, competono colle più belle 
medaglie di questo grande artista; sulla facciata dell'Ospedale, 
ai pennacchi delle bifore dell' Averlino, vi sono delle teste di 
una singolare perfezione d'arte. Tra i monumenti funerei ricordo 
la tomba di Candido Decembrio (1477) in S. Ambrogio; il mo- 
numento Biraghi nella chiesa della Passione (1495, Andrea Fu- 
pna), il monumento Brivio in S. Eustorgio (sul finire del XV 
secolo), quello della famiglia Della Torre nella Cappella del Ro- 
sario alle Grazie (1484), tutti e due di Tommaso da Cazzanigo; 
il monumento Bossi-Bazzi all'Incoronata, il monumento Simonetta 
al Carmine. Per l'inarrivabile nobiltà d' intagli nello scolpire 
capitelli ed ornamenti architettonici, esistono di quest'epoca lavori 
insigni che si possono offrire come modelli da far disperare il 
più abile artista. Uno studio accurato di quanto esiste di questi 
tempi nel Museo Archeologico e di quanto fu eseguito in que- 
st'epoca pel Duomo e soprattutto per la Certosa di Pavia, scuc- 
pre dei tesori d' arte superiori di gran lunga alla fama degli 
scultori lombardi, e rivela delle qualità artistiche esclusiva- 
mente milanesi e delle quali si hanno pochi esempi nell'altre 
scuole italiane. 

Si nota un principio di transizione o d'evoluzione, come si dice 
oggi più volentieri, nell' architettura di S. Maurizio nel Corso 
Magenta. Qui la linea architettonica, la riga, la sesta, cominciano 
Milano. — Voi. I. t8 




li.-. IO. — Moiiu mento Uiraghi. 



MILANO MONUMENTALE 275 

-a. presentire qualche cosa dei precetti che poi furono formulati 
dal Vignola; la regola non è ancora insediata, ma trattiene la 
fantasia, suggerisce la parsimonia decorativa, non soffoca la grazia 
ingenua di quell'epoca, ma la contiene e la trattiene dal mani- 
festarsi vivamente e le suggerisce disdegnosa di lasciare alla 
sola pittura il compito interiore della decorazione; il divorzio 
•dell'elemento pittoresco è assoluto; pittura e architettura vivono 
insieme sotto lo stesso tetto, ma separate di letto, e la pittura 
ri vendica dell' alterigia dell' architettura, invadendo tutto, co- 
prendo tutto a sua posta. Il coro, un'opera deliziosa di arte 
•accessoria, è un po' più indipendente e spicca per grazia più 
ingenua. Forse è qui che, come anello di transizione, va collo- 
•cato il cortile dell'albergo Ponzone , architettura ancora arti- 
stica e seriamente signorile. 

A Santa Maria presso S. Celso l'indipendenza del sentimento 
è quasi perduta affatto; si cammina a gran passi verso il Vignola : 
all'esterno la facciata dell'atrio è un portento di neo-classicismo 
sodo, castigato, di finissimi ritmi nei profili eleganti e puri come 
li intendeva innovando il Bramante, ma si comincia a sentire 
un po' di mancanza d' ardore. Il portico dell' atrio ha le stesse 
caratteristiche, ma è più freddo e non cosi elegante; non parlo ora 
della facciata che non è dell'epoca, ma l'interno, dopo quello che 
Bi e ammirato, avverte che l'evoluzione verso il classico ha com- 
piuto un intero giro, enorme : siamo in un altro mondo ; le masse 
sono imponenti, mi si passi il traslato: sono sostenute e altezzose; 
m quegli archi, in quelle vòlte, in quelle cornici, in quei capi- 
telli corinti e di scuola (posteriori) non vibra più che debol- 
mente l'anima d'un artista; la dottrina prevale sul sentimento, 
la sesta governa l'artista più che la sensibilità, il servilismo s'in- 
filtra; noto un particolare: alle due navate laterali le due porte 
d'accesso stanno sotto un' arcata , in mezzo alla quale s' alza 
un aggetto di graziosissima invenzione per reggere una statua; 
questo motivo è lo stesso che quello del pilastro che divide in 
due archi ognuno dei lati dell'ottagono del battistero di S. Satiro, 
vedi fig. 27. La chiesa della Passione è più inoltrata ancora nel 
•classicismo: la scolastica vi predomina; l'artista interpreta Vitru- 
vio, non i moti dell'animo verso un ideale personale: ancora un 
passo e il classicismo dottrinario avrà trionfato. 



270 MILANO MONUMENTALE 

1/ epoca corrispondente al cinquecento imitatore, per servirmi' 
di una frase del Selvatico, e rappresentata da Sanmicheli, da 
Sansovino, da Palladio, trascorse rapida nei giorni più tristamente 
turbati della storia milanese, e non ha lasciato nessun edifìcio 
monumentale d'imitazione corretta: il poco che la rappresenta 
può essere trascurato, tanto più inquantochè , rinnovato al 
tempo dell'impero napoleonico, ha dato forse risultati più monu- 
mentali. Ad ogni modo si può citare la Chiesa di San Barnaba 
della metà del XVI secolo; tra le chiese e tra i palazzi, senza 
dar loro importanza monumentale, devonsi ricordare le due cam- 
pate di facciata della casa Landriani-Melzi in via Borgonuovo; 
il cortile a portico e loggia del seminario arcivescovile, un vero 
capolavoro nel genere accademico, architettato da Giuseppe 
Meda; quello del palazzo del Senato, nel quale ora si fa l'Espo- 
sizione di Belle Arti, e di cui fu architetto quel Fabio Mangoni, 
che sta a cavallo del XVI e del XVII secolo , ma che riuscì 
più debolmente e senza carattere nel progetto dell'Ambrosiana 
sul principio del seicento. 

Col secolo XV ebbe fine la grandezza politica di Milano, dove- 
il 6 ottobre 1499 subentrò al posto dei duchi milanesi Luigi XII 
«li Francia. La prima metà del XVI, non tenendo conto dell'ul- 
timo degli Sforza che si reggeva per forza altrui, si può rias- 
sumere facendo dire a Milano col Giusti: 

Ebbi a soffrire un Gallo < i un Catalano 
Che si mossero a fare a tira tira: 
AKin fu don Chisciotte il fortunato, 
M;i gli rimasi rollo e sbertucciato. 

Il [2 dicembre L549 Carlo Y colla bolla d'oro stabilì l'orj 

dine di aceessioneal ducato di Milano pei discendenti di suo figlio 

Filippo [I, già da tre anni duca. Milano, travolta nel naufragio 

rale della libertà italiana, fu assunta a far parte del grand'im- 

pero «li Carlo V. Coir indipendenza nazionale era morta l'arte 

tnilane e; il barocco era nato, e si preparava a fare strage dei 

lavori del genio lombardo. Il barocco fece la sua entrata 

: [ano come Carlo V, solenne, -far/usa, imponente, col palazzo 

Mariii". fondati I 1558. 

Il palazzo Marino, fatto costruire da una specie di sensale ge4 



MILANO MONUMENTALE 277 

novese arricchitosi coli' impresa del sale, diventato duca, se- 
natore, e imparentato alla casa De Leyva ed ai Tornielli, poi 
rovinato e fallito, è non solo la più bell'opera eli Galeazzo Alessi 
di Perugia, ma una delle più belle opere del tempo dei barocchi. 
per ricchezza di fantasia e originalità nell'impiego sregolato di 
forme convenzionali. Il barocco è una reazione di schiavi. 11 
classico neo-romano avea distrutta la beli' arte del rinasci- 
mento quattrocentista; i barocchi si rivoltarono contro il clas- 
sico e alla lor volta lo tiranneggiarono facendo a gara per duecento 
anni a chi riescisse a infliggergli peggiori strazi e dileggi, a chi 
inventasse fatiche da imporgli sempre più bizzarre e capricciose. 
Il palazzo del Marino è ancora ai primordi della crudele rea- 
zione, e la violenza dell' Alessi vi si mostra relativamente mode- 
rata, rispettando il dorico vignolesco al piano terreno e modificando 
leggermente e in bel modo l'ordine jonico al primo piano. Il ba- 
rocco si svela nelle finestre e nell'ordine di erme che arriva al cor- 
nicione, jna che barocco ! Niente di più sregolato certamente delle 
colonne a filze di bugne per le finestre del piano terreno, e coi 
bugnati alla chiave sviluppati ai mezzanini in sostegni per l'archi- 
trave dell'intercolunnio. È innegabile però che tutto, dal basamento 
robusto e ricco, al coronamento, dove le erme o cariatidi con un in- 
gegnoso concatenamento si connettono ai mensoloni della splendida 
cornice, e le scultoriche finestre del primo piano, e gli intercolunni 
delle campate angolari, che hanno quasi dell'attico, e l'energia 
'lei profili e dei rilievi e la robustezza delle forme e l'incisiva ri- 
solutezza dei motivi, tutto, ripeto, concorre a dare all'edificio un 
carattere di potenza e di ricchezza, un'impronta d'unità ri- 
gorosa che sforza all'ammirazione. Per sentire nell'anima risuonare 
la potente armonia viva di quelle forme, bisogna gettare un'oc- 
chiata, dopo qualche poco, sul vicino S. Fedele, sia di fianco, sia 
di fronte: il paragone desta quasi un senso di nausea pel con- 
trasto di un non so che di freddo, pallido, smorto, inanimate, 
impotente, che succede ad una organizzazione robusta, sovrabbon- 
dante di vita, balda d'originalità, sregolata sì, ma che ha una cor- 
rettezza propria, un atticismo sui generis, un ritmo nervoso sempre 
vibrato. Queste qualità sono menomate nel cortile d'onore, dove 
l* Alessi s'è sbizzarrito nel faraginoso, ed è a capriccio e robusto 
ed esile; egli però vi ha incastonato un gioiello da orefice, il da- 




1 ig. ìi. — Cortile del palazzo Minino. 



MILANO MONUMENTALE 27 1 

vanzale del loggiato superiore, dove una combinazione di bala- 
ustrini e di sfingi forma un motivo degno del più fino cesello di 
Benvenuto Cellini. 

Incompleto esternamente, il palazzo non era al tempo dei 
Coni Maria meno sfarzoso di dentro che di fuori. Diventato dal 
1860, dopo molte vicende, proprietà del Comune, offriva a pian- 
terreno un vasto camerone che serviva di magazzino per legna, 
carbone, ecc. ed il cui aspetto interno era quello d'una spelonca : 
i muri erano scrostati qua e là; l'intonaco sollevato a tratti, mo- 
strava d'esser tutto coperto di pitture, ma l'acqua trapelava da 
tutte le parti, e gl'ingegneri municipali ne prevedevano prossimo 
il crollo e pericoloso. All' architetto Colla, che ne pensava tutto 
l'opposto, fu affidata la cura del ristauro, ed egli vi risuscitò lo 
splendido Salone del Consiglio municipale, che ci rimane come 
un esemplare delle sfarzose decorazioni della seconda metà del 
secolo XVI, mettendovi di suo il fregio di putti ricorrente alla 
cornice , e un' interpretazione artistica d' una sagacia più unica 
che rara nel far rivivere, con unità perfetta e vivezza assoluta, 
le pitture vecchie ridotte allo stato di larve, e scrostate in 
cento parti; né fu senza opposizione che egli ottenne di dare 
alla città e al comune questa splendida sala; vinse la sua fer- 
mezza, e l'appoggio che gli prestarono i consiglieri Conte Vi- 
taliano Crivelli e Tulio Massarani, concorrendo inoltre il Mas- 
sarani con una somma non indifferente per decorare di ricchi ar- 
redi la sala risuscitata nell'antico splendore. 

Di questa sfarzosa arte decorativa rimangono in Milano due 
monumenti conservatissimi ; S. Paolo e S. Vittore Grande. 

S. Paolo è la chiesa che offre la più gran miscela di modi 
artistici. Sul fianco ha il tipo di S. Fedele, scolastico, scorretto, 
con un ordine di colonne a due a due sotto uno di pilastri messi 
quattro a quattro a reggere una cornice a risalti un po'alessiana. 

Sulla facciata, opera di G. B. Crespi, coi frontoni aperti delle 
porte e delle finestre e molti altri motivi e sagome alla Alessi, 
ha una ricchezza farraginosa e pesante che contrasta col fianco : 
all' interno ha organismo corretto, quasi vignolesco, copiato nei 
partiti generali dalla navata di S. Maurizio, della quale è ripe- 
tuto anche il loggiato laterale, in pittura, e con modi schiet- 
tamente barocchi. La decorazione in parte ha i modi dell'Alessia 



280 MILANO MONUMENTALE 

i allora è originale e, nel suo genere, più contenuta, e dotata 
<li ritmo; nel resto è uno dei trionfi di quella pratica francona 
Della quale si distinse la dinastia pittorica dei Campi di Cre- 
mona. Al fregio vi è una bella fuga di putti, frutta e fiori, 
che ricorda 1' aggiunta del Colla al Salone. Sono da osservarsi 
in questa chiesa, tipi notevoli nel loro genere d'arte secentista, 
due balaustre di ferro battuto e marmo, rappresentanti due vasi 
di fiori. 

S. Vittore Grande, fabbricato dall' Alessi e rimasto incompiuto 
nella facciata pseudo-classica, offre all'interno più puro e schietto 
lo stile decorativo dell' Alessi negli ornati a stucco e dorature 
(Viro, da poco fatte ristaurare dal Parroco Don l)om.° Nava. 
11 Salone e gì' interni di S. Paolo e di S. Vittore Grande, 
danno un idea perfetta dello stile vario, sempre farraginoso e 
ricco ma di un grand'effetto, prevalente nelle decorazioni di que- 
st'epoca, quando .Milano, perduta l'indipendenza, fu assorbita dalla 
monarchia spaglinola, che fu singolare per quella pompa d'apparato 
auto solenne quanto inelegante, che si potrebbe chiamare la bar- 
e d'una ci villa, o il bisantinismo del cinquecento. 
Dopo il Palazzo Marino e l'arco di S. Vittore si esita a 
erodere che la facciata di Santa Maria presso S. Celso, trita, tor- 
mentata, sbilanciata noi rapporti di proporzione, possa essere 
-I-Ilo stesso Alessi, e si propende a crederla un raffazzonamento 
■ 'un disegno dell'Alessi per opera del Bassi. 

Il Cortile dell'Arcivescovado va considerato tra i più caratte- 
ri monumenti di quest'epoca nella quale, se mancava l'uomo, 
lominava gigante l'istituzione, colla prepotenza inerente ad una 
larchia sul cui impero il sole non tramontava, ed alla cui ma 
gniloquenza ogni grandezza volea uniformarsi. Si entra per là 
l>ella porta, assai corretta, nell'Arcivescovado, disposti a trovare 
e a «li mite <• paternale che pare debba essere inerente 
alla dignità ecclesiastica, e, affacciati al cortile, si resta colpiti 
dall'aspetto de] fabbricato che pare un cortile d'arsenale, o d'un 
comando militare. 
1 " bugnato a scurato <■ di gran risalto dà un aspetto di Ibr- 
tezza all' edificio; le grandi arcate si voltano su vigorosi pi©*J 
mplicita d'in ieme e un non so che di atletico; clas- 
bilanciata in alcuni rapporti di particolari cella 







Fier. 42. — Facciata di S. Maria presso S. Celso. 



282 MILANO MONUMENTALE 

massa, l'architettura ripete le caratteristiche d'una vigoria ro- 
mana ìiell' invenzione di poderose chiavi d'arcata, di mensoloni, 
di risalti, di modanature, di forme che sentono l'influenza della ma- 
niera dell' Alessi, e manifestano un ingegno originale nel modificare 
torme note e tradizionali. Vi stonano due grandi statue moderne. 
La chiesa di S. Sebastiano in via Torino aspirerebbe ad una 
espressione analoga, forse più iperbolica nel senso d'una gran- 
diosità poderosa, ma non riesce che ad uno sforzo pedante, ed 
all' esagerazione di modiglioni enormi accoppiati sulla cornice 
per sostenere una cupola di mediocre dimensione. L'influenza 
delle idee pagane si rileva qui in un particolare decorativo curio- 
sissimo: le metope ripetono in rilievo un trofeo di freccie, archi e 
turcassi da far credere a un tempio di Diana o d'Apollo, l'arciero 
dall'arco d' argento. S. Sebastiano è una chiesa votiva per la 
cessata peste del 1577. Il Santo indicato per rendimento di grazie 
paio dovesse essere S. Rocco; la sostituzione si deve forse ri- 
petere dai simboli della morte di S. Sebastiano, ucciso a colpi 
• li freccia, e adatti ad un significato pagano tolto da Omero, 
cli<' simboleggia la peste nel campo dei Greci colle freccie d'A- 
lzilo calato 

Dalle cime d'Olimpo in gran disdegno, 
Coli 'arco sulle spalle e la faretra 
Tutta chiusa. Mettean le freccie orrendo 
Sugli linieri all'irato un tintinnio, 



Nove giorni volar pel campo àcheo 
Le divine quadretta. 



L'architetto ci aprimeva la peste con simboli omerici era Pel- 

legrino Tipaldi, L'architetto prediletto di S. Carlo Borromeo, l'au- 

deir Arcivescovado e del pro-etto della ricostruzione di 

8. Lorenzo, terminata dal Bassi nella forma inespressiva che lo è 

rimasta, ma conservando con robustezza sfatica la struttura 

mica d'un' opera insigne dell'arte romana. 

oda metà del AVI secolo si può chiudere con questi 

monumenti che i più caratteristici dell'avviamento preso 

dall'arte: ra però citata come caratteristica La casa dello scul- 

1 ■ Leoni, che il pcfolo con un aggettivo che non manca 

Diflcato chiama la casa degli omenoni, a cagione delle co- 



MILANO MONUMENTALE 283 

lossali cariatidi che rilevano sopra un pasticcio architettonico 
di residui alessiani. 

Vicino al barocco epico e nobilissimo dell' Alessi era nato il 
barocco piuttosto falotico del Seregni, col Palazzo dei Giurecon- 
sulti in piazza Mercanti (15(34), che a me pare indegno di es- 
sere nominato così davvicino al Palazzo Marino ed al cortile del- 
l'arcivescovado : questo edifìcio, sviluppato su una lodevole strut- 
tura vignolesca, colla sua profusione decorativa ci dà il programma 
delle bizzarrie e dei capricci insulsi che ci preparavano i due se- 
coli seguenti. 

Il seicento si fece innanzi più gonfio, più pesante, a tratti più 
capriccioso a onore e gloria di Francesco Maria Richini , ma 
sente ancora l'influenza dell'Àlessi in alcune forme di predile- 
zione pei frontoni delle finestre a specchio. Prototipi di questo 
protografo, per parlare il linguaggio del tempo (1) e dei suoi 
continuatori immediati, sono: il palazzo Durini, che ha aspetto 
signorile albagioso come un Governatore spagnuolo ; il Palazzo 
del Senato, la cui facciata concava, col balcone convesso ed i 
flosci capitelli non preparano punto alla relativa castigatezza 
dei due cortili nei quali si fa l'Esposizione di Belle Arti; il pa- 
lazzo di Brera (meno l'insulsa maestà dell'ingresso aggiunto un 
secolo dopo dal Piermarini), più contenuto e più robusto alla fac- 
ciata, ma flosciamente nobile e grandioso nel cortile, ed il palazzo 
Arnioni che esprime bene il suo tempo (1631) sopraccarico come 
è di fronzoli pesanti così vivamente descritti nei loro riscontri 
morali nei modi dei personaggi d'alto bordo dei Promessi Sposi. 
Segue la parabola discendente la chiesa di S. Giuseppe, dove il 
Richini, fin qui almeno altezzoso, cade in più pazzo delirio: qualche 
resto di forma alessiana è impotente a sostenere lo stile che si 
squaglia, si screpola, si contorce e ribolle e comincia a sbro- 
dolare dai fianchi certe volute rococò che paion budella avvol- 
tolate in simmetria. 

A S. Maria alla Porta, prima di morire, il Richini, memore della 
sua gioventù, volle ricordare nella nicchia dell'organo la fer- 



(1) Alludo alla lapide che si vede in duomo a sinistra accanto e a destra della cappella 
aquilonare, dove lo scultore Brambilla morto sul finire del cinquecento, invece che scul- 
tore è chiamato protoplasta ; questo aggettivo, ci dà la nota dell'epoca tronfia e dello 
spagnolismo. 



!>S4 MILANO MONUMENTALE 

mozza e l'energia del maestro di Perugia, ma dovette cedere le 
seste all'architetto Castelli che continuò la fabbrica dando la 
stura a tutte le bizzarrie che annunciavano prossimo lo sbardel- 
lato rococò. 

Nel suo genere S. Maria alla Porta è uno dei più caratteristici 
monumenti di Milano, per la schiettezza colla quale vi fa baldoria la 
decadenza chiassosa. L' architettura e la scultura seguite dalla 
pin ura, in cimbaìis tutte e tre, vi danzano a braccetto la più 
pazza monferrina, senza riguardo alcuno: angeli e Santi in ab- 
bracci frenetici amoreggiano sugli altari ; i panni svolazzano, 
scoprendo cicciose nudità ammanierate, e nella attigua cappella, 
dei voli di angioletti fanno baldoria, si rincorrono da cornice 
a cornice, s' inseguono su per gli stipiti, smuovono balaustre 
di finestre per farsi largo, giuocano a nascondersi, ridono, ga- 
vazzano pei soffitti come uno stormo di gazze matte, quasi a 
beffa di un'antica imagine annerita, avanzo del più antico 
«■ulto della vecchia chiesa. 

Questa baraonda dà la stura alle pazzie del Pietrasanta che 
architettò accanto al Palazzo Burini la chiesa di Santa Maria 
della Saluto, anch'essa, nel suo genere, superlativa. La pianta ha la 
forma che ci darebbe la sezione praticata dall'alto al basso per lo 
mezzo iu una zucca da pellegrini; la facciata è ispirata dalle forme 
«Vi violini e dello chitarre; l'odio alla linea retta difficilmente può 
essere spinto a maggiori eccessi, parrebbe. Ma a S.Pietro Celestino, 
\ i-ino a \ ia S. Primo, un architetto romano, Marco Bianchi, riesce 
a spingersi più in là, aggiungendo alla linea ondulata della 
pianta della facciata le più bizzarre forme di porte e finestre, 
<• pilastri addossati a pilastri e Itasi a cavaturaccioli e mezzi fron- 
'"iii a elmo, e un mostro <li lamiera (li ferro sul frontonediiM 
nimento. A questo genere d' architettura appartengono la facciata 
della Passione (1789) e 8. Francesco di Paola (1728), altro csèpé 
d'opera del Romano Bianchi. 

Il palazzo Sormanni su] còrso di I'. Vittoria (di Francesco (Voce) 
urimento di questa ubbriacatura. Le si esse frenesie vi si ma- 
il" con forme cascanti, floscie; le mensole affettano l'enne di 
di cavoli accartocciate e di trucioli di piallatura. Il palazzo 
' mando militare) in \ [a Brera è quanto di meglio ci oflflrl 
' è un barocco pinto all'eccesso ma che conserva IV- 



MILANO MONUMENTALE 285 

spressione della l'orza e della magnificenza, una forza obesa, una 
magnificenza pesante, ma che tuttavia si regge e s'impone. Accanto 
a questo c'è un pezzo di palazzo rococò, con dei timpani di fine- 
stre a corni o a toupè, che ci dà la sdolcinatura del barocco, 
le grazie del tempo dei nei e dei ricciolini a rubacuori, il ita- 
rocco che ha smesso la boria spagnuola e la il bocchino e gli 
attucci e diventa tutto vezzi e moine. Di palazzi di questo ge- 
nere Milano ne ha molti , come ne hanno tutte le città grandi 
che ebbero importanza in quell'epoca. 

11 palazzo Belgioioso, opera del Piermarini, è ancora di quel 
genere, benché un po' moderato; ma su in alto accenna a un 
miglioramento, anzi a un prossimo cambiamento. 

L'attico di questo palazzo è veramente bello, e si stacca dalla 
profusione dei ninnoli patrizi e delle aggraziature ricercate che 
spesseggiano sulla facciata. Lo stesso architetto, guarito affatto 
da quei deliri, cercò poi infatti una via più ragionevole, e per fare 
svanire i fumi di quelle ebbrezze, ricorse al Vignola, e si attaccò 
alle classiche discipline colle quali, debole, incerto, malfermo, mise 
assieme la fiacca facciata del palazzo di Corte, quella della Ca- 
nobbiana e quella della Scala; roba fiacca, come può farne chi 
abbandona con passo malfermo una gozzoviglia matta e senza 
ritegni. Il suo scolaro Polack, formato nell'ora del pentimento, si 
attenne alle regole vignolesche nella Villa Reale (1790). Il clas- 
sico accademico vignolesco era nato, e chiuse il secolo col grande, 
albagioso e pesante palazzo Serbelloni-Busca (1794). L' ultima 
opera di nobile e sdolcinato barocco fu il cortile del palazzo che 
ora è della Prefettura, architettato dal pittore Diotti che ne fu 
proprietario. 

La rivoluzione francese aveva rimessi in onore Greci e Romani : 
le accademie s' incaricarono di diffonderne l'adorazione, almeno 
come l'intendevano a quel tempo : questa fase continuò per mezzo 
secolo, costruendo una quantità grande di edifici, dei quali i più 
importanti sono: 

L'atrio di P. Ticinese, compiuto nel 1815, ma il cui progetto 
è del 1802, opera tanto grande di dimensioni quanto freddamente 
servile e accademica del marchese Luigi Cagnola ; — l'arco del 
Sempione, dello stesso architetto, e che è del 1806, ma compiuto 
soltanto nel 1837; il più bell'arco trionfale di pura copia, co- 





I [f. 18, *ArCO «Iella l'are. 



MILANO MONUMENTALE 287 

strutto dopo i romani, di grandioso dimensioni, con magnifi- 
cenza decorativa di statue e gruppi e bronzi e bassorilievi; 
massa imponente e maestosa alla quale da poco in qua, — meno 
riguardosa del governo austriaco — la Giunta municipale milanese 
dia tolto lo sfondo, permettendo la costruzione di ignobili alti 
fabbricati attorno all' emiciclo esterno nel perimetro riservato 
Kla precedenti provvide prescrizioni, onde, invece di campeggiare 
-ullo spiazzo netto del cielo e sul fondo di verdura, presenterà le 
linee grandiose frastagliate dalle goffe forme dei volgari fab- 
bricati esterni, perdendosi così gran parte di quell'effetto d'in- 
sieme spiccato con poche e semplici linee, nettamente definite e 
campeggiate ; — l'Arena (1807) dell'architetto Luigi Canonica, copia 
<li circo romano, meno la spina e la meta, con una tanto grande 
quanto fredda e scolastica porta d'ingresso trionfale, con una grande 
loggia pei consoli ed i grandi e coi gradini pel popolo ; ha le 
cateratte per l'acque da cangiare l'arena in lago per nauma- 
chie, ma ai dì nostri, in inverno, invece delle liburniche e delle 
ciurme, corrono e fanno a gara le signorine ed i giovani ele- 
ganti nelle partite di Skatin-ring; — la Porta Nuova (1813) 
elegante motivo accademico di Giuseppe Zanoj a, opera castigata 
e gentile nella quale si sente un ritmo di attica grazia, nel- 
l' equilibrio delle masse e nella purezza dei particolari ; — 
la P. Comasina (1826), ora Garibaldi, altro arco di trionfo, imi- 
tazione classica, piuttosto greggia e dimessa, dell' architetto 
Moraglia; — la barriera di Porta Renza, ora Venezia (1820-33), 
infelice e pesante accozzo di dadi architettonici, del Vantini; 

— la Chiesa di S. Carlo (1836-47), pretenziosa, deficente e pur 
grandiosa, imitazione del Panteon d'Agrippa, con alcune infelici 
modificazioni d'adattamento a uso di chiesa; — il palazzo alte- 
ramente classico giàPozzi ora Besana, architettato dalPiuri (1815); 

— il palazzo Belloni, ora Rocca-Saporiti, scenico sfogo di solennità 
•e imponenza accademica (1812) del pittore G. Perego; — il gran- 
dioso palazzo Archinti in via della Passione, del Besia; — il 
pesantissimo e scolastico palazzo dell'amministrazione del Duomo, 
del Pestagalli, e la casa delle Fate-bene-Sorelle, accademica ma 
non senza una certa maestà, robusta costruzione dell' Alvisetti. 

La scultura si mantenne sempre in questo periodo ligia alle 
-discipline accademiche che l'avevano aiutata a cavarsi fuori dal 



'288 MILANO MONUMENTALE 

1 tarocco e dal rococò portato agli ultimi eccessi. Le decorazioni 
dell'Arco del Sempione e di Porta Venezia riassumono i fasti e 
le miserie della scultura di questo periodo colle statue e coi 
bassirilievi di Pompeo Marchesi, del Cacciatori, del Pagetti, di 
Gaetano Monti, del Labus, del Perabò, dell'Acquisti, del Somaini, 
del Pasquali, del Comolli, del Manfredini, del Gandolfi, del Gi- 
rola, colla sestiga di Abbondio San Giorgio e colle vittorie 
< Minestri di Giovanni Putti, opere di bronzo fuse in Milano dai 
fratelli Manfredini. Le opere del Pagetti, del Marchesi, del San 
Giorgio, ci presentano quanto di meglio ha prodotto in queste de- 
corazioni statuarie la scultura d' allora ; i bassirilievi di Porta 
Venezia presentano la parte più scadente, le composizioni più 
insulse, e quell'affaldarsi di pieghe a budella cadenti, che danno 
a certe statue l'aspetto d'esser coperte di trippe e di intestini, 
•■omo le due statue sedute al primo pianerottolo dello scalone 
di Brera. 

Verso l'epoca del quarantotto anche in arte si manifestarono 
tendenze a scuotere il giogo. L' architettura insorse contro il 
.Vignola e Vitruvio, e preconizzò una nuova èra che ebbe il 
suo sviluppo dopo il 1859. Liberata dal dominio straniero chele 
posava addosso da tre secoli e mezzo — dalla caduta di Lodovici» 
il Moro in poi — sotto quell'impulso agli innovamenti edilizi che. 
cominciando da Parigi rinnovata, favoriti dall'aumento di vita 
creato dalle ferrovie, come da una nuova e più rapida circolazione 
d'animazione, si estese in Europa, prima a quasi tutte le capitali, 
<• poi sino alle umili borgate, Milano inaugurò un nuovo periodo 
d'espansione edilizia, che forse è il più grande di tutta la sua storia. 

Apri ouove rie, larghe, ariose; diroccando e spazzando gruppi 
di vecchie catapecchie indecorose, aprì nuove piazze, tentò dei 
rettifili arditi attraverso ai meandri delle vecchie viuzze, passò 
la cinta del naviglio e creò una nuova Milano dove 1' ortolano 
coltivava i cavoli e lo rapejuscì dalla, cinta dei bastioni e s'i- 
noltro nella campagna, attivando centri di vita industriale, fer- 
riere, officine meccaniche, fabbriche di cautciù, di carrozze, 
di vagoni, filande di seta; al/o palazzi al risparmio popolare, 
al credito popolare, ai geniali ritrovi all'aperto, e teatri e car- 
ina'-, dli. 

■ ai tempi gli artisti o furono i tempi sfavorevoli agli 



MILANO MONUMENTALE 289 

artisti? In Italia, come in ogni parte d'Europa, le scuole e le uni- 
versità fabbricavano ogni anno delle centinaia d'ingegneri e di ar- 
chitetti; i più, imbottiti di matematica, di teorie sullo vòlte, sulle 
spinte e le controspinte, sulla statica e sulla dinamica, ma digiuni 
«li fondata pratica di disegno artistico, ignari dell'arte del model- 
lare, alieni dall' esercitarsi nello studio diretto delle discipline 
artistiche, e invece, fatalmente, senza loro colpa, trascinati dalla 
ioga del tempo nella lotta per la ricchezza, il benessere, il go- 
dimento, la nomea. C'erano artisti che contro questa folla che 
brandiva brevetti e patenti, potesse presentarsi ai committenti 
coll'autorità dell'ingegno? 

I progressi fatti in questi pochissimi anni dalla pittura pro- 
vano che il senso dell'arte era risorto in Italia, e che l'archi- 
tettura, confidata agli artisti, avrebbe potuto forse essa pure, at- 
traverso a qualche tentativo infelice, avviarsi ad un rinnovamento : 
ma la folla affarista, invase la piazza, prese i primi posti, e ehi 
volle riescire, dovette porre in seconda linea l'arte di concorrenza. 
V architettura diventò un'industria nobile che si esercitò dall'ar- 
chitetto o dall'ingegnere coll'attitudine agii affari, non all'arte, con 
uno studio di giovani disegnatori, che da prontuari e da manovali 
cavano affrettatamente le forme architettoniche, le membrature, 
i particolari decorativi, per compiere sbozzi di progetti indicati 
con poche linee. 

II periodo precedente, accademico, pedissequo imitatore, era 
stato nonpertanto un periodo della storia dell'arte : le opere che 
lo hanno segnalato non danno, è vero, a coloro che le hanno archi- 
tettate nessun diritto ad esser riputati tra gli artisti creatori. L'Arco 
del Sempione, in gran parte copiato, non ci permette di formarci una 
grand'opinione della potenza creatrice del marchese Cagnola: ma 
siccome ripete un concetto romano, se non ci dà l'arte del Ca- 
gnola, ci dà un riflesso dell'arte romana: così dicasi di gran parte 
delle opere di quel periodo, non esclusi i tanti palazzi accademici 
dei quali ho riputato inutile fare una rassegna. Dal più al meno 
essi conservano in massima alcune delle eccellenti qualità del- 
l'arte della quale sono un eco, vale a dire un certo ordine, del- 
l'imponenza, della serenità, un non so che di signorile, di cospicuo, e 
l'assenza della volgarità. Invece è facile persuadersi, dopo quello 
che s'è detto, che il nuovo periodo di artistico non potea conservare 

Milano. - Voi. I. ,9 



200 MILANO MONUMENTALE 

più traccia alcuna. Contuttociò l'insieme delle moderne costru- 
zioni fa ancora onore a Milano. I costruttori si lagnano della gret- 
tezza dei committenti; ma le costruzioni provano il contrario, e sono 
di decoro alla città solo perchè proclamano la magnificenza dei 
committenti. A molti ciò riescirà nuovo e bizzarro: è cosa tanto 
comune il gridare contro la piccineria dei signori che fanno fab- 
bricar •, e vogliono piccoli locali per cavarne molte pigioni, e 
scale di qua e mezzanini di là; ma è cosa ben più evidente ac- 
certarsi che in nessun tempo si è speso più profumatamente il da- 
naro per fabbricare. Una volta i palazzi in una città si alternavano 
colle casupole; ora di queste non se ne fanno quasi più, material- 
mente parlando; le fabbriche sono quasi tutte vaste, alte, profonde; 
il granilo vi è profuso, i balconi ornati abbondano, gli stipiti delle 
porte e delle finestre hanno sempre il decoro di poco o molto orna- 
mento , la pietra da taglio scolpita è diventata comunissima, e 
per questo Milano ha aspetto di città ricca, abbondante, sontuosa, 
di larga mano, e certamente, se si guarda la spesa, l'ingresso 
della casa Castiglioni sul corso Venezia, è una povera catapecchia, 
paragonata ai palazzi moderni. Eppure, ogni artista di gusto che 
passa per la città, trova un gioiello in quella porta, e soltanto 
razioni di granito, di terrecotte, di sassi e marmi intagliati nei 
più magnifici edifici contemporanei, dinanzi ai quali passa pro- 
vando l'impressione di una città moderna ricca e attiva e ani- 
«• mentre si fermerà ad ammirare con entusiasmo quell'in- 
- uasto e corroso d'un palazzo che per un briciolo d'arie 
•''■ dentro è una ricca e aggraziatissima cosa. 

■ La Duova .Milano, la ville de granit, coi suoi edifici più 

nn ' psg il Cimitero Monumentale che per la nuova Via 

• tperta squarciando i bastioni, annuncia da lontano la sua 

zza colla raduta de] famedio, che prospetta in fondo ad un 

inquadrato dagli ippocastani dei iati della squamatura del 

Ricco di monumenti, tra i quali primeggiano opere del 

de] Magni, dello Strazza , de] Tantardini, «lei Còlla, del 

etti, 'I Cimitero -li Milano va superbo dell'unico tempio 

rio che esista in Europa, e colla sontuosità e i'am- 

la disarmonica compagine delle sue parti, 

ande piazza de] Duomo coi fabbricati men* 
lalla tragrande apertura ohe dà accesso 



mila.no monumentali 291 

alla più ampia galleria coperta che vanti l'Europa. Questo edi- 

ieio è nel suo insieme di grande effetto scenico per la grandezza 
materiale delle sue parti e la struttura tutta di grandi masse 
di pietre da taglio, per avere le colonne di granito, i capitelli, 
gli archivolti, i mensoloni, le finestre, le cornici, i finimenti ri- 
boccanti di lavoro di scalpello, e la croce della galleria decorata 
di stucchi su tutta la superficie e popolata di statue — di gesso — 
e adorna di pitture. — Sorse il palazzo della Cassa di Risparmio, 
di fuori a imitazione del palazzo Tolomei di Siena, di dentro 
mista di più stili, discordi tra essi e colla facciata; — fu fab- 
bricato il pubblico macello secondo le migliori norme igieniche 
e amministrative, e lì accanto s'è compiuto testé il gran carcero 
cellulare con tutte le discipline di questo nuovo trovato della 
moderna filantropia; modello nel suo genere per così triste ca- 
tegoria edilizia; — si sono alzate e si alzano nuove chiese, e se 
l'arte vi fu malissimo servita nel S. Bartolomeo, trovò un eco 
non spregevole di gotico nella chiesa di Nazaret architettata 
dal pittore Fare. Sorse l'edificio delle scuole popolari nel corso di 
P. Romana con un vasto cortile e loggiati e finestroni abbondanti 
di tranquilla decorazione; — a centinaia si fabbricarono quindi 
palazzi privati nei quali talora la pompa dei cortili ha quasi del 
regale, come nel palazzo Gonzales. Nella casa Rossa, sul corso di 
P. Venezia, in quella del Manzoni in via Morone e nella casa Bram- 
billa in piazza della Scala, sotto tre forme differenti fu tentato il ri- 
nascimento dell'arte delle terrecotte, che non ne fu veramente nem- 
meno galvanizzata (1) ; — sul Corso si provò a risuscitare il gotico 



(1) Nel ts:;-2 una facciata con decorazioni in terracotte era riescita assai bene al 
pittore Scrosati. È quella verso il giardino della bella villa dei Conti Silva, ora 
G-hirlanda-Silva a Cinisello, falla costruire da Ercole Silva, pronipote di quel Donato 
Silva che fu uno dei più aitivi, anzi il più attivo tra i soci della Società Palatina che 
stampò i liarum Italkarum S-riptores del Muratori. La Villa Ghirlanda-Silva a Nord 
Ovest di Cinisello presso Sesto S. Giovanni, vale la piccola gita necessaria per visitarla, 
avendo un museo d'antichità e di quadri, delle pitture dell'Appiani, un Museo di 
storia naturale ed il primo giardino a paesano fallo in Lombardia. Essendomi oc- 
corso di far parola della Società Palatina, il cui operalo è una gloria milanese, mi sia 
permesso notare che il monumento che le fu dedicato l'anno scorso nel palazzo di Brera, 
la lapida commemorativa, come epigrafe è una povera cosa e manca dell' indicazione 
dell'operato della Società e della data della sua fondazione, e che, inaugurata dalla So- 
cietà storica mentre questa pubblicava l'accurato e documentalo lavoro de! Vischi sulla 
Società Palatina, ci dà una lista dei benemeriti della stampa dei Rerum ìtalienrum, 
tolta in parte dell'elenco dei soci dato dal l'imboschi, e provalo erroneo dal Vischi; 



'292 MILANO MONUMENTALE 

orientale di Venezia. Nell'edifìcio per scuole all'angolo di via In- 
gabella e Corso di Porta Romana; nel primo palazzo della Cassa 
di Risparmio in via S. Paolo, in quello Turati in via Meravigli, 
fu tentato un ritorno alla squisita arte milanese del quattrocento; 
. — il cinquecento ebbe tiepidi adoratori, e più felice di tutti parve 
un Prussiano, costruttore della casa Miljus; — il barocco ebbe 
la bella sorte di trovare chi seppe farlo rivivere con bella pompa 
nella casa Bagatti-Valsecchi, architetto il proprietario stesso, in- 
via Gesù; — il miscuglio degli stili trovò dei disinvolti ingegneri, 
a prova di non averne studiato nessuno; — l'imitazione servile, o 
meglio, la copia di certe strutture tedesche e inglesi di cottage 
e case rustiche si cacciò nella mischia e alzò case e palazzine 
nei passaggi più frequentati della città; e da tutto questo mo- 
vimento edilizio si ebbe la Milano nuovissima, che conta qualche 
edificio non privo di garbo in qualche parte, e che se in generale 
ha poco da fare coli' arte, è riuscita una città festosa per ani- 
piezza di spazi, e per quell'aspetto di agiatezza, di ricchezza, di 
comodità, di nettezza, di ordine, di eguaglianza, di ariosità, che- 
è proprio delle città moderne e che, senza l'aiuto dell'arte, rende 
simpatico l'ambiente perchè mantiene viva l'esilarante impressione 
d'una società attiva, coraggiosa, generosa, liberale nello spendere, 
ani it a celle intraprese, e, se non capace, per lo meno vaga del bello, 
del grandioso, del magnifico,.- quanto ripugnante dalla grettezza, 
dalla meschinità, dal sudiciume, dalla confusione, dall'ingombro. 
La scultura, chiamata a decorare di monumenti le piazze, ci ha 
dato il monumento al cardinale Federico Borromeo in piazza 
8. Sepolcro, opera dello scultore Costantino Corti (1804); ci ha 
dato il monumento Cavour nella piazza dello stesso nome (An- 
ioni.) Tantardini ed Edoardo Tabacchi, 1805), il monumento a. 
da Vinci (Pietro Magni 1872), in piazza della Scala,. 



• "i da untati alla nano; in questa lista il confondono nel titolo Istitutori e soci e promotori, 

maptiel sddttti, boom il Crarenna, che non fece che partecipare ai consigli «Iella 

■é promotore bc iocìo; 6 registrato il nome Bel Rema che non ri- 

nMorebbc trarr! la sa mi modo partecipato; è lasciato raori quello del Marchese Boni 

la priaso t ettirlasimo promotore, e non è messo tra i primi quello di Do- 

11 HeeM motta wWto dopo il presidente delia società accanto al Basili 

dell' Arfolati, asili fiale <• detto che ■ i soci non fanno cosi alcuna 

ra che r o raa mm t a Canea ». Questo mi assolva di non essermi occupato. 

m ipim. ni. .li ! 



MILANO MONUMENTALE 293 

il monumento al Beccaria in piazza Beccaria, il più bello tra i 
monumenti moderni di Milano, nel quale lo scultore Giuseppe 
Grandi (1871), prima della pubblicazione delle lettere del Verri, ha 
divinato l'idiosincrasia di quel misto di debolezza e di gran- 
dezza, di coerenza e di contraddizioni che fu l'immortale nostro 
autore del libro Dei delitti e delle pene: ci ha dato finalmente 
lo scorso anno il monumento ai caduti di Mentana del Belli. Questi 
quattro monumenti compendiano le condizioni della scultura in 
Milano negli ultimi cinque lustri, coi suoi pregi, i suoi difetti 
e colle nuove tendenze che si manifestano più specialmente nei 
due bassorilievi del monumento Beccaria, degni di stare ac- 
canto a molti pregevoli bassorilievi antichi. 

La mia corsa è compiuta: condotta a treno celere, qualche 
cosa d'importanza secondaria mi riuscì sfuggita ; chiedo ci si passi 
sopra in compenso dell'amore col quale ho tentato di cercarne 
di più importanti. 

Dalla rapida rassegna mi lusingo debba emergere, anche per 
chi non s'interessa che superficialmente ai monumenti, che se 
Milano è città essenzialmente moderna, la sua ricchezza archeo- 
logica ed artistica non istà tutta nelle colonne di S. Lorenzo, 
nei portoni di P. Nuova, nel Duomo, nel S. Ambrogio, e nei 
pochi altri più noti monumenti; ma che, distrutta due otre volte, 
essa conserva un sottostrato prezioso per la storia dell'arte dal- 
l'epoca romana in poi, tanto prezioso quanto poco sfruttato e 
degno invece di esserlo come una miniera abbondante di sedi- 
menti storici. 

Disgraziatamente questo sottostrato è ad ogni momento mi- 
nacciato d'essere sconvolto e disperso per causa di scavi di fon- 
damenta, e accomodamenti, e rafforzamenti, e rettifili, e incre- 
menti nuovi cui ha diritto la vita moderna e la febbrile attività 
dei dì nostri. Faccio voti perchè si accordino le ragioni dell'an- 
tico e del moderno, e la nuova Milano continui a crescere ri- 
spettando l'antica, e accanto al nuovo si rialzino alla luce i resti 
del vetusto, in prova che Milano dalla sua origine remotissima 
non ha cessato, non cessa, e per conseguenza non cesserà di 
figurare tra le città cospicue del inondo civile, tra i fattori più 
attivi del progresso umano. 

Luigi Chirtani. 



APPENDICE 

LA PITTURA NEI MONUMENTI 



I monumenti che ho passato in rassegna non mancano né di pitture 
decorative né di quadri, lo non ho parlato che delle pitture che fanno 
(dipo, per così dire, col monumento e ne compiono la fìsonomia; delle altre 
che si trovano nelle chiese come oggetti di culto, senza diretto significato 
monumentale (e son tante che solo a indicarle con un catalogo darebbero 
materia ad un intero volume), accennerò soltanto alle più importanti, tras- 
curando quelle che da sole formano i nove decimi della decorazione delle 
nostre chiese; tutti (pici dipinti cioè di pale d'altare e di vaste tele appese 
alle pareti dei presbiteri e dei cori, nere o brune, e nelle quali spiccano" 
masse lucenti natanti in un abisso di tenebre: qua una gamba, là una testa,. 
o un braccio, a un seno di forme ampiamente modellate e grandi o piccoli 
tratti «li drappi bianchi -, i quali tutti sono dipinti generalmente dei grandi pit- 
turi convenzionali della decadenza, geni talora, ingegni sempre poderosi, manie? 
risii, praticoni di singolare potenza, i cui metodi di dipingere furono tali da 
produrre rapidamente una mussa ingente di quadri che doveano non 
uh no rapidamente annerire, salvandosi soltanto quei tratti nei quali il bianco 
a corpo entrava come sostanza prevalente nel miscuglio dei colori. Tali 
Bono l<- opere dei Crespi., dei Procaccini, dei Nuvolone e degli altri atleti 
del decadimento della pittura: materiale abbondante! anche nei musei, cui 
rimando il lettor* , contentandomi di citare le opere più insigni o degne di 
attenzione come monumento vetusto <» come curiosità, <> come rarità; indi- 
paodo in ordine alfabetico le chiese nelle quali si conservano, e aggina^ 
qualche notizia sulle opere di oreGceria ed altre arti accessorie. 
\ ii". Cappella ;i sinistra del Presbiterio: quadro d'altare 

■ l Cor nienti, pittore che bisogna conoscere per non trascurarci 

lei i. cin.iiii evolutivi dell'arie milanese ;il tempo nostro. Il Cornien- 
mori giovane nel 1800. Le vetrate più vistose di questa 
■ dall' officina dei Dertini che bau fatto rivivere in Milano la 
I 



LA PITTURA NEI MONUMENTI 295 

S. Ambrogio. — Nell'atrio: avanzi di pitture antichissime a fresco, forse 

della line del IX secolo, nella prima campata a desini -, qua e là qualche 
brano, un avanzo tra il portale della chiesa e la porta a sinistra; pitture 
di scuola milanese a chiaro-scuro della fine del XIV secolo. In chiesa: un 
ritratto di Sant'Ambrogio, antichissimo-, pitture di Bernardino Lutai, bel- 
lissime, di altri autori della stessa epoca, del Lanini, del Borgognone, di 
Bernardo Zonale; mosaico dell'abside dell'abate Gaudenzio (&24-83S); pallio 
d'oro e d'argento tempestato di gemine, istoriato a sbalzo e cesello da 
Volvino della stessa epoca. Nelle sagrestie: affreschi del Tiepolo, sei libri corali 
insigni per la storia dell'arte milanese della fine del quattrocento, messale 
di Gian Galeazzo Visconti del 4370, importante per la storia del costume, 
la teca degli Innocenti, una Pace a cesello, due ostensori ecc. 

S. Angelo. — Settima (appella a destra: una tavola della scuola Leonar- 
desca e più avanti un Calvario, pittura del quattrocento l'istaurata al tempo 
nostro; nel corridoio d'uscita in via Moscova, a sinistra, un rozzo bassori- 
lievo firmato da Francesco Solari. 

S. Antonio. — L'interno della chiesa merita d'essere osservato come 
tipo della decorazione ricca e farraginosa dei barocchi del settecento. Nel 
primo cortile va visitata la stanza che si trova quasi di faccia all'ingresso, 
dov'era un oratorio dei fratelli e sorelle della Concezione. Ivi mentre scrivo 
si sono scoperti degli ammirabili affreschi di scuola leonardesca e di altri 
artisti della seconda metà del 1400. Composizioni e pitture bellissime, delle 
quali le decorazioni che figurano pilastri e fregi sono da ritenersi fra le 
migliori pitture della scuola milanese di quell'epoca. Spero non si lasce* 
ranno vandalicamente distruggere. 

S. Barnaba. — Cristo che trionfa della morte, affresco del Bellosio- 
(1833) da notarsi per la cognizione della pittura milanese nel nostro secolo- 

S. Carlo. — Corso Vittorio Emanuele. Chi studia l'andamento dell'arte 
in Milano dal 1830 in poi, vi troverà sculture di Marchesi, di G. Emma- 
miele, di C. Pandiani e pitture di A. Inganni e di P. Bagatti-Valseechi 
eseguite su disegno di Mauro Conconi. 

S. Cklso. — Nella chiesa vecchia ora chiusa: Un dipinto a fresco u t 
po' scrostato che ne lascia intravedere uno più antico di sotto, àwteriore 
al secolo XIV. Nella nuova, o S. M. presso S. Celso : nel retrocoro una bel- 
lissima pittura robusta di Gaudenzio Ferrari, ed una della scuola del Ber- 
uognone. La cupola dipinta da Andrea Appiani ; la Pietà, cesello d'oro del 
Fontana sotto V Assunta, statua che da sola può rappresentare quello che 
di meglio ha prodotto la scultura in Milano nella seconda metà del VI se- 
colo. Il ciborio opera di Pacetti e Cacciatori. Qua e la pitture caratici 
ristichc della fine del XVI secolo- lampade d'argento odi bronzo, barocche 
ma ricche; — una lampada curiosa offerta dai combattenti delle S giornate 
all'altare della Madonna e conservata nascosta dai preti della chiesa durante 



296 LA PITTURA NEI MONUMENTI 

l'occupazione austriaca. In sacristia : la croce della Certosa di Chiaravalle 
dell' 822, dono di Lodovico Pio, ricca di smalti e cammei. Anfora cesellata 
attribuita a Benvenuto Cellini. 

S. Eustorgio. — Quinta cappella, pitture del trecento. Pitture del quat- 
trocento sopra la cappella dei re Magi. Ristauri moderni da non parlarne. 
Cappella Portinari: buone pitture d'autore ignoto. 

S. Fedele. — Due candelabri di bronzo all'aitar maggiore. 

S. Giorgio al Palazzo. — Primo altare a destra : S. Gerolamo, di Gaudenzio 
Ferrari. Terzo altare: pitture di Bernardino Luini a olio ed a fresco. 

S. Lorenzo. — Pittura (restaurata però, e molto) del principio del quat- 
trocento al monumento dei Robbiano. Mosaici guasti nella cappella di 
S. Aquilino (V secolo) dei quali esiste una copia precisa acquarellata dal pit- 
tore Quinto Cenni nel Museo di Kensington. 

S. Marco. — Un Tintoretto sorprendente per arditezza e originalità di 
< omposizione ed efficacia espressiva; una delle opere più caratteristiche di 
-lo grande artista, e pochissimo conosciuta. Cappella della Pietà, tipo 
scelto di decorazione barocca: un'Assunto, di Palma il giovane. 

S. Maria alla Porta. — Una pittura del quattrocento nella cappella attigua. 

S. Maria del Cadmine. — Prima cappella: un Presepio, pittura del prin- 
cipio del cinquecento. Terza cappella: pittura della fine del quattrocento; 
u 'altra pittura di faccia a questa, un po' posteriore. 

S. Maria delle Grazie. — Quinta cappella: affreschi di Gaudenzio Ferrari. 
SI illi «lei ccio. Piccolo chiostro e sacristia: pitture del Bramantino, e d'altri 
i scuola milanese antica. Il Refettorio colla celebre Cena di Leonardo e 
I Crocifissione del Montorfano. In generale si può dire che tutto va osser- 
vato in questa chiesa. 

S. Maria di Nazaret. — Un affresco di L. Sabatrlli. 

5. Maria della Passione. -Nel coro: Bernardino Luini. Cappella della 
i stata 'li croce a sinistra: Cena di Gaudenzio Ferrari, un capolavoro. Sacri- 
li pitture squisite del Bergognone. 

S. Maria presso S. Satiro. — Pitture del Bramantino nella cupola (ma 
ristaurata dal Comerio). Pitture nelle nicchie a sinistra, del Bergognone. 

S. MARIA PoDOUE. — Una pittura d'antica scuola milanese, importante, 

■ i ondo altare i sinistra. 

%. fu rao in Gessate. — Una visita a questa chiesa è indispensabile per la 

' " della pittura milanese dal XV al XVI secolo. Tutte le cappelle 

Ira tono coperte di squisite pitture di quell'epoca, di Bernardo Ze-* 

• li Buttinone,, Montorfano e Civerchio ; ve ne sono pure di Luigi e Cesare 

Ls vòlta di un michelangiolesco del nostro secolo, Ago- 

( rio; I ini Ira MI martirio ili S. Sebastiano, bramantesco. 

I n sfrasco di Carlo Bellosio (1K:W) per chi studia l'arte 

lo I ni tavoli «li Gian Petrino in sacristia. 



LA PITTURA NEI MONUMENTI 297 

S. Stefano in Brolio. — Un quadro grande, importantissimo, di Michele 
li' Fazii da Verona (loOl) sopra la porta maggiore, nell'interno; in sa- 
crestia: un quadro di buona scuola milanese, di Francesco Casella. 

S. Simpliciano. — Stupende pitture di Ambrogio da Fossano sulla Conca 
dell'abside, e un quadro del Padovanino. 

s. Nazaro Maggiore. — Cappella di S. Caterina: capolavoro del Lanini 
Bernardino). Una pittura e una piccola vetrata tedesca (del XVI scoi,)) 
nella prima cappella a destra, importanti. Settima cappella ; tavola di scuola 
leonardesca. 

Avanzi di pitture del Luino e della sua scuola esistono nel cortile della 
Issa Taverna in via Bigli -, una bella pittura si vede in quello di Casa 
picchi; la casa Borromeo conserva pure bellissime pitture antiche; nel 
fastello di Milano, sotto l'intonaco delle stalle e delle sale di sopra, vivono, 
■spettando una risurrezione, dei capolavori d'arte antica. Nella casa Ar- 
chimi in via Olmetto vi è una bella pittura del Tiepolo. Nel palazzo Cle- 
rici esiste uno dei capolavori a fresco dello stesso autore, un soffitto. Nella 
■sa Della Tela, ora Cigala (corso Magenta), si conserva un'interessante col- 
lezione dei ritratti della casa Sforzesca. In casa Panigaroli (via Lanzone) 
una delle poche pitture certe del Bramante; il palazzo Serbelloni ha delle 
pitture del Traballesi, e quello del Belgiojoso degli affreschi dello Knoller, 
ioti i-issanti per la storia del periodo classico accademico. La villa reale 
ha uno dei migliori dipinti dell'Appiani. Nel palazzo di corte stanno i 
capolavori di questo grande artista milanese, il Canova della pittura. L'epica 
serie delle battaglie napoleoniche in tìnto bassorilievo sono forse, dal lato 
della composizione, quanto di più beilo ha prodotto l'Appiani. Quasi ogni 
casa antica patrizia conserva, o palese o nascosto, qualche tesoro d'arte,, 
ma quanto ho accennato e prima e qui nell'appendice, e quanto e esposto 
nei Musei basta a formare un criterio dell' arto milanese, senza che io in- 
asta nella redazione di questo tentativo di catalogo ristretto. 

L. C. 



MUSEI 



Chi volesse accingersi ad una ricerca critica sui nostri Musei 
pubblici e privati, spingendo lo sguardo fino ai primi anni del 
secolo presente, non potrebbe a meno di notare, in tre periodi 
di carattere spiccato, tre tendenze artistiche spiccatissime a go- 
vernare potentemente il gusto dei raccoglitori e l'intelligenza 
degli studiosi. La brevità e l'indole affatto pratica, che debbono 
avere questi nostri cenni sommari, ci dispensano dal frugare con 
- tttile indagine nei molti documenti della vita pubblica e privata 
per trovare con mille affermazioni le cause di questo fatto: le 
quali d'altronde, in succinto, sgorgano evidenti dalle condi- 
zioni politiche, artistiche,, letterarie del nostro paese e dai 
adi influssi che ricevette di Francia. 

Abbiamo un primo periodo glorioso e solenne, di accademica 
magniloquenza artistica e di gigantesche imprese guerriere,, 
un periodo durante il quale, auspico l'olimpica grandezza di Na- 
poleone Ottimo Massimo, nelle aule neo-greche e neo-romane 
ere Lanumismatica e l'epigrafia, le collezioni di quadri j 
<• quelle di cimeli marmorei. Il raggio illuminatore del passato 
è il desiderio affettuoso per la classica antichità, e se una parola 
-ullo labbra <loi dotti suona (piasi con isprezzo istintivo è il 
imo di tempi bassi dato a quel periodò, che giaceva tm 
curo per l'arte-,dal secolo VI alla prima metà del se- 
colo XV. Eugenio Napoleone, Melzi, i due Albertolli, Amati, i due 
Appiani, \ pari, Benaglia, i due Bossi, Cagnola, Canonica, Casti- 
Cattam Fumagalli, Landriani, Levati, Longhi, Magi- 



musei 299 

stretti, Manfredini, Mazzola, Muglia, Moscati, Paoetti, Rossi, 
Babatelli, Stratico, Traballesi, Zanoia : ecco gli accademici di 
Milano. Benvenuti, Berwick, Gamoecini, Canova, David, Fontaine, 

Guarendo, Laudi, Morghen, Thorwaldsen, Ennio Quirino Visconti: 
ecco i soci onorali. 

Troviamo un secondo periodo di romantica febbricita artistica 
e di congiure politiche, un periodo durante il quale, auspici le 
muse tragiche di Byron, di Manzoni, di Hugo, sotto le arcate 
neo-gotiche si assiepano Tarmi medioevali, quasi future vendica- 
trici dei diritti degli oppressi : il raggio classico, impallidito sulle 
mine delle libertà italiane, appare come bugiardo e senza spe- 
ranze d'iridi tricolori: i 'guizzi sanguigni della luce romantica 
lumeggiano qua e là le scene di quei secoli bassi, in cui gli 
uomini avevano in cuore un Dio rozzo e una patria dilaniata. 
Non apriamo più gli atti della Accademia di Belle Arti per cer- 
care le onorificenze ufficiali, ma ognuno di noi, interrogando le 
memorie cittadine e famigliari, si sente superbamente commosso ai 
nomi di quell'Hayez, di quel Palagi, di quel Sabatelli, di quel Diotti, 
di quel D'Azeglio, che provavano all'Europa come Italia avesse 
una storia, di quel Sanquirico e di quel Migliara, che nelle ar- 
chitetture fantastiche profondevano la croce rossa della nostra Mi- 
lano repubblicana; e chi fruga nei libri, volgendo l'anima all'a- 
more dei monumenti, sa come emerga studiosa e provvida la 
figura del nostro Durelli. 

Dopo il risorgimento nazionale incomincia il terzo periodo, che 
conviene chiamare eclettico, e che, allargando immensamente il 
campo alle ricerche, doveva essere il più proficuo agli studi 
storici ed artistici, se la più volubile delle dee terrene, la moda, 
non fosse venuta ella stessa con leggiadria a togliere le ragna- 
tele e la polvere agli oggetti antichi, per lasciarli troppe volte 
ghermire dagli unghioni degli speculatori, che non hanno patria. 
Per l'indirizzo preso dalle arti, dalle lettere, dalle discipline 
storiche, in Francia, in Germania, in Inghilterra, per un vero e 
paziente amore in alcuni nostri raccoglitori e per una elegante ma- 
nia d'imitazione in altri, per le ardue e solitarie fatiche di qualche 
studioso e per la gola ignobile di molti mercanti, per tante ra- 
gioni si venne a questo terzo periodo. Le memorie classiche e 
quelle romantiche si collegarono, mantenendo pero ufficialmente 



: ìc)0 musei 

le prime la loro aristocrazia, le seconde poeticamente la loro 
maggiore popolarità. I dotti, colla mente incatenata a quel primo 
periodo e col cuore affezionato a quel secondo, ammisero, forse di 
malavoglia, come complemento, la nuova tendenza eclettica, la 
quale dagli studi dei pittori e dalle collezioni di qualche storico, 
perchè facile ad esser segnata di conio francese ed a mostrar ti- 
toli di eleganza distinta, scese negli appartamenti signorili; in- 
cominciò dall'anticamera, portandovi i mobilotti di noce per far 
bestemmiare i servi, e finì nel boudoir della signora, invitan- 
dovi a sorridere d' invidia le amiche dinnanzi alle statuine di 
Sassonia. 

Così si formarono i Musei pubblici e»le collezioni private : così 
ai nostri giorni si addobbano gli appartamenti. 

Nod è senza una ragione se al principio di queste ciarle, ac- 
re Minando alle tre tendenze or ora delineate, a subirne gli effetti 
prima scrivemmo il gusto dei raccoglitori e poi V intelligenza 
degli studiosi. Con ciò era nostra intenzione il far conoscere 
dissimo che avemmo la suppellettile archeologica a precedere 
Ja scientifica; e se lungo e l'elenco dei nostri oggetti cospicui, 
ben poco popolare è la loro fama, e rara, e forse anche troppe volte 
invano desiderata, la loro illustrazione. 

Chi, per amore, dell'arte, sollecito a cercare vicino al Museo 
li biblioteca e per la raccolta privata almeno il catalogo, nel* 
L'esaminare il periodo classico, il romantico, l'eclettico, si sen- 
costretto ad indagare il perchè gli studi archeologici da 
noi non abbiano trovato che tardi le aure vitali di un ambiente 
fecondatore, ci inviterebbe ad una esposizione di fatti, la quale 
metterebbe capo a questa verità, che cioè noi Italiani, avvezzi 
alla calda ammirazione nel campo dell'arte, perchè tanto favo- 
liti da 6888 e unto avidi del bello, non abbiamo, se non dopo 
l'altre nazioni colte, incominciato ad aver famigliare la critica 
e l'amor,- paziente dell'indagine. Due doti delle anime fredde, 

". Jna ormai tanto divenuto necessarie, (lacche le scienze 

moderne hanno oltremodo allargalo il loro àmbito, e l' antiquaria 

8 le arti dalla silice scheggiata a foggia d'una feroce ac- 

'■■• che in nelle branche d'un uomo belva, allo smalto levi- 

• ch« odorò di cipria di gigli fiorentini nelle mani di 

■il" icarpette acute, col caraco à V innocencc ré' 



musei 301 

cornine, colla pettinatura à la catogan. E il campo s'allarga 
ancora: e già la pittura nelle sue predilezioni s'è spinta innanzi, 
facendoci accettare graziosamente, collo stile freddo, neo-clas- 
sico, pretensioso, dell'era napoleonica, i cappelloni de Sparterie, 
gli scialli de Vigogne, i jupons gamis cVunefJJIé delle nostre 
bisnonne. 

I nostri avi posero un grandissimo amore nelle discipline sto- 
riche: i nomi degli illustri, che diedero tanta luce alle rovine 
del mondo romano e del barbaro, pare sdegnino un encomio 
così meschino, come il nostro. Nel lavoro immenso della loro 
critica e nel campo immenso delle loro ricerche, non potevano 
fermarsi a dissotterrare tutte le reliquie: cercavano la civiltà nelle 
grandi linee storiche dei periodi, non s'indugiavano ai particolari : 
vivificavano l'anima, non raccoglievano gli ossami. Era natura- 
lissimo: e furono grandi per questo. 

I nostri padri hanno dato opera ad aggiungere tesori ai tesori 
de' nostri Musei ed entusiasti hanno ammirata e tenuta cara la 
tradizione del nostro primato artistico : s' accinsero a formare 
una scuola archeologica e studiarono, ma il campo ben sovente 
fa mal misurato, gli studi non sempre nutriti alle fonti schiette, 
le ricerche deviate dal manierismo poetico della nuova scuola 
romantica. 

A poca distanza di tempo da noi, noi nipoti di quegli inge- 
gni così classici e* figli di quei babbi così convenzionali, noi 
vedemmo gli stranieri, a torme sulla nostra terra, fremere ai 
santi commovimenti dell'arte, avvolgersi nelle austere medita- 
zioni dell'antico, pubblicare i loro studi eruditi sulle cose nostre. 
I Tedeschi predilessero la mesta archeologia etrusca e la togata 
dell'alma Roma: gl'Inglesi sembra con fede purissima s'ispiras- 
sero alle nostre memorie claustrali: i Francesi adoperarono le 
loro penne più vivaci e i loro bulini più arguti a far conoscere i 
tesori severi del nostro medioevo guerresco e la liberale fiori- 
tura della rinascenza pagana. 

Neil' Europa colta vi fu un grandissimo risveglio, che venne 
perfino parodiato dalla moda: si cercò l'antico, si volle l'antico, 
si credette che anche col solo denaro si potesse onorare l' antico. 
E noi vedemmo in Italia una fase di sfrenato lavoro commer- 
ciale, noi udimmo discorsi di appassionati incettatori, noi aspet- 



302 MUSEI 

t amino con ansia il sorgere desiderato di un nuovissimo periodo 
di studi artistici e storici. In pochi anni spuntarono orgoglio- 
samente raccoglitori audaci, si formarono collezioni cospicue, sa- 
lirono ad onore eccelso la ceramica, le armi, le stoffe, fu gustato 
il già detestatissimo barocco, si capì lo spirito procace del set- 
tecento nelle ubbriachezze incomposte del Canuc e del Babel, 
e nelle imposture attillate del Blondel e del Mansart V ainé, si 
intese con nuova pompa il classico a bianco ed oro dell' Alber- 
elli e del Vacani, e qualcuno persino s'arrischiò a dire già 
interessante il gotico di mogano del nostro romanticismo. 

Lo ripetiamo ancora: aspettammo con ansia il sorgere in Italia 
di un nuovissimo periodo di studi artistici e storici. Ma è do- 
loroso il confessare che, in mezzo a tante ciarle di mercanti, fra 
tante vacuità di fallaci giudizi nel buon pubblico, degli eruditi 
nessun ingegno coraggiosissimo e vasto si alzò a sventolare su 
tutte le mine del nostro passato la bandiera nazionale, accin- 
gendosi ad uno di quei lavori immensi, che, poggiati su tutte le 
arti, confederati ad una erudizione schietta, aiutati da tutti i vo- 
lenterosi, fatti insigni dal gusto strapotente degli artisti, sanno 
e debbono, per così dire, infondere l'anima ai tesori di tutti i 
n >stri Musei. I libri, che teniamo sott'occhio, sono ancora quelli 
dei nostri padri: li rispettiamo e sta bene, ma quasi non ci sen- 
i > l'obbligo di diro la verità. I nostri vangeli sono le opere de- 
gli stranieri: molti di essi sono veri eruditi," è giustiziali pro- 
aarlo, ma tante volte distrattamente noi leggiamo questi van- 
■- li e giuriamo sopr'essi, né ci accorgiamo di tante ommissioni, 
'li tanti falsi giudizi, di tanta speciosa scienza superficiale. Nò 
ci sentiamo il coraggio di sorgere e di fare. 

E perchè? — C'è un pregiudizio in Italia, dobbiamo confes-H 
| apertamente. L'ambito ufficiale dei nostri studi archeolo- 
gi empre le circoscrizioni di una certa aristocrazia di 
apra. C'è un falso amor proprio noi dotti, che li tenne da 
11,1 pezzo irrigiditi nelle pieghe romane panneggiate da inani 
tedeache,e che diede e darà una sfiducia a tutti i tentativi de- 
'. ''li" trovano un campo castissimo, già lumeggiato 
i tedai pittori, fuori dai programmi sacramentali bollati 
' ministri e Inchiodati nelle sacre aule della scienza accade* 
' " r apatia da vincere negli autori e nei lettori. Nella 



musei 303 

storia dello arti e delle industrie vi sono delle ricerche a 
tarsi, che troppi eruditi nostri credono inferiori al loro in- 
gegno e alla loro fama: ne' Musei e nelle collezioni si trovano 
degli oggetti, che quasi si lasciano ancora dispettosamente ai 
ferrivecchi, perchè la ruggine loro non è greca, nò romana, ne 
medioevale, degli oggetti che, studiati, e intendiamo studiali 
accuratamente, ci darebbero dei capitoli completi per la storia 
delle nostre arti e delle nostre industrie. E qui, per portare un 
esempio, vogliamo in ispecial modo accennare ad una grandis- 
sima gloria milanese. D'essa per noi non vive una storia: sfolgo- 
reggia solo una tradizione. Abbiamo noi un trattato sulle armi 
offensive e difensive? uno peculiare sulle armi da fuoco? una 
raccolta dei punzoni dei nostri armaiuoli? una storia delle no- 
stre floridissime officine milanesi? per lo meno un catalogo 
copioso narrati vo-artistico dei nostri Musei pubblici e delle col- 
lezioni private? 

Le domande sono troppe. Una sola la considerazione : una sola 
la risposta. Un libro pratico, dotto, con esatte riproduzioni di 
oggetti dal vero, sarebbe utilissimo per le nostre arti, necessario 
per la nostra storia. Lo sappiamo tutti. Ed è perciò che abbiamo 
bisogno di studiare, di studiare indefessi, di accumulare materiali 
nostri, coi nostri sudori e colle nostre forze, di collegarci tutti 
in un affetto e in un'opera sola, artisti, eruditi, raccoglitori, e 
lavorare, e perseverare e confidare, per potere un dì avere quel- 
l'opera, che racchiuderci intera la storia della nostra civiltà in tutte 
le sue manifestazioni. 

E, concludendo con questo voto, siamo felicissimi di constatare 
che un centro animatore s'è già formato ad accogliere i volon- 
terosi e a coordinare gli sforzi dei combattenti: il focolare di 
una attività proficua, illuminata, già ricca di copiosissimi frutti. 
Anche i lettori non milanesi comprenderanno benissimo che vo- 
gliamo parlare della Società Storica Lombarda. 

Ed è colla immensa fiducia in questa patriottica istituzione, 

la quale ci prepara un avvenire fecondo di studi, è per la stima 

adissima che abbiamo in tanti validi nostri colleglli, che pren- 

demmo animo adir la verità, schiettamente la verità, a riguardo 

'l'I nostro passato. 

Il voto che esprimemmo, ènei cuore di chiunque ami davvero 
la gloria della patria. 



304 MUSEI 



Noi crediamo che, al momento di ripigliare la penna, la os- 
servazione che ci facciamo prudentemente da noi, debba essere 
appunto quella che argutamente ci rivolgerà il lettore: il nostro 
lavoro affatto pratico, non analitico ma sintetico, indice, vor- 
remmo dire, d'altri lavori coscienziosissimi, pieni di indagini e 
di erudizione, per l'indole sua e per le esigenze del volume pre- 
sente, ci dispensi dal ricercare minutamente le origini e le vicende 
storiche dei nostri Musei milanesi: tanto più che la fortuna volle 
che per le più importanti istituzioni un nome solo di personaggio 
egregio valesse a ricordarne l'idea animatrice, l'inizio, il pro- 
gresso. E a voler così rapidamente, in prova di ciò, gittare uno 
sguardo sulla nostra storia cittadina, troviamo per primo nel 
secolo XVII a fondatore di un celeberrimo Museo, che comple- 
tava una non meno celebre biblioteca e delle scuole poderose di 
architettura, di pittura, di scultura (vogliamo dire 1' accademia 
Ambrosiana), troviamo l'illustre nostro arcivescovo Federico Bor- 
romeo : e nell'istesso secolo XVII, quando il gusto sbizzarriva nei 
paradossi delle muse proterve, nelle linee peccaminose delle seste, 
nelle tronfiezze del pennello, a quel dotto indagatore delle per- 
fezioni antiche s'aggiunge un altro benemerito prelato, il cardi- 
nale Cesare Monti, il creatore della Galleria arcivescovile. Al | 
radere del secolo scorso e al principio del nostro giganteggia, 
quasi a rappresentare l'anima Napoleonica nel periodo del secondo 
risorgimento artistico, la figura sapiente, giovanile, energica, del 
pittore Bossi. E pei nostri giorni valga il nome chiarissimo del 
nostro patrizio Poldi-Pezzolì, e quelli benemeriti del Marchesi, 
del Fogliari, del Guasconi, del Bolognini, del Sorniani, del Ta- 
verna, del De-Cristoforis, affratellati tutti nell'idea generosa del - 
l'amore al pubblico decoro. 

Chi p"n<i alle eorti degli Sforza, onorate da uomini insigni 
e iplendide di lusso venusto, ricordando con superbia italiana 

Ile dei Papi, dei Medici, dei Gonzaga, dei Farnesi, degli Estensi 
•• d altri dominatori, che ci strapparono l'armi e ci diedero in brac- 

;i tutte le muse più belle, domanderà come mai anche da noi 
non ino dal secolo XV formati dei Musei splendidissimi? 



musei 305 

al sorridere pagano della rinascenza. Ma chi, anche senza una 
profonda coltura nei nostri studi storici, ricordi le sventure della 
famiglia ducale Sforzesca, le oltracotanze straniere dappoi, e quindi 
la immutata e sonnolenta albagia spaglinola, chi ricordi la nostra 
Milano turbatissima ne' suoi cittadini, occupata dalle soldatesche 
rapaci, non più sede di una corte sovrana, ma ridotta a pro- 
vincia spagnuola, sotto gli unghioni dei governatori usurieri, si 
farà chiaro il perchè le arti si stessero rifugiate nelle chiese, 
protette dai nostri arcivescovi, e nei palazzi, sotto gli stemmi dei 
Settala, degli Aresi, degli Archinti, dei Borromei,dei D'Adda, ecc. 
Ed a questo punto, finalmente, dichiarando che ci siamo stizziti 
tanto, affaticandoci ad eliminare le troppe cose accumulate man 
mano in un lavoro preparatorio, e confessando che la nostra fan- 
tasia ben poco ci ebbe a fare nelle visite ai Musei, crediamo di 
incominciare la parte veramente pratica del lavoro. E per questa, 
in causa della pochezza del tempo, che abbiamo consacrato a 
questi studi gentili e severi sull'arte, distraendoci dalle no- 
stre ricerche quotidiane sulle armi rugginose, e quel eh' è più, 
per merito massimo degli illustri che ci hanno preceduto in 
siffatte illustrazioni, nulla avventiamo nella critica di nuovo, o 
di tutto nostro. Il che sarebbe davvero ridevole. I frutti del 
II Congresso Artistico Italiano (1872) e del II Congresso Storico 
Italiano (1880) sono di tale importanza pei nostri istituti milanesi, 
che noi sentiamo un rimorso nel doverli ridurre da una rac- 
colta così ampia e profìcua ad una esposizione così gretta e 
così fuggitiva. 

Biblioteca Ambrosiana. — La fondazione e il progresso di 
questo istituto di fama tanto insigne entrano ad argomenti prin- 
cipalissimi nella materia storica di chi in questo volume fu scelto 
a trattare in modo speciale le biblioteche. Qui valga, a tesi i- 
monianza di gratitudine senza fine, il nome di Federico Borromeo 
e valga il dire in breve che la suppellettile artistica, la quale venne 
sposata alla suppellettile libraria,aggiunsetale lustro alla istituzione 
sì che è difficile l'affermare se maggiormente essa vada celebrata 
dai dotti ricercatori di documenti storici o dagli artisti entu- 
siasti delle dolcezze Vinciane e dell'armonia Raffaellesca. Comun- 
que, essa è una collezione di tesori: e quel forte intelletto che 

Mi LA .10. - Voi. I. 20 






306 MUSEI 

la creava con ardimento e con dottrina superiori affatto a' suoi 
tèmpi poltroneschi e santocchi, piuttosto che col proprio nome 
battezzandola con quello di un insigne suo antecessore, la inau- 
gurava sotto gli auspici di una memoria santissima ed energi- 
camente civile. Così l'umiltà di Federico pronosticava la gloria 
europea dalla sua istituzione. 

Già nel cortile di questo palazzo ci accorgiamo di essere in 
un piccolo anti-museo di pittura e di scultura: qui vari frammenti 
romani, longobardi, medioevali, dalle demolizioni e dagli scavi 
cittadini, qui la lapide funebre del conte di Carmagnola e il ri- 
tratto a fresco del nostro arcivescovo Ariberto di Intimiano. 

Entrati nelle sale, ci affrettiamo a quelle ove si accolgono le 
collezioni artistiche, dolenti di accennare solo fuggitivamente, 
per ciò che tocca la parte figurativa, i centoventisei manoscritti 
miniati dal secolo IV al XIV, tra cui il poema di Virgilio, già 
appartenuto al Petrarca, e le Deche di Tito Livio, forse l'esem- 
plare studiato dal Boccaccio ; per la immensa importanza citando 
il codice detto Atlantico, composto di disegni e di scritti di Leo- 
nardo; e per la celebrità attribuita loro dall'eccentrico amore di 
lord Byron, i capelli di Lucrezia Borgia e la sua corrispondenza 
col Bembo. . 7 

N< 11 'inip Invio coperto stanno quattro bassorilievi di Thorwald- 
aen, il busto di Byron del medesimo,. e diciassette frammenti, pila-- 
stretti, sti ai u ine, cartelle, appartenenti a quell' insigne monumento 
'li Gastone di FtiiS, opera del Bambaia, che incontreremo piy 
tardi al Museo Patrio braidense. 

trettici alla parte archeologica, abbiamo fiducia che altri 
nell'esame delle nostre scuole artistiche abbia motivo di citare 
1 ricordi marmorei posti nell'Ambrosiana ad onoro del Romagnosi, 
del Bossi, del Pecis, dell'Orianj, del conte Renato Borromeo, a 
documenti dell'indirizzo dato alla scoitura dal Sangiorgio, dal 
a. dal Marchesi, «lai Cacciatori, dal Vela. 

\. l gabinetto dei br.on$i figurano le opere di alcuni gii.latorj 
i del nostro jecolo, Matìfredini, Strazza, Thomas, e pendoni 
quadri «li artisti italiani, olandesi, fiamminghi, tedeschi, il Bm 
Daniele Crespi, il Dolci, Luca d'Olanda, il M^engs. 

Nella tata l e // hai sci.- le raccolte delle incisioni da] 

\\ .il ecolo Wll. 



musei 207 

Nella galleria alcuni specchi e strumenti nautici, scientifici 

astronomici, parecchi idoli, le due fontane in bronzo, alcune an- 
ticaglie peruviane e messicane, i lavori d'oreficeria, i giuochi «li 
pazienza, un frammento d'armatura equestre, i pugnali che la 

radizione dice quelli tristamente celebri nell' assassinio di Ga- 
leazzo Maria Sforza, il berretto di Pio V, quello di Pio VI le 
scarpe di Federico Borromeo, ecc. 

In questa galleria e nelle sale successive le opere artistiche 
si annunciano da sé con tale valore, sì che ogni elogio ci pare 
superfluo:- La Madonna col putto e gli angeli: tavola del Bot- 
ticelh. - La Madonna col. putto gli angeli e i santi: tavola 
del Bergognone. - La Madonna col putto, gli angeli e i santi: 
tavola del Bramantino. - San Pietro martire: tela del Moretto. 

— La Vergine annunziata: tavola di Girolamo Mazzola — I 
disegni di Leonardo, del Luino, del Bramantino. di Gaudenzio 
Ferrari, di Marco d'Oggiono, ecc. - Il Ritratto di Bianca Maria 
Sforza figlia di Galeazzo Maria: tavola di Leonardo. — Il Ri- 
tratto d'ignoto: tavola di Leonardo. - I tre ritratti: due al 
lapis, uno su tavola, attribuiti al Boltraffio. - La Madonna col 
putto: tavola di Marco d'Oggiono. - Il San Gerolamo : tavola 
del Solari. — La Sacra famiglia con frati e devoti: tavola del 
Bramantino. — Il San Giovanni Battista: tavola del Salaino. 

— Il Salvatore: tavola del Lumi. — La Madonna coi santi: 
tela di Daniele Crespi. — I Magi all'adorazione del bambino: 
tela di Tiziano. E per questa usciamo dalla asciuttezza delle in- 
dicazioni sommarie per aggiungere una nota del chiarissimo si- 
gnore don Antonio Ceruti, dottore della Ambrosiana: « Tela com- 
messa dal cardinale Ippolito d'Este, che destinavala a Francesco I, 
che poi non l'ebbe, e passata, alla morte dell'Estense, a S. Carlo, 
fu comperata da Federico ». — La Sacra famiglia: tela del Bas- 
tano. — Il Ritratto d'ignoto: tavola attribuita all'Holbein. 

^Ed eccoci al celebre cartone di Raffaello, lo studio della Scuola 
È Atene per la pittura nel Vaticano: ecco Platone e Aristo- 
tile, Socrate, Pitagora, Empedocle, Epicarmo, Anassagora, Era- 
clito, Diogene, Archimede, Euclide e Zoroastro, e fra quel consesso 
Francesco della Rovere e Federico II duca di Mantova. 
^ Finiremo citando le tavolette di Giovanni Breughel, pel quale 

arcivescovo Federico aveva una predilezione speciale, come ri- 



308 MUSEI 

salta dalle lettere sue, pubblicate da Giovanni Crivelli dottore 
dell'Ambrosiana: e deploriamo che dei quattro elementi, due soli 
ci rimangano, essendo gli altri, dopo le ruberie del 179G, rimasti 
a formare un vanto preziosissimo delle gallerie parigine. 

Galleria Arcivescovile. — Il cardinale Cesare Monti, che 
per ventotto anni aveva retto la chiesa milanese, morendo alla 
metà del secolo XVII, legava a' suoi successori arcivescovi prò 
tempore , quella cospicua galleria di quadri, precisamente ai dì 
nostri, per diritto di patronato e di devoluzione, distinta sotto il 
nome di Galleria Monti Stampa- Soncino. 

Il degno prelato vi aveva speso quarantottomila lire: per 
allogarla otturava le arcate superiori a mezzodì del palazzo ar- 
civescovile: e al suo atto di donazione univa un catalogo, che 
taceva sommare a duecentodue il numero dei dipinti. 

Nel 1811, per ordine del viceré d'Italia, ventidue fra le mi- 
gliori opere, scelte da Appiani e da Zanoia, trasmigravano alla 
Pinacoteca di Brera, e dovevano « colà custodirsi in via di de- 
posito », colla condizione che non si poteva permetterne « nò 
la vendita o la permuta, ne il trasporto altrove, e meno in tut- 
t' altra città di questo regno, intendendosi in ogni caso sempre 
riserbata la proprietà dei quadri a favore della mensa Arcive- 
scoi ile, non ostante l'uso a cui vennero destinati dal R. Governo, 
e ciò a termine della donazione Monti ». 

È difficile il credere a tutti i grandi nomi che si trovano 
nell'atto notarile del 1810: peritosissimi a ravvisare attraverso 
le male pulitore <> i ristami inverecondi le mani sapienti di Leo- 
nardo, del Salaino, di Cesare da Sosio, dei Lùinò, del Tiziano, 
di Michelangiolo, del Quercino, ci limiteremo ad accennare come 
pitture ilr^nc di osservazione: 

La Vergine col putto: tavola de] Bramantino. — Le Sanm 
Chiara e Caterina: tavole ili Marco d'Oggiono. — La Vergine i 
col putto, fra sunti <• devotiì tavola di Paris Bordone. — USan 

i'i" : tela ili Guido Reni. E brevemente, le opere dei Crespi» j 
dei Procaccini e del Morazzone. 

l'i' di Brera. — Il visitatore, che entra nel palazzi 

'■''• non può a meno di ricordare quei laboriosi Umiliati 



MUSEI 309 

che vi Tenevano le loro case e i loro opifici, e quei Gesuiti, che 
vi avevano spiegato il Tasto bigotto della architettura Richiniana 
e delle scolasticherie secentiste. V'entra rispettoso, come nel tempio 
delle scienze, delle lettere, delle arti. E nella sua mente, da quelle 
ombre medioevali piene d'Iddio e da quelle dotte mezz'ombre 
annebbiate di teologia polverosa, viene a quel periodo di nuovi 
albori filosofici, in cui le riforme di Maria Teresa e di Giuseppe II 
preludevano all'èra nuovissima, che doveva inaugurarsi sotto il 
fulgore militare e civile del primo Napoleone. 

Degli istituti esistenti nel palazzo di Brera noi non ci occu- 
peremo che della Pinacoteca e del Museo Archeologico. 

Ripetiamo qui il nome del. Bossi colla massima gratitudine 
e con figliale ammirazione. Dopo gli errori dei commissari go- 
vernanti austriaci, i quali, se non sperperarono, certo non cu- 
stodirono con amore gli avanzi artistici, che fluttuavano dal 
gran mare delle soppresse corporazioni monastiche al campo pub- 
blico del commercio, dopo la turbinosa gloria repubblicana e gli 
spettacoli neo-romani, che pagammo col tributo enorme di alcuni 
nostri capolavori, incominciò (1801) l'opera sagace, persistente, 
illuminata, di questo pittore, che dettava lo statuto, anche oggidì 
vigente, dell'Accademia, e poneva le prime e solidissime basi della 
nostra Pinacoteca. Sistemata nelle sale, arricchita di opere per 
la solerzia del successore del Bossi, l'Appiani, inaugurata nel 1809, 
favorita da cospicui doni dalla corona, e nelle nuove soppressioni 
religiose, fortunatissima negli acquisti di Pavia, di Bologna, di 
Cremona, ecc., questa nobile istituzione aveva già in sé gli ele- 
menti di una splendida consistenza per essere un vanto nazio- 
nale. Non seguiremo gli eventi dopo il regime Napoleonico, ne 
ci faremo a studiare il crescere e il decrescere delle opere d'arte, 
ma ci affretteremo a quella parte pratica, a cui ci incalza la 
brevità del tempo e lo scopo del libro. E giacché l'attuale ordi- 
namento, dovuto all'opera e alla scienza del prof. • F. De-Mau- 
rizio, ci permette una divisione per iscuole, scriveremo qui un 
indice , e speriamo dei più succinti. 

Nella galleria-vestibolo si trovano le pitture murali della scuola 
milanese. Vi abbiamo l'opere del Luino, del Bramantino, di Marc, 
d'Oggiono, del Lanini, di Gaudenzio Ferrari, del Bergognon<\ 
del Foppa. 



310 MUSEI 

Nella galleria, dal nome di un benemerito nostro concitta- 
dino, chiamata la galleria Oggioni, si ammira la grande pala 
d'altare di Vittore Crivelli, e meritano l'attenzione del visita- 
tore alcuni dipinti del Luini, del Guardi, dei fiamminghi. 

Nella sala I continua la scuola milanese del periodo caratte- 
ristico, e del periodo eclettico. Vi figurano i nomi del Borgognone, 
dello Zenale, del Luino, del Liberale, di Nicola Appiano, di Marco 
d'Oggiono, del Salaino, di Cesare da Sesto, di Gian Petrino, del 
Solari, di Gaudenzio Ferrari, del Foppa, del Lanini, del Figino, 
di Camillo Procaccino, di Daniele Crespi, del Cerano, del Bustino, 
del Tanzo, di Giulio Cesare Procaccini, del Nuvoloni, del Del 
Cairo, del Morazzone, del Crivellone, del Legnani, del Ligari, 
del Ceruti, dell'Abbiati, del Porta, del Lomazzo, ecc. 

Nella sala II si trovano le pitture di vari antichi maestri 
italiani, i gruppi della scuola umbra e veneta. Vi abbiamo le opere 
di Gentile da Fabriano, di Nicolò da Foligno, di Antonio e Gio- 
vanni da Murano, di Carlo Crivelli, di Jacobello Fiore, del 
Montagna, di Gentile Bellini, di Vittore Crivelli, del Palma se- 
niore, di Giovanni Martini da Udine, del Francia, di Nicolò Ron- 
dinelli, del Palmezzano, del Garofolo, del frate Carnevale, di 
Giovanni Sanzio, del Mantegna, del Cima da Conegliano, degli 
Zaganell, di Timoteo Viti, ecc. 

Nelle sale III e IV, Ve VI, le pitture della scuola veneta. Vi 
figurano le opere del Moretto, di Calisto da Lodi, di Paolo Vero- 
<lel Bonifacio, del Cariani, del Tinelli, di Paris Bordone, 
de] Moroni, del Tintoretto, del Palma juniore, dei Bassano, del 
Romanino, del Contarmi, del Savoldo, del Catena, del Brusasorci, 
del Lotto, del Tiziano, del Montagna, del Carpaccio, del Man- 
sueti, del Liberale da Verona, di Carlo Crivelli, del Verla, di 
Gian Bellino, de] ('ima da Conegliano, dello Stefano da Zevio, 
de] Basaiti, ecc. 

Nella sala VII ha 3ede il Raffaello. Vi- figurano anche le opere 
'i". de] Mantegna, de] Signorelli, di Leonardo, ecc. 

Nella Sala \'lll stanno pochi saggi «li scuola bolognese e fer- 
vi abbiamo Le opere de] Eleni, dell'Albani, di Lavinia 
ia, del Garofolo, de] Quercino, di Dosso Dossi, de] Francia, 
'i' Annibale I bracci, dello Schedoni, ecc. 

Nella ìdla / v, pochi italiani, alcuni fiamminghi ed olandesi, 



muski .111 

autori di paesaggi, marine, fiori, animali, eoe. Vi abbiamo dei 
quadretti dell'Hobbema, del Canaletto, de] Lissandrino, di Paolo 
fcril, di Giovanni Breughel, del Fyt, del Ruysdael, del Van 
Mieris, dello Sneyders, del Tempesta, ecc. 

Nella sala X stanno quadri di scuola fiamminga, olandese, 
tedesca, e napoletana, romana, genovese, cremonese. Vi abbiamo 
1«' opere di Velasquez, di Salvator Rosa, di Luca Giordano, del 
imene, dei Campi, del Poussin, del Batoni, del Barocci, del 
Subleyras, del Sassoferrato, dello Zuccheri, del Grechetto, del 
Boccaccino, del Caravaggio, del Mengs, dello Knoller, del Jans- 
is il vecchio, del Van Dick, del Jordaens , del Rubens, del 
Kembrandt, ecc. 

Nella sala XI ancora i bolognesi, qualche ferrarese, qualche 
toscano, e alcuni pittori eclettici. Il Domenichino, i Carracci, 
l'Albani, il Tiarini, il Gessi, lo Schedoni, lo Scarsellino, il Longhi, 
tì Foschi, il Gentileschi, il Bagnacavallo, il Salmeggia, l'Orbetto, ecc. 
Nella saletta XII, chiamata dal nome dell'Appiani, stanno 
le opere di vari artisti del nostro secolo. L'Appiani stesso, il 
Knoller, il Lawrence, il Traballesi, il Bossi, l' Aspari, il Lon- 
donio, il Gozzi, il Migliara, il Canella, lo Schiavoni, il Conconi, 
il Diotti, il Fidanza, ecc. 

• Passando per la galleria delle statue, arriviamo all'ultima 
sala ove stanno molti quadri pastorali del Londonio. 

Data così un'idea sommaria della disposizione della nostra 
Pinacoteca, aggiungeremo delle rapidissime note a segnalare 
specialmente alcuni quadri delle diverse scuole, secondo le indi- 
cazioni forniteci dei chiarissimi signori prof. Mongeri e De- 
Maurizio: 

Scuola Milanese. — (3) La Madonna col putto e gli angioli : fresco 
del Bramantino. — (51) La Santa Caterina: fresco del Luino. — 
(55) Il San Rocco : fresco del Bergognone. — (68) Il San Seba- 
stiano: fresco del Foppa. — (72) La Madonna assunta fra 
santi ed apostoli', tavola del Bergognone.-^ (80) La Madonna 
col putto, fra santi e devoti: tavola di Ambrogio Bevilacqua 
detto il liberale. — (81) La Adorazione dei Magi: tavola del- 
l' Appiano Nicola. (84) — La Madonna col putto fra santi, pre- 
gata dalla famiglia di Lodovico Sforza: tavola dello Zenale. — 
(85) La Madonna col putto e con santi: tavola del Salaino. — 



312 MUSEI 

(88) La Madonna col putto: tavola di Cesare da Sesto. — (89) La 
Madonna col putto: tavola del Luino. — (93) Il San Michele: 
tavola di Marco d'Oggiono. — (95) La Madonna col putto e santi 
e devoti: tavola del Luino. — (97) La Maddalena: tavola di 
Gian Petrino. — (103) La. Madonna col putto, con un santo e un 
devoto: tavola del Solari. — (104) La Santa Caterina al mar- 
tirio: tavola di Gaudenzio Ferrari. — (106) La Madonna col 
putto, fra santi e un devoto : tavola del Lanino. — (107) Il 
maresciallo Lucio Foppa: tavola del Figino. — (109) Il Pre- 
sepio: tela di Camillo Procaccini. — (115) La Madonna del 
Rosario: tela del Cerano. — (116) La Madonna fra santi: tela 
di Daniele Crespi. — (119) La Maddalena: tela di Giulio Cesare 
Procaccini. — (122 e 138) I Ritratti: tele del Del Cairo. — 
(124) La Samaritana: tela del Morazzone. — (133) V Assunta: 
tela del Nuvolone. — (143) V Ultima Cena: tela di Daniele Crespi. 
— (154) Il Santo Stefano: tela dello stesso. — (300) Il Ritratto: 
tavola di Andrea Solari. — (308) La Testa di Gesù: studio 
a pastelli di Leonardo per il Cenacolo alle Grazie. 

Scuola Veneta. — (158) L' Ancona in quattordici comparti- 
menti: tavole di Giovanni e Antonio da Murano. — (163) La 
Madonna col putto, fra santi: tela del Montagna. — (164) La 
Predicazione di San Marco a Costantinopoli : tela di Gentile Bel- 
lini. — (169) La Santa Orsola e le vergini: tavola di Giovanni 
Manini da Udine. — (188) Il San Pietro martire: tavola del 
rima da Conegliano. — (189) La Madonna col putto: tavola 
• li Tarlo Crivelli. — (202) La Madonna col putto, fra santi: 
tela de] Moretto.— (205) Il Mosè: tela del Bonifazio. — (208)11 
Battesimo di desìi: tela di Paris Bordone. — (210 e 246) I Ritratti: 
tela del Morene. — (213) La Pietàì tela del Tintoretto. — (219) 
aSanRocoo: tela de] Bastano. — (230) La Madonna col putto , 
fra santi-, tela de] Savoldo. — (244) Il $an Gerolamo : tavola 
di Tiziano. — (249, 250, 251) I Ritratti, forse della famiglia 
Qrimani di Venezia i bela del Lotto. — (277) La Madonna col 
putto, fra tanti: tavola di Carlo Crivelli. — (278) La Pietà: 
la di GHan Bellino. — (282) Il Santo Stefano: tavola del 
284) La Santa Elena, fra santi: tavola del Palma 
Il vecchio. — (291) La Madonna col putto: favola di Gian Bellino. 
Sraala Vangete. — (209) La Cena in casa del Fariseo: t<da 



musei 313 

di Paolo Veronese. — (223) I Tre santi vescovi, Sant'Antonio 

abate, San Cipriano e Cornelio: tela dello stesso. — (225) La 
\a (h>gìi Apostoli: tela dello stesso. —(205) Il San Sebastiano: 
tavola del Liberale da Verona. — (281) Il Presepio: tavola di 
Stefano da Zevio. 

Scuola Mantovana. — (187) V Ancona in dodici compartimenti: 
tavola di Andrea Mantegna. — (301) La Pietà: dipinto a tem- 
pra sa tela, dello stesso. 

Scuola Bolognese e Ferrarese. — (182) La Deposizione : tavola 
di Benvenuto Tisi da Garofolo. — (225) L' Adorazione dei Magi: 
tavola di Lorenzo Costa. — (321) I Santi Pietro e Paolo: tela 
di Guido Reni. — (323) La Danza degli amorini: tela dell'Albani. 
(328) V Abramo ed Agar: tela del Guercino. — (330) Il San Se- 
bastiano tavola di Dosso Dossi. — (331) V Annunciazione : 
tavola del Francia. 

Scnola Fiorentina. — (310) La Madonna: tavola di Giotto. 

Scnola Umbra. — (176) La Vergine col putto e gli angeli: 
tavola di Nicolò Fulignate. — (304) La Vergine col putto-, ta- 
vola di Luca Signorelli. — (305) Lo Sposalizio della Vergine: 
tavola di Raffaello. — (306) La Flagellazione: tavola dello stesso 
Luca Signorelli. 

Scnola Marchigiana. — (181) La Madonna col putto , fra santi : 
tavola di Marco Palmeggiani. — (183) La Madonna col putto, 
gli angeli, i santi e il devoto Federico di Monte fé Uro duca 
d'Urbino: tavola di fra Bartolomeo. — (184) L'Annunciazione: 
tavola di Giovanni Santi, padre del sommo Raffaello. — (191) La 
Madonna col putto e i santi: tavola di Timoteo Viti. — (193) 
La Madonna col putto e i santi: tavola di Bernardino Zaga- 
nelli, il Cotignola. 

Scnola Napoletana. — (388) Il San Paolo eremita: tela di Salva- 
tor Rosa. 

Scnole Estere. — (367 e 378) La Selvaggina-, tele del Fyt. — 
(381) La Caccia: tela dello Sneyders. — (387) Il Frate morto: 
tela del Velasquez. — (439) La Vergine e il Sant'Antonio: di 
Van Dick. — (440) Il Sacrificio a" Abramo: tela del Jordaens. — 
(443) Ritratto di donna: tela del Van Dick. — (444) L'ultima 
Cena: tela del Rubens. 



314 MUSEI 

Museo Archeologico. — Anche nei tempi in cui il gusto ge- 
nerale era tenacemente avvinto al romanesimo spettacoloso delle 
feste repubblicane, noi abbiamo avuto degli uomini che sapevano 
sottrarsi a quel giogo per cercare il bello nelle varie manifesta- 
zioni dei secoli artistici: il Bossi, che precedeva di molti anni le 
incette sapientissime dei nostri dotti presenti, con un eclettismo 
pe'suoi giorni fenomenale: l'Appiani, che gli si faceva continuatore ' 
il Durelli, che ci spirava nei petti l'amore ai monumenti. 

Ma per venire al nostro assunto, dobbiamo ritornare agli ul- 
timi anni del secolo XVIII e citare il Bianconi, che faceva tra- 
sportare all' Accademia il monumento di Lancino Curzio, opera 
del Bambaia, dal soppresso chiostro di San Marco: e nuovamente 
nominare il Bossi, all'anno 1806, che aveva ricuperato dalla 
chiesa di Santa Marta la statua tombale di Gastone di Foix dello 
stesso Bambaia. Citiamo questi due oggetti cospicui, come la base 
di quel Museo Archeologico, annesso all'Accademia, che era nella 
mente del nostro Bossi, e che per l'opera di lui, pel consiglio di 
Gaetano Cattaneo, dello Zanoia, del Durelli, del Palagi, di altri 
Chiarissimi cittadini, e per la felice nostra redenzione politica, 
assunse forti ragioni d'essere ed elementi di vita, finché potè 
i — !• aperto al pubblico nel 18G7. 

• Questo nostro Museo è ben lontano dall' avere un assetto com- 
plèto definitivo, ne per la storia dell'arti può aver fama come 
la nòstra Pinacoteca, ma, considerato come porto in cui si sono 
salvati' dalla speculazione o dal disperdimento tante nostre me- 
morie, o come frazione di un nostro Museo Cittadino, che da 
molti uomini egregi si vorrebbe formare, compenetrando nella 
Rocchetta de] nostro oastelìo questa raccolta dall'Accademia, le 
raccolte municipali e gli sperabili depositi dei privati, il Museo 
Archeologico per molti de' suoi monumenti si merita l'attenzione 
dei visitatori. 

L'attuale ordinaménto, ripetiamo, non ò siffatto, che chi scrive 

uidare il lettore ad una Beorserella logicamente cronolo- 

fra .'li avanzi del passato, qui raccolti. Il catalogo del prof. 

li è per fortuna inedito: e chi, come noi, potè volgerne le 

a il vantaggio Immenso, che sarebbe pei- derivare agli 

fo ero pubblicate le ricerche di quella eletta 'e dotti i- 

intelligenza, 



MUSEI 31S 

• Per la nostra breve visita ci gioveremo di una memoria suc- 
cinta dello stesso Caimi e ridurremo, come al solito, per così dire, 
ad indici gli studi eruditi che in due solenni occasioni di con- 
gressi già ebbe a render pubblici il nostro chiarissimo prof. 
Mongeri. 

Nella sala /, lasciando la enumerazione dei capitelli, delle 
mensole, delle lapidi, dei frammenti dagli scavi cittadini, ci fa- 
remo ad osservare: — La iscrizione della colonna infame, resa ce- 
lebre dal nostro Manzoni. — Le quattro colonne di porfido rosso, 
a somiglianza di quelle che reggono il ciborio di Sant'Ambrogio, 
dalla soppressa chiesa di San Carpoforo. — L'arca funeraria di Re- 
gina della Scala, moglie di Barnabò Visconti, opera di qualche 
maestro Campionese. — Il monumento di Barnabò Visconti, co- 
lossale arca e interessantissima figura equestre, a porgere saggio 
della scoltura al fine del secolo XIV, per opera dei Campio- 
nesi. — La porta del Banco Mediceo, gentile scoltura del rina- 
scimento, per mano del fiorentino Michelozzo Michelozzi. — La 
lapide figurata alla memoria di Lancino Curzio, delBambaia. — La 
campana del comune, gitto di Ambrogio dei Calderari. — La 
■statua tumulare e numerosi avanzi di bassorilievi appartenenti 
al celebre monumento di Gastone di Foix, opere delicatissime 
del Bambaia. — Gli angeli del Donatello. — La tomba del Ba- 
garoto, del Fusina. 

Nella sala II ammiriamo : — I frammenti dell'architrave della 
porta di Santa Maria di Brera, opera di Balduccio da Pisa. — 
La porta della chiesa di San Gottardo nel palazzo ducale, del Pe- 
■corari. — Le pitture del Foppa, e del Suardi, e di artisti mi- 
lanesi più antichi. — Le poche armi appese ai piloni. — E nelle 
grandi scansie, varie maioliche, fra cui sette piatti colla marca 
di Francesco Xanto Avelli, uno colla firma di Guido Durantino, 
uno con ornati bianchi su bianco, di fabbrica faentina, e la bel- 
lissima vasca attribuita ad Orazio Fontana. — In altre scansie 
minori: bronzi, avori, terre cotte, ferri, e gli avanzi di una tomba 
gallo-italica. 

Museo Civico. — Per parlare di questo nostro Museo, non 
abbiamo che a scrivere di nuovo i nomi di quei benemeriti, che 
lasciarono al Comune i loro oggetti d'arte, il Marchesi, il Fo- 



310 MUSEI 

gliani, il Guasconi, il Bolognini, il Sorniani, il Taverna, il 
De-Oistoforis: ed a ricordare la data del giorno 2 giugno 1878, 
quella dell'inaugurazione solenne fattane dalla rappresentanza 
municipale. 

E così brevemente, ci accingiamo ad una corsa nelle sale. 

Neil* àtrio terreno: le erme di Canova e di Appiani, scolpite 
dal Marchesi. — La campana che stava sulla torre della Roc- 
chetta del nostro Castello : ricorda la dominazione sarda sul Mi- 
lanese nel secolo scorso. 

Nella loggia : — I ventitré cartoni del Bossi, di Vitale Sala, 
del Bellosio, ecc. 

Nella sala I: — I disegni, in maggior parte degli artisti della 
scuola classica, al principio del nostro secolo. 

Nella sala II: — I quadri del Morazzorie, di Daniele Crespi, 
dei Procaccini, del Cerano, ecc. — Lo stendardo municipale di 
Sant'Ambrogio. — I vari bronzi, fra cui la testa di guerriero, col 
fare di Gian Bologna, il tritone, le riproduzioni delle statue ro- 
mane, la vasca a rustici. — I lavori d'oreficeria, fra cui l'alta- 
rino d'ebano, gli ostensori gotici, le edicolette del rinascimento, i 
gitti, i lavori in filigrana, le chiocciole legate, i nielli, le coppe, ecc. 
— Le 918 monete, che rappresentano la serie delle monete- 
milanesi dal 371 al 1867. — Le numerose medaglie dei sovrani 
nazionali e stranieri, dei governatori, degli arcivescovi, degli 
nomini illustri, delle solennità ecc.: si trovano esemplari dovuti 
all'arte insigne del Pisano, dello Sperandio, del De-Pasti, del 
Trezzo. 

Nella gala III e IV : — Le 40 tele di pittori moderni. 

Nella gala V: — Le maioliche italiane dal risorgimento alla 
oda metà, del secolo scorso: fra esse — due vasi, forse di 
Catiaggiolo, Minati dello stemma e del motto da Francesco Sforza 
ooaeessi al nastro maggiore Ospedale: un piatto colla marca di 
Francesco Xanto \ velli: un grande fiasco di Urbino: un piatto 
ooUo itemma Farnese, acq. — Gli avori, gli smalti, i legni scoi- 
piti, i retri, Le stoffe: fra queste raccolte di curiosila — dei 
donatari Intarsiati, un polittico ottagonato francese, un trittico, 
,1 «"' 1 malti Limosini, e una deposizione a bassorilievo Ln marmo, 
aita s Michelangelo. 

Nella galleria I aocolgono dueoentotrentacinque dipinti. Per 






MI-SEI 317 

la scuola milanese abbiamo il Bergognone, il Marco d' Oggiono, 
il Luino, i Crespi, i Procaccini, il Panfilo, il Morazzone, il Cri- 
vellone. Per la veneta il Tiziano, il Lotto, il Bonifacio veronese, 
Paolo Veronese, il Morone, il Bassano, il Canaletto, il Tiepolo. 
Per la mantovana il Mantegna. Per la bolognese il Reni, il 
Guerrino, i Carnicci. Per le scuole estere il Van Dick, il Rubens, 
il Rembrandt, il Mieris, il Courtois, il Teniers, il Therburg, il 
Dow, il Potter, il Molyn, ecc. Noteremo con specialissima men- 
zione: — (95) la Testa d'uomo, il più prezioso quadro della colle- 
zione: tavola dovuta ad Antonello da Messina. — (50) Il Ritratto di 
Rembrandt: fatto da lui stesso. — (55) Il Ritratto di Enrichetta 
regina di Inghilterra : tela di Van Dick. — (52) Le Scrofe : tavola 
del Potter. 

Nell'ultima galleria moltissimi modelli di opere dello scultore 
P. Marchesi. 

Fondazione Artistica Poldi-Pezzoli. — « L'appartamento da 
lui occupato, coli 1 armeria, coi quadri, cogli oggetti d'arte, colla 
biblioteca e coi mobili di valore artistico, che vi si trovassero 
all'epoca della sua morte, costituissero una Causa o Fondazione ar- 
tistica col titolo Fondazione artistica Poldi-Pezzoli, nel senso 
che venisse mantenuto detto appartamento cogli indicati quadri, 
oggetti d'arte, biblioteca- e mobili ad uso e benefìcio pubblico 
in perpetuo»: così col testamento del 1871 l'illustre patrizio per 
decoro di Milano aggiungeva ai nostri Musei, un Museo che può 
esser vantato come ricchissimo e cospicuo. 

Nei giorni in cui scriviamo, si provvede ad una nuova dispo- 
sizione di questo appartamento : mutatesi le circostanze, già il 
pubblico domanda e ridomanda di vedere i tesori, che erano l'in- 
tima compiacenza di quel Mecenate splendidissimo: e la savia 
direzione di questa causa artistica provvede alle nuove esigenze 
della collocazione e della custodia. Per il che, invece di proce- 
dere ad una enumerazione progressiva di sala in sala, come sem- 
pre fu nostro sistema, daremo un cenno sommario di ogni ca- 
tegoria artistica. 

La Pinacoteca è ricca di molti e preziosi quadri, in [specie 
della scuola Leonardesca. Citiamo: YEcce Homo: tavola di An- 
drea Solari. — Il Ritratto di dama: tavola di Piero della Fran- 






318 MUSEI 

cesca. — La Madonna: tavola del Boltraffio. — La Madonna 
e gli angeli: tavola del Perugino. — La Pietà e lo Sposalizio 
di Santa Caterina: tavole del Luini. — I Santi Paolo e Ge- 
rolamo: tavole del Montagna. — La Madonna: tavola del Bot- 
ticella — La Sacra Famiglia: tavola del Solari. 

Fra le stoffe: — Il pallio d' altare colla impresa Visconteo- 
Sforzesca della colomba. — Il tappeto persiano del secolo XIV. 

— L'arazzo, già appartenuto ai duchi di Mantova. 

Fra i gioielli: — La collana d'oro e i vari anelli greco-siculi. — 
La collana veneziana in fìlograna con smalti. — La pace in 
argento dorato. — Gli smalti del rinascimento. — La coppa da 
torneo. — La piccola edicola della Vergine, smaltata. — La croce 
in argento dorato, attribuita al Verr occhio. 

Fra i mobili : — Lo stipo in ebano e pietre dure. — L'altro in 
avorio, ebano, e marmi. — La cassa di legno intagliato, di gu- 
sto fiorentino. — Il cassone in legno dorato e dipinto. 

Fra i bronzi: — La statua del Redentore. — La vasca araba 
con lavori d'argento. 

Fra le porcellane: — Vari gruppi di Capodimonte e di Sassonia. 

— Servizio da tavola completo e servizio da caffè completo di 
Sassonia. 

Dell'Armeria si può asserire con fondamento che è fra le più com- 
pleto e importanti in Italia, dopo la Reale di Torino. Vi notiamo: 

— Le armature equestri, incise o ageminate, o messe ad oro. 

— Le spade finissime. — Gli elmi lavorati a cesello, e quelli in- 
cisi. — L'armatura da torneo. — La celata veneziana coperta di 
velluto rosso. — Le celate del trecento. — Le lingue di bue di 
fattura artistica. — Le copiose armi inastate e quelle da fuoco. 

— !,'■ anni etnische, greche, romane. 

A. Bazzero. 



io NUMISMATICO. — Al primo dei tre pel-iodi dei (piali 

altri ha parlato qui opra, cioè al napoleonico, dove la sua. orin 
pine il Gabinetto Numismatico, alla cui Istituzione s'associa, 
col nome dello sventurato ministro sacrificato, nel L 81 4, ai m;l "' 
dell'ira popolare, quello dell'archeologo GfaetàUo Cattaneo; il quale 



musei :jl«> 

ne fu il fondatore e l'ordinatore e lo salvò dalla rapacità o dai 
_ni del Governo che lo aveva creato. 
La Zecca di Milano, sorta verso la meta del secolo ]V dell'era 
nostra, vissuta cogli Ostrogoti, coi Franchi, coi re d'Italia. 
continuò, senza interruzione, a coniare monete al tempo dei Vi- 
sconti e della Repubblica Ambrosiana; salì in maggior fama colla 
signoria Sforzesca, anche pei disegni forniti da Leonardo da 
Vinci ; ne scese colle guerre dei Francesi e degli Spagnuoli; ritornò 
al suo alto grado durante l'impero di Carlo V, e, per la riforma 
monetaria, in quello di Maria Teresa, in cui fu trasportata, dai 
ristretti opifici di S. Mattia, a quelli vasti in cui si trova ora. 
Coniò grande quantità di monete e di medaglie assai ben dise- 
gnate per il primo Regno d'Italia, che sono ricercatissime. Poi 
giungevano, da tempo, metalli e monete d'ogni nazione per ve- 
nirvi fusi e coniati, e l'opera artistica, e i ricordi storici n'an- 
davano ogni giorno inconsultamente distrutti, quando volle for- 
tuna che, al sorgere del Regno Napoleonico, l'archeologo Gaetano 
Cattaneo vi fosse chiamato come disegnatore. L' amore vivis- 
simo che portava agli studi, gliene fece sentire forte rammarico ; 
e pertanto, desideroso di conservare tante preziose monete e di 
togliere la vergogna che cadeva sulla Zecca per l'opera sua, 
manifestò il suo dolore alla sopraintendenza generale di questa. 
La quale, spinta « dal proprio sentimento di amor nazionale, 
affrettossi a comunicare un tal pensiero a S. E. il Ministro 
delle Finanze, che, lungi dal mostrarsene restio, aderì anzi alla 
proposta. E quando si rifletta che siffatta materia non solo era 
straniera alle sue peraltro estesissime cognizioni, ma pur anco 
meno che indifferente al di lui genio, non potrassi a meno di ammi- 
rare in esso la forza de' suoi principi, e la nobile ampiezza delle 
sue viste di Stato. Debbo a quell'infelice Personaggio questo tri- 
buto di ammirazione, e molto più volentieri oggi glielo rendo , 
inquantochè, scevro essendo da sospetto di parzialità pel nullo 
motivo ch'io tengo di personale gratitudine verso di lui, non può 
ora supporsi in me un fine interessato ». Così narra il Cattaneo 
in una sua relazione sull' origine e il progresso del Gabinetto 
Numismatico Milanese, e continua dicendo che il Ministro Pi-ina. 
con decreto del 20 dicembre del 1803, diede ordine cln- i 
salvate tutte le monete che paressero meritevoli, e che a lui 



320 MUSEI 

ne affidò la scelta. Ne il Prina si rimase contento a decretare 
la istituzione del Gabinetto; ma, persuaso della utilità che ne 
sarebbe venuta agli studi, nel viaggio che imprese nel 1807 per 
Varsavia, raccolse numerose monete per fargliene dono, come 
già ne aveva aumentata la ricchezza con alcune medaglie di 
uomini illustri inglesi portategli da Birmingam dal meccanico ita- 
liano Manfredini. Tale principio ebbe quel Gabinetto che doveva 
divenire più tardi uno dei primi d'Europa. E fu grande fortuna 
che ne avesse la direzione lo stesso Cattaneo, che rivolse tutto 
il suo pensiero e tutte le sue fatiche ad accrescerlo. Quindi ac- 
quistò la raccolta delle medaglie patrie dell' abate Frisi, quella 
delle monete, patrie anch'esse, del marchese Giulio, figlio di Ce- 
sare Beccaria; le greche e latine del Duca di Corigliano-Saluzzo, 
tra cui erano 254 medaglie d'oro imperiali ; la colleziono dell'ar- 
cheologo inglese Giacomo Millingen, contenente 1700 medaglie 
greche, di popoli, di città e di re; quella del marchese An- 
guissola, milanese, preziosa per medaglie greche, latine e mo- 
derne; quella proveniente dai Musei Pisani e Collalto di Ve- 
nezia, del padre Enrico San Clemente e dell' abate Canonici 
« -'wnmamente commendevole per sceltezza, e per una copiosa 
serie di bei medaglioni ». Aggiunse a tutte queste monete e me- 
daglie una raccolta di tremila impronte in iscagliola, disposte 
per ordine di tempo e di scuole. Tanta ricchezza abbisognava 
d'ordine, ma il Cattaneo, da quell'uomo coscienzioso che era, 
non vi si accinse senza prima aver diligentemente esaminati 
publici e privali Musei. Ottenutone il permesso dal Governo, 
percorse, a tal fine, l'Italia, ed ebbe la fortuna di tornarsene in 
Milano con maggior copia di notizie e con molte medaglie greche. 
In altro viaggio imprese pure in Germania ed in Ungheria, che 
vide coronato egualmente da ottimo successo, per la compera 
di medaglie greche e latine, di monete tedesche ed arabiche! 
acquistate a Dresda, e delle quali ultime, che giungono ora a 
l'i" di 1300* illusilo parte il conte Carlo Ottavio Castigliorfj 
'" un* opera splendidissima e assai applaudita dai dotti, che 
V|,|r la luce nel 1813, e il rimanente fu o sarà tra breve illu- 
itraia da me. 

" ' • i ; 'i j m 1 1 < , s'era venuto facendo sempre più ricco e prezioso, 
V'andò, nel 1813, le sconfitte boccate a Napoleone e la necessm 



mi-sei 321 

in lui di danari per la guerra ne posero in pericolo la esistenza. 
Una lettera ministeriale, dell'8 di novembre, ordinò al Cattaneo 
« di estrarre dal R. Gabinetto tutto quanto vi si trovava di riputata 
importanza e rarità, sia in punto di medaglie e monete, sia in 
punto di libri ». Inutili tornarono le lagnanze del Direttore al mini- 
stro: fu uopo obbedire. « Con quale profonda amarezza, » scrisse 
il Cattaneo « dessi io medesimo la mano a disperdere il frutto di 
tanti miei sudori, e dirò ancora l'oggetto della mia affezione , non 
può sì di leggieri immaginarsi. Allestito che fu tutto F ammasso 
degli articoli destinati a partire, sembrava che andasse ognora 
più crescendo il mio dolore. Questo alla fine vinto avendomi, preso 
la risoluzione di tentare nuovamente il cuore del Ministro, anche 
per iscritto. Gli esposi, nella lettera dei 23 novembre, della quale 
conservasi copia negli Atti del R. Gabinetto, che una tale di- 
strazione sarebbe stata pel Museo milanese la sentenza del suo 
totale annientamento, chiaro essendo che la sua salvezza dovea 
riporsi , non solo nella generosità e delicatezza del Vincitore, 
ma benanche nella cognizione della sua natura, e della sua de- 
stinazione; che l'unica via per conservarlo all'Italia era quella 
di abbandonarlo alla nobiltà della sua istituzione, nell'egual modo 
che vi erano abbandonati tutti gli altri Stabilimenti di pubblico 
diritto, siccome la R. Pinacoteca e Biblioteca di Brera, i Musei 
delle Università, quello del Consiglio delle Miniere ed altri, 
quantunque in alcuni di essi infiniti oggetti si rinvenissero pro- 
venienti da spoglie di sostanze dichiarate di ragion Demaniale, 
ciocche non ebbe luogo giammai a riguardo del R. Gabinetto, 
dove tutto poteva provarsi acquistato con pubblico denaro. Ter- 
minai quindi chiedendogli, se potea reggergli il cuore nell'es- 
porre ad un cimento così forte un monumento che onorava co- 
tanto il suo Ministero ». 

« Ricevette il Ministro il mio foglio senza dar sentore di aver 
cangiato di parere, ne potei per molto tempo traspirare ch'egli 
ne facesse cenno ulteriore, se non che, avvenutomi due mesi dopo 
■con lui stesso, e richiamatagli alla mente la mia lettera, mi ri- 
spose, che era intimamente convinto delle mie ragioni, ed in 
prova davami la sua parola ch'egli non avrebbe giammai toc- 
cato questo argomento col Principe, e che gli effetti preparati 
■non sarebbero usciti dal Gabinetto, se il Principe medesimo 

Milano. — Voi. I. 2l 



322 musei 

non glielo avesse di suo proprio moto ordinato. Queste furono 
le ultime parole ch'io udii dalle labbra di quella vittima infelice 
del furor popolare. Il progresso del tempo però rese chiaro 
ch'egli mantenuta aveva fedelmente la sua promessa ». 

Ma se fu conservata a Milano questa splendida collezione, non 
ne fu più preso a cuore l'incremento né dal Governo d'allora, nò 
dall'austriaco, né dall'italiano che gli succedettero. 

Ben è vero che, neh 1 ' anno 1817, ne fu ordinato il trasporto 
dalla Zecca al palazzo di Brera ; che fu resa pubblica la Biblio- 
teca, di cui diremo più tardi, invitato il Direttore a presentare 
le sue proposte, sì per la nomina degli impiegati che per la 
dotazione; ma alle speranze concepite da questi provvedimenti 
non corrisposero, più tardi, altri eh' erano richiesti, ed a nulla 
giovarono le calde e continue insistenze del Cattaneo. 

E quantunque il pubblico non vi potesse trovare V aiuto 
ch'era da attendersi da un uomo così dotto, perchè allontanato 
da altre cure e privo d' intelligenti e sufficienti ufficiali, da un 
così ricco Gabinetto, perchè mancante di cataloghi, tuttavia ar- 
tisti e dotti, nazionali e stranieri, se ne giovarono sempre e 
largamente, esaltando la raccolta milanese come una delle più 
preziose d' Europa. Così fecero il Mùller, il Mùnter, il Falbe,, 
il Sestini, il Borghesi, il Cavedoni, senza dire di altri che ne 
illustrarono i più preziosi cimeli. 

Al Cattaneo succedette, nell'anno 1842, il dott. Carlo Zardetti, 
e quindi, nel 1849, il cav. Bernardino Biondelli, a cui, colla 
Direzione," fu affidato l'insegnamento dell'archeologia e della nu- 
mismatica, proposto al Governo dal Cattaneo fin dal 1814. Ma 
le lezioni ebbero solo principio nel 1851; e ad esse accorsero, 
per dieci anni, parecchi giovani i quali diedero più tardi prova 
della valentia loro e di quella dell'illustre professore. Per cura di 
quésto s'Imprese fi catalogo delle medaglie greche dal dotto quanto 
modesto amicissimo mio, il dott. G. B. De-Capitani d'Arzago, 
che vi fu, per più anni, aggiunto; s'arricchì di medaglioni greci 
d'argento e di bfonzi rarissimi, di alcuni aurei consolari ed im- 
periall romani, liocorno furono un Pertinace ed una Giulia Soemias, 
e di DM rioea oottesione di monete del medio evo. Vanno distinte 
quelle «lei principi crociati, dei maestri di Malta e di 
ti, l'Ambrosino <\'<>v<> detta prima repubblica milanese, i mar- 



musei 323 

chio modello della Zecca di Genova, di cui erano noti due 
soli esemplari ed alcune prove di zecca. E v'aggiunse il chia- 
rissimo Direttore l'acquisto del « più insigne monumento pon- 
derale in bronzo, venuto sin' ora alla luce, consistente in una 
serie di pesi in forma di vasi inseriti l'uno nell'altro in guisa 
da formare un corpo solo, rappresentando rispettivamente il de- 
capondio, il quinipondio, il tripondio e scendendo fino al sestante, 
ciascuno dei quali porta intarsiata in argento, oltre all'indice 
del proprio valore, l'epigrafe più o meno abbreviata. Exactum 
ad Castoris , esprimente la sua originaria legalizzazione. Fu 
pubblicato dal Kandler nel giornale l' Istria e dal Mommsen nel 
Corpus I. L. ». 

Pur troppo il secondo Regno d'Italia non si mostrò, come il 
primo, favorevole al nostro Gabinetto Numismatico, né per la 
dotazione, piccolissima, né per gli impiegati, poiché fu lasciato 
il Direttore privo di qualsiasi aiuto. Ma più che pel bene che 
non fece, fu biasimevole, a parer nostro, pel male che gli recò col 
togliergli la Biblioteca, la quale gli riusciva d'una utilità singola- 
rissima e faceva con esso un tutto forse unico al mondo. 

Il Cattaneo, persuaso del soccorso che sarebbe toccato agli 
studi dalle opere che servivano ad illustrare la numismatica, 
aveva chiesto, nel 1806, che fossero concesse al Medagliere 
quelle che di tale materia pervenissero dalle corporazioni reli- 
giose; ma, ottenuto assai poco in tal modo, pregò la soprainten- 
denza generale di destinare una somma agli acquisti. E l'ebbe y 
e fornì la Biblioteca di libri di numismatica, d'archeologia, di 
cronologia, di geografia, di glittografia, di paleografia, di bio- 
grafia, di economia politica, di araldica; l'arricchì d'una preziosa 
raccolta di classici greci e latini, e di descrizioni di viaggi, e 
di memorie di accademie, spendendo, in otto anni, novantamila 
lire ed acquistando ottomila volumi. S' accrebbe degli scritti au- 
tografi di materia monetaria di Guido Antonio Zanetti, donati 
da Francesco Bellati, che li commentò e ne aggiunse dei propri, 
e delle molte opere pregevolissime comperate dal Biondelli, tra 
cui fu la raccolta dei Monumenti danesi, dei quali esistono 
forse due soli esemplari in Europa. Ma nel 1864 il Governo 
la separò dal Medagliere e l'annesse alla Biblioteca di Brera, 
diminuendo così il vantaggio degli studiosi e rendendo e impos- 



324 musei 

sibile l'accrescersi, poiché la piccola dotazione della Braidense 
è scarsa alle molte ricerche degli studiosi ed al compimento 
delle sue grandi collezioni storiche e scientifiche. Speriamo che 
non si porti la mano distruggitrice anche sul Medagliere; che 
non lo si tolga, come ne corre voce, dalla sua naturale sede, 
ma lo si conservi qual'è ali 1 ammirazione dei visitatori. Che 
niun pregio aggiungerebbero alla ricca collezione le altre raccolte 
che le stessero vicine, né l'ampio salone, ne i vaghi giardini; 
bastano a lei le sue trentatremila monete, le novemila e più 
medaglie, tra cui sono oggetto d'invidia agli altri Gabinetti il 
gran medaglione di Achulla nella Bizacene, colla effigie di 
Giulio Cesare e Augusto, quello grandissimo di Marc' Aurelio 
e L. Vero, dei due Gordiani Africani, battuto ad Egea in Cilicia, 
di Gordiano Africano padre, coniato a Primnesso in Frigia, di 
Settimio Severo, di Temnos nell'Eolide e di Elagabato, della città 
di Lamos in Cilicia. Bastano a darle fama i settanta e più assarì 
italici, etruschi, umbri, laziali e piceni, di cui alcuni rarissimi, gli 
altrettanti romani, le monete consolari d'oro, col quinario o mezzo 
nummo, unico, della famiglia Mimatici, e 1300 denari d'argento; 
Le imperiali, ove, tra le settemila circa, stanno una settantina e più 
d'oro, che inutilmente si cercherebbero in molti gabinetti numis- 
uiat ici d'Europa. Che se poco numerose vi si trovano le bizantine, il 
merito ne compensa la scarsità, e vi sono numerose, invece, quelle 
del medio evo e moderne, specialmente le italiane, con alcune uniche 
dei Culmini, dei Re, dei Pontefici. Unica è la moneta d'argento 
del L524, a ricordo dell'assedio di Pavia, e l'altra del 1812, che 
rammenta quello posto a Venezia dagli Austriaci. Segnalate vanno 
le milanesi per numero e per rarità, e le arabiche, tra le quali si 
rinviene forse il più antico Dinar, moneta d'oro, che si conosca. La 
raccolta delle medaglie « per la quantità di monumenti artistici 
-li prim' ordine e per la ricchezza dei metalli è ben degna d'essere 
annoverata tra le più disi inte eolie/ioni congeneri. Vi si annoverano 
beo 9,500 pezzi (1), dei quali 35 d'oro, 1,740 d'argento, 7,725 di 
piombo e leghe metalliche diverse. Vi sono rappresentati oj 

Il pi •' oi Biendelll in una tua roconto Memoria di cui mi sono valso 
ritto » ■ i Inventarlo del Gabinetto fatto In questi ultimi giórni ne riddi] 
quelli d argento e mllliiftUecentoventlquatlro, e quelli di rame 
pleaabe e leghe netalUcbi i lteml1etreoentotr?otaqnaHro. 



musei 325 

illustrati 870 principi, 2,100 uomini illustri, con una o più me- 
daglie. Presso che complete vi sono le serie dei pontefici e dei 
cardinali; i fasti dei regni di Luigi XIV di Francia, di Luigi XV 
e XVI, degli imperatori d'Austria, specialmente di Carlo VI, 
Maria Teresa, Giuseppe II e suoi successori, come pure la lunga 
litania dei fasti napoleonici composta di circa 700 medaglie, io 
gran parte nei due metalli, argento e rame ». 

Di tutto questo tesoro pur troppo manca ancora un Catalogo, 
impossibile a compiersi da un uomo solo, tra le molteplici occupa- 
zioni e le ricerche continue che vi si fanno da ogni parte; ma noi 
speriamo che il Governo, soddisfacendo alle domande del Diret- 
tore, non lo lascierà desiderare più a lungo, e ritornerà presto 
il Gabinetto Numismatico milanese al suo antico splendore. 



Isaia Ghiron. 



CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 



Quel grandioso palazzo che sorge a ponente dei Nuovi Giar- 
dini fra questi e la via Manin è solo da pochi anni la degna 
sede del nostro Civico Museo di Storia Naturale. — Questa sua 
destinazione la porta scritta in fronte, e la fanno supporre la 
sua mole ed il suo aspetto da cui in parte traspare l'interna 
imposizione de' locali. — Di vaste proporzioni, egli si mostra 
adatto ad accogliere il pubblico, che deve visitarlo a proprio 
diletto ed a propria istruzione, corrispondendo cosi alle intenzioni 
dei benemeriti che in queste mura vollero collocare uno de' più 
insigni stabilimenti della nostra città. 

L'origine del Palazzo risale a tempi abbastanza discosti dagli 
attuali. 

Dei Meda e dei Garzici dapprima, noi lo vediamo alla metà 
àrea del secolo decimosettimo fra le proprietà di Guidobono 
Cavalchi, ii, il cui nome ricordò sempre fino a pochi anni sono 
fra noi la strada alla Cavalchina, che dopo il 1859 prese il nome 
'li \ ia Manin, nome che conserva tuttora. 

•> dopo il palazzo in proprietà d'altre nobili famiglie din 

li, quali quelle dei Casali, e dei Riva, e da ultimo (1753) in 

nella dei Dugnani; dagli eredi della quale il Comune acquistollo, 

nel 1846, coli' annessa castissima ortaglia. Scopo dell'acquisto 

! ;i 'li trasformare l'orto in pubblico giardino, e il palazzo in 

■ •'Ir de] Civico \lu eo. 



CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 32? 

Imprevisti avvenimenti impedirono che il progetto venisse, 
«così presto quanto si voleva, realizzato, e il palazzo specialmente 
non fu che qualche anno dopo la liberazione della Lombardia 
-dal Governo tedesco, che potè essere adattato alla nuova sua 
destinazione. Sì del primo adattamento (1863) come delle aggiunte, 
-che si trovarono subito necessarie (18G7), fu incaricato l'archi- 
tetto Balzaretto, il felice esecutore dei nuovi giardini. Le gallerie 
che sovrastano alle serre furono costrutte in quell'occasione con- 
ferendo al palazzo singolare maestosità. 

In questi locali, già da quell'epoca insufficienti, furono deposte 
le raccolte di Storia Naturale di proprietà del Comune e che 
costituivano il Museo Civico d'allora. 

Questo era collocato nel 1863 nella via di S. Maddalena 
al Circo, ora del Circo, in un fabbricato di proprietà Comunale, 
parte dell'antico convento di S. Marta. Là una serie di lunghi 
•e stretti corridoi, aventi luce da lanterne, lo ricettavano dal- 
l'anno del VI congresso degli Scienziati Italiani tenutosi in 
Milano nel 1844, nel quale per la prima volta fu il Museo 
aperto al pubblico. 

L'origine di questo patrio Istituto è tale che merita, ad ogni 
occasione favorevole, di essere ricordato; perchè è bene siano 
ripetuti ed additati gli esempi che dimostrano quanto possa 
l'amor della scienza e del paese in animi colti e generosi. 

Il nobile dott. Giuseppe De-Cristoforis Milanese, ricco di censo 
e fervido coltcre degli studi di Storia naturale, aveva con pa- 
ziente amore e diuturne fatiche raccolti in sua casa gran copia 
di minerali, di fossili, di conchiglie, di insetti, ed altri oggetti di 
Storia Naturale che per propria istruzione andava studiando. Li 
aveva raccolti in vari viaggi fatti all'estero per tutta Europa, 
e col mezzo delle molte relazioni scientifiche strette coi più di 
stinti naturalisti d'allora. — Ma volendo nel 1835 dar maggior 
incremento alla sua collezione e vedendo allo scopo insufficiente 
l'opera sua, cercò un collega che l'aiutasse nella nobile impresa 
■e che valesse a dar ordine all' immensa suppellettile raccolta. Il 
bramato collega lo trovò nel prof. Giorgio Jan, chiarissimo e 
dottissimo professore di Botanica di Parma, e che possedeva 
pure raccolte vistose, tra cui primeggiavano quelle di insetti e 
<ìi piante. 



328 CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 

S'accordarono essi fra loro; fusero le loro collezioni e il prof, 
Jan si occupò in particolar modo della loro classificazione, del 
loro assetto, e di effettuare i cambi che permettevano i numerosi 
duplicati posseduti. 

S'accordarono ancora più nel 1838 con regolare contratto, per 
cui un soave e caldo vincolo d'amicizia strinse i due amici, che 
col motto Conjurant amice, procedettero alla loro impresa. Per 
tale contratto, morendo uno de'socì, il superstite diventava pa- 
drone di tutta la suppellettile posseduta in comune. Premorì il più 
giovane dei due, il De-Cristoforis, ma questi nel suo testamento 
lasciava tutte le collezioni al Comune col patto che ne facesse 
un Museo a patrio decoro e lustro, pregando il collega ad annuire 
a questo ultimo voto, ed imponendo al Municipio di indennizzare 
con pensione vitalizia il compagno, vero proprietario del Museo. 
— E così fece allora il Consiglio Comunale, fondando un civico 
Museo e nominandone il prof. Jan Direttore con una speciale 
pensione. 

Nel 1844 quando si riunì il VI Congresso degli Scienziati in 
Milano, le collezioni furono messe in bell'ordine ed esposte al 
pubblico per opera del Direttore Jan e dell'Aggiunto De-Filippi 
non che d'altri dilettanti naturalisti di cui vantavasi allora Mi- 
lano; nel numero di questi, tutti agiati cittadini, figurarono il 
Bassi, il Porro, i fratelli Villa ed altri. 

Una dotazione fissata dal Comune al nuovo Istituto, e che 
dura tuttora, permise di ampliare il quadro delle collezioni, esten- 
dondole a tutte le classi animali ed a completare sempre più le 
grandiose raccolte. Le pubbliche lezioni che si diedero al Museo, 
inaugurate dal Direttore Jane continuate dall'Aggiunto De-Filippi r 
favorite da uumi roso intervento, concorsero a render simpatica 
la nuova Istituzione. Al felice connubio di tanto favorevoli cir- 
oostanze di dottrina, di buon volere, di attività, di mezzi, si ag- 
giunsero i donativi che non furono nò lievi nò pochi. 

Co Iper anni prosperò il Musco noi locali di S. Marta, invero 
troppo modesti come sede d'una ragguardevole collezione aperti 
"l pubblico <• di proprietà del Comune. Ma l'opera assidua ed 
intelligente del professore Jan qua! direttore o dell'illustre prdfl 
De-FilIppl quale aggiunto, non cessò di accrescer nuovo Lustro alla 
novella Istituzione. 



CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 

Giunto il 1847, il Consiglio Comunale decise che il Museo fosse 
trasportato nel palazzo Dugnani divenuto proprietà civica — e 
s'apprestava a quel trasporto allorquando le cinque giornate de] 
Marzo 1848 e gli anni infelici che successero ad esse resero 
impossibile l'attuazione di tal decisione. — Però frattanto nel 
palazzo Dugnani erano state messe a titolo di deposito le colle- 
zioni di fossili che il Governo Austriaco si era appropriate alla 
sua venuta in Lombardia appena distrutto il primo Regno Ita- 
lico. Quei fossili fino al 1848 stettero in un locale del Governo 
sotto la custodia del prof. Balsamo Crivelli. 

Il ritorno dello straniero impedì sempre il trasporto del Museo 
nella nuova sede, e non fu che dopo la battaglia di Magenta e 
che divenne libera la Lombardia, che si potè pensare al ristauro del 
palazzo Dugnani e al suo adattamento per convientemente ri- 
cevere le suppellettili di Storia Naturale. — Intanto si crea- 
vano anche i pubblici giardini e si abbelliva il sito, nutrendosi 
la speranza che, auspici le nuove aure di libertà, tutto sarebbe 
stato favorevole al buon impianto del Museo. — E le speranze 
non andarono deluse. — Dopo il primo ristauro, l'architetto Bal- 
zaretto, aggiunse nuovi locali per render più capace il palazzo, 
il quale nel 1864, con vari adattamenti e colle grandi gallerie 
fabbricate prospicienti il giardino, prese l'aspetto che ora gli 
vediamo. 

L' ampio porticato che dà accesso ai locali terreni ed ai su- 
periori si presenta maestoso e degno della mole intera del fab- 
bricato, e farebbe certo miglior pompa di sé se non l'ingombrasse 
il colossale gruppo in scagliola rappresentante Ercole ed Alceste, 
opera e lascito dello scultore Marchesi, che con pensiero assai in- 
felice là venne collocato. — In tal sito la sua stessa mole non 
ne lascia apprezzare i meriti — e noi speriamo che possa esser 
rimosso. 

A sinistra, entrando dal giardino, si apre l'ampio scalone, una 
delle antiche parti del palazzo, costrutta con stile barocco ; l'ef- 
fetto di esso è imponente, per le grandiose scalee di cui si com- 
pone, per le pitture della vòlta e delle pareti, e per la statua 
che nel centro piramideggia, rappresentante Ercole che abbatte 
l'idra di Lerna. Sul largo ripiano che dà accesso alle gallerie e 
che forma quasi atrio ad esse, si veggono due busti in marmo 



330 CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 

posti su quadrati piedestalli ; sono essi destinati a perpetuar colle 
sembianze la memoria degli illustri fondatori del Museo: il De- 
Cristoforis e il Jan. Acconcie iscrizioni ricordano l'opera be- 
nemerita da essi compita e vi esprimono la riconoscenza dei 
cittadini (1). — Intorno ad essi fanno quasi corona i busti del 
Bassi e del Porro, amicissimi loro e loro colleglli nello studio 
della natura e nell'ordinamento del Museo, i quali morendo la- 
sciarono ad esso quanto poteva aumentarne le naturali ricchezze. 
Entrando a sinistra, cominciano le collezioni, e veggonsi primi 
ì così detti animali superiori o più elevati nella catena degli es- 
seri : i mammiferi, a cui tengono dietro, man mano che si pro- 
cede nelle sale, le diverse classi diversamente disposte. 



(1) Ecco le iscrizioni che leggonsi a piedi dei rispettivi busti porgenti l'immagine dei 
<ìue fondatori del Museo. 

GIUSEPPE DE CRISTOFORIS 

NOBIL UOMO MILANESE 

RACCOLTA DA TUTTE REGIONI CON INTENSO STUDIO 

AMPLA E PREZIOSA SUPPELLETTILE 

DEL TRIPARTITO R^.GNO DELLA NATURA 

LA DESIGNAVA MORENDO 

A SCIENTIFICO INCREMENTO E DECORO PATRIO 

IL MUNICIPIO 

INSTITUKNDO CON ESSA QUESTO MUSEO 

L'IMMAGINE DEL CITTADINO BENEMERITO 

DEDICAVA 

l'anno MDCCCXLV. 

GIORGIO JAN 

ALAMANNO PER NASCITA PER ELEZIONE ITALIANO 

NATURALISTA E SCRITTORE 

PRINCIPE NULI.' OFIOLOGIA 

POSSEDÈ l'iiiM », ORDIRÒ* B DIRESSE QUESTO MUSEO 

qui' 

DOTE ma\mi IR mova PIO* DECRA SEDE 

LI B< ii mii M in. LAR01TE novi/li: 

il vi m< ii'io MOLARMI 

MITI IPRITI DELLA GRATITUDINE CITTADINA 

s'invi; L'ILLUSTRE nomi; 

CARO *i'* WliRM i BENEMERITO DSL COMUNE 

li (.il GRÒ HDCCCLXn. 



CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 33] 

Ma questi brevi cenni sul Museo non intendono essere una 
guida, che conduca il lettore per tutte le gallerie e glie ne mostri 
i particolari e le rarità. Essi di preferenza danno una idea som- 
maria di esse e vogliono solo indicare le collezioni più impor- 
tanti e quanto intorno ad esse vi ha di più notabile o degno 
d'esser ricordato. 

Alle tre sale contenenti i mammiferi, succedono due locali in 
cui è raccolta la collezione d'Anatomia Comparata, che, di recente 
fondazione, crebbe così in questi ultimi anni da invadere, per 
mancanza di spazio, la contigua galleria, prima esclusivamente 
dedicata agli insetti, ai crostacei a secco ed ai polipai o co- 
ralli. Questa collezione, fondata dall'attuale direttore del Museo, 
presenta oggetti preziosi specialmente fra gli scheletri, quasi tutti 
preparati nel laboratorio del Museo. — Per tacer degli scheletri 
•di orango, di rare scimmie, di tapiro, di tartarughe, di pesci, 
menzioneremo la raccolta de' crani di serpenti , di sterni d'uc- 
celli, di mascelle di pesci e fra gli scheletri quelli di Moa od 
uccelli giganteschi estinti, della Nuova Zelanda. — A questa rac- 
colta, passati oltre i polipai e i crostacei, in camere poco favo- 
rite dalla luce succede quella dei pesci, quali nell'alcool, quali 
preparati a secco. — Tengon dietro quindi i locali dove s'ammira 
la collezione Ornitologica, ricca di quasi 4000 individui e di molte 
specie assai eleganti e rare. — In questa attrae ancora l'atten- 
zione la collezione dei nidi degli uccelli lombardi, dono generoso 
<lei Conti Turati. 

Dopo gli uccelli vengono i rettili. La raccolta di questi è ri- 
marchevole pel numero delle specie che presenta e per la rarità 
di alcune di esse. — Quella degli ofìdì poi o dei serpenti, frutto 
di profondi studi, fatti dal Prof. Jan negli ultimi anni della sua 
vita, è ricchissima non solo pel numero delle specie, ma ancora 
per quello delle varietà d'ognuna di esse e per le molteplici loca- 
lità dalle quali provengono. 

Cosi non si erra dicendo essere una delle più insigni raccolto 
di siffatti animali, a nessuna per importanza seconda. Nella sala 
ove stanno i serpenti, nel mezzo si veggono pesci e rettili di 
.grandi dimensioni, e tartarughe, tra cui pure non poche rare assai. 

Da questa sala si passa nell'ultima galleria dedicata agli ani- 
mali inferiori conservati nell'alcool ed alle conchiglie, che vi 






332 civico mdsì:o di storia naturale 

fanno bella mostra in leggìi a vetri, e di cui oltre 6000 specie- 
si conservano. 

Qui terminano le collezioni del primo piano. È d'uopo ridiscen- 
dere lo scalone già percorso onde visitare le collezioni del piano- 
terreno, di cui le principali sono quelle de' fossili e dei minerali.. 

Quelle de' fossili stanno a destra di chi entra dai giardini, e 
occupano una specie d'atrio, una grande sala ed una galleria. 

Nell'atrio vedesi una raccolta non spregevole di pesci fossili 
di varie località. — Vi primeggiano quelli del Bolca; ma vi fanno- 
bella mostra ancora quei di Lesina, di Comen, e specialmente di 
Perledo, sul nostro lago di Como. — Nel mezzo di quest'atrio,. 
in un mobile a leggio e sotto vetri, sta la classica collezione delle 
Conchiglie fossili terziarie, fatta e descritta dal chiarissimo Broc- 
chi. Questa è la raccolta che fornì i materiali alla famosa opera 
intitolata la Conchiologia fossile subapennina, la prima che di 
tal genere venisse alla luce, nei primi anni di questo secolo, e- 
che valse al suo autore il nome di fondatore della Paleontologia. 
— Sono questi fossili disposti secondo l'opera sopra citata, colle 
vecchie denominazioni date dall'illustre paleontologo, del quale 
conservansi moltissime etichette scritte di sua mano. È uno dei 
tesori del Museo. Nella sala vicina gira intorno alle pareti la rac- 
colta delle conchiglie, de' crostacei e dei radiari fossili, parte sotto 
vetri, parte in cassette; mentre nel mezzo sotto campane primeg- 
giano lussili di grossi animali. Uno d'essi è lo scheletro di un 
orso delle caverne (Ursus spelceus) estratto dalla Grotta di La- 
glio sul lago di Como. — Sotto altre stanno crani di rinoce- 
ronti e d'elefanti, quali tratti dalle colline subapenninichc, quali 
dalle sabbie de' nostri fiumi. — Nella terza, maggiore di am- 
piezza, -i;tnno i (ionissimi avanzi di elefanti scoperti nelle ligniti 
'li Leffe nella ralle Brembana, e sono doni dei signori Biraghi 
e dei signori Botta proprietari di quei ricchi bacini lignitiferi. — 
In questa si vedono ali resi enormi femori di elefanti che le 
sabbie del Po lasciarono allo scoperto e che vennero al Museo» 
m dono da generosi cittadini. 

Nella galleria ohe tien dietro a questa sala, altri mammiferi 

li del maggior pregio reggonsi raccolti negli scadali che 

ano lungo le pareti e in ire ampie custodie che stanno nel 

meSCO. — I fossili Contenuti ne' primi rappresentano la Sirie 



CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 333 

-zoologica; molti vengono da località lombarde. — Quelli conte- 
nuti nelle custodie, pregevolissimi, hanno tutti una storia. 

Cominciamo dalla custodia più ampia. Questa raccoglie molti 
fossili provenienti dalle Pampas dell' Argentinia. 

Ognuno sa che quelle vaste ed incolte estensioni di terreno, 
contengono nel loro suolo tutta intera una fauna estinta, degna 
d'attenzione per la mole delle specie, pel loro numero e per la 
singolarità delle loro forme. — E qui nella raccolta che ci sta sot- 
t' occhi brillano appunto molti pezzi per questi pregi singolari. 
In due riprese fu acquistata questa raccolta: nel 1871 cioè e 
nel 1877, costando complessivamente la cospicua somma di lire 
31,000, e queste furono raccolte con private sottoscrizioni di 
-generosi cittadini che compresero come con essa ne avrebbe ri- 
cevuto lustro il Museo. — È una delle più belle raccolte di 
questi fossili che si ammiri in Europa. — Lo scheletro com- 
pleto di megaterio, la grande corazza di gliplodonte, i crani 
di smilodon, di scelidoterio, sorprendono anche i più ignari di 
studi paleontologici. 

Nella minore delle custodie invece si raccoglie una piccola 
ma sceltissima collezione de' fossili della famosa giacitura di 
Pikermi presso Atene. Anche qui sono avanzi di mammiferi 
racchiusi in una argilla ocracea, corrispondente a quella elio 
lungo tutto il littorale del mediterraneo forma le notissime brec- 
cie ossifere. — Anche qui crani interi perfetti si osservano di 
specie estinte. — Qui predominano i ruminanti, non mancandovi 
però i principali generi di tutti gli ordini di mammiferi. Capre 
e antilopi, carnivori e rosicanti, vivevano in queir epoca e ab- 
bondavano in copia sterminata; alcuni di generi ancor viventi, 
altri di generi estinti. Destano meraviglia gli avanzi di scimmie 
che in queir epoca remota popolavano i boschi della Grecia e 
quelli di un piccolo cavallo (Hipparion) che pascolava sulle verdi 
pianure dell'Attica e che aveva due piccole dita collocate ai hit i 
dell'unico dito presentato dagli equini moderni. 

Questa raccolta, che si compone di circa 1000 pezzi, fu scelta 
sul luogo del preparatore del museo, sig. Barazetti, e donata 
poi dal prof. E. Cornalia. 

Nella media custodia sorprende la vista un lungo scheletro; altra 
delle rarità del Museo. — È questo uno scheletro di Balenott< irò 






334 CIVICO MUSEO DI STORIA NARRALE 

fossile che nei primi anni di questo secolo fu scoperto dal profl. 
Cortesi nelle colline subapennine non lungi da Piacenza. 

Fu trovato questo scheletro nel 1809, e ne fu fatto l'acquisto 
per consiglio del Cuvier dal Governo italiano sui fondi che allora, 
esistevano destinati all' abbellimento della città di Milano. — 
Vi erano insieme ossa di delfini e di elefanti e rinoceronti, che 
sono pure nel Museo, e quella raccolta di conchiglie fossili plioce- 
niche fatta dal Brocchi che fu più sopra ricordata. — Questa rac- 
colta di grandi mammiferi, che fu illustrata dal Cortesi e da 
Balsamo Crivelli, poco mancò fosse spedita a Vienna. — La dif- 
ficoltà del trasporto, e il pericolo che ne andasse distrutta, la 
conservarono a Milano. Ora resi solidi quegli scheletri con chimico 
processo e collocati sotto vetro non temono avarie e resteranno* 
a lustro del nostro Museo. 

Le collezioni che stanno deposte nei locali terreni a sinistra, 
di chi entra dalla parte del giardino, sono la Raccolta Minera- 
logica e Geologica, la raccolta Etnografica e la Frenologica. — 
Quest'ultima è lascito generoso dell' illustre cav. G. Fossati, il 
chiarissimo amico e discepolo di Gali, che con fatiche di molti 
anni e non poco dispendio riuscì a comporla a Parigi dove il 
Fossati, dopo lunghissima dimora, morì. — Non potendosi collocare- 
nel nostro grande Ospedale, ove prima voleva fosse deposta ed ove 
forse trovava più confacente collocazione, venne messa al Museo. 

— Ma qui dovrebbe essere collocata in luogo più degno, ciò che- 
impednce la mancanza di spazio. — D' animo generoso ed elevato,, 
il Fossati lasciava ancora alla città di Milano una vistosa somma 
annuale (L. 2000) perchè venisse destinata a premiar qualche la- 
vuio intorno alla anatomia e fisiologia del sistema nervoso, che 
il R. Istituto di Scienze mette ogni anno a concorso ed è in- 
caricato 'li giudicare. 

Pretto la raccolta Fossati vedesi una piccola ma interessante- 
collezione etnografica, parte moderna, parte de'tempi preistorici. 

— La prima ritolta di doni (li privati: dei Missionari nelle 
[sole Australiane, del viaggiatore Osculati, dello Suore stanziato- 
in China, del signor Loria e d'altri. — La raccolta paleoetno- 
grafica inrece <• per la massima parte proveniente dagli scavi fatti 

<--'-'iin<- dalla Società Italiana di Scienze naturali, che; ha la sua. 
Del Blu d 6 che qui volle che fosse deposta. Questi 



CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 335 

scavi vennero eseguiti principalmente nei laghi di Varese e for- 
nirono tutti gli interessanti oggetti delle palafitte o abitazioni 
lacustri. Questi ritrovamenti furono illustrati dal prof. Marinoni 
e pubblicati nelle Memorie della Società. 

Procedendo oltre, apresi la Galleria dedicata ai minerali e alle 
roccie ed ove splendono i più bei prodotti del Regno inorganico. 
— Qui gli zolfi della Sicilia, i quarzi del Gottardo, le mala- 
chiti della Siberia, le zeoliti del Tirolo, i feldspati di Baveno, at- 
traggono specialmente l'attenzione, per tacere di moltissimi al- 
tri esemplari rari e apprezzati dallo studioso. 

In non discosti locali, meno adatti però ad esser visitati dal 
pubblico, conservasi una collezione di crani d'Egitto, dono del 
cav. Vassalli, ed una di mummie di quella mistica terra, non cha 
altra di piante fossili, come pure s'ammira una vasta sala, ore 
resa poco chiara dalla galleria de' minerali fabbricata contro di 
essa nel 1866, la quale ha tre delle sue pareti dipinte dal Tie- 
polo. In questa è deposta la Biblioteca. 

Dalle collezioni ora sommariamente indicate sono occupati 
tutti i locali del Museo; e pur troppo questi sono già da qual- 
che tempo insufficienti a contenerle. — Da ciò il sacrificio che 
talvolta si deve fare dell'ordine scientifico, con cui si dovrebbero 
sempre collocare gli oggetti; da ciò l'impossibilità di offrire al 
pubblico visitatore del Museo una guida particolareggiata che 
gli additi minutamente gli oggetti meritevoli d'una speciale os- 
servazione : — questi debbono subire troppo frequenti e non giu- 
stificati mutamenti di luogo. 

A poco a poco s'infiltra così una certa confusione, assai no- 
civa in uno stabilimento aperto al pubblico e le cui raccolte 
devono servire all'istruzione di questo — L'autorità municipale 
non vi dedica speciale pensiero, e tiene inesaudite le preghiere 
tratto tratto ripetute di necessari ampliamenti. — Gli aumenti 
che si fanno coli' attività delle corrispondenze, più che colla ina- 
deguata dotazione, sono pur tali che lo spazio va ognor più di- 
minuendo — e presto verrà tempo che sarà reso impossibile 
i il collocarvi nuovi oggetti. 

E pure le collezioni del Museo sono a tal punto arrivate che 
reclamano di stare al livello della scienza e delle scoperte che 
questa va facendo ogni giorno. Non v'ha angolo del globo che 



330 CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 

adesso arditi e sapienti viaggiatori non tentino di esplorare, per 
conoscerne le ricchezze naturali. — E i Musei ogni dì si accre- 
scono di nuove spoglie, frutto di questa lotta continua fra l'uomo 
■e la natura. 

I nomi dei signori Bellotti, Turati, Sada, Mondolfo, Narducci, 
Omboni, Morandi, Crivelli, Loria, Basevi, Robecchi, ricorrono fre- 
quentissimi fra i donatori del Museo; ma il nome degli altri tutti 
sarebbe impossibile qui ricordare. Ogni oggetto donato lo ricorda 
al pubblico portandolo scritto a memoria dell'atto generoso. 

Collocate le differenti raccolte nell'ordine accennato, se ne co- 
minciarono i cataloghi de' quali si darà più avanti l'elenco. — 
Le classificazioni di tutti gli oggetti fu opera del personale ad- 
detto al Museo, e pei fossili di quella del chiaris. Prof. Antonio 
Stoppani che per alcuni anni vi dedicò le sue cure quale Pro- 
fessore del R. Istituto Tecnico superiore ; e di lui non solo, ma 
ancora dei suoi assistenti e collaboratori Sigg. Spreafico, Negri 
ed altri. La raccolta de' pesci deve il suo sviluppo e la sua or- 
dinazione al dott. Cristoforo Bellotti. 

Innanzi che le raccolte divenissero proprietà del Comune, i 
primitivi loro proprietari avevano pubblicati dei cataloghi di- 
venuti ora, coi progressi della scienza, troppo antiquati. — Questi 
cataloghi, stesi dal prof. Jan e dal De-Cristoforis, avevano anche 
di mira lo spaccio dei duplicati. Dacché il Museo fu della città, 
il De-Filippi pubblicò il catalogo degli uccelli nel 1847, il Porro 
quello dei molluschi terrestri e fluviatili. 

Nel 1857 il Direttore Jan, pubblicando una Guida al Museo, 
(piando ancor stava nei locali di S. Marta, la faceva seguire da 
un Indice Sistematico de' Rettili ed Anfibi, posseduti allora dal 
Museo e che cominciavano a formare prediletto studio di quel 
chiarissimo naturalista. 11 successore suo (1807) dette speciali 
cure alla raccolta di anatomia comparata, che si può dire da esso 
fondata, lauto poche erano le preparazioni che la componevano 
in queir anno. Una tal collezione nel 1870 contava già 1250 
preparati; ora ne conta oltre 1600; ma dessa reclama maggiore 
pazio onde meglio mostrare l< i sue ricchezze. 

L' annoverarsi tra il personale addetto al Musco un prepa- 

«■. Barazetti) provveduto d'un laboratorio, faofc 

ii'" grandemente l'accrescersi di questa raccolta. — 1^ collezioni 



CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 337 

in cui sta divisa la suppellettile scientifica del Museo sono: la 
raccolta zoologica, la raccolta paleontologica, quelle di Geologia 
| di Mineralogia, la raccolta etnografica, la paleoetnografica, la 
frenologica e l'antropologica, a cui devesi aggiungere l'Erbario 
e la Biblioteca. La raccolta zoologica è divisa nelle diverse classi 
animali dai naturalisti ammesse, e, ognuna di queste, ha ora una 
numerazione distinta ed un elenco speciale. 

In tal modo sommano a 50 i cataloghi speciali che si sono 
impiantati e che dimostrano quanto mirabile sia il numero de- 
gli oggetti inventariati. — Di questi cataloghi solo uno fino 
ad ora venne pubblicato, quello dell'Anatomia Comparata — 
si spera di far succedere a queste gli altri sollecitamente. 

Nel corso di questi appunti accennai come molti degli oggetti 
che si custodiscono nel Museo vi giungessero per la liberalità 
dei privati. — E infatti non passa quasi giorno che qualche 
dono non vi pervenga. — Di questi doni e dei loro donatori si 
tiene un apposito elenco, e tratto tratto se ne dà partecipazione 
al pubblico a titolo di gratitudine e di esempio. Tal fiata per- 
vennero intere raccolte, le principali delle quali amiamo qui uni- 
nitamente ricordare: 

La raccolta d'insetti di D. Bernardo Marietti, dai fratelli 
dell'estinto entomologo donata. — È ricca di specie europee, e 
parecchie di queste sono rappresentate nella loro storia evolutiva. 

La raccolta di conchiglie del conte Carlo Porro, vittima della 
rivoluzione del 1848, e donata dalla famiglia di lui. 

La raccolta entomologica del nob. Carlo Bassi, donata dalla 
chiaris. D. Virginia Bassi — Olivazzi dopo la morte del marito. 

La raccolta etnografica, donata dalla Rev. Corporazione delle 
Missioni Estere a S. Calocero e spedita dalle più lontane isole 
della Micronesia da missionari milanesi. 

La raccolta frenologica, dono dell'illustre cav. prof. Giovanni 
Fossati, antico presidente della Società frenologica di Parigi. 

La raccolta di crani dell' antico .Egitto, dono del milanese 
Sig. Luigi Vassalli. 

La raccolta dei nidi degli uccelli di Lombardia, dono dei coni i 
fratelli Turati. 

Le due Raccolte dei Mammiferi Fossili delle Pampas, acqui- 
state nel 1871 e nel 1874, splendido dono fatto dalle generoso 

.Ulaxo. — Voi. I. 22 



338 CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 

persone, di cui qui sotto si pongono i nomi (1). Tutte queste 
collezioni donate, o rimasero distinte dalle altre, o andarono com- 
penetrate colle già esistenti, o servirono di nucleo a collezioni 
maggiori che man mano aumentarono di poi per acquisti od 
altri doni. 



(1) Contribuenti all'acquisto della Raccolta dei fossili delle Pampas, nel 1871. 

S. A. R. il Principe Umberto L. 1000 

R. Ministero della Pubblica Istruzione» » 2000 

Belinzaghi Comm. Giulio Sindaco » 500 

Cornalia Emilio Dirett. del Museo » 1000 

Bellotti Cristoforo, Conser. del Museo » 1000 

Turati Ercole idem, e fratello Ernesto » 1000 

Visconti Ermes marchese Carlo, idem » 500 

Crivelli marchese Luigi, idem » 1000 

Kramer Berrà nob. Teresa » 1000 

Passalacqua Luci ni conte Giovanni » 1000 

Gargantini Piatti Giuseppe » 1000 

Sorniani Andrcani fratelli Lorenzo e Pietro » 1000 

Melzi duca Lodovico » 1000 

Cantoni barone Eugenio >» 500 

Arconati marchese Gian Martino » 1000 

Cicogna contessa Fanny » 500 

Sola conte Andrea » 500 

Perego nobile Luigi ,, 500 

Visconti di Modrone duca Raimondo » 1000 

Mylius Giulio „ 1000 

Weill-Schott fratelli ., 1000 

Beretta conte Antonio Senatore » 500 

Risivi cav. Francesco » 500 

Delfinoni avv. Gol tardo » 1500 

Sih.stri ing. cav. Gerolamo » 500 

'l'alti cav. Luigi „ rjoO 

Brot cav. Carlo 500 

Ari im conte Francesco Senatore » 500 

Gavazzi cav. Egidio » 500 

L. 2Ì000 

LI li del r.mlrilmrnti all'acquisto dulia seconda raccolta de'fossili delle Pampas del 18-; 

Municipio di Milano [,. 2000 

Arn. In. Mi CMMOiga cornili Bernardo 3000 

OttolMfhl avv. romin. Salvai. ire » 500 

Gargaattal Pitti! eav. Gineeppe 500 

Delanoe! et?, aw. Gottardo. r>oo 

*'" •"» Clrleo , rjoo 

L. 7000 






CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 339 

Non par fuori di luogo l'esporrò qui in modo affatto sommario 
lo stato delle Collezioni rappresentato nel numero degli oggetti 
che le compongono. — Non diciamo delle specie perchè queste 
sono spesso rappresentate da un numero vario d'individui, i 
quali alla lor volta differiscono, sia per la provenienza, sia pei 
note caratteristiche particolari. Così ricche, le raccolte riescono 
assai più utili ed istruttive. 

1. Anatomia comparata N. 1685 

ZOOLOGIA. 

2. Mammiferi n 79& 

3. Uccelli n 3757 

4. , Chetoni » 131 

5. Rettili Sauri n 686 

6: ( Ofidì n 1653 

7. Balraci >, 400 

8. Pesci „ 2346 

9. Insetti „ 23,000 

10. Aracnidi . « 237 

lì. Crostacei „ 893 

12. Molluschi » 376 

13. Conchiglie terrestri e fluviatili ,, 3983 

14. » marine », 3656 

15. Vermi n 220 

16. Echinodermi . . . » 170 

17. Acalefi ,, 101 

18. Polipi », 366 

19. Spugne n 69 

20. Nidi » 120 

21. Uova » 170 

PALEONTOLOGIA (fossili). 

22. Mammiferi » 1135 

23. Uccelli » 48 

24. Rettili n 123 

25. Pesci n 610 

26. Insetti » 96 

27. Crostacei ...» 150- 



340 CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 

28. Anellidi N. 02 

29. Cefalopodi » 644 

30. Eteropodi » 11 

31. Pteropodi » 16 

32. Gasteropodi » 3029 

33. Acefali « 2055 

34. Brachiopodi « 464 

35. Rudisti » 44 

36. Briozoi » 116 

37. Echinidi » 337 

38. Crinoidi » 151 

39. Polipai » 466 

40. Foraminiferi » 315 

41. Amorfozoarì « 95 

42. Raccolta frenologica » 287 

43. « antropologica » 274 

4i. » etnografica » 631 

45. n paleoetnografica » 1052 

46. « mineralogica w 4819 

47. » geologica » 2900 

48. « botanica: erbario, semi ecc. . . » 17,000 

49. Paleofitologia (piante fossili) « 785 

50. Biblioteca » 3490 



In tutto la considerevole somma di numeri 



Qui crediamo necessario ripetere che la disposizione di tant 

i potrebbe essere migliore e più ordinata, ma di ciò è iiu 

citabile causa l'irregolarità dei locali ed ora la assoluta insul 

Scienza loro. 

Aranti di por termine a questi pochi cenni, diremo come il M\ 

i,i dne volte là settimana aperto gratuitamente al pubblici 

mentre negli altri giorni lo si può visitare dalle 11 alle3mj 

diante un biglietto a pagamento. — 11 pubblico lo visita frequei 

temente, ed in alcune ricorrenze la folla nelle sue sale è veri 

mente mirabile. A ciò concorre la fortunata sua collocazioi 

ito al Giardini, -radilo ritrovo della popolazione milanesi 

Dorante vari me i dall'anno si danno pubbliche lozioni o coi 

/•• nel Mu leo, ora di Zoologia, ora di Botanica, le qual 

natarl di questi studi frequentate. — Il personal 



CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE 341 

addetto al Museo dovrebbe essere aumentato; vi sono raccolte 
Mie, per mancanza di apposito cultore, scientificamente non pro- 
grediscono, e la cui conservazione è perciò difficile e penosa. 

Da quanto dicemmo si rileva che il Civico Museo è un gran- 
dioso monumento innalzato alle scienze naturali, un vero lustro 
della città nostra, ma che ha bisogno di nuove cure onde pro- 
gredisca. — Non progredire è qui indietreggiare: — qualche 
impiegato di più, qualche locale di più, qualche aumento di do- 
tazione, sono indispensabili per raggiungere lo scopo. 

È questo un desiderio di tutti, è questo il voto che più ar- 
dentemente facciamo. 



E. Cornalta. 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 



La ragione, il cuore, la sventura, la generosità, i bisogni della 
vita, gli sforzi della volontà, il bene privato, il bene pubblico, 
i drammi più intimi della famiglia, i più alti problemi sociali, 
le tradizioni del passato, le aspirazioni dell'avvenire, ecco gli 
elementi vari, le tinte melanconiche e smaglianti che si alternano, 
si uniscono, si confondono, a formare il grande quadro della 
beneficenza e della previdenza. 

Due linee sono predominanti, la generosità e l'attività; la ge- 
nerosità che produce tutte le opere della beneficenza, l'attività 
intelligente che dà origine a quelle della previdenza. 

Milano grandeggia nelle une e nelle altre: la beneficenza fu 
specialmente la sua gloria nel passato, la previdenza lo è in modo 
particolare al presente; beneficenza e previdenza accennano ad 
unirsi, in amichevole e fecondo connubio, per continuare e for- 
mar.* la ina gloria nell'avvenire. 

Il visitatore, italiano o straniero, che valica le barriere della 
metropoli lombarda, è già posseduto dall' impressiono di quelle 
dtie forze distinto od amiche. La fama dello molteplici e gran- 
• istituzioni di beneficenza, che Milano racchiudo, lo prece- 
dette a' BUOÌ focolari: la festa che oggi ve lo invita, o richiama, 
-• unii prora insigne della sua previdente attività. L'Esposizione, 
""I ino linai.- concetto, che cosa è mai? Un atto di grande e 
sapientissima carità verso la nazione. Le si vuol con ossa mo- 
trare quanto ha Catto, per ferie conoscere quanto di più può 
we, quanto di pio deve l'are. R l'Esposizione, nella iniziativa, 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 343 

l'u l'opera esclusiva de' suoi concittadini, e, nella parte maggiore, 
«■ anche l'opera sua nei mezzi finanziari che occorsero per at- 
tuarla. 

Noi ci sentiamo onorati nel far da guida attraverso la città 
per mostrare tutte le opere di beneficenza e di previdenza che 
a contiene: è un viaggio importante, mesto e caro insieme: 
il dolore del male che attrista è dolcemente compensato dallo 
spettacolo della carità che solleva. Un concetto fondamentale de- 
sideriamo però che sorga da questa rapida ma possibilmente 
completa rivista; non esservi cioè bisogno in qualsiasi età, sia 
tisico, sia morale, che non abbia il suo soccorso, il suo conforto. 
Questo concetto, tra gli altri vantaggi, ha pure quello di fissar 
l'ordine delle istituzioni che andremo successivamente esami- 
nando: tra i due estremi anelli della vita, infanzia e vecchiaia, 
spiccano come anelli intermedi, tutte le istituzioni che rispon- 
dono ai bisogni delle diverse età, Esposti, Baliatico, Istituti di 
Maternità , Asili infantili, Rachitici, Ospizi Marini, Orfano- 
trofi, Ciechi, Sordo-muti, Pericolati e Pericolanti, Istruzione 
gratuita, Ospedali, Congregazione di Carità, Casa degli Incu- 
rabili, Casa d'Industria, Ricovero di Mendicità, Ricovero per 
ì Vecchi: esaurito l'esame delle opere strettamente di Beneficenza, 
un rapido sguardo verrà dato a quelle di Previdenza, rappresen- 
tate dal Monte di Pietà, dalla Cassa di Risjoarmio e dalle mol- 
teplici Istituzioni di Mutuo soccorso. 



Alcuni anni or sono, chi passava per la via Francesco Sforza 
lungo il Naviglio, poco oltre il ponte dell'Ospedale, vedeva, nella 
parete della prima casa a mano sinistra, infissa una lapide bianca 
bell'iscrizione: Torno per gli Esposti: sotto vi era un piccolo 
sportello a muro, che, verso sera, una mano interna e miste- 
riosa schiudeva, lasciando un'apertura né grande ne piccola. Era 
Hello il torno pel quale venivano introdotti i neonati ... Si 
provava a quella vista un senso misto di compassione e di an- 
goscia, che si prova sempre innanzi a tutto ciò che associa 
l'idea della sventura o della colpa. 

Dopo il 1808 quel foro fu chiuso; il torno era abolito. Quella 



344 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

casa è V Ospizio Provinciale degli Esposti e delle Partorienti. 
Denominavasi prima l'Ospizio di S. Caterina. Era un antico mo- 
nastero di questo nome, soppresso verso il 1780. Strana vicenda 
delle cose! Dove elevavano i loro puri accenti al cielo le Ver- 
dini del Signore, echeggiano oggi i vagiti di bambini, frutto di 
una maternità quante volte colpevole! 

L'opera pia di raccogliere i poveri bambini esposti è antica 
in Milano. Essa è legata ad una delle più pure e simpatiche fi- 
gure che ricordino gli annali della Beneficenza: fu l'arciprete 
Dateo, poco oltre il 700, che intraprese l'ufficio di raccogliere, 
abbandonati nelle vie, i piccoli fanciulli. Le irruzioni dei barbari 
avevano sconvolto tutto l'ordine sociale; la miseria, il vagabon- 
daggio, la morte, tristi conseguenze della guerra, rendevano più 
facile e quasi necessario l'abbandono dei figli : l'urgenza del bi- 
sogno creò la provvidenza del rimedio. 

La prima casa degli Esposti fu aperta dove ora sorge la Gal- 
leria Vittorio Emanuele, ed è una dimenticanza, che fu giusta- 
mente dalla stampa cittadina deplorata, che nella intestazione 
di tante vie nuove in quelle adiacenze, non si trovasse modo di 
intitolarne una al nome del Vincenzo De Paoli dell'antichità. 

La casa degli Esposti errò nel decorso dei secoli qua e là 
in diversi luoghi della città, ora presso la chiesa di S. Stefano, 
ora a S. Celso, ora a S. Vincenzo, nel locale dell'attuale Pia 
Casa d'Industria. Maria Teresa la fece porre nella località at- 
tuai.-, vicino all'Ospedale Maggiore, del quale era già una dipen- 
denza. 

1/ Ospizio Provinciale degli Esposti e delle Partorienti, come 
e ora costituito, ha per iscopo: 1.° La salvezza e l'assistenza 
dei figli esposti, reietti e derelitti; 2.° il ricovero e l'assistenza 
alle gestanti povere e illegittime. Esso abbraccia due grandi di- 
visioni, il comparto esposti, il comparto ostetrico. Il primo com- 
parto Ita du<- divisioni : la prima divisione comprende la famiglia 
interna, ossia gli esposti ricoverati temporaneamente nell'Ospizio) 
e la famigia esterna, ossia gli Esposti affidati a privati, o ad 
altri istituti: la seconda divisiono è destinata alle gravide, ali! 
partorienti, alle puerpere. Al comparto ostetrico e annessa II 
cuoia l ostetrica. 
Nella Pia Ca a si possono accogliere per l'allattamento anchs 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 345 

i figli legittimi di madri povere, fisicamente impotenti ad allat- 
tare, quando siano adempite alcune speciali condizioni. Il limite 
massimo per l'accettazione degli infanti di primo ingresso è sta- 
bilito al compimento del settimo anno d'età. 

La media degli Esposti è attualmente di 1,300 all'anno, mentre 
all'epoca del 'torno ascendeva ad oltre 4,000; la media delle 
puerpere ricoverate è di circa 400. La spesa complessiva oltrepassa 
le lire 700,000, ed è sostenuta dal bilancio provinciale. 

Il chiarissimo dott. Romolo Griffini è Direttore dell'Ospizio, che 
ama come padre la sua famiglia; e noi siamo ancora sotto 
l'impressione delle parole commosse, quasi un gemito del cuore, 
che l'egregio direttore pronunciava nell'ultimo Congresso Interna- 
zionale di Beneficenza, a difesa di una istituzione, che idee ge- 
nerose, ma poco pratiche, volevano sconfessare nella sua dura, 
ma per ora fatale necessità. Egli pubblica regolarmente dei co- 
piosi rendiconti sull'andamento del suo Istituto, che sono un vero 
tesoro di ragguagli i più minuti e interessanti. Il prof. Chiara, 
Medico, Chirurgo primario del comparto ostetrico, e Professore 
Direttore della R. Scuola di Ostetricia, ha poi introdotto i mi- 
gliori apparati e i metodi più razionali che la scienza progredita 
suggeriscono, con risultati, non solo soddisfacenti, ma brillanti : 
la mortalità dei bambini discese all'ultimo de' limiti, ed operazioni 
chirurgiche di sgravamento vennero operate, che destarono l'am- 
mirazione nel campo della scienza, non solo in Italia, ma in 
Europa. 



Nel carnevale dell'anno 1870, i cittadini, affollati ai balcone 
delle case per vedere il passaggio delle mascherate e il getto 
dei coriandoli, si chiedevano gli uni gli altri, con ilare sorpresa,, 
che mai fosse un carro che s'avanzava lento lento fra le file 
degli altri carri , portando una scala innalzata obliquamente 
nel vuoto, come le scale Porta: sulla scala vedevasi appoggiato un 
uomo mascherato, con una grande pertica nelle mani, che an- 
dava volgendo ora a destra, ora a sinistra, avvicinandola 
ai balconi, e ritirandola poi che delle mani gentili e generose- 
vi avevano deposto un dono. 






346 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

Era il carro del Baliatico. La Beneficenza aveva preso occa- 
sione dai divertimenti per invitare i cittadini a costituire un 
fondo che, depositato presso la locale Congregazione di Carità, 
desse i mezzi per soccorrere le madri povere nell' allattare i 
propri bambini. Si raccolsero in tal modo lire 4,574. 82, ed 
altre lire 5,347. 42 da una lotteria nella medesima occasione 
organizzata nel locale dell'Arena. 

Nel 1871 l'opera del Baliatico ebbe un potente sviluppo, che 
non manca mai alle opere di Beneficenza, quando la loro sorte 
è affidata alle cure premurose ed al cuore della donna. Un 
•Comitato di ben 80 signore, sotto il patrocinio della Principessa 
Margherita, aperse una sottoscrizione, e si raccolsero a un tratto 
lire 117,260. Alla fine del 1877 il patrimonio netto dell' Opera 
del Baliatico, eretta regolarmente in corpo morale, era di lire 
530,846. 93. Le rendite patrimoniali che ora la Congregazione 
di Carità eroga annualmente per sussidio di baliatico, alle quali 
aggiunge altre lire 20,000 sui fondi liberi della Congregazione 
stessa, oltrepassano le lire 60,000. 

Altro istituzioni, pel medesimo scopo e con nomi differenti, 
sono sparse nelle diverse Parrocchie della città: ve n' ha una, 
istituita nei Corpi Santi, che porta il nome di Cavour, in me- 
moria del grande ministro. I sussidi normali sono di lire 8 
al mese; sussidi di istituzioni speciali danno una quota anche 
maggiore. 

Vi hanno dei casi nei quali l'allattamento mercenario è una 
dolorosa necessità: è anzi una carità, una doppia carità; una 
carità verso la madre debole ed impotente, una carità verso il 
figlio, che, male alimentato, porterebbe un contingente al ra- 
chitismo. Ma dove le forze non mancano; dove l'allattamento 
materno non era impedito che dall'urgenza del bisogno, che, 
aping Rido al lavoro, obbligava ad abbandonare i figli, l'Opera del 
baliatico, diventa altamente morale ed utile: sollevando questo 
bisogno, essa conserva il figlio alla madre, la madre al figlio, 
dando quindi Luogo a quello scambio di cure e di alleili, che 

i i I-- prime basi e |] cemento più efficace dei sentimenti delia 
famiglia: e i noi effetti salutari non tarderanno a mostrarsi 
o nei rapporti fisici che educativi. 



BENEFICENZA. E PREVIDENZA 347 



* 



Sulla casa n. 73, nel Corso P. Garibaldi, è infissa una lapido 
colla seguente iscrizione: 

IN QUESTA CASA ABITÒ MOLTI ANNI 
E ISTITUÌ IL PRIMO RICOVERO PEI BAMBINI LATTANTI 

Laura Solerà M antegazza 

VERA MADRE DEL POVERO. 

Il sussidio di baliatico, sia pur sollecito e generale, è scarso al 
bisogno, perchè lo scopo che si prefigge sia sempre pienamente 
raggiunto: ciò era possibile quando la madre attendeva esclu- 
sivamente al lavoro casalingo : la madre rimaneva sempre col 
tiglio, e un piccolo sussidio, in ristrette condizioni economiche, 
•diventava un sussidio grande. Le industrie, le manifatture, gli 
opifici pubblici e privati, traggono ora la maggior parte delle 
ti onne del popolo a lavorare fuori delle loro case e talvolta lon- 
tano dalle loro case. Né è possibile che nel corso della giornata 
vi si possano recare per allattare il bambino. Si istituirono 
quindi i Ricoveri dei Bambini lattanti, detti anche Presepi. La 
loro prima fondazione venne fatta in Inghilterra: non è diffìcile 
il comprenderlo : dove prima sorse l'industria, quale è organizzata 
attualmente, dovevasi sentire prima che in altri luoghi un bi- 
sogno creato appunto dall'industria, e quindi il rimedio per sup- 
plirvi. 

Il primo impulso in Italia a promuovere simili istituzioni venne 
dato qui in Milano dall'Illustre Comm. Giuseppe Sacchi, nome ca- 
ramente associato a molte opere di Beneficenza, fino dall'anno 1847, 
con una Memoria, pubblicata negli Annali Universali di Stati- 
stica. Le vicende del 1848 impedirono che si fondassero in quel- 
ranno Presepi; ma il buon seme era gettato, e non poteva t ar- 
care a mettere radici e dare i più copiosi frutti. 

Il primo ricovero di Maternità fu aperto nel maggio 1850 dalla 
signora Laura Solerà Mantegazza, nella Casa che porta la la- 
pide sopraccitata. 

I ricoveri attualmente aperti sono quattro. Essi ricevono i 



348 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

bambini poveri, tanto lattanti che slattati, dell'uno e dell'altro 
sesso, in ogni giorno non festivo, dalla mattina alla sera, nelle- 
ore nelle quali le madri attendono al lavoro. All'allattamento si 
prestano le stesse madri: gli slattati vengono custoditi e nutriti, 
e tutti vi trovano assistenza e cura per parte di apposito perso- 
nale, sorvegliato e diretto da Ispettrici e Medici onorari. I bam- 
bini vi sono accolti a 15 giorni dalla nascita, e vengono di- 
messi ad anni 2 e mezzo compiuti, all'età in cui possono essere 
ammessi negli Asili di Carità per l' infanzia. I bambini ora rac- 
colti sono circa mille. Il patrimonio dell'opera Pia è di circa 
Li. 140,000, e le spese annuali ammontano a L. 30,000. 

Milano è orgogliosa di questa Istituzione, che, prima d'ogni 
altra città in Italia, vide nascere nelle sue mura. 






Chi sono quei bambini, fanciulli e fanciulle, che, allineati, in 
piccole schiere, accompagnati dalle loro maestre, si avviano da 
diversi punti verso il centro della città? Li avete riconosciuti: sono 
i bambini degli Asili infantili. Siamo alla metà di maggio: nella 
chiesa di S. Fedele si celebra l'ufficio funebre anniversario dei Be- 
nefit tori della pia e filantropica istituzione. Sono vestiti in divisa,. 
puliti, attillati, freschi nel viso, sorridenti, preceduti dalla piccola 
bandiera coi colori nazionali, lieta del gentile ufficio. Entrano in 
chiesa, si recano ai loro posti, si schierano, per prender parte 
alla festa, essi della festa la parte più bella. Soavissime armonia 
vocali e istiumentali si elevano misteriosamente dal fondo del 
coro in accompagnamento alle sacre funzioni, e si diffondono 
per L'ampia navata del tempio, destando per l'orecchio le più 
soavi impressioni nel cuore. Quelle voci, quei suoni, chi li eleva? 
Una cara conoscenza che faremo fra poco, i poveri Ciechi; è una 
beneficenza che si associa ad un'altra beneficenza, in un atto di 
riconoscente tributo! I T n pio e dolio oratore; sale il pergamo, e 
dinanzi alla numerosa folla degli accorsi spiega, encomia, su- 
blima, L'opera degli Asili infantili. 

Chi ora non Loda quest'opera? chi non ne riconosce i molte- 
plici vantaggi, fisici, morali, intellettuali, religiosi? quale città, 
qual borgata, appena di qualche Importanza, non si sforza, non 
Loria di avere i propri Asili l 



BENEFICENZA K PREVIDENZA .'11'.» 

Non fu così al principio dell' introduzione di cpiest' opera fra di 
nei. Fu allora tanto contrariata quanto ora è encomiata. Ferrante 
Aporti fu il grande apostolo degli Asili. Ma egli aveva un grave 
torto: di principi liberali, voleva introdurreuna istituzione, che, pel- 
ea so, aveva già vita in paesi protestanti: tanto bastò perchè 
gli si schierassero contro, col pretesto della difesa dei principi 
dell'ordine e della religione, nemici d'ogni parte. Fra le molte 
obiezioni futili, una si presentava però come seria; era quella che 
con tali instituzioni, sottraendo il bambino dalle cure vigili dei 
genitori nei primi anni, si distruggeva il primo cemento della 
famiglia, sostituendo alla famiglia naturale la famiglia artificiale. 
Giustissimo riflesso, se la famiglia naturale potesse attendere alla 
-orveglianza dei figli: ma il fatto è ben diverso: il padre e la ma- 
dre, occupati nel lavoro, lontani dalla casa, non attendono ai fi- 
gli: non è più quindi la famiglia artificiale sostituita alla na- 
turale, semplicemente; è la famiglia artificiale, che sorveglia, 
sostituita alla famiglia naturale, che trascura. 

Gli Asili furono introdotti in Milano nell'anno 1836. Nove sono 
gli Asili aperti nel circondario interno della città, col numero 
complessivo di circa 3,000 bambini. Dodici sono invece gli Asili 
che si trovano nel circondario esterno, con bambini circa 1,500. 
Il numero maggiore di Asili, con un numero minore di bambini, 
si spiega dalla speciale ubicazione dei sobborghi di Milano, che 
rende le distanze più grandi da un Asilo all'altro. La spesa 
complessiva degli Asili del circondario interno è di circa lire 
1>0,000, del circondario esterno, di lire 30,000. 

Negli Asili viene data ai fanciulli dei due sessi quell'educa- 
zione religiosa, morale, fìsica ed intellettuale, che si conviene 
per renderli preparati, od alle istruzioni elementari per quelli che 
escono all'età di sei anni, od all'esercizio delle professioni fab- 
brili, per quei fanciulli maschi che escono all'età di dieci anni. 

L'Asilo infantile non presenta il tipo di una scuola propriamente 
detta, ma quello piuttosto di una famiglia. Il metodo che vi si 
osserva è tutto materno. Lo svolgimento educativo asseconda 
con armonico accordo lo sviluppo graduale delle facoltà orga- 
niche, intellettive e morali, proprie dell'infanzia. L'ammaestra- 
mento consiste preferibilmente in una serie ordinata di esercizi 
<li carattere oggettivo, da porsi in atto col metodo così detto 






350 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

intuitivo. A questi esercizi vanno associati anche svariati lavori 
di mano, a seconda della rispettiva capacità dei fanciulli, sì del- 
l'uno che dell'altro sesso. Ogni Asilo trovasi provvisto delle ne- 
cessarie supellettili didattiche da usarsi per l'ammaestramento 
oggettivo e pei lavori di mano. Per lo sviluppo progressivo delle 
forze organiche, si fanno opportuni esercizi di ginnastica ed evo- 
luzioni ritmiche. Si conserva anche l'uso di brevi canti a forme 
melodiche ed appropriate all'età dell'infanzia. I bambini ricevono 
ogni giorno una minestra gratuita, e vengono favoriti, secondo 
il bisogno, di una sopravveste uniforme. 

Fra tutti gli Asili di Milano il più distinto è V Asilo Eleonora^ 
che sorge a tergo della chiesa di S. Eustorgio e viene chiamato 
l'Asilo modello. Esso fu eretto sopra apposito disegno in confor- 
mità agli speciali bisogni degli Asili. Le prime lire 50,000 per 
la sua erezione furono date dal signor Kramer in commemora- 
zione della defunta sua consorte Eleonora Mylius. Dolore e be- 
neficenza consacrano quel nome. 






Uno dei più grandi benefici che si raccoglieranno dalla isti- 
tuzione dei Presepi e degli Asili sarà il beneficio igienico, la 
migliorata condizione fisica dell'infanzia, e con essa della gioventù 
e di tutta la popolazione. Si ripete spesso che le costituzioni 
sono deperite, che la mortalità è maggiore dei tempi andati, la 
longevità pia scarsa. È un'asserzione che molti fatti contradi- 
cono. La popolazione è in continuo aumento, i casi di longevità 
sono frequenti, e la mortalità assai più rara, specialmente nei 
casi contagiosi, che nel passato. Si dà ora grande importanza 
alla statistica: la statistica prova chela media della vita e ora 
astai pni elevata di «inolio che lo fosse nei tempi addietro: oggi 
li campa assai di più di quello che non si campasse or son tre 
-li. 

Non bisogna Illudersi però; so alcune cause di degencraziono 

della razza sono distrutte, altre rimangono; alcune anzi sono 

tiute. Il lavoro prolungato nelle officino, o specialmente di 

certe officine, altera nei genitori la costituzione dei figli : l'abuso 

dei liquori, mais particolare della nostra età, l'abuso dei piaceri, 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 351 

male di tutte le età, sono altre cause di deperimento: le abitazioni 
della città tendono a migliorare: aria, acqua, luce, vengono salu- 
tati come il più prezioso dei coefficienti della salute: questa tras- 
formazione non si può fare però che a gradi e lentamente. 

Milano in questo rapporto ha fatto passi da gigante: ne fera. 
un altro assai grande se il progetto ideato, vagheggiato, dell'in- 
troduzione in città di un cospicuo getto di acqua potabile, dal 
campo delle idee e delle aspirazioni discenderà in quello della 
pratica e dei fatti. Ma ad ogni modo cause di deperimento e 
di rachitismo esisteranno sempre: abbiamo detto la parola. 

Il paganesimo, dinanzi al rachitismo, aveva una soluzione assai 
spiccia: lo sopprimeva, sopprimendo la persona che ne era affetta. 
Il cristianesimo, divinizzando, nell'esempio del suo fondatore, la. 
sventura, portò il rispetto della personalità umana al più alto 
grado: nell'applicazione questo principio alcune volte degenerò r 
la sventura non solo fu rispettata, ma conservata: la più facile 
rassegnazione da una parte, il generoso esempio della carità 
dall'altra, facevano meno sentire il bisogno di ricorrere ai mezzi 
possibili perchè il male fosse tolto, non solo senza danno della 
persona inferma, ma col suo vantaggio. 

È ciò che ha fatto la scienza. La istituzione della Casa del 
Rachitici è assai recente. In Italia il merito della iniziativa, 
in quest'opera di beneficenza, almeno nella sua piena attuazione, 
appartiene a Torino. Fino dal 1838 però, i Medici di Milano,, 
che dirigevano la parte sanitaria degli Asili, avevano emesso voti 
che sorgesse nella nostra città una istituzione atta al miglio- 
ramento fisico dei bambini del popolo affetti da rachitide. Nel 1819, 
un signore milanese, il marchese Alessandro Visconti d'Aragona,, 
con un atto che era ad un tempo uno stimolo ed una speranza, 
lasciava un fondo di lire 6,000 per la futura opera, che a tale 
intento sarebbe certamente sorta. L'opera sorse nel 1875, special- 
mente per la iniziativa pronta e tenace del dott. Gaetano Pini. 

In una vecchia casa della via S. Andrea si cominciarono a 
raccogliere 15 bambini contorti e deformi. Poche stanze e un 
giardinetto costituivano la sede della nuova istituzione. Nel 1870 r 
a casa di via S. Andrea era già divenuta angusta e troppo 
sproporzionata alla schiera numerosa dei poverelli, che doman- 
davano di essere ricoverati nell' Istituto. Un locale più conve- 



352 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

niente fu trovato in un antico edilìzio del vicolo Rasini. Da 15 
i ricoverati diventarono 20, poi 25, poi 30, poi 35, poi 40, poi 45, 
e chi sa qual cifra avrebbero toccato, se con provvido consi- 
glio non si fosse aperta un' ambulanza per curare i casi meno 
gravi, dispensando farmachi, fascie e fustini, senza dare ricetto 
a tutti gli ammalati. Al principio del 1880, oltre 1,200 bambini 
avevano ricevuto dall'Ospizio soccorso e conforto. 

Dinanzi a richieste così numerose e crescenti , il Consiglio 
d'Amministrazione allora deliberò di costruire dalle fondamenta 
un Asilo modello, capace di contenere, a modo di scuola, circa 100 
bambini e 25 letti ad uso di Ospedale, e invitò la cittadinanza 
a concorrere con nuovo impulso al sostegno dell' opera sì bene 
incominciata. In meno di una settimana la sottoscrizione aperta 
•raggiunse la cospicua somma di lire 70,000. 

La casa semplice, modestissima nelle forme esteriori, ma spa- 
ziosa, comoda, arieggiata nell'interno, e fornita di quanto è ne- 
cessario ad una scuola e ad un ospizio, tenuto calcolo di tutte le 
-esigenze richieste dalle progredite igieniche discipline , è già 
sorta dalle fondamenta, è già coperta del tetto, e sta ricevendo 
gli ultimi lavori, per poter presto accogliere nel suo grembo 
la sventurata famiglia che vi cercherà ricovero, assistenza, gua- 
rigione e salute. 

Nel principiò di quest' anno fu presentato al Municipio di 
Parigi il progetto di erigere alcune case di Rachitici nei quar- 
tieri più popolati della città: i proponenti sono alcuni egregi 
Medici che nel passalo autunno vennero in Italia ad assistere e 
prendere parte ai due Congressi Internazionali, l'uno di Igiene 
tenutosi a Torino, l'altro di Beneficenza tenutosi a Milano. Essi 
fecero oggetto di si tulio particolare le case dei Rachitici introi 
dotte li-i imi, <> da questo esempio presero le mosso per presela 
tare e appoggiare la loro proposta al Municipio della capitali 
Si prova un senso (li orgoglio a questi fatti, e il peni 
siero e il labbro quasi involontariamente corrono a richiamare 
e a ripetere le parole che Annibal ('aro poneva sulla tomba di 
Ma accio: 



. . . Insegni il BuotMurroto 

A lutti ;-'ii altri, e da nic solo impari. 



beneficenza e previdenza 353 



La pia istituzione por la cura balnearia o marina agli scro- 
folosi ha pur essa lo scopo di reintegrare e rinvigorire la saluto 
per altri motivi viziata e pericolante. Essa ebbe origine nel 1862 
per iniziativa di alcuni privati cittadini, fra i quali merita di 
essere ricordato in modo particolare il dott. Ezio Castoldi, capo 
della Commissione medica della pia istituzione e segretario del 
Comitato promotore. 

Ci ricorda quello che il dott. Borelli andava ripetendo nelle 
sezioni del Congresso Nazionale di beneficenza tenutosi in Na- 
poli nel marzo del 1819:' Bagni Marini, Bagni Marini! A sua 
idea sarebbe questo il modo di rialzare tutta la costituzione 
fìsica della nazione. Egli avrebbe voluto che gli stabilimenti dei 
bagni marini fossero divenuti una istituzione governativa e na- 
zionale. Senza dividere le ardenti speranze del medico napoli- 
tano, riconosciamo però che notevolissimi sono i vantaggi clic 
si possono ritrarre da questa cura, quando fosse intrapresa a 
tempo e continuata secondo il bisogno. 

Per convincersene basterebbe recarsi alla stazione, in due epo- 
che distinte, quando la comitiva dei poveri scrofolosi, bambini e 
adulti, coi segni palesi e occulti del male , abbandona Milano , 
per recarsi o ai bagni marini di Volt ri od alle acque solforose di 
Rivanazzano, e quando ritorna. Partono. Che faccie floscie, che- 
andar lento, che sguardo intontito! non mancano talvolta quelli 
che si reggono sulle gruccie: è un convoglio di ammalati, mal- 
grado un raggio di speranza che pur brilla sui loro volti. Andai e 
ad assistere al loro ritorno. Certo quella che arriva non è una 
comitiva di allegri coscritti, od una frotta vispa e chiassosa di 
fanciulli e di fanciulle, che scappano sulla via appena la scuola 
è finita: i segni del male in molti restano ancora, ma quanto 
scemati, quanto velati da un aria di benessere, che ha preso il 
predominio sul male, e accenna a vincerlo interamente! I pochi 
a cui la cura poco ha giovato, fanno meglio risaltare il van- 
taggio conseguito dagli altri. I vantaggi veri poi sono qtletti 
che constatano le famiglie nel riavere i loro cari: ad una salute 
malferma, che fastidiva il lavoro e l'umor lieto, è sottentrat.v 

Milano. - Voi. L 23 



354 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

il vigore, T allegria, l'utile operosità: quanti membri redenti 
alle famiglie presenti, quanti membri rifatti pel bene delle fa- 



miglie future! 



Circa 400 sono i curati ogni anno; 250 ai bagni marini di 
Voltri, ove l' istituzione ha uno stabilimento proprio, e 150 alla 
potente sorgente di acque minerali salso-bromo-jodiche di Ri- 
vanazzano. Le spese erogate in beneficenza toccano le L. 40,000. 



Ma vi hanno delle sventure che sembrerebbero irreparabili: 
chi dà l'udito ai sordi, la vista ai ciechi? La carità eia scienza 
operano questo miracolo. 

Resterà sempre nei ricordi della nostra vita come una gior- 
nata delle più pure ed elevate emozioni quella del 12 settem- 
bre 1880, passata nell'Istituto dei sordo-muti poveri di campa- 
gna. Il Congresso Internazionale pe' sordo-muti tenutosi ai primi 
di quel mese era terminato. V Italia aveva ottenuto in esso il 
maggiore dei trionfi, quello di vedere le persone più dotte nella 
materia, accorse da tutte le parti del mondo, rendere omaggio alla 
superiorità dei metodi qui adoperati, e dei modi per attuare 
questi metodi, nell'istruzione dei sordo-muti. Si voleva ora dare una 
conferma alle teorie colla eloquenza dei fatti; mostrare cioè 
come V insegnamento orale, riconosciuto il migliore, nel tempo 
che il sordo-muto trovasi nei propri istituti, non perda il suo 
vantaggio, anzi lo accresca e lo perfezioni, quando il sordo-muto 

< uscito, e convive in mezzo alle proprio famiglie, talvolta rozze 

< d incolte, in mezzo alle più svariato condizioni della società. 

L'illustre sac. Giulio Tarra, a cui spettavano già i più bei trionfi 

nel campo delle discussioni, doveva raccoglierne ora un altro più 

grande ne] campo della pratica. Si erano fatti venire appositamente 

dodici maschi e dodici ragazzo, che, da qualche tem- 

da uno, due, tre, «inaino anni, avevano abbandonato l'Istituto: 

" j loro abiti diversi, che tradivano le diverse provenienze, 

e condizioni ed occupazioni; erano là contadini, operai, 

" ! ì industrie, domestici. Vengono interrogati sul loro metodo 

• ' 'I luogo della loro dimora, sulle persone colle quali con- 

""• "I modo di comunicazione cogli udenti, sulla difficoltà o 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 355 

la facilità di ritenere o perdere il mezzo della parola, sulle loro 
osservazioni, sui voti che essi fanno per la migliore istruzione 
dei sordo-muti loro confratelli, in tutte le parti del mondo. . . . 
Essi rispondono con prontezza, con naturalezza, col gusto di ri- 
spondere, che manifesta a un tempo la sicurezza e la gioia del 
rispondere. La parolaia parola, essi esclamano, è il mezzo che ci 
ha redenti, che auguriamo sia adoperato per la redenzione di tutti 
i sordo-muti. Anzi che essere impacciati, essi sono impazienti di 
dare una prova di quello, che asseverano, prevengono le domande 
che loro vengono fatte, rispondono a due, tre, quattro per volta: 
tanto che il Direttore, con ilare rimprovero, è obbligato ad escla- 
mare: «Silenzio, silenzio: rispondete uno alla volta. Che sordo-muti ! 
non si possono far tacere!» Gli applausi dell'assemblea coprono que- 
ste parole : il sommo della difficoltà superata era raggiunto ! Il sordo- 
muto è redento: egli è confuso, quasi uno di loro, cogli udenti 
e parlanti: non è più ora questione di andare avanti; si tratta 
solo di conservare e di perfezionare quello che si è ottenuto. 

Questa medesima impressione si manifesta provata in una ce- 
lebre Relazione che l'illustre Franck, rappresentante al Congresso 
del Governo francese, fece al suo Governo intorno ai risultati della 
sua visita in Italia: fautore un tempo del metodo dei gesti, ora 
si dichiara apertamente convertito a quello della parola: dinanzi 
ai fatti, non discute più, ma si arrende; e prega il Ministro 
perchè voglia, il più presto possibile, con una completa riforma, 
applicare il metodo della parola a tutti gli Istituti di Francia. 
Il suo voto autorevole fu tosto esaudito. Due esperti maestri 
vennero mandati a Milano per addestrarsi nei metodi italiani, 
l'uno nell'Istituto Regio, l'altro in quello dei Poveri di Cam- 
pagna, e di ritorno in Francia diventeranno alla loro volta 
maestri dei loro compagni, affinchè la invocata riforma si estenda 
a tutti gli Istituti della loro Nazione. È un omaggio che fa 
pnore, e si ricorda con giusta compiacenza. 
. Due sono gli Istituti dei sordo-muti in Milano, il Regio, pei 
sordo-muti di civile condizione, e quello dei poveri di campagna; 
jl primo venne fondato fino dal 1805: in esso pure, in una delle 
sere precedenti, si era data una prova dei progressi ottenuti 
neir insegnamento orale, col far rappresentare dagli stessi sordo- 
muti due piccole composizioni drammatiche. Negli intermezzi, si 



356 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

erano poi veduti, miracolo sorprendente ! un sordo-muto, dell'I- 
stituto di Siena, ed un cieco, dell'Istituto di Milano, seduti ad 
un medesimo piano-forte, suonare a quattro mani un medesimo 
pezzo di musica, col maggiore accordo e la maggior sicurezza. 
Questo Istituto dà l'istruzione a circa 60 sordo-muti , ragazzi e 
fanciulle. L'Istituto dei sordo-muti poveri di campagna, che si 
regge solo colla beneficenza, venne iniziato nel 1853 dal com- 
pianto conte Paolo Taverna. Quante volte (mesto nome ritornò 
coli' accento della più viva riconoscenza sulle labbra dei poveri 
sordo-muti! Esso contiene, divisi in due locali separati, 60 al- 
lievi e 60 allieve. Ha un patrimonio di oltre un milione e mezzo, 
ed ero^a in beneficenza circa L. 130,000. 






I Ciechi ! Noi siamo in famiglia : non è colla penna dello scrit- 
tore, che dobbiamo parlarne, ma coli' affetto del padre. 

L'istruzione del cieco, con metodi propri e scientifici, è assai 
recente : essa data dalla fine del secolo scorso. Il primo istituto 
apertosi in Italia è quello di S. Giuseppe e Lucia in Napoli. Più 
• •Ih' un Istituto, esso era un Ricovero, una sezione dipendente 
dal grande Albergo dei Poveri. L' istruzione vi fu pure intro- 
dotta, a vantaggio di fanciulli che vi erano raccolti, ma il vii- 
ratiere speciale, pel numero maggiore degli adulti e dei vecchi 
che vi si trovavano, fu sempre quello di Ricovero. Il primo istituto 
d'istruzione propriamente detta fu quello di Padova, che precedette 
di pochi mesi la fondazione dell'Istituto di Milano, avvenuta nel 
1840. L'Istituto di Milano, per la copia maggiore dei mozzi di cui 
dispone, per la molteplice istruzione clic vi viene impartita, pel nu- 
mero degli allievi, che forcano il centinaio, e riputato ed è il mi- 
gliore che ora vanii l'Italia, e trovasi all'altezza dei più celebri 
cheonorino le altre nazioni. Esso è diviso in due istituzioni : Y Isti- 
tuto dei Circhi, propriamente detto, e V Asilo Mondolfo. Nelllsti- 
tsto sono cacci. iti i bambini e Le bambine, dagli otto ai dodici anni, 
bano otto anni: nell'Asilo si raccolgono, a tempo inde- 
terminato, e fino a concorrenza d<-i mezzi disponibili, perchè vi 
i ioa meglio perfezionare, allievi ed allieve, che hanno ter- 
minato lodevolmente il corso nell'Istituto. 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 357 

Andiamo a farvi una visita. 

Questa è la scuola dei più piccoli. Vedeteli seduti intorno al 
loro tavolo, in forma di ferro di cavallo. Ecco i loro libri di 
lettura; sono impressi in rilievo, questi col carattere comune, 
quelli a punti col metodo Braille, che è un metodo convenzio- 
nale, come il metodo telegrafico. Essi leggono speditamente l'uno 
e l'altro, più il secondo del primo, facendo scorrere sovra di essi 
la punta delle dita. Le dita sono 1' occhio del cieco. Vedete là 
un piccolo museo di animali, di frutta, di oggetti vari ... I ciechi li 
toccano, dalla forma si fanno il concetto pronto, sicuro delle cose, 
e l'acquisto delle cognizioni è ottenuto rapidamente, giovato in modo 
speciale da continue letture di libri istruttivi ed utili, che loro 
vengono tenute. Lo sviluppo intellettuale del cieco è assai notevole, 
e può raggiungere gradi molto elevati. Questi è il loro mae- 
stro. Un cieco? Si, un cieco; istruito qui nell'Istituto, ora è di- 
venuto alla sua volta maestro de'suoi compagni: è un miracolo 
di ordine e di pazienza: un veggente non occuperebbe meglio 
il suo posto. E così altri ciechi sono maestri dei loro compagni 
negli istrumenti musicali, nel clarino, nel piano, nell'organo, nel 
canto. 

Queste sono le camerette, dove attendono alle loro lezioni ed 
allo studio della musica. Come imparano la musica? Coli' istru- 
zione orale e colla lettura. Il maestro insegna un pezzo col ri- 
peterne le note, che essi mettono a memoria e ripetono sull'i- 
^trumento; oppure la leggono: il metodo Braille, che serve per 
la scrittura e la stampa comune , serve anche per iscrivere e 
stampare la musica. 

Entriamo nel compartimento femminile. Il lavoro ha qui la 
prevalenza. Queste fanno le calze, quelle cuciono, queste fanno 
i lavori all'uncinetto, quelle i lavori colle granatine. Anche ì 
merletti di Cantù! Sì, anche i merletti di Cantù : anche i ricami: 
guardate, questo è un ricamo che si sta preparando per l'Espo- 
sizione ... È una cosa mirabile! 

Le ragazze vi mostreranno anche i diversi metodi di scri- 
vere. Hanno il metodo di scrittura per comunicare fra di loro : 
è il metodo Braille : il metodo Braille è chiamato giustamente 
la lingua dei ciechi. Per comunicare coi veggenti hanno due 
anetodi distinti: il metodo alla matita, semplice, economico, in- 



358 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

ventato qui nell'Istituto, e seguito in quasi tutti gli altri Istituti 
d'Italia, e il metodo Faucault, d'invenzione francese. Essi però 
non possono leggere quanto hanno scritto. Oh! se si potesse 
trovare un metodo facile, economico, col quale potessero leggere 
«contemporaneamente ciechi e veggenti! 

Portiamoci nel compartimento maschile dei più grandi. Questa 
è la gran sala delle Accademie e degli esami. Come son belle, 
interessanti, commoventi, le accademie letterarie e musicali date 
dai ciechi! Alle volte essi eseguiscono dei pezzi musicali con 
sessanta parti: trenta di essi cantano, e trenta accompagnano 
il canto coll'orchestra, e i pezzi sono di loro composizione! Ed 
è un cieco quegli che li dirige! Come mai ottennero questi ri- 
sultati ? Collo studio e colla pazienza. 

Quella corte ombreggiata, con larghi viali ed aiuole a modo 
di giardino, è il luogo della loro ricreazione: guardate quegli 
ordigni di ginnastica: anche i ciechi si esercitano nella gin- 
nastica: elementare e misurata, essa è per loro, impossibilitati 
ad un moto libero e sciolto, di maggior necessità e di maggior 
vantaggio, che non pei veggenti. 

Andiamo a vedere la sala dei lavori. I ciechi, che non mo- 
strano attitudine, o assai poca, alla musica, vengono addestrati 
al lavoro manuale: fanno stuoie, incannano le sedie, fanno col 
telaio nastri e persiane, intagliano il legno . . . 

Qual'è l'avvenire del cieco? Alcuni diventano organisti, altri 

accordatori, altri attendono a qualche lavoro: guadagnare quanto 

basti per vivere, è concesso a pochi: qualche cosa però possono 

guadagnare tutti: non fosse altro, l'istruzione ha arricchita la 

loro mente d'idee, ha ingentilito i loro sentimenti, ha dato loro 

nelle mani un mozzo di occupazione, che, se non li porta alla" 

ricchezza, li toglie all'ozio; essi vivono moralmente, sentono di 

e uomini, quasi scordano la loro disgrazia. 

Sono preziosi questi frutti? Ebbene, venite a salutare i santi 

dell'Istituto, Questo è il busto di Michele Barozzi, il fondatore 

dell*] jtitutd, che potè reggerlo per ventisette anni : è morto colpii <> 

dal colerai Questo è il busto de] conte Sebastiano Mondolfo, il 

l'i.- benefattore dell' Istituto: in diverse riproso gli ha 

■I nato mazzo milione, e Lo ha Catto essere quello che e. Ah- 

-'li è morto! E morto? No; il suo nome e la sua carità con* 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 

tinuano a vivere nella Vedova superstite, che nei poveri ciechi 
sente d'amare i suoi figli d'adozione. 



Vi sono degli infelici più infelici dei rachitici, dei ciechi e dei 
sordo-muti; e sono i ciechi, i sordo-muti, i rachitici, che non 
possono essere né guariti nò istruiti, o per mancanza di mezzi 
o per incapacità naturale: non vi saia per essi un rifugio, un 
rifugio di tutte le infermità, che non possono essere raccolte e 
curate altrove? È fpii dove la carità ha il suo più alto trionfo: 
Ciò che la carità stessa rifiuta, la carità raccoglie. Il Rifugio \ 
Il nome dice la cosa: fondato nel 1871, il Rifugio è una Casa 
dove si raccolgono ragazze, e precisamente quelle infelici, cfio 
per imperfezioni fìsiche sono incapaci di procurarsi da vivere, e che 
non possono approfittare di altri ricoveri o di altre beneficenze, 
mancando delle condizioni richieste alla loro accettazione, a 
norma dei relativi regolamenti. Vi sono ricoverate d'ogni età e 
con vari generi d' infermità. Parecchie, non aventi 1' uso delle 
gambe, si aiutano sulle gruccie, e son condotte sopra sedie a 
carrucola. Vi è qualche scema o muta, e vi si conta un certo 
numero di cieche. Il Rifugio, opera fondata col medesimo ca- 
rattere e cogli stessi intenti dell'opera del Cottolengo a Torino, 
è destinata ad un grande sviluppo, che in parte non tarderà 
ad essere raggiunto, col traslocarsi in un locale assai più ampio, 
già acquistato. Le ricoverate attualmente non oltrepassano il 
numero di 80. Il benemerito conte Carlo Lurani, Presidente 
anche della caritatevole Società di S. Vincenzo de' Paoli, è la 
mente e il cuore di questa Pia Istituzione. 



L' orfanello ! senza padre , senza madre , talvolta senza en- 
trambi! L' essere orfanelli è una delle sventure che più fa- 
cilmente si comprendono, che si sentono più vivamente, in pro- 
porzione del beneficio del non esserlo: si amano tanto i genitori, 
si ama tanto la madre! Esserne privi nei primi anni, quando 
l'averli torna di maggior bisogno, di maggior conforto. 



360 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

• / Martinetti e le Stelline! Ecco una conoscenza antica e 
simpatica ai Milanesi. Il primo è il nome caratteristico che i 
Milanesi danno agli orfani, il secondo alle orfane, raccolti in 
•due diversi grandiosi stabilimenti. 

Gerolamo Miani, Patrizio veneto, che la Chiesa giustamente 
pose nel novero de'suoi Santi, fu il primo che verso il 1530 rac- 
cogliesse i poveri fanciulli orfani, derelitti e vagabondi, cresciuti 
a numero smisurato per l'imperversar della guerra, alimentandoli 
coli' elemosina dei cittadini. Dapprima furono raccolti in una casa 
presso S. Sepolcro, poi in una seconda in via del Crocifisso, 
poi in una terza in via del Giardino, ora Alessandro Manzoni, 
alla quale era annessa una chiesa dedicata a S. Martino. . . . 
Ah! ecco l'origine dell'appellativo Martinitt applicato agli or- 
fanelli! Strana pertinacia delle tradizioni popolari. Da oltre un 
secolo gli orfanelli abbandonarono quella casa, ma il nome che 
in essa assunsero è loro fedelmente conservato. 

L'Orfanotrofio Maschile, fino dal 1780, venne trasferito nel lo- 

e attuale, già de' Monaci Cassinesi, presso la Chiesa di S. Pietro 
in Gessate: quel Monastero, che si dice eretto sopra disegno di 
Bramante, si prestava acconciamente all'uopo, perchè uno dei più 
grandi e meglio architettati della città. Ha due bellissimi chiostri, 
circondati da portici di ottime proporzioni, con dormitori, refet- 
tori, ed altri locali di servizio, che vennero poi ampliati ed 
adattati ai bisogni delle loro nuove destinazioni. Nel 179G questo 
locale fu destinato ad uso di ospedale francese: gli orfani furono 
perciò trasferiti prima a Brera, poi nel locale ove ora sorge la 
grandiosa caserma di S. Francesco, e finalmente, nel 1803, ritor- 
narono definitivamente nell'antica sode 

Il numero dei lt i » > \ ;ì i n *t t i ricoverati è di oltre trecento. La co- 
munita «• divisa in due sezioni; le sezioni in diverse camerate: 
i.t primu sezione è quella dei minori, unicamente applicata agli 

di elementari; la seconda è quella dei maggiori, i (piali, con- 
tinuando negli .-nuli intrapresi, sono contemporaneamente appli- 
emii anche ai mestieri. Fino all'anno L854 era costume' mandare 
zi ni città ad imparare quel mestiere pel «piale mostra- 
vaii.» maggiore attitudine ed Ineltnazione, affidandoli specialmente 

• onre di qualche oneato p§4re di famiglia: in seguito vennero 
nell'interno del luogo l'io apposita officine, onde togliere 



r.EN'EFK ENZA E IMIEVI l»E\ZA 361 

gli orfani, non sempre bene tutelati, al perditempo ed alla distra- 
zione inseparabile dal dover andare due volto al -ionio dall'I- 
stituto alla bottega e viceversa, e ridurli quindi ad una vita 
più ordinata, operosa e tranquilla. Le officine attivatesi noll'Or- 
fanot rollo comprendono le arti del tipografo, del legatore, del 
meccanico, del fonditore di caratteri, del labbro, d.l calzolaio, 
del lattoniere, del tornitore, dell' intagliatore e del disegnatore. 
So poi qualcuno fra gli orfani manifesta un'attitudine speciale 
a qualche arte o mestiere più elevato, che non sia comproso in 
ipielli annessi all'Istituto, viene mandato presso qualche valente 
artista, e a questo modo l'Istituto potè annoverare fra' suoi 
allievi rinomati cultori di arti speciali. 

Le Stelline, o orfanelle, sono così chiamate, perchè il locale, ove 
si trovano, era un antico monastero, che aveva annessa una chiesa 
dedicata a S. Maria della Stella. S. Carlo Borromeo lo converti 
dapprima in Ricovero di Mendicità: in seguito divenne ricetto 
principale di orfani e di orfanelle, finche nel 1753, rimase ricovero 
esclusivo di queste ultime. Aumentato il loro numero, non ve- 
nendo esse col crescere dell'età allontanate dallo stabilimento, le 
più provette furono mandate ad abitare in una Casa situata nel 
vicino vicolo delle Oche, onde venne dato ad esse il nome di 
Ochette. Ampliatosi notevolmente, coi mezzi forniti dalla pubblica 
beneficenza, l'antico fabbricato, le Ochette si riunirono alle Stelline 
•e non formarono più che una sola famiglia. Fu posto però nel re- 
golamento che non potessero rimanere nell'Istituto oltre l'anno 
diciottesimo, tranne quelle che venissero assunte in qualità di 
assistenti o di maestre verso le loro compagne, col nome di 
Madrine, che ne caratterizza così bene l' amoroso ufficio. 

Lo scopo principale della educazione delle orfane sta nell'am- 
maestramento dei lavori femminili e nel disimpegno delle faccende 
domestiche: perciò si comincia coll'applicarle, appena entrate nel- 
l'Istituto, ai lavori a maglia; indi, col crescere dell'età, ed a se- 
conda dell'intelligenza e delle rispettive attitudini, passano alla 
scuola di cucito, poi al rammendo, alla raccomodatura ad uso 
(Ielle maglie e finalmente al ricamo, alla stiratura, alla macchina 
da cucire. Per turno poi tutte le orfane sono destinate a disim- 
pegnare i servizi di pulizia nello stabilimento, e tutte devono 
compiere il corso delle prime tre classi elementari. 



SC>2 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

Un' importanza speciale viene data in questo Istituto all'inse- 
gnamento del canto corale — Non udite quelle dolci, delicate , ar- 
monie, che vengono da lontano nelle vie della città, e si fanno più 
vicine e distinte? È un convoglio funebre; i cittadini compa- 
iono ai balconi, alle finestre, fanno largo nelle vie. Quel canto 
soave, melanconico, che va in fondo al cuore e lo commuove, è 
il canto delle Stelline, il canto delle preci che esse innalzano a 
Dio in suffragio delle anime dei trapassati. Non avvi funerale 
nella città, appena di qualche importanza, che non voglia essere 
condecorato dall'intervento delle Stelline : il canto della sventura, 
mentre commuove la terra, pare debba essere la preghiera più ef- 
ficace a meritare la misericordia del cielo! L'insegnamento del 
canto ha un vantaggio educativo oramai generalmente riconosciuto; 
per le Stelline è anche un mezzo di lucro procacciato allo sta- 
bilimento ed a loro stesse, perchè l'elemosina che vien corrisposta 
pel loro intervento alle funebri funzioni, viene divisa per metà 
fra le orfane e il Luogo Pio. 

Le orfane attualmente ricoverate raggiungono quasi il numero 
di 400. 

Un solo Consiglio Amministrativo dirige i due Istituti: il 
patrimonio dell'Orfanotrofio Maschile è di L. 6,000,000, circa; 
quello dell' Orfanotrofio femminile è di circa L. 4,000,000. 



Le sventare materiali sono grandi, ma non sono le sole; vi 
Sono anche le sventure morali ; la sventura del pericolo di cader 
nella colpa, La sventura della colpa. Questa sventura che intiera^ 
niente non si può sfuggire inai, perchè è un circi lo della guasti 
umana natura che sempre ci accompagna, può divenire più facili 
per circostanze particolari di tempo e di luogo. 

Vi hanno delle epoche 'li crisi sociali, nello quali principi eheavM 
vano sempre raccolto un rispetto tradizionale e indiscusso, é 
rimanevano come una guida ed una sanzione stabile della mora! 
lite pubblica, a un tratto restano privi di onore e di autorità! 
perdono ogni fede e quindi ogni efficacia sugli spiriti, senza chi 

principi di ordine differente siano subentrali a tenerne il 

,,;i '" i' 1 "'' che i.'ili principi possano trovarsi, e trovarsi 






BENEFICENZA E PREVIDENZA 363 

con un' efficacia, se non eguale a quella dei primi, almeno suf- 
ficiente al bisogno. L'epoca attuale è di queste : la politica pose 
in discredito, presso molti, la religione; screditata la religione, 
i freni al male furono allentati, l'audacia delle dottrine crebbe: 
siamo al punto nel quale predicare che il fine della vita è il 
piacere e non il dovere, che l'uomo è vittima, non causa delle suo 
azioni, è cosa non soltanto lecita, ma talvolta encomiata, pre- 
miata. E le cause, che producono l'assalto, rallentano anche, nel 
momento che sarebbe più necessaria, la difesa. Chi può frenare 
la passione quando può essere giustificata presso di se, quando 
può pretendere il rispetto della libertà in faccia agli altri ì 

In queste epoche le classi dei pericolanti e dei pericolati diven- 
tano assai numerose: l'adolescenza e la gioventù, che hanno le 
passioni più vive, non castigate dall'esperienza ancor non fatta» 
non moderate dalla ragione che ancor non ebbe il suo pieno 
sviluppo, sono le più esposte a sentire le malefiche influenze del 
nuovo ambiente. La carità però non si scoraggia dinanzi al 
male; trova anzi nel male cresciuto una ragione di provvedi- 
menti più solleciti, copiosi, generosi. Le ragazze in modo parti- 
colare sono quelle che vengono fatte oggetto di una maggior 
difesa, per tre ragioni, crediamo; perchè la loro caduta è più 
facile, perchè di più gravi conseguenze, e nel tempo stesso perchè 
■più facile presso di esse l'accettazione del rimedio. Ciò spiega il 
numero eccedente di Pie Istituzioni fatte in tale rapporto presso 
di noi a vantaggio delle ragazze in confronto dei maschi. 



La Pia Unione, società di signori e signore, fondata nel 183(3, 
eroga una parte delle L. 5,000, di cui annualmente dispone, nei soc- 
corsi agli infermi degenti nell'ospedale maggiore, l'altra parte 
nel procurare ricovero a figlie pericolanti e pericolate. V Opera 
Pia De Magistris, col reddito lordo di L. 30, 000, ha il mede- 
simo scopo. V Istituto dell' Addolorata, per pericolate, ricovera 
140 allieve colla spesa di L. 24, 000. L' Istituto Castiglioni 
per pericolanti, raccoglie 144 allieve colla spesa di L. 53, 000. 
Per pericolate sono pure II Buon Pastore, che ha 70 ricoverate 
colla spesa di L. 14,000, la Casa di Nazareth, con circa 400 ri- 



odi BENEFICENZA E PREVIDENZA 

overate. Per pericolanti sono ancora la Casa di Betlem , con 
100 allieve, V Istituto Bianchi con 200, la Sacra famiglia con 40, 
la Piccola Casa di S. Giuseppe con 40. 

In tutte queste case e istituzioni il principio adoperato come 
eminentemente moralizzatore, sia coli' assicurare la coscienza 
contro probabili pericoli, sia col purificarla e redimerla, se già 
viziata, è il principio religioso. Esso non è punto introdotto e 
mantenuto in modo semplicemente indiretto, e quasi tollerato: 
vi domina apertamente sovrano, vi si confonde col principio stesso 
della moralità; è la moralità presentata con un tipo ed una san- 
zione, non punto terreni, ma divini. In alcuni Istituti, preso come 
sussidio disciplinare, diminuisce il bisogno del personale di sor- 
veglianza, e si converte in un coefficiente economico: in altri si 
estrinseca in opere di splendore e di arte. Come è bella la chiesa, 
unita alla Casa di Nazareth! È una piccola meraviglia di ele- 
ganza e di buon gusto: di tre navate, con tribune sopra le na- 
vate laterali, sostenute da colonnine, in istile bisantino, con do- 
rature e fregi a traforo nel marmo, essa richiama alla mente le 
più belle basiliche antiche, che si ammirano in Roma. Questo 
splendore dato al culto divino e un mezzo direttamente voluto 
per influire salutarmente sopra immaginazioni ardenti e traviate; 
è uno spiraglio di cielo aperto alla purificazione, alla elevazione 
di attività, che la terra avea già contaminato o stava per con- 
taminare. Il fondatore di questa casa fu il milanese Don Carlo Sa- 
lerio, Missionario Apostolico, che la mal ferma salute ricondussi! 
dai elimi inclementi dell' Oceania e della China ai patri lari: 
egli attese a quest'opera come ad una continuazione della sua 
missione: il luogo era mutato, lo spirito era lo stesso: la colpa 
da correggere teneva il posto dell' idolatria da convertire; mail 
mezzo ed il fine della ioti a e del trionfo furono sempre per lui uno 
: applicare moralmente ael mondo la redenzione di Cristo J 
AikIm- i fanciulli traviati o derelitti non mancano intieramente 
di un sussidio materiale e morale: oltre i J 'ti formatori, oheat- 
lendono un cenno particolare) vi è il piccolo appena nascente istillilo 
li Artigianelli, vi <• ['Opera dei Derelitti, attivala da mol- 
imi anni, COD ne/zi e risultati divergi, ma cerio utilissimi, 

la CongregthziatM di Carità: sono più di L. 60,000 al- 
Jaooo (le la Congregazione eroga per L'opportuno collocamento 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 365 

di fanciulli e di fanciulle derelitti, o negli [sfóttiti di beneficenza 
o presso oneste e laboriose famiglie della campagna; 

Una nuova Istituzione, che si intitola della Protezione dei fan- 

civili, venne di recente fondata nella città: il suo scopo e assai 
più esteso che non sia quello direttamente ed esclusivamente vo- 
luto dall'Opera dei Derelitti, ed è foggiata sul tipo di altre con- 
simili Istituzioni già felicemente organizzate in altri paesi. L'esito 
coroni l'intento. 



I Riformatori! Nel pronunciare ora questo nome , sorge 
un senso di dolore nel nostro cuore, una lagrima spunta alla no- 
stra pupilla! Colui, al quale la città deve in non piccola parte 
la fondazione di questa Istituzione, nel vigore delle forze pure in 
una età già avanzata, cadeva, or son pochi mesi, colpito improv- 
visamente da un assalto apopletico! Derisione della morte! Essa 
lo colpiva, mentre, tutto effuso nella gioia, trovavasi fra la com- 
pagnia degli amici e dei parenti, la sera dell'ultimo Natale! Po- 
vero Don Giovanni Spagliarceli! l'avevamo veduto nel lavoro delle 
sezioni all'ultimo Congresso di Beneficenza, ricercato, riverito, 
da nazionali e stranieri. 

L'Opera Pia dei Riformatori, sebbene sottoposta ad una sola 
Amministrazione Collegiale, consta di tre Istituti distinti: 1.° il 
Pio Istituto di Patronato pei carcerati e liberati dal carcere; 
2.° il Pio Istituto pei discoli di S. Maria alla Pace; 3.° il Pio 
Istituto pei fanciulli derelitti in Parabiago. 

Il Pio Istituto di Patronato pei carcerati e liberati dal car- 
cere venne fondato, nel 1845, dallo Spagliagli, col soccorso d. Ila 
carità cittadina, all'intento di visitare i carcerati, prestare assi- 
stenza ai liberati dal carcere e di procurarne 1' emendazione: 
ma, fattasi accorta ben presto la Direzione che l'opera sua sa- 
rebbe stata più proficua applicandosi di preferenza ai giovani, 
si dedicò in modo speciale a procurare la loro riabilitazione, 
eoll'accoglierli in apposito ospizio, eretto espressamente in via Qua- 
dronno, dove trovassero istruzione e lavoro. Mediante concessione 
governativa, diretta a rendere obbligatoria l'educazione dei gio- 
vani corrigendi, quest'opera ha potuto estendere la propria 



366 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

azione a 159 giovani, di cui attualmente è capace l'ospizio, age- 
volarne e assicurarne i pregevoli risultati. 

Il Pio Istituto pei discoli di S. Maria alla Pace ebbe princi- 
pio, nel luglio 1841, per opera di Paolo Marchiondi, laico Soma- 
sco, uomo tutto bontà e ilarità, un Gerolamo Miani e un Fi- 
lippo Neri fusi insieme: egli lo eresse coi sussidi del Governo 
che gli concedeva l'uso gratuito del locale erariale, già convento 
dei Monaci osservanti di S. Maria alla Pace, colle oblazioni dei 
cittadini, e colle prestazioni spesso gratuite degli operai, che 
non volevano più servirlo, perchè non li pagava mai, ma che, 
vinti dalla sua bontà, continuavano a servirlo egualmente, con 
le promesse di pagamento nel futuro, che sapevano avrebbero 
avuto esito eguale a quelle del passato. Soppressa la Congrega- 
zione dei Somaschi nel 1867, questo Istituto veniva affidato alla 
Rappresentanza del Patronato pei carcerati e liberati dal carcere. 
Il Pio Istituto dei Derelitti è situato nel comune di Parabiago, 
Provincia di Milano, nel grandioso ex convento dei Cistercensi, 
e venne fondato, nel 1864, dallo stesso sacerdote Spagliardi, coi 
mezzi della carità cittadina e coi sussidi del Governo. L'ospizio, 
capace di oltre 300 fanciulli, fu attivato per raccogliere i discoli 
minori dei dodici anni, e per ritenerli fino a che, per le cogni- 
zioni assunte, possano essere adoperati come esperti garzoni di 
bottega e di campagna. 

Per conseguire lo scopo morale dell'associazione di questi Isti- 
tuti, i ricoverati vengono ripartiti secondo l'età e i titoli spe- 
ciali Del singoli ospizi, cioè: 1.° i fanciulli discoli non aventi il 
dodicesimo anno, nel Riformatorio a Parabiago; 2.° i fanciulli 
Jgiori di 12 anni, paganti o a carico della beneficenza, 
ii'l Riformatorio della Pace; 3.° i discoli egualmente maggiori 
ili L2 .'unii colpiti da sentenza o da ordinanza a tenore delle leggi 
rigenti per ozioso vagabondaggio, noi Riformatorio del Patronato. 
1/ educazione dei ricoTerati <• diretta a ottenere l'emendamento 
dei costumi «> di pericolose inclinazioni, e richiamarli al 

ut i mento dei loro doveri o al rispetto verso lo leggi religiose 
vili, eoli* ammaestrarli in qualche arte o mestiere, coll'insi* 
anari ad e i l'amore del lavoro <• <li mia vita occupala e rego«* 
. onde restituirli alla sooietà buoni ed operosi cittadini. A 
iì Riformatorio vi sono scuole per l'istruzione 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 3(37 

elementare, ed officine per 1' apprendimento dei mestieri e delle 
industrie. 

Ai principio del 1880 i ricoverati erano 480, cioè 13 1 al Pa- 
tronato, 141 alla Pace,205 a Parabiago.Di937 presenti nel triennio 
1877-78-79 ne uscirono 507. Di 390 collocati, 300 uscirono con 
abilità in una professione che prima non aveano, e 90 come ap- 
prendisti; 351 di essi con una più che sufficiente istruzione let- 
teraria, e 141 con istruzione superiore, mentre 227 erano entrati 
analfabeti. Di tutti i collocati poi, 420 meritarono il grado di 
lodevole condotta. 

Il patrimonio complessivo dei tre Riformatori è di circa 
L. 2,000,000: le spese di circa L. 250,000. Le dozzine dei ri- 
coverati figurano per L. 150,000. 

L'Opera di Patronato per gli adulti liberati dal carcere, che 
ora non è più esercitata che in via limitata e secondaria dal Pio 
Istituto di Patronato, venne ripresa nel 1879 da apposita Società. 
L'importanza di questa Società, ed il modo di meglio funzionare 
per conseguire il lodevole scopo, formarono oggetto di uno dei 
temi più importanti discussi nelT ultimo Congresso internazio- 
nale di Beneficenza. 



L'ignoranza è la causa d'ogni male. È un assioma che si ri- 
pete spesso. La riflessione e 1' esperienza lo confermano. Chi fa 
il male, lo fa non credendolo male, ma credendolo bene. Non fosse 
altro, lo crede un bene immediato: non ha la cognizione, o la 
forza intellettuale per capire che è un male, o che, se è un bene 
«otto un determinato rapporto, diventa un male sotto un rapporto 
più importante ed elevato. Il male della volontà è quasi sempre 
l'effetto dell'ignoranza della mente, dell'ignoranza delle cose in se 
stesse, o dell'ignoranza nel rapporto delle cose fra di loro. Si dice 
quasi sempre, non sempre, restando pur troppo vero il video 
meliora, proboque, deteriora sequor. 

Come provvedere ? Istruzione, istruzione, ecco il grande ri- 
medio: l'istruzione fa conoscere la verità, e la verità il bene. 
È la verità che vi farà Uberi. Questa frase, uscita or son di- 
ciannove secoli da un labbro divino, rimane ancora viva in 



368 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

tutta la sua bellezza e la sua forza: niente la smentisce, tutta 
la conferma. L' istruzione conduce al bene perchè lo fa conoscere; 
conduce al bene perchè nella duplice natura di cui l'uomo è com- 
posto, reprime la parte meno nobile e rialza la migliore, reprime 
la materia, rialza lo spirito. 

La Beneficenza milanese a vantaggio dell'istruzione meriterebbe 
da sola uno splendido capitolo: noi ne daremo un cenno colle 
frasi a un tempo più aride e più eloquenti : le cifre. 

Le Opere che distribuiscono sussidi per l'istruzione della gio- 
ventù, e impartiscono l'istruzione gratuitamente, sono numerosis- 
sime. Prendiamo, come ragione di confronto, l'anno 1878. 
' I Luoghi Pii Elemosinieri erogarono L. 7,738. 26 per 19 sus- 
sidi annuali di educazione; 1' Opera Pia Mondo! fo 50 sussidi da 
L.. 400 a 800 ciascuno; V Opera Pia Susani-Carpi 39 sussidi da 
L. 400 a 800; l' Istituzione Gonzales cominciò col 1880 a ero- 
gare la propria beneficenza in pensioni di L. 3000 annue, pel 
corso di 6 anni, a studenti legge, matematiche, medicina, corsi 
d'applicazioni, anche all'estero; il Collegio Calchi-Taeggi eroga 
L. 8,000 in 20 mezzepensioni ; iìCollegio della Guastalla L.79,779.21 
per 40 allieve; la Scuola Professionale istruisce 170 allieve; le 
Scuole notturne sono frequentate da 1013 allievi; le Canossiaue 
istruiscono negli studi scolastici 930 allieve, e 1,100 nel lavoro; 
e Marcelline 50 allieve ogni giorno e 50 alla domenica; le Or- 
Soline 130 Ogni giorno, 40 alla domenica; ne sono istruite 100 nella 
Scuola Silva, 200 nella P>entivoglio, 70 nella Grancini, 410 nello* 
Scuote' del Consolato operaio ; nelle Scuole Domenicali si istrui- 
9cono 5:50 màschi e 970 ragazze; 120 maschi dal Patronato degli 
Spazzacamini, L50 dal Ricreatorio, 400 dal Circo/o di Pubblico in- 
nannentò, ed in numero variabile daaltre Istituzioni : 7,000 è al- 
meno il numero degli allievi istruiti gratuitamente in Milano, senza 
mare La Soóietà nazionali' per ['istruzione nelle campagne , 
V \ minzione per incoraggiamento air intelligenza , la Filan- 
Ha senza sacriflàt, gli Oratori, le Associa:. ioni di S. Fran- 
i di Sale s e di S. Paolo, che distribuiscono pensioni, premi, 
libri per Incoraggiamento distruzione. E tutto ciò in sussidio 
all' istruzione impartita a speso del Comune, che, da sola, sor* 
a di «due un milione. 

a Milano, scriver», in una lettera al sindaco Belinzaghi, il 






BENEFICENZA E PREVIDENZA 369 

sig. Berardo Costantini, Presidente della Congregazione di Carità 
di Teramo, ed altro dei Membri intervenuti al Congresso in- 
ternazionale di Beneficenza, è la città che meglio che qualunque 
altra possiede le qualità necessarie ad essere la capitale del 
Regno. Questa sentenza è passata in giudicato, è divenuta inap- 
pellabile. E Capitale vuol dire la città in cui più di tutte le 
altre si pensa, si parla, si studia, si scrive, si stampa; quella 
in cui meglio che in tutte le altre si manifesta e si applica 
l'umano pensiero, quella in cui i pensamenti di tutta la Nazione 
convergono e si incentrano ». 

A questo movimento intellettuale, fatto segno dallo scrittore 
napolitano di un encomio tanto più prezioso quanto più disinte- 
ressato e spontaneo, la Beneficenza milanese può andar lieta 
di contribuire in non piccola parte. 



La cura ospitaliera è una delle prime che la società cristiana, 
appena fatta libera col decreto di Costantino, organizzò nel suo 
affermarsi pubblicamente in mezzo al mondo. Accanto ad ogni 
chiesa eravi una casa pei pellegrini e per gli infermi. Da ciò 
il carattere sacro che l'Ospedale ebbe per molti secoli, e la sua 
dipendenza quasi esclusiva dalla autorità ecclesiastica. 

La cura degli infermi a Milano si manifesta sotto tutte le 
forme; cura a domicilio, ospedali speciali, ospedali generali. 

La cura a domicilio venne nell'ultimo Congresso internazionale 
di Beneficenza raccomandata come la migliore, nei casi possibili. 
Milano da molto tempo ha già prevenuto quel voto. È fino dal 
1490, che due gentiluomini milanesi, fra le molte opere di carità 
che praticavano, avevano posta come principale il sovvenire 
nei loro bisogni i poveri a domicilio, conducendo seco i medici 
e pagando di loro spese le medicine. Quest' opera , conosciuta 
sotto il nome di S. Corona, autonoma fino al 1790 e incorpo- 
rata in seguito all' Ospedale Maggiore, sebbene con patrimonio 
distinto, che tocca quasi i 5,000,000, funziona regolarmente, 
prestando i propri benefìci ai poveri infermi in tutte le parti 
della città. Le visite fatte in un anno a domicilio sono circa 
70,000; più di 100,000 quelle fatte all'ambulanza nel locale del- 

Milano. — Voi. 1. 24 



370 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

l'Ospedale. Sussidio e complemento di quest'opera stessa, sebbene 
affatto distinta, è la Guardia medica notturna, iniziata nel 1872 
e riorganizzata nel 1876, unica in Italia, e forse unica in Europa, 
che viva e prosperi come Opera pia privata, ed ha per iscopo 
il pronto soccorso di notte all'evenienza di qualsiasi bisogno, per 
ogni classe di persone, per ogni genere di malattie. 

Fra gli Ospedali speciali va ricordato il Pio Istituto oftalmico, 
fondato e aperto dal dottor Giovanni Rosmini nell' anno 1874, 
allo scopo di curare le malattie d'occhi per quei molti, che non 
sono abbastanza ricchi per sostenere una cura pagata a domicilio, 
né sono poveri al punto di rassegnarsi alla cura gratuita, con- 
fusi cogli altri ammalati, nell' Ospedale Maggiore. — Va ri- 
cordato specialmente il Manicomio Provinciale od Ospedale 
dei Pazzi. Si hanno traccie assai antiche della cura di questi 
infelici: la prima asserzione certa risale però alla metà del se- 
colo XVI. Essi erano ricoverati nell' Ospedale di S. Vincenzo, 
ove rimasero sino al settembre 1781, per essere poi trasferiti 
nel locale della Senavra, casa di villeggiatura dei Gesuiti, sop- 
pressi pochi anni prima. Quivi rimasero, può dirsi, un secolo 
preciso: l'insalubrità constatata del locale e della località, avendo 
reso imperioso un mutamento, vennero condotti a Mombello, un 
ridente poggio, come indica lo stesso nome, sui primi rialzi dei 
colli briantei. Un maestoso palazzo, già di proprietà dei Mar- 
chesi Crivelli, ed ove Napoleone I abitò per circa sei mesi, nella 
sua prima discesa in Italia nel 1796, servì come di nucleo ad 
una «erie di altri fabbricati, che vennero innalzati in seguito 
«li» i pò il concetto di rispondere^ n modo distinto e completo a tutti 
i bisogni di questa cura speciale. Sono più di 1,000 i ricoverati 
che vi si trovano, colla spesa complessiva, sostenuta dalla Pro- 
vincia, di circa ]j. 800,000. Quegli infelici, a seconda della loro 
condizióne, sono diversamente occupati: vi èchi Lavora da fale* 
gname, da muratore; vi è chi attende a fabbricar cappelli di 
paglia, stuoie, scope : ai Lavori femminili accudiscono ordinaria- 
mente |,in di duecento donne. Oltre ottanta di essi sono impie- 
gati Dei Lavori campestri, sia Dell'ortaglia compresa nella cinta 

dell'. itabilimentO, lia Del Coltivar campi fuori della cerchia di 

Non È dfl tacer i neppure che si cerca ili (lare ad essi la 

di trazione possibile colla musica, colle esercitazioni 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 371 

drammatiche, per le quali vi è apposito teatro, colle passeggiate 
interne ed esterne dello stabilimento ; non è trascurato in- 
gomma nessuno di quei mezzi e di quei precetti che la progredita 
scienza freniatica impone o suggerisce. — Come complemento 
delle cure speciali ricordiamo V Associazione della Croce Rossa, 
per l'assistenza degli infermi e dei feriti in caso di guerra. Nata 
quest'opera da un pensiero generoso sui campi di Solferino nel 
1859, deliberata in apposita conferenza tenutasi a Ginevra nel 
1863, venne, per la sezione italiana, fondata in Milano nel 1864, 
avendo campo negli anni successivi di manifestare l' opportunità 
del suo servizio, sia coll'assistenza personale, sia colla spedizione 
di indumenti, nelle guerre sopravvenute in Italia, in Francia, 
in Spagna, in Turchia. 

L'Ospedale dei Fate-bene- fratelli, sul corso di P. Nuova, è ge- 
nerale e speciale a un tempo. Destinato ai soli uomini, accoglie 
tutte le malattie, meno le veneree, le croniche, e i deliranti. Fon- 
dato fin dal 1588, esso venne sempre assistito fino al presente, 
malgrado le molte vicende politiche, dai religiosi di S. Giovanni 
di Dio. Ricovera abitualmente oltre 100 ammalati. Una succur- 
sale, capace di oltre 40 letti, venne nel 1860 aperta a P. Ma- 
genta. In questa seconda casa 20 letti sono mantenuti a spese 
del Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano di Malta, in seguito a 
deliberazione del medesimo del 29 luglio 1862. Il patrimonio di 
quest'Opera Pia tocca quasi i 5,000,000, e le spese erogate in 
beneficenza ascendono a circa L. 250,000. L'Ospedale delle Fate- 
bene-sorelle, pure sul Corso di P. Nuova, destinato solo a donne, 
accoglie tutte le malattie, meno le croniche, le contagiose, e quelle 
relative alla gravidanza. Fondato in origine nel 1823, venne 
nel 1840 trasferito nel magnifico locale che ora occupa, eretto ap- 
positamente, specialmente colle splendide elargizioni della Mar- 
chesa Ciceri, di cui porta anche il nome. Fino al 1863 fu retto 
dalle suore di Carità fondate dalla Beata Bartolomea Capitanio 
da Lovere: da quell'anno passò sotto la dipendenza dell'Ospedale 
Maggiore. Ricovera abitualmente circa 100 inferme; ha un patri- 
monio di L. 3,500,000, ed eroga in beneficenza circa L. 150,000. 

L'assistenza ospitaliera in Milano è però rappresentata nel 
modo più splendido e completo dall'Ospedale Maggiore. Oggetto 
della meraviglia universale per la sua bellezza architettonica, 



372 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

per la sua vastità, pe' suoi ordinamenti, per la copia de' suoi 
mezzi, esso dà ricetto nel corso di un anno a più di 20,000 infermi. 
Venne fondato nel 1456 dal Duca Francesco Sforza, che concen- 
trò nel medesimo molti degli Ospedali speciali che prima esi- 
stevano sparsi nelle diverse parti della città. Ricevette un note- 
vole ampliamento nel 1621 , per opera del legato di Carcano 
Giovanni Pietro , detto il ricco, ed un altro, che lo condusse alle 
vaste proporzioni attuali, alla fine del secolo scorso, per opera 
del legato del notaio Giuseppe Macchio. L'Ospedale Maggiore ac- 
coglie ammalati delle circoscrizioni di tutto l'antico Ducato di 
Milano. È diviso in due grandi compartimenti pei due sessi, le 
femmine a destra ed i maschi a sinistra del magnifico cortile 
principale. Vi sono quaranta infermerie, la maggior parte vastis- 
sime. Il servizio sanitario è distribuito in distinte divisioni medi- 
che, chirurgiche e speciali : nove divisioni mediche, due delle quali 
per le malattie croniche, ed una per le contagiose acute: sei 
divisioni chirurgiche, una delle quali per le malattie croniche 
e dei bambini; cinque divisioni speciali perle alienazioni men- 
tali, le malattie cutanee, ginecologiche, sifilitiche ed oculisti- 
che. Ha una farmacia propria che distribuisce annualmente più 
di 800,000 ricette; una lavanderia a vapore, conun impianto capace 
di smaltire circa Chilog. 4,500 di biancheria pesata asciutta ogni 
dieci ore di lavoro utile. I Medici e Chirurghi addetti allo sta- 
bilimento toccano il numero di 100; le persone di basso servizio, 
«infilo di 300. Quando il numero degli ammalati affluisce più 
copioso del solito, da oltrepassare i 2,000, si forma una popola- 
zione, ira assistiti e assistenti, da costituire una grossa borgata, 
che funziona regolarmente, con speciali organismi. È annessa 
all'Ospedale una Biblioteca ricca di oltre 12,000 volumi di scienze 
mediche, tra i quali si annoverano le opere più stimate, arabe, 
greche e Latine, 

In mia circostanza particolare tutta la città trae alla risila 
dell'Ospedale. Ogni anno dispari, nella ricorrenza della festa 'Pa- 
tronale dell'Annunciata, tengono esposti al pubblico i ritratti 
«l<-i benefattori. È una consuetudine introdotta lino dal L464. 1 
in, a mezza figura o a figura intera, a seconda che il la- 
i fatto raggiunse ne] primo caso le L. 50,000, noi secondo lo 
I. - ano ora il numero di quasi troccnto. Ve ne hanno 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 373 

alcuni di un merito artistico di primo online. È una raccolta 
d immenso pregio, e l'unica torse di questo genere elio esista in 
Europa. 

colomba col ramoscello d'ulivo che Francesco Sforza pose 
a stemma di questo Ospedale, che volle fosse tanto solenne da 
essere degno dell' altezza del suo Ducale Dominio , e di una 
tanta e tanto illustre città, vogli tu sempre esprimere il caro 
ufficio della casa che rappresenti : sii tu sempre simbolo di au- 
gurio, di conforto, di speranza e di pace ; di augurio e di con- 
forte a chi geme, di speranza e di pace a chi muore! 



La varia, inesauribile, beneficenza dei Milanesi si manifesta 
principalmente nella Congregazione di Carità. La Congrega- 
zione di Carità rappresenta un complesso di Opere Pie, con intenti 
differenti, ma tutti opportuni, voluti e ottenuti con un'efficacia di 
mezzi straordinari. Noi non sappiamo che esista in Italia un'Opera 
Pia che per scopi così vari disponga di un patrimonio così co- 
spicuo. Presso la Congregazione di Carità, sono concentrati: I 
Luoghi Pii Elemosinieri, per sussidi in genere; Y Opera Pia 
del Baliatico; Y Opera Pia Birago, per sussidi a sacerdoti im- 
potenti a celebrare la messa; 1' Opera Pia Grassi, per sussidi 
ai poveri decaduti di condizione civile; Y Opera Pia Vedove no- 
bili e Civili; la Causa Pia Croce, a beneficio dei terrieri di 
Magnago; le Pie Case di Industria, il Ricovero di Mendicità, 
la Pia Casa degli Incurabili in Abbiate grasso, Y Opera Pia 
Mondo! fo, per sussidi dotali e borse per l'istruzione; la Bene- 
ficenza Susani- Carpi, per borse d'istruzione e doti; 1' Opera 
Pia Scotto-Palazzi, per doti; Y Opera Pia dei Derelitti, Y Isti- 
tuzione Gonzales, per borse d'istruzione, ed altre Opere Pie mi- 
nori, che rappresentano riunite un patrimonio di circa L. 33,000,000. 
Di alcune di queste Opere Pie si è fatto un cenno; delle altre 
ricorderemo soltanto le più importanti. 

/ Luoghi Pii Elemosinieri, che rappresentano veramente il 
nucleo principale delle opere riunite presso la Congregazione, 
sono formati dal concentramento di molti Pii Istituti, che nel 
corso di secoli erano sorti in Milano, per soccorrere i poveri con 



374 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

elemosine d' ogni maniera, con assegni dotali e con sussidi di 
educazione. Questo concentramento venne ordinato nel 1785 da 
Giuseppe II. Ben trentanove furono i Luoghi Pii concentrati in 
uno solo col nome che attualmente ancora portano. Circa 8,500 
sono i poveri di diverse categorie che vengono in diverse pro- 
porzioni sussidiati dai Luoghi Pii, con una somma annua che 
tocca assai da vicino le L. 900,000. 

La Pia Casa d'Industria data dall'anno 1784: venne fon- 
data da Giuseppe II con beni tolti alle soppresse comunità reli- 
giose, allo scopo di diminuire l'eccessivo vagabondaggio che mo- 
lestava in quell'epoca la città: era chiamata Casa di lavoro vo- 
lontario, e solo nel 1808 prese il nome attuale. Era posta nel 
locale di S. Vincenzo che occupa ancora al presente. Nel 1815, 
all'oggetto di accorrere in sollievo della classe dei miserabili, 
enormemente cresciuta per effetto delle guerre e delle tristi vi- 
cende dei tempi, si aperse un' altra Casa d' Industria nel vasto 
locale già appartenente al convento di S. Marco. Le Case d'In- 
dustria furono quindi due, e rimasero tali sebbene con una sola 
Direzione. Ora si pensa di concentrarle esclusivamente a S. Vin- 
cenzo, lasciando libero l'intero locale di S. Marco pel Ricovero 
di Mendicità. La Pia Casa d'Industria è destinata ad offrire una 
occupazióne giornaliera a quei disgraziati che senza essere asso- 
lutamente inetti al lavoro per età o per difetti fisici , trovansi 
incapaci di un lavoro utile e profìcuo. Il lavoro consiste nel far 
li laccio, calze a mano, treccie d'erba sparto per le stuoie. A titolo di 
assegno di beneficenza viene elargita quotidianamente, per ogni 
giornata di lavoro, la mercede di cent. 35 a ciascun uomo, di 
cent. 27 a ciascuna donna. Nel 1878 le Pie Case d'Industria ebbero 
MI. 18 giornate di presenza, compite da N. 280 intervenienti, 
2 I" maschi e IO femmine, con una somma erogata in beneficenza 
-li L. 13,138*75, 

Il Ricoperò di Mendicità ebbe la stessa origine della Casa 

d'Industria: fu (Giuseppe II che n.-i itsi lo aperse iella fortezza 

di Pizzighettone, per liberare la oittà «lai molti accattoni e va- 

ondi che la deturpavano, chiuso in seguito e poi riaperto 

'" MilaiP.. .m| indi di >V chiuso, ripigliò a vi\fiv in modo 

• ' clandestino, se] L810j coll'introttuzione di alcuni membri 
■' I a a d'Industria a s. Marcò. La parte secondaria ere- 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 373 

scendo fa sul punto di soffocare la parto principale, richiedendo 
il Ricovero di Mendicità spese assai maggiori della Casa d'In- 
di'steia. Nel 1862 la Congregazione di Carità sopprimeva in- 
tieramente il Ricovero di Mendicità, per riaprirlo poi, sopra 
nuove basi, dietro intelligenza col Municipio, che ne assumeva 
le spese. Il Ricovero di Mendicità occupa ora il vasto locale di 
S. Marco , riformato e ampliato notevolmente in questi ultimi 
tre anni. Gli uomini formano la grande maggioranza dei rico- 
verati, quattro quinti circa; le donne l'altra parte: i primi al prin- 
cipio del 1879 erano 550, le seconde 150. Tutti sono condotti 
allo stabilimento dalla R. Questura. La Direzione dell'Istituto, 
insino a che non sono esaurite le pratiche per la loro definitiva 
ammissione, tiene i ricoverati in locali appositi. La segregazione 
fra i ricoverati di sesso diverso è rigorosissima. Il cibo è sano 
e sufficiente. Ricevono inoltre cent. 20 alla settimana per prov- 
vedersi il vino: col prodotto del lavoro possono procacciarsi 
quanto altro loro occorra. I lavori vengono eseguiti per conto 
dell'Istituto o di terzi. Le principali industrie sono quelle della 
fabbricazione di tele, stuoie, soppedanei, lavori da sarto, fale- 
gname, sellaio, fabbr o -ferraio : il ricavo netto, che ottiensi dai 
lavori, viene diviso fra i ricoverati e l'Istituto. Mercè l'attività, 
l'intelligenza, e la dolce severità dell'attuale dirigente dott. Giu- 
seppe Merlo, il Ricevevo di Mendicità ha sciolto in modo degno 
del maggior encomio il difficile problema del governo di tali isti- 
tuzioni, che sta nel cercare che esse, rispondendo al loro fine, non 
presentino al povero alcun allettamento per desiderare di essere 
ospitati, e contemporaneamente sia sbandita ogni miseria ecces- 
siva, per quei riguardi che alla sventura sono sempre dovuti. 

La Pia Ceisa degli Incurabili in Abbiategrasso, fondata essa 
pure da Giuseppe II nel riordinamento generale delle Opere Pie 
del 1784, e collocata nel convento di S. Chiara, dopo il note- 
vole ampliamento che ne fu fatto nel 1873, è capace di contenere 
900 ricoverati. Ampi e ben arieggiati i dormitori, le sale di lavoro, 
i refettori, i vasti cortili, opportunamente disposti a giardini 
e circondati da portici ; nulla si è trascurato perchè gli infelici, 
che vi sono raccolti, abbiano a trovarvi quei conforti della vita, 
che valgono almeno a temperare i dolori della loro infermità; 
cosicché tale ricovero può considerarsi quale uno dei più cospicui 



376 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

Istituti di Beneficenza del nostro paese. Esso anzi formò oggetto 
di una visita particolare di un numero ragguardevole di membri 
convenuti a Milano nell' ultimo Congresso di Beneficenza , che 
non celarono, vedendone gli opportuni ordinamenti, i sensi della 
loro approvazione ed ammirazione. I poveri vi sono ricoverati 
gratuitamente, o contro pagamento di una pensione. L'ammis- 
sione gratuita non è fatta a favore che di persone od individui mi- 
lanesi. Per accordi col Municipio, vi vengono accolti anche am- 
malati cronici. Quelli fra i ricoverati, le cui infermità sono meno 
gravi, vengono occupati ne' vari servizi interni dell'Istituto, o in 
lavori, dietro un opportuno compenso. Una speciale e nota indu- 
stria, la principale che si eserciti nello stabilimento, la fabbri- 
cazione degli stuzzicadenti, ha dato origine presso il popolo ad 
un proverbio assai ripetuto: ad una persona che non è buona 
a nulla si dice: va ad Abbiategrasso a fare stuzzicadenti. Il 
patrimonio di quest'opera supera il mezzo milione: le spese oc- 
correnti in un anno, sopperite in gran parte dalla dozzina dei 
ricoverati, è di circa L. 300,000. 

Molte altre Opere sono sparse per la città, che, con iscopi più 
o meno determinati, si possono chiamare come altrettante succur- 
sali alla beneficenza massima esercitata dalla Congregazione di 
Carità; La società dei Piccoli contributi. La società di S. Vincenzo 
de' Paoli, Il Soccorso fraterno, le molte Opere Pie, in ammini- 
strazione de' Parroci, che oltrepassano il numero di cento, ed al- 
cune altre di patronato privato. La sola Opera Pia Visconti di 
Modrone, con quasi due milioni di patrimonio, eroga in benefit 
eenza I>. 50,000 all'anno! Soltanto per Doti vengono in un anno 
distribuite, nella città di Milano, più di L. 100,000! E questo 
morimento nello istituire nuove Opere di beneficenza, o nell'ac- 
eomulare il reddito alle vecchie, è ben lungi dall' accennare a 
diminuzione: nell'ultimo ventennio la sola Congregazione di 
('urlili li;i redato crescere il proprio patrimonio di quasi dieci 
milioni ! 

* 

E i vegliardi, che ai <;isii pensieri 
Della tomba già Bchiudon la mente, 

sbbero ano degli guardi pietosi, che la Beneficenza milanese 
ba latin cendere u uni.- \,- umane miserie? 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 37.7 

Chi in giorni ed in ore determinati si recasso nella via della 
Signora, che sbocca da ima parte verso il Verziere, vicino alla 
colonna monumentale che porta incisi su lapidi di bronzo il 
nome dei cittadini caduti nelle Cinque giornate, assisterebbe ad 
una scena gradita e commovente a un tempo. Molte persone, 
uomini, donne, di diverse età e di povera condizione, stanno di- 
nanzi alla porta di un lungo fabbricato, che occupa quasi tutta 
la parte sinistra della via. Evidentemente esse aspettano qual- 
cuno, cercano qualche cosa. A un tratto la porta interna s'apre, 
ed ecco uscirne . . . Ma sono vecchi quelli che n'escono? Come hanno 
il passo svelto, il volto ilare, il labbro sorridente! Si scontrano 
colle persone che li stanno attendendo — « Ah! sei qui? » — «Si.» 
— « Andiamo. » — E vanno, uomini, donne, chi da una parte, chi 
dall'altra, a crocchi, alla spicciolata. Gli uomini portano pan- 
taloni, giubba e gilet, di color marrone, un cappello a cilindro, 
basso, a larghe tese, un bastoncino nelle mani. Le donne una 
sottana color caffè scuro, uno scialle color granata, una cuffia 
nera, con nastri pavonazzi. Alcuni restano indietro, vanno più 
lenti, fanno pochi passi e poi si arrestano, come per riprendere 
fiato a nuovo cammino. — Ecco i vecchioni e le vecchione rac- 
colti nel Luogo Pio Trivulzio, che escono alternativamente due 
volte la settimana, e vanno a trovare i parenti, gli amici, a rin- 
novellare nel contatto della gente, nella vista della città, le an- 
tiche memorie, le antiche impressioni, per ritornare la sera nella 
loro nuova casa di ricovero. 

La beneficenza verso i poveri vecchi è assai antica nella città 
di Milano. Leggendo le cronache, si trova che fin dall'879 l'Ar- 
civescovo Ansperto lasciava , morendo , parte de' suoi averi a 
vantaggio di un ospedale, ove dovevano essere mantenuti 20 
vecchi tra uomini e donne, aventi l'obbligo di- fare oblazione del 
pane e del vino al celebrante la Messa solenne nella Metropo- 
litana, costume ancora conservato da un corpo speciale di Vec- 
chioni e Vecchione, detti di S. Ambrogio. 

Ospeda'i per vecchi e vecchie, chiamati i poveri di Cristo, si 
trovano esistere verso il 1250 e nel secolo successivo : nel 1404 
il Cardinal Filargo, che fu poi Papa col nome di Alessandro V, 
dava maggior impulso alla carità verso i vecchi, stabilendo un 
Collegio apposito di probiviri, per aministrarne le rendite esistenti 



378 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

ed avvisare ai mezzi di nuovi provvedimenti. S. Carlo Borromeo 
fece dare a favore dei medesimi uno dei più ampi monasteri già 
appartenenti agli Umiliati da lui fatti sopprimere. Ma il creatore, 
può dirsi, dell'attuale ricovero fu nel 1766 il principe Don An- 
tonio Tolomeo Trivulzio, che destinava tutte le sue sostanze 
mobili ed immobili, che liquidate ascesero a L. 2,474,277, per 
la erezione di un nuovo ospizio a favore dei poveri vecchi» 
coli' obbligo che gli venisse dato il titolo di Pio Albergo Tri- 
vulzio. Il patrimonio attuale del Pio Albergo Trivulzio è di 
circa L. 8,000,000, e la spesa annua erogata di circa L. 400,000. 
I ricoverati oltrepassano il numero di 700. 

Scopo del Pio Albergo è di ricoverare e mantenere, secondo 
la loro condizione , poveri d' ambo i sessi , impotenti perciò a 
procacciarsi i mezzi di sostentamento, prestando loro sino alla 
morte una completa assistenza morale e materiale. Prima del 1808, 
non era fissata un'età determinata per l'ingresso nello stabili- 
mento: pel crescere della popolazione e del numero dei petenti 
fu disposto che non si accogliessero vecchi di età minore di 70 
anni, tranne che per speciali fondazioni. Nell'Ospizio gli uomini 
sono separati dalle donne. I ricoverati, che ne sono capaci, devono 
lavorare, secondo la rispettiva abilità e attitudine. Il prodotto 
del lavoro resta ad esclusivo vantaggio dei ricoverati. Al mat 
lino hanno una colazione con grammi 125 di pane : il pranzo è 
a mezzodì: in tutti i giorni, escluso il venerdì, hanno una mi- 
nestra di riso o di pasta con verdura, 60 grammi di carne, pa 
nella quantità di 125 grammi. Il quantitativo della minestra no 
è Asso, e lutti possono chiederne una seconda dose. Hanno u 
bicchier di vino della capacità di 7 onde. Nelle domeniche alla 
earnie » aggiunge un po' di verdura. 

Una Lapide marmorea, posta nell'Ospizio, ricorda che in esso 
renne a chiedere pace e riposo negli ultimi anni la celebre scieu 
siati Gaetana A.gueai, e vi morì il 9 maggio 1799. 

l ii altro Ospizio spedale per vecchi Sacerdoti, impotenti pad 

o per acciacchi di salme ad adempire gli obblighi del lord 

ministero, col noni.- di Caca ecclesiastica renne aperto ne] L86Ì 

la Chiesa di S. Ambrogio ad Ncmus. Ha circa mezzo 

milione di patrimonio. ,; ii aggregati corrispondono una pensioni 

anticipata dalle l>. 800 alle 400. Ciascun Sacerdote ha per so 



! 



BENEFICENZA E PREVIDENZA :{7!> 

duo camere e l'uso delle sale comuni, comodi passeggi ne] locale 
e nell'attigua ortaglia, ed un sufficiente e sano cibo, oltre tinti 
i vantaggi di un'amorevole cura nelle malattie. Chi insegna agli 

altri il morire, qui viene a cercare il conforto del ben morire 
per sé. 

Vivete in pace, poveri vecchi: il cammino che avete percorso 
fu lungo e travagliato; il riposo vi si conviene come un atto 
di giustizia e di riconoscenza; di giustizia pel bene che avete 
.fatto agli altri, di riconoscenza pel bene che gli altri sentono di 
dover fare a voi. Chi lavora, pur nelle distrette del bisogno, 
avrà un conforto, pensando, che il pane non gli verrà meno 
negli ultimi anni: la beneficenza della vecchiaia lo riconcilierà 
colle angustie della vita. Ma il premio intero del bene non è 
certo quaggiù; il premio degli uomini non è che un tenue prin- 
cipio ed una promessa del premio di Dio. 






11 quadro della Beneficenza milanese non sarebbe completo se 
una parola non venisse detta intorno alla Beneficenza straordi- 
naria. Le Opere ricordate rispondono a bisogni continui, e sono 
continue come essi. Ma sorgono dei bisogni improvvisi, altret- 
tanto urgenti quanto transitori : le opere stabili non vi possono 
sopperire, avendo già il loro scopo determinato; e non è né pos- 
sibile né opportuno creare un'Opera stabile per un bisogno mo- 
mentaneo. In questi casi si richiede un soccorso immediato, che 
sorga e muoia col bisogno stesso che lo provoca. Ma per pre- 
stare un tal soccorso ci vuole una disposizione abituale di carità; 
si deve essere sempre pronti a dare, quando il bisogno del dare 
si presenti: è il sommo, è l'eroismo della Beneficenza. 

Questo eroismo Milano l'ebbe più di una volta, l'ebbe molte 
volte. Sorgeva un bisogno; bastava che Milano ne fosse avvertita, 
perchè tosto a quel bisogno si provvedesse; ne sorgeva tosto un 
altro, e tosto era provveduto a quello pure: eccone un terzo, 
quasi contemporaneo a quei primi due: sembra impossibile, si 
dice, supplire anche ad esso; la Beneficenza fu già usufruttata, 
esaurita . . . Nulla affatto ; si pensa all' ultimo bisogno, e lo si 
soccorre, come si pensò ai primi. Ne verranno altri? Non im- 






380 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

porta: si penserà anche adessi. Ah! questo vuol dire ricchezza! 
Sì; ma vuol dire qualche altra cosa, senza di cui la ricchezza 
a nulla vale: questo vuol dire: cuore! 

Una dolorosa fatalità funesta in Duomo i funerali del re Vit- 
torio Emanuele: sono cadute cinque vittime, ed alcune famiglie, 
nella perdita dei loro cari, sentono la perdita del principale aiuto 
ai loro bisogni : una colletta è aperta, e in pochi giorni si rac- 
colgono L. 17,000. Cade la tettoia di una fabbrica e seppellisce 
sotto le ruine alcuni operai, che lasciano le famiglie povere e. 
prive del maggior sostegno: altre L. 17,000 sono subito rac- 
colte in loro favore. L'invernata dell'anno 1879-80 si presenta' 
con un freddo eccessivo, colla minaccia di far sentire alle classi 
povere in maniera più cruda le privazioni della miseria: una 
Commissione di soccorso si organizza e raccoglie in pochi giorni 
L. 131,000, senza contare altri 'aiuti secondari. Straripa il Po, 
e porta la desolazione e la ruina in intere provincie : Milano si 
fa iniziatrice e centro di una sottoscrizione, ó raccoglie L. 364, 000! 

Al nome di Milano, io mi sentirei, in questo momento, ten- 
tato di levare il cappello, come un illustre scenzato, si afferma, 
che lo levasse tutte le volto che pronunciava il nome di Dio! 
La Beneficenza non è Dio ; ma è il simbolo che meglio lo esprime 
e lo ricorda sulla terra. 



Questa è vita, questa è attività, e questo pensiero ci con- 
duco naturalmente a parlare dell'ultimo punto, che deve chiu- 
dere e completare questo articolo: la Previdenza! 

La Beneficenza genera l'ozio: lo si è detto, e in alcuni casi 
è rero. Ma non è vero sempre; non è vero per Milano. Milano, 
la citta della Beneficenza, dovrebbe presentare lo spettacolo del- 
rinoperosità e dell'infingardaggine: Milano è invece una delle 
eittà i-in attivo, industriose dell'Italia; forse la prima; certo a 
nion'altra -<-<-«)iida. 

Noi QOD sappiamo definire dove, in confronto della Beneficenza,. 
cominci in modo preciso e netto il limite delle Opere che chia* 
miamo <ii Previdenza: <-i azzardiamo a raccoglierle in tre gru piti: 
Sto,, ir di Pietà, ('fissa di Risparmio, Società di Mutuo soccorso. 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 381 

lì Monte di Pietà non è un'elemosina, propriamente detta; è 
un aiuto prestato al povero, perchè, in un momento di necessità, 
non si privi di un oggetto caro ed utile, che spora, col frutto 
del risparmio e del lavoro, di poter riacquistare un giorno, e non 
cada vittima delle eccessive richieste dei pignoratari privati: 
oppure è il deposito di un oggetto, per avere i denari occorrenti 
all'attuazione di un affare, che si crede opportuno e vantaggioso. 
È questo anzi l'indirizzo che nell'ultimo Congresso internazio- 
nale di Beneficenza si è tanto raccomandato di dare ai Monti di 
Pietà, convertendoli, nella possibilità dei loro mezzi, in Banche 
del popolo, e riformandoli in modo da fare scorgere in essi il con- 
cetto della Previdenza, lì Monte di Pietà, esistente in Milano, 
è uno dai primi che venissero fondati in Italia: la sua origine 
risale al 1483. Guidato nel corso dei secoli da criteri differenti, 
ora col tasso dell'interesse per gli oggetti depositati, ed ora senza, 
eon vicende più o meno prospere, sospeso anzi da ogni azione, 
negli anni dal 1796 al 1804, in seguito alle dilapidazioni del 
Governo repubblicano francese, che ne sequestrò le sostanze, ora 
è ritornato ad un grado notevole di prosperità, che può per- 
mettere tutte le riforme che la scienza e il ben inteso interesse 
delle classi popolari richiedono. Il capitale patrimoniale è di circa 
due milioni; circa dieci milioni rappresentano il capitale che il 
Monte tiene in giro, costituito in parte da capitali privati, e in parte 
da fondi propri. I pegni di un anno ascendono a circa 200,000. 

Di contro al locale del Monte di Pietà, posto nella via dello 
stesso nome, vedete sorgere quel grandioso fabbricato, un qua- 
drato a due lati disuguali, tutto a bugne cenerognole scure, con 
finestre binate, che richiama, alla prima impressione, il celebre 
palazzo Strozzi di Firenze? È il palazzo della Cassa di Risparmio, 
eretto da pochi anni, sopra disegno dell'ingegnere Balzaretti: 
esso rappresenta bene nella sua austera e maestosa solennità 
l'importanza dell'Istituzione che raccoglie. La Cassa di Rispar- 
mio di Milano è il più grande Istituto di questo genere che abbia 
l'Italia; ed è forse, nelle sue condizioni, il più grande che vi 
sia in Europa. Essa è amministrata dalla Commissione Centrale 
di Beneficenza. La Commissione Centrale di Beneficenza venne 
costituita nel 1817 per provvedere ai bisogni delle classi po- 
travagliate in quell' anno dalla carestia. 



382 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

Non bastando all'uopo la invocata carità cittadina, per conces- 
sione del Governo venne imposto sull'estimo della proprietà fon- 
diaria di Lombardia il tributo speciale di un centesimo per ogni 
scudo, il cui importo fu di L. 1,427,707. 19, erogato in gran 
parte nell'acquisto di grani. Cessata la crisi annonaria, l'avanzo 
della sovraimposta, L. 1,040,843, fu convertito in un fondo di 
beneficenza, amministrato dalla stessa Commissione, a vantaggio 
specialmente dei Comuni di Lombardia, che non avevano prima 
avuto bisogno di sussidio, o fossero per avviare lavori di pub- 
blica utilità, e nell'assicurare la sussistenza delle Case di lavoro 
volontario. La fondazione della Cassa di Risparmio venne fatta 
nel 1823, dietro invito del Governo: la Commissione accolse vo- 
lonterosa la proposta, ottenendo di vincolare una parte del fondo 
di Beneficenza, lire 300,000, a garanzia dei depositanti. Si isti- 
tuirono in quello stesso anno le figliali dì Cremona, Mantova, 
Pavia, Lodi e Como, e poi mano mano le altre in tutti i capo- 
luoghi delle provincie e nei centri principali di Lombardia. Le 
località ora aventi Cassa figliale di risparmio sono le provincie 
di Lombardia ed i circondari o distretti di Novara, Domodossola, 
Pallanza, Varallo, Rovigo, Treviso, Vicenza, Schio e Verona. 
È una rete fittissima di 112 succursali: la massa complessiva 
dei depositi è oggi di circa L. 300,000,000, e tocca a 28,000,000 la 
riserva della Cassa. La Commissione Centrale di Beneficenza, con- 
servando poi un fondo patrimoniale distinto di circa L. 2,000,000, 
eroga ogni anno in beneficenze circa L. 40,000. 






Una delle manifestazioni più eloquenti della Previdenza sono 
le Istituzioni di Mutuo Soccorso. Queste Istituzioni in Milano 
sono assai numerose e cospicue. La maggior parto di esse è nata 
dopo il 1859, <ol potente risveglio dell'indipendenza e della 
liberta. Sono quindi L'espressione dei nuovi tempi, l'espressione, 
• li nuovi bisogni, di nuove tendenze, e del modo pratico di sodi 
1 Li. < Conoscerle è conoscere noi stessi. 

1 na •■' principalmente da uno dei sentimenti ohe pifl 

potentemente agitano e distinguono la società moderna, il senti- 
mento della dignità personale, e della eguaglianza sociale. L'elei 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 

mosina è atto generoso in chi la dà; non si può però negare 
che determini una condizione di interiorità in chi la riceve, 
specialmente fatta astrazione del principio religioso evangelico, 
che può giungere all' eroismo, ed invertire le parti, ponendo il 
povero, che rappresenta Dio, al di sopra del ricco che lo soc- 
corre. Si vuol togliere questa condizione di inferiorità; far ces- 
sare, se fosse possibile, il bisogno di far 1' elemosina nel ricco, 
col sottrarre il povero al bisogno d'averla. Ma la miseria esiste! 
Come fare? L'elemosina è necessaria, e non si vuole che la faccia 
il ricco ? Ebbene, il povero, il bisognoso, farà Y elemosina a sé 
stesso, la farà oggi per poterne usare domani; la farà oggi in 
una condizione di relativa ricchezza, oggi che è sano, che è 
giovine, che lavora, per trovarla domani quando sarà ammalato, 
sarà vecchio, sarà impotente al lavoro, le tre condizioni che, 
riunite o isolate, determinano il soccorso prestato dalle diverse 
Società. Il problema è sciolto, sciolto relativamente. 

Le Società di Mutuo Soccorso esistenti in Milano toccano 
quasi il centinaio. I membri effettivi che vi appartengono ascen- 
dono a 12,000 circa, con un patrimonio di L. 5,000,000, e col- 
l'erogazione in sussidi annui di L. 200,000. Per dare intorno 
ad esse un concetto sufficientemente esatto e completo, e nel 
tempo stesso breve e chiaro, le dividiamo nelle diverse categorie : 
Professioni liberali, Esercenti Industrie, Impiegati, Operai in 
genere, Operai di professioni determinate, Operai addetti ad 
un particolare Stabilimento. 



# 



Le Società di Mutuo Soccorso fra membri appartenenti a Pro- 
fessioni liberali sono le seguenti: Società degli Istruttori d'I- 
talia; Fondo Patrimoniale della Società di Mutuo Soccorso 
dei Me dici- Chirurghi di Lombardia; Società Farmaceutica ; Pio 
Istituto filarmonico ; Pio Istituto Teatrale; Società degli Artisti 
di Teatro; Società degli Agenti di Cambio; Società dei Sotto- 
ufficiali, Caporali e Soldati in congedo. 

Il Pio Istituto Filarmonico è la Società più antica di Mutuo 
Soccorso che esista in Milano: essa venne fondata nel 1783. 
Si vede chiaramente come Milano sia uno dei centri più antichi 



384 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

e cospicui del movimento musicale dell'Italia, non solo, ma an- 
che del mondo. 

Sono tre le Società che per diversi rapporti toccano a que- 
st'arte speciale. 

11 Pio Istituto Filarmonico riguarda soltanto i professori ad- 
detti al teatro della Scala: conta circa 60 soci, con un capitale 
di L. 300,000, e colla erogazione annua di L. 20,000. 

La Società degli Artisti venne fondata nel 1860: ha più di 
cento soci, con un capitale di circa L. 100,000: essa è assai 
più comprensiva del Pio Istituto Filarmonico, poiché per artisti 
di teatro s'intendono : Maestri di Musica, Poeti ed Autori dram- 
matici e lirici, Coreografi, Artisti e Professori di canto, dram- 
matica, ballo, mimica, arte equestre ed acrobatica, Agenti tea- 
trali, Editori di musica, Giornalisti da teatro, Scenografi, Ram- 
mentatori, Vestiaristi, Attrezzisti, Macchinisti, ed in genere quanti 
si applicano nei teatri in qualsiasi modo, d'ambo i sessi e d'ogni 
nazione. 

Il Pio Istituto Teatrale è invece assai più modesto : esso è a 
favore dei lavoranti della Scala e della Canobbiana. Fu fondato 
nel 1828, in seguito alla caduta di un povero operaio che at- 
tendeva al servizio delle scene nel teatro della Scala, e che rimase 
impotente al lavoro, col peso di una numerosa famiglia: conta 
circa 140 soci, con un capitale di L. 150,000. 

La Società dei Sotto-ufficiali, Caporali e Soldati, è recen- 
tissima; essa data dal 1880, e conta già un numero ragguar- 
devole di soci. La Società degli Agenti di Cambio venne fondata 
fino dal 1848, e quella Farmaceutica nel 1871: conta 180 soci. 

Una Società più ragguardevole è quella dei Medici- Chirurghi 
di Lombardia. Questa Società trovasi in una condizione affatto 
azionale: il suo fondo patrimoniale forma un corpo morale 
riconosciuto, distinto dalla Società stessa. Un Consiglio apposito 
di amministrazione consegna regolarmente gli interessi del ca- 
pitale al Consiglio dì Direzione della Società, che li distribuisce 
B norma del Regolamento, Il l'ondo patrimoniale tocca quasi le 
l.. :;i ii (.Don: il numero dei soci è <li circa .''>()(). 

ocietà degli Istruttori venne l'ondala in Milanone] L851 
per opera principalmente del professore [gnazio Cantù. Rinno* 
vaia -..pia nuove basi nel L862, da lombarda che ora, divenne 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 385 

nazionale. Conta 1150 soci, con un capitale di L. 250,000. Questa 

Società, alla quale fanno centro tutti gli istruttori d'Italia, è 
un'altra prova dell'iniziativa e dell'ascendente inoralo che Milano 
esercita su tutto il resto del paese, nei rapporti del movimento, 
intellettuale. 



* # 



Le Società fra gli Esercenti industrie sono le seguenti : So- 
cietà degli Osti, Trattori e Mercanti di vini; dei Commercianti 
di frutta ed erbaggi; degli Esercenti salsamentari ; dei Pro- 
prietari macellai ; dei Proprietari parrucchieri ; dei Capi-sarti; 
e dei Negozianti orefici. Presso queste Società l'aiuto materiale 
si unisce all'aiuto morale. La Società degli Orefici, istituitasi nel 
1872, presenta anzi un carattere speciale: essa non pratica il 
mutuo soccorso fra i soci, ma ha fondato una scuola di disegno, 
colla quale, oltre a promuovere il miglioramento dell'industria, pro- 
cura il bene di un gran numero di allievi, futuri operai, met- 
tendoli più presto ed in miglior posizione di guadagnare ed as- 
sistere le rispettive famiglie. 

Cinque soltanto sono le Società per gli Impiegati: Società 
degli Impiegali; dei Commessi del Regio lotto; dei Commessi 
dei negozianti; degli Agenti dei commercianti; dei Commessi 
di studio e commercio. La più importante di queste Società è 
quella degli Impiegati. Fondata nel 1862 dal Cav. Paolo Stampa, 
conta attualmente circa 1,300 soci, con un capitale che tocca 
quasi le L. 990,000. Essa ha il precipuo scopo di sollevare la 
trascurata classe dei piccoli Impiegati dello Stato e dei Comuni 
e dei privati non aventi diritto a pensione, e le loro vedove e 
i loro figli : anzi, a favore di questi ultimi, il sodalizio ha costi- 
tuito un fondo speciale, in parte con proprie elargizioni, in parie 
con elargizioni private. È una Società che merita i maggiori 
oncomi e i più efficaci aiuti. L'impiegato, se cade in bisogno, ha più 
bisogno di soccorso di molti altri che paiono più bisognosi di 
lui: egli ha meno risorse, ed ha più esigenze, create dall'edu- 
cazione e dalle convenienze sociali. Il soccorso rappresenta per 
lui una doppia vita: la vita materiale, la vita morale. 

Milano. — Voi I. 2:; 



386 BENEFICENZA E PREVIDENZA 



Le Società di Mutuo Soccorso fra gli Operai, formano il nu- 
cleo principale di tutte le Opere di Mutuo Soccorso. Riunendo 
insieme i tre gruppi distinti, Operai in genere, Operai di pro- 
fessioni determinate, Operai addetti a particolari stabilimenti, 
si arriva a toccare il numero di circa 70 Società. 

Eccone 1' elenco. Non crediamo che ci sia mezzo migliore per 
farne conoscere a un tratto la natura e l'importanza che met- 
tendo innanzi il nome di ciascuna col proprio patrimonio, e il 
immero dei soci : bisogna vederle, non soltanto colla mente, ma 
quasi cogli occhi (1). 
Associazione generale degli Operai di Milano e Sobborghi. 

Soci circa 4,000, Patrimonio L. 570,000. 
Associazione generale delle Operaie di Milano e Sobborghi. 

Socie 560, Patrimonio L. 33,702.97. 
Consolato delle Società Operaie d'arti e mestieri. Queste So- 
cietà consociate sono circa 30, con circa 4,000 soci, e L. 300,000 
per capitale: vengono ricordate distintamente nelT attuale 
elenco. 
^<j<-ietà Cattolica di Mutuo Soccorso, non ancora sistemata in 

modo definitivo. 
Società di Mutuo Soccorso fra i Sordo-Muti. Soci 54. Patrimo- 
nio L. 5,035,14. 
Società Italiana di Mutuo Soccorso contro i danni della gran- 
dine. In 24 anni di servizio, cioè dal 1857 al 1879, questa 
Società ha assicurato in tanti prodotti agricoli circa un miliardo 
di Lire «• compensato agli agricoltori oltre 55,000,000 di lire, 
rendendo rosi alla terra il capitale tolto alla terra. 
Società dei Giardinieri a" Italia. Soci 180; Patrim. L. 13, 689. 92. 
Società dei Cavatori di sabbia. Soci 150; Patrim. L. 7, 857. 
in degli Addetti ali* arte edilizia. Soci 383; Patrim. L. 23,438. 
ù td Irchimede dei fabbri e meccanici. Soci 370; Patr.L. 7,904.6 1. 



udOi Del dar questo sleneOj come per altri cenni statistici esposti noll'ar- 
o" I dati 'li un riuniti nel libro - /<</ Beneficenza in Milano — pubblicato in 
i internazionale di Beneficenza. Lo condizioni attuali non sono 
lialsaeati maiali dell'anso istk, preso per base dei calcoli e posti in quel libro. 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 387 

Società Àbramo Lincoln, fra i lavoranti falegnami, ebanisti e 

affini. Patrimonio L. 1, 600. 
Società dei Ramai. Soci 11; Patrim. L. 2,493.68. 
Società dei lavoranti d' '{strumenti musicali. Soci 63; Patrim. 

L. 4, 173. 25. 
Piò Istituto Tipografico. Soci. 371 ; Patrim. L. 89, 240. 17. 
Società Panfilo Castaldi dei Fonditori di caratteri. Soci 61 ; Pa- 
trim. L. 3, 907. 32. 
Società degli Impressori Tipografi. Soci 86; Patrim. L. 7, 001. 27. 
Società dei Litografi. Soci 70; Patrim. L. 6, 326. 16. 
Società dei Venditori di Giornali. Soci 35; Patrim. L. 1, 200. 
Associazione Benvenuto Cellini. Soci 85; Patrim. L. 29,700. 84. 
Società Galileo Galilei degli Orologiai. Soci 55; Patrim. L. 8, 000. 
Società Beniamino Francklin, dei doratori verniciatori, ed affini. 

Soci 73; Patrim. L. 1, 206. 13. 
Società Manfredini, fra i lavoranti apparecchiatori del Gaz. 

dei bronzisti, lattonieri, ecc. Soci 121 ; Patrim. L. 3, 244. 
Società dei lavoranti in pellami. Soci 100; Patrim. L. 7, 390. 38. 
Società dei Sellai e Valigiai. Soci 41 ; Patrim. L. 4, 346. 75. 
Società Tintoretto, di Mutuo Soccorso e di miglioramento fra 

lavoranti appr e ttatori, tintori, stampatori ed affini. Soci 130; 

Patrim. L. 470. 
Società dei lavoranti Tintori. Soci 76; Patrim. L. 2, 800. 
Società dei lavoranti in nastri. Soci 110; Patrim. L. 7,000. 
Società dei Tappezzieri. Soci 104; Patrim. L. 44, 320. '2H. 
Società di miglioramento dei Sarti e Sarte. Soci 6. 
Società dei lavoranti Sarti. Soci 204; Patrim. L. 20,587. 79. 
Società dei Cappellai. Soci 180; Patrim. L. 19,461.60. 
Società dei Parrucchieri. Soci 160; Patrim. L. 21, 725. 37. 
Società dei lavoranti Trippai. I Soci erano 28 nel principio del 

1880; ora son cresciuti d'assai. 
Società dei giovani Caffettieri, Offellai e professioni affini. 

Soci 443; Patrim. L. 89, 003. 
Personale di Mutuo Soccorso del Personale Salariato addetto 

ai Pubblici esercizi di Albergo, Osteria e Trattoria. Soci 165; 

Patrim. L. 114, 276.62. 
Società delle Persone di Servizio. Soci 1 1 20 ; Patrim. L. 350, 3 1 2. 35. 
Società dei Portinai. Soci 50; Patrim. L 5, 823. 31. 



388 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

Società dei Fattorini di banca e studio.Socì 122 ; Patrim. L 7, 178.40. 
Società dei Facchini con Brevetto. Soci 176; Patrim. 75, 468. 13. 
Società di Mutuo Soccorso fra i Pubblici Cocchieri di Milano 

e Sobborghi. Soci 280; Patrim. L. 8,000. 
Società dei lavoranti Fornai. Soci 230; Patrim. L. 10, 469. 80. 
Società Librai, Cartolai, ecc. Soci 70; Patrim. L. 3,208.83. 
Società dei Fornaciai della città e provincia di Milano. Soci 120; 

Patrim. L. 650. 
Società dei Macchinisti addetti alla ferrovia dell' Alta Italia. 

Soci 699; Patrim. L. 26, 406. 11. 
Cassa di Mutuo Soccorso per il Personale della Società Ano- 
nima degli Omnibus. Soci 570; Patrim. L. 14, 243. 
Società degli addetti allo Stabilimento Sonzogno. Soci 190 ; 

Patrim. L. 2, 088. 27. 
Società Cooperativa dei Pettinai. Soci 40; Patrim. L. 4, 806 25. 
A queste devono aggiungersi anche le seguenti Società, delle 
quali non si potè raccogliere alcun dato ne storico né statistico : 
Società degli Operai del borgo degli Ortolani; degli Scalpel- 
lini; degli addetti allo Stabilimento Ripamonti- Carpatio ; degli 
ciì (ietti allo Stabilimento Bocconi; degli Impressori Litografi; 
dei Tessitori di seta; dei Passamantieri e Lavoranti hi tes- 
suti ; dei Lavoranti in canapa; dei Capi meccanici e affini; 
dei Suolini; dei Vetrai; dei Lavoranti cantinieri; dei Lavo- 
ranti macellai; dei Calzolai; dei Tagliatori di guanti; dei Ln- 
vandai; dei Compositori Tipografi; Società Filantropica dei 
Fornai. 



Una bella festa celebravasi in Milano il giorno cinque settem- 
bre disilo scorso anno: era la festa colla quale l' Associazione 
• > ni rate (irgli Operai, La più cospicua delle Società degli Operai, 
celebrava il suo quarto quinquennio. Fondata nel 1848, uccisa 
abito pel ritorno degli Austriaci, quella Società risorgevi 
ii'-l Is.V.i. raccogliendo in breve tempo il numero di duemila 

ci, numero che andò crescendo sino a sorpassarne il doppio. 

La !'• i.i incominciò alle ore 11 animi, nello spazioso cori il' 1 

lei l'Istituto Tecnico di s. Marta, dove si radunarono molte papi 
entanze delle Società operaie, oltre ottanta, con una cinquanJ 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 389 

tina di bandiere; alcune delle quali venute sino dall'estrema 
Calabria. 

Le rappresentanze erano ricevute dal Presidente Gino Visconti- 
Venosta, assistito da tutto il Consiglio direttivo e dai Se- 
cret ari. Dopo un breve discorso, il Presidente distribuì a tutte 
le rappresentanze una medaglia in argento, commemorativa 
della festa. 

Quindi, precedute dalla Banda Municipale e spiegate in lungo 
corteggio, le rappresentanze si avviarono al Teatro Dal Verme, ove 
doveva aver luogo la distribuzione dei premi ai soci meritevoli. 

Il Teatro Dal Verme presentava un magnifico aspetto: le 
gallerie, i palchi, la platea erano affollate di invitati, con una 
maggioranza prevalente di signore e signorine, madri, mogli 
e figlie de'soci dell'Associazione. 

Sul palcoscenico erano schierate le bandiere delle Associa- 
zioni e le sedie per i membri dei molti Congressi, che in quei 
giorni tenevansi nella nostra città, specialmente pei membri del 
Congresso di Beneficenza. 

Al tocco, salutati dalla marcia reale, si presentarono sul palco- 
scenico il Sindaco, gli Assessori, il Prefetto, il Presidente della 
Corte di Appello, ed altri personaggi distinti, "tutti accolti da 
una fragorosa salva di applausi. 

Il Presidente, dopo alcune interessanti comunicazioni, lesse un 
discorso col quale diede conto particolareggiato dello stato e dei 
progressi della Società. Xe riportiamo i passi più notevoli. Il 
far conoscere l'organismo di questa importante Società è già 
un bene; ma il bene che noi cerchiamo ha un rapporto assai 
più esteso. Far conoscere il modo di funzionare di tutte le So- 
cietà non è ne possibile, ne utile: ci ripeteremmo alla noia. Ecco 
ne'snoi più minuti dettagli l'organismo di una sola Società: fatte 
le debite proporzioni, nel conoscere questa, si può dire di cono- 
scere il criterio ed i modi coi quali in Milano funzionano tutte 
le altre. 

« L'Associazione celebra in oggi il suo quarto quinquennio; e 
avendo avuto io stesso l'onore di esporre nell'occasione della festa 
del 1875, tutto quello che l'Associazione aveva fatto in passato, 
prenderò le mosse da quell'epoca appunto per arrivare al nostro 
bilancio finanziario e morale dell'oggi. 



o 



390 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

« Il nuovo quinquennio ci si affacciava, nel 1876, con alcune 
gravi questioni da risolvere. Tra gli scopi del nostro Statuto 
sociale c'è pur quello delle pensioni di vecchiaia: assunto grave, 
e nel quale, come è noto, sta uno dei problemi di Mutuo Soc- 
corso più difficili e più discussi. — L'Associazione aveva messo 
in corso le pensioni di vecchiaia fin dal 1870, pur continuand 
i suoi studi su questo argomento, per meglio assicurarsi che la 
risoluzione presa fosse la più conforme ai dati delle statistiche 
e alle previsioni della scienza. Questi studi, ai quali i soci si 
interessavano calorosamente, avevano fatto nascere dubbi, opi- 
nioni, desideri diversi: e l'amministrazione allora pensò di sot- 
toporre quei vari problemi al giudizio di cittadini autorevoli e 
d'una speciale esperienza in simili materie, i quali, a guisa di 
arbitri, cercassero le soluzioni migliori. L'Associazione, accogliendo 
unanime questa proposta, chiamò ad arbitri i signori Achille 
(riiffini, Luigi Sala e Ignazio Cazzaniga, i quali, dopo lunghe 
o pazienti ricerche, ci presentavano un importante lavoro, nel 
quale, alla soluzione dei quesiti relativi alle pensioni di vecchiaia, 
ci venivano indicate, sulla base delle statistiche e del calcolo, 
le vicende finanziarie presumibili, anno per anno, per vent'anni* 
dei vari rami del patrimonio sociale corrispondenti ai vari scopi 
che l'Associazione si propone. 

« Con la scorta di questi dati preziosi, l'Associazione accoglieva 
><»! lecitamente alcune importanti modificazioni nel suo ordina- 
mento amministrativo. Per ciascuno degli scopi ch'essa si pre- 
tti desi inalo un fondo speciale, col suo capitale, coi suoi 
proventi, col suo preventivo per vent'anni. Così, ogni volta che 
si procederà alla revisione Quinquennale dei conti e dei calcoli 
fatti, i soci sapranno eoo esattezza se in ciascun fondo i risul- 
tati hanno corrisposto alle previsioni. Se ci furono errori, se ci 

furono cause perturbatrici, a colpo d'occhio si xvdvn dove stanno: 
'I rimedio sarà facile e pronto; il danno limitato e passeggicro. 
■li scopi della nostra Associazione, sui (piali mi concede- 
rete che vi dia qualche rapido cenno, sono i seguenti: Sussidi 
agli ammalati, sussidi per cronicità, pensioni ai vecchi, sussidi 
■Ile vedove e agli orfani, sussidi alle mogli dei soci in occa- 
sione di parto, scuole serali di disegno industriale, cassa dei 
piccoli risparmi, magazzino cooperativo, sub-associazione per 
il tiro al ber aglio, ub-a ociazione per le onoranze funebri, 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 301 

« A questi scopi, coni- dicemmo, corrispondono altrettanti 
fondi speciali. 

« Il fondo per i sussidi per malattia è costituito annualmente 

da una parte del contributo dei soci, i quali pagano dodici lire 
all'anno: contributo tenue, ma che rende possìbile a qualsiasi 
operaio l'aspirare ai benefici del Mutuo Soccorso. Il socio che 
si ammala riceve giornalmente una lira: se la malattia continua 
per tre mesi, il sussidio viene ridotto alla metà, e viene corri- 
sposto in tale misura per altri tre mesi; scorsi i quali, cessa, 
ed interviene un giudizio medico per dichiarare se all'ammalato 
compete il sussidio speciale per la cronicità. Le constatazioni 
della malattia, della guarigione, della cronicità e le visite di 
ispezione agli ammalati che ricevono sussidio, son fatte da uno 
speciale corpo medico, presiedut > dal cav. Luigi Bono medico- 
capo del Municipio di Milano, e da soc controllori, i quali, tutti 
prestano l'opera loro gratuitamente, con uno zelo e con una 
abnegazione che mi è caro additare alla riconoscenza dei soci 
e alla pubblica stima. Nell'ultimo quinquennio si ebbero ogni 
anno, per ogni cento soc : , venticinque ammalati all' incirca, le 
cui malattie ebbero una durata media di trenta giorni. La spesa 
totale per i sussidi di malattia fu di 25,200 lire all'anno, in ra- 
gione, cioè, di L. G, 72 per ogni socio dell'Associazione. 

« Il fondo speciale di riserva per questi sussidi, che al prin- 
cipio del quinquennio era di lire 12,377, è ora salito a 40, 000 lire. 

« Gli ammalati affetti da malattie d'indole cronica vengono 
sussidiati coi proventi di un fondo speciale chiamato il Fondo 
per gli impotenti al lavoro. Il sussidio è di 25 centesimi al 
giorno, che vengono corrisposti a questi ammalati, senza limite di 
tempo e fino a che dura la loro impotenza a lavorare. L'Asso- 
ciazione sussidia ora un centinaio di cronici con la spesa annua 
di circa ottomila lire. 

« Su questo Fondo stiamo ora rivolgendo i nostri studi; e 
le condizioni fiorenti dell'Associazione ci assicurano che potremo 
inaugurare il nuovo quinquennio aumentando notevolmente il 
sussidio all'infelice operaio tolto dalla sventura al lavoro. A 
questi sussidi si provvede con una parte del contributo dei soci, 
e coi proventi d'un capitale assegnato a tale categoria che è 
di 00,000 lire. L'aumento di questo fondo fu nel quinquennio 
di lire 22,000. 



392 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

« Con gli avanzi riuniti nei primi suoi dieci anni di vita, 
e con le elargizioni avute da molti benemeriti nostri concitta- 
dini, T Associazione costituiva il Fondo destinato alle Pensioni 
li vecchiaia e principiava ad assegnarle, come dicemmo, nel 1870. 
I primi studi in allora fatti consigliavano provvisoriamente l'As- 
sociazione a decretare che l'assegno vitalizio fosse di cento lire, 
e che il diritto ad averlo incominciasse all'età di 65 anni. 

« Ma gli studi successivi, confermati da quelli della Com- 
missione d'arbitrato, indussero l'Associazione nel 1875 a non 
concedere la pensione delle cento lire che ai soci che avessero 
compiuti i 70 anni, limitandola a 40 lire per quelli che stanno 
tra il G5.° e il 70.° anno d'età. Il nostro capitale per le pen- 
sioni, che ogni anno aumentiamo col cumulo della parte dispo- 
nibile de' suoi interessi, è ora di 375,000 lire. Questa somma, 
destinata, secondo i nostri calcoli, a raggiungere una cifra ben 
più alta, può sembrare soverchia a chi vede nei nostri resoconti 
annuali le cifre relativamente tenui a cui ammontano in oggi 
le pensioni per i vecchi. 

« Ma non siamo ancora che al principio della salita; e come 
è noto, queste pensioni di vecchiaia attraversano un periodo non 
breve nel quale aumentano con una crescente progressione prima 
di arrivare alla loro media costante. È durante un tale periodo 
che facilmente cadono simili istituzioni. I nostri calcoli ci di- 
mostrano (in' verrò, un giorno, e sarà nel 1895, in cui il nu- 
mero dei vecchi dell'associazione sarà giunto a trecento, e l' im- 
porto delle pensioni arriverà quindi a trentamila lire. Ma l'As- 
ieciazione non verrà meno alla promessa data, perchè quel giorno 
l'ha preveduto cent'anni prima. 

« Presso l'Associazione generale ci sono poi due fondi spe- 
ciali formati per intoro da elargizioni cittadine, e cioè il Fondo 
per /<■ vedove <• per gli orfani, e il Fondo olio, dotto della 
Prole, dispensa sussidi allo mogli dei soci in occasione di 
parto. 

4 II fondo per lo vedove s per gli orfani è ora di 25,000 lire: 

quinquennio aumentò ili ottomila lire I soci, con Lodevole 

sbilirono in quest'anno di formare ira di loro una 

nb ■ ociazione per provvedere più efficacemente ai 

enti b "in di questo fondo. — Il fondo (lolla 



BENEFICENZA E PREVIDENZA .'lU'J 

Prole (istituito dal conte Francesco Turati) ammonta a47,000 lire. 
Con gli interessi di questa somma, e con la generosa elargizione 
annuale di 1,500 lire d'un nostro benemerito concittadino, il 
cav. Andrea Ponti, si distribuirono ogni anno circa 380 sussi. Il 
alle partorienti, mogli dei nostri soci. 

« La nostra Associazione, fin dalla sua origine, ebbe scuole, 
insegnamenti speciali, e lezioni popolari, a seconda del desiderio 
dei soci. In questi ultimi anni essa andò sempre più aumentando 
i suoi sforzi a favore della propria scuola di disegno applicato 
alle industrie e ai mestieri. 

« Questa scuola, gratuitamente diretta da valenti professori, 
ebbe più volte larghi incoraggiamenti dal Ministero e da ge- 
nerosi concittadini e ricevette, nelle Esposizioni scolastiche, premi 
e testimonianze d'onore, tra le quali ci è caro rammentare la 
medaglia avuta nell'ultima Esposizione Universale di Parigi. Al 
principiare dell'attuale anno scolastico l'Associazione pensò di 
dare alla propria scuola un nuovo ordinamento, pensò cioè di 
coordinarla con le scuole d'arte industriale del Museo d'arte 
antica, associando così alle forze altrui le nostre per ottenere 
un più largo beneficio a favore degli operai. L'accordo fu pron- 
tamente raggiunto. Nelle scuole dell'Associazione si danno gli 
insegnamenti preparatori e primari, e in quelle del Museo gli 
insegnamenti superiori. Le due scuole conservano la loro auto- 
nomia amministrativa, ma hanno una medesima direzione didat- 
tica affidata all'architetto cav. Macciacchini. Queste nostre scuole, 
i cui oneri sono andati ora crescendo, furono sovvenute con un 
assegno annuale di 500 lire dalla Commissione direttrice del 
Museo, e con un altro assegno simile dal Ministero d'agricol- 
tura e commercio. 

« L'Associazione poi, aderendo al desiderio di molti soeì, 
provvede già da parecchi anni a un insegnamento di lingua 
francese che vien dato in due classi, una inferiore ed una su- 
periore. Le scuole dell'Associazione hanno esse pure il loro 
Fondo speciale; hanno cioè un capitale di 14,700 lire che andò 
formandosi con elargizioni governative e privale. 

« Fra le istituzioni di questa Associazione operaia, che ab- 
biamo annoverate, ci sono una Cassa peri piccoli risparmi, ed un 
Magazzino cooperativo. — Nella Cassa pei piccoli risparmi il 



394 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

socio può depositare anche soli dieci centesimi per volta, e del 
denaro depositato riceve un interesse del 3 1 / 2 P er cento. I de- 
positi in questo quinquennio ammontarono in media a 08,000 lire 
all'anno, somma che viene poi ritirata quasi per intero all'epoca 
in cui si pagano le pigioni. Negli anni scorsi l'Associazione 
aveva anche tre Magazzini cooperativi. Questi magazzini riu- 
scivano, a dir vero, di poca utitità ai nostri soci, sparsi su tanti 
punti lontani della città e dei sobborghi. Molte altre ragioni, 
che sarebbe lungo il dire, consigliavano a sopprimerli; nulla- 
meno l'Associazione volle tenerne sempre aperto uno per farne 
argomento di esperimenti e di studi. 

« Un buon numero dei nostri soci, tra i quali son molti 
quelli che diedero il loro braccio alla libertà della patria, ama 
dedicarsi, nei giorni festivi, alla gara del bersaglio. Essi quindi 
formarono, in seno all'Associazione, una particolare Società chia- 
mata dei Tiratori, la quale procede ordinatissima, procura ai soci 
amichevoli ritrovi, e li occupa anche nei momenti di riposo con 
un servizio virile. 

« Con delicato e pietoso pensiero l'Associazione volle avere 
anche un apposito Fondo per le onoranze funebri, e ci prov- 
vede creando una sub-associazione alla quale si appartiene col 
pagare un tenne contributo speciale. 

« Questi vari Fondi, dei quali abbiamo discorso, aumentarono 
complessivamente, in questo ultimo quinquennio, di lire 107,000 
all'incirca; <• cosi il patrimonio totale dell'Associazione ora am- 
monta a 570,000 lire. V costituire questo patrimonio, oltre ai 
risparmi riuniti dalla costante previdenza dei soci, contribuì 
largamente la illuminata generosità di molti che vollero far 
atto <li simpatia verso gli operai beneficando questa istituzione. 

•■ E prima di dare i premi eoi (piali, in questo giorno di festa, 
l'Associazione adempie a un grato dovere verso i soci più be- 
nemeriti, rammenteremo una volta ancora alla nostra e alla 
pubblica riconoscenza il nome di quei benefattori; 

" il ramerò dei nostri soci, ch'era di quattromila sin dapa* 

ni anni fa, non ebbe nel quinquennio notevoli variazioni. 1 

: perduti per morte, o per altre cause, furono rimpiazzati 

■ nte dai nuovi venuti; ih- potevamo sperare di più, 

ande i iluppo che ebbero, in questi ultimi anni. 



BENEFICENZA E l'UKVIDKXZA 39B 

nella nostra città le Associazioni operaie di Mutuo Soccm-so, Le 
quali hanno ormai oltrepassati) il numero di novanta. Questo 
grande sviluppo delle Associazioni operaie rende tanto più ne- 
cessari quegli studi speciali di statistica sui quali si fonda la 
scienza del Mutuo Soccorso; e perciò la nostra Associazione ha 
continuata diligentemente la compilazione dei propri dati sta- 
tistici. Questi dati statistici, che riguardano quattromila operai 
appartenenti a più che centocinquanta mestieri diversi, sono da 
dieci anni raccolti dall'Associazione seguendo i metodi più con- 
sigliati : e più volte abbiamo avuto V onore di vedere premiate 
le nostre statistiche nei concorsi che la Commissione ammini- 
stratrice della Cassa di Risparmio di Milano con saggio pensiero 
aveva istituiti per simili lavori, e a cui chiamava tutte le Asso- 
ciazioni operaie italiane. 

« Noi continueremo ogni anno pazientemente questo nostro 
faticoso lavoro, lieti di poter dare noi pure il nostro piccolo 
contributo alla scienza del Mutuo Soccorso. 

« Ed ora, o Signori, che avete avuta la bontà di seguirmi 
nella rassegna dei nostri conti e dei nostri atti amministrativi, 
dovrei, prima di finire, parlarvi anche del bilancio morale del- 
l'Associazione, se non temessi, per l'affetto che le porto, di pa- 
rere un giudice meno imparziale. Permettete nullameno a chi da 
tanti anni è il testimonio d'ogni giorno di ciò che avviene nel- 
l'Associazione, una parola di elogio a questi bravi operai che 
con uno spirito di fratellanza e di ordine, con un senso pratico 
e retto, da cui non si allontanarono mai, seppero dare alla loro 
Associazione così salde radici, e seppero aumentare, ogni giorno 
più, anche il loro patrimonio morale, il patrimonio della pubblica 
stima. 

« Troppo lungo mi riuscirebbe il dirvi tutte le attestazioni di 
simpatia, tutte le prove di generosità che l'Associazione conti- 
nuamente ricevette. Per ogni suo bisogno, per ogni suo desiderio, 
essa trovò sempre pronti l'opera, il consiglio, l'aiuto, in ogni 
ordine di cittadini. Spettacolo lieto, spettacolo di cui vediamo 
tanti esempì nel nostro paese, e che conduce a confortevoli ri- 
flessioni quanti meditano sui più difficili problemi dei tempi no- 
stri. Nella vita, in cui l'urto delle idee e degli interessi diversi, 
produce tante inevitabili divisioni, è di un alto interesse che ci 



396 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

sieno dei campi d'azione dove una comune aspirazione del bene 
riunisca gli uomini onesti d'ogni opinione, d'ogni fede, di ogni 
condizione sociale, e rammenti loro quella solidarietà umana al- 
l' infuori dalla quale nulla si crea di buono e di durevole. 

« Le Associazioni operaie di Mutuo Soccorso sono una delle 
espressioni più elevate della Beneficenza. Il loro alto scopo è 
quello di beneficare rinvigorendo il sentimento dell'umana digni- 
tà, e di rendere abituale con l'esperienza giornaliera l'esercizio 
delle più nobili virtù. 

« Ed è appunto coli' essere scuole inorai^ ed educative , che 
queste Associazioni risponderanno ad un più grande utile civile, 
procurando non solo il bene degli operai, ma operando al bene di 
tutti; poiché è un supremo, è un incalzante interesse comune 
quello di diffondere e di rinvigorire sempre più l' educazione e 
la morale pubblica. Ogni progresso moderno tende a rialzare 
le classi meno fortunate e a dare alle numerose classi lavora- 
trici un posto più alto, e più larghe funzioni nella società. 
Ma i nuovi diritti impongono grandi e urgenti doveri. I diritti, 
le aspirazioni a maggiori progressi, i congegni più saggi delle 
istituzioni pubbliche, sono povere piante senza frutto se le loro 
radici non trovano un terreno vigorosamente lavorato da forze 
i i\ ilizzatrici. In alto! più in alto! diciam pure a tutti, ma ogni 
nuovo passo segni del pari un passo fatto più in su nell'educa- 
zione, nella morale, nella civiltà. » 

La lettura di questa relazione fu ascoltata in mezzo al più 
profondo silenzio, interrotto soltanto nei punti più salienti dai 
segni di assentimento dei signori Congressisti; alla fine scop- 
piarono i più caldi e fragorosi applausi. 

Seguì una scena commovente. Un operaio, il signor Gerolamo 
Porro, che per la sua onestà a per la sua esemplare condotta 
fu eletto Probo Viro della Banca Popolare, e clic ò il più an- 
ziano Centurione dell'Associazione, presentò, con modesto parole, 
ma con accento commosso, al signor Visconti-Venosta un diploma 
artisticamente miniato, coi quale le rappresentanze dello diverse 
Centurie, gli conferivano il titolo di Socio Benefattore. 

Venne latta in seguito la distribuzione delle onorificenze. 

Finita la '• >mmemorazione del teatro Dal Verme, le rappre* 
snz o] raie colle rispettive bandiere ritornarono all'Istituto 



BENEFICENZA E PREVIDENZA 397 

Tecnico, nel cui cortile ebbe luogo il banchetto sociale di oltre 
cinquecento commensali. 

Erano intervenute molte rappresentanze di Società operaie^ 
molti membri nazionali e stranieri del Congresso di Beneficenza , 
rappresentanti della stampa, Autorità e ragguardevoli cittadini. 
La gran corte dell'Istituto Tecnico, ridotta a sala addobbata con 
bandiere, piante e fiori, offriva un vaghissimo spettacolo. 

Questa festa lasciò nel cuore di tutti la più grata impressione. 
In mezzo ad una così numerosa riunione d'operai, non un diverbio, 
non un incidente spiacevole. Gli operai dell'Associazione generale 
avevano dimostrato di essere non soltanto laboriosi e previdenti, 
ma altresì seri ed educati, e che 1' esercizio dei propri diritti 
non deve portare il turbamento e la minaccia, ma essere il com- 
plemento e accompagnarsi al rispetto dei diritti di tutte le altre 
classi di cittadini. 



Un breve cenno intorno ad alcune delle Società, che, sebbene 
già elencate, meritano di venire ricordate in modo particolare^ 
compirà il quadro delle Società di Mutuo Soccorso. 

Il Consolato delle Società Operaie d'Arti e Mestieri non è 
una Società, ma la riunione, la rappresentanza di molte Società. 
Le Società consociate sono circa trenta. Ogni Società, funzionando 
co'suoi statuti particolari, ha la propria rappresentanza nel Con- 
siglio del Consolato. 

Il Consolato venne fondato nel 1860. Lo scopo del Consolato 
è quello di rendere più facile ed efficace, mediante un Ufficio 
centrale delle Società consociate ed in un'Assemblea dei loro 
Delegati, la trattazione degli argomenti relativi alla condizione 
degli operai, sia per procurarne il miglioramento, sia per tute- 
larne i diritti: fu un'Opera suggerita dal noto principio che l'u- 
nione produce la forza. 

Infatti, coll'aiuto e il concorso di tutte le Società aggregate 
al Consolato, si poterono istituire e consolidare le scuole per gli 
operai adulti d'ambo i sessi, si promosse una Società edificatrico 
di abitazioni operaie, di molte delle quali si pose la prima 
pietra il 10 aprile di quest'anno; a seconda dei bisogni e <l«-ll«' op- 



398 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

portunità, si studiano di volta in volta quei mezzi che sembrano 
più atti a far conoscere le cause che provocano gli scioperi, e, 
allo scopo di proporne i rimedi, fu istituita apposita Commis- 
sione. Tenne pure formata una Bibilioteca operaia circolante, 
la quale conta più di mille volumi, con un movimento annuo 
di circa 900 lettori. 

I numerosi Congressi provocati per discutere il progetto di 
legge sul riconoscimento giuridico delle Società di Mutuo Soc- 
corso; l'altro Congresso tenuto per trattare il progetto d'una 
Cassa Nazionale di pensione pei vecchi e gli impotenti al la- 
voro, i Comizi della pace, l'agitazione costante per il voto elet- 
torale, sono tutti argomenti che provano come 1' unione delle 
forze possa, ben diretta, determinare grandi ed utili risultati. 

II Consolato non possiede capitali. Le spese si riducono al- 
l'amministrazione interna d'ufficio e ad altre straordinarie even- 
tuali, sempre però di poca entità. I proventi consistono unica- 
mente nella tassa che pagano annualmente le Società consociate, 
in ragione di centesimi dieci per ogni socio. 

La Società delle persone di Servizio e la Società del Perso- 
nale salariato, come ciascuno avrà rilevato dal numero grande 
dei soci e dalla entità del patrimonio, sono fra le più ragguar- 
devoli della città. La prima venne fondata del 1863. La seconda 
ripete la sua origine fin dal 1787. Dopo varie vicende, or liete 
ór tristi, si ricostruì sulla base attuale del 1860. Questa Società 
possiede un quadro dell'Appiani. Come e perchè lo possieda è 
curioso il saperlo. 

Nell'anno 1787, la Pia unione dei Cuochi e Camerieri, nella 
circostanza di un ufficio funebre dei soci, aveva esposto sull'al- 
tare «li una delle chiese (li Milano un quadro da essa posse*- 
duto. La rappresentanza di quella chiesa, per ragioni ora non 
l"ii conosciute, impedì nel seguito la libera esposizione del 
quadro, né vai-eco in contrario i più insistenti reclami. Andrea 
appiani, che frequentava l'albergo del Falcone, e, di cuor largo, 
Don disdegnava »li accordare Y accoglienza più benigna ai ca- 
merieri che l" servivano, venne a sapere la perdita da essi falla, 
: tanza di alcuni amici, accedo di eseguire un quadro rap- 
la Cena del Redentore in Bmmaus, perla somma di 
"ttanta zecchini. Il quadro venne fatto. Affidato un tempo in 






BENEFICENZA E PREVIDENZA 309 

[>uro deposito presso la Biblioteca Ambrosiana, trovasi ora nella 
'•liiesa di S. M. delle Grazie, restando sempre in possesso alla 
Società, che lo conserva come un prezioso ricordo ed nn onore. 

Un' altra Società fra le più ragguardevoli per data antica, per 
numero di soci, per entità di patrimonio, per serietà e regolarità di 
ordinamenti, è il Pio Istituto Tipografico. Esso venne fondato in 
Milano l'anno 1804. Questo Istituto mantenne sempre alto il 
proprio credito col non porgere i suoi soccorsi che all' infor- 
tì mio incolpevole. Ricordare i premi da questo Istituto ricevuti 
è il modo migliore per farne conoscere le opere ed i meriti. 

Il Pio Istituto Tipografico ottenne il primo Premio fra i tre 
messi a concorso nell'anno 18G4 dalla Commissione Centrale di 
I^neficenza Amministratrice della Cassa di Risparmio di Lom- 
bardia, ed aggiudicati a quelle fra le Società di Mutuo Soccorso 
>*!ie comprovarono di essere le meglio organizzate. Nel 1866 ot- 
tenne il primo Premio dalla Commissione stessa per le migliori ed 
accurate tavole statistiche presentate ; altro Premio nel 1867 
]>er consimili lavori; il primo Premio nel 1872 per l'introduzione 
di un nuovo sussidio e per la sua lodevole organizzazione ammi- 
nistrativa; e nel 1873 veniva contraddistinta con medaglia d'oro 
per la presentazione di nuove e migliorate tavole statistiche. 

Nel 1867 il Prefetto Di Villamarina premiava il Pio Istituto 
con medaglia d'oro col motto: Al Pio Istituto Tipografico di 
Milano, esempio alle Società italiane. Nel 1868 ricevette una 
medaglia d'argento dalla Presidenza del Congresso Pedagogico 
italiano raccolto in Genova, pel suo morale indirizzo: nel marzo 
1875 il Ministro della Pubblica Istruzione decretava al Pio Istituto 
la medaglia d'argento dei benemeriti dell'istruzione popolare, e 
ciò per l'insegnamento linguistico e stenografico, che veniva, a 
«•lira della Direzione, elargito gratuitamente agli esercenti tipo- 
grafi. Ebbe poi anche nel 1879 ima medaglia d'oro dal Sindaco 
Commendatore Belinzaghi, per la mostra delle arti grafiche, 
nonché il primo diploma di benemerenza per l'appoggio da esso 
dato alla formazione di un fondo pel monumento delle Cinque 
Giornate. 

Tutte le Società operaie, rappresentate dai due più grandi 
gruppi, l'Associazione Generale e il Consolato, decisero di pieno 
accordo di prendere parte all'Esposizione nazionale. La sala del 



400 BENEFICENZA E PREVIDENZA 

lavoro presenterà certo una delle novità e delle attrattive mag- 
giori dell'attuale Esposizione. 

Questo movimento così spontaneo , esteso , efficace , verso le 
istituzioni di Mutuo Soccorso, è del miglior augurio per le sorti 
future del paese: esso è a un tempo l'effetto e la causa dei più 
nobili sentimenti e delle abitudini più salutari; della previdenza, 
del lavoro, del risparmio, al presente, dell'indipendenza e della 
dignità morale dell'individuo e della famiglia nel futuro. 



La penna lia già corso troppo, e bisogna deporla. La si depone 
a malincuore. Il ricordo del bene innamora del bene. La mente 
e il cuore corrono con rinascente voluttà dietro a tante scene 
nelle quali la mente e il cuore, mettendo a largo profitto i mezzi 
forniti dall'agiatezza e dal lavoro, sollevano la sventura e pre- 
miano il lavoro. Sono le scene che presenta Milano colle opere 
della Beneficenza e della Previdenza. È uno spettacolo antico nelle 
sue mura: esso trova le sue radici nella fede avita, nell'esempio 
de' suoi figli più illustri, nelle felici condizioni in cui la pose la 
natura. L'indipendenza e la libertà furono una nuova forza ag- 
giunta. Consoliamocene. Quale sarà l' avvenire? L'avvenire e 
scritto nel passato. La grandezza dei figli continuerà la gran- 
dezza dei padri. Le nostre parole possono parere un inno: lo sono: 
ma è l'inno strappato dalla verità. Dinnanzi allo spettacolo che 
<i sta sotto gli ocelli, la speranza si converte in certezza. — Quanto 
eroga .Milano in un anno colle diverse Opere di Beneficenza e 
di Previdenza? 

La nuda cifra sia la chiùsa di questo articolo: essa, nel suo 
significato, l<> vale tutto intero: la frase più breve è anche la 
più bella. 

Lire 8,1 I7.n7<». 26. 

Luigi Vitali. 



IL MUNICIPIO IN STRADA 



(Dal portafoglio di un ex assessore) 



L'Assessore di un villaggio è spesso una buona pasta d'uomo, 
specie di assistente al soglio dell'onorevole sindaco, che misura 
le questioni sociali dall'ombra proiettata dal campanile, che at- 
tende a' suoi negozi, e che tutte le sere va a letto colla beata 
soddisfazione di sé stesso, così rara nelle zittellone e negli uomini 
polìtici. Ma per l'Assessore eli una grande città, la cosa è ben 
diversa; per lui la vita pubblica è una prova giornaliera di pa- 
zienza e di attività prudente. 

C'è in una frigida via una lampada che manda poco lume: 

— Ma cosa fai al Municipio — chiede un amico al nostro 
assessore — non vedi che siamo al buio? — 

Un omnibus rasenta troppo il muro d'una viuzza: 

— Ma per bacco, questi nostri edili cosa stanno a fare al Ma- 
rino? — 

E se la servotta dell'avvocato Garbuglini, che innaffia i fiori del 
davanzale, forse distratta da un curioso, che le sta di contro, lascia 
cadere uno spruzzo sulla tuba di un cittadino, basta perchè questi 
dica la croce addosso al povero Assessore, che non fa rispet- 
tare le leggi municipali e che non sorveglia le distrazioni delle 
fantesche. 

Alla sera poi è un miracolo se nella cronaca cittadina dei gior- 
nali non trova registrato il suo nome almeno un paio di volte 
o perchè un cane penetrò in città senza museruola, o perchè un 
cavallo di brum si mise a correre, pensando (pensano anche le 
bestie) che la sua giornata era finita, e che andava finalmente 
in stalla a sognare l'avena de' suoi giovani anni, di quando non 
serviva il colto pubblico. 

a: ila™. - Voi. I. 2(i 



402 IL MUNICIPIO IN STRADA 

È bensì vero che delle compiacenze non mancano all' Asses- 
sore delle grand.i città, e gli onori delle feste e dei banchetti sono 
per lui; è bensì vero che all' occhiello dell* abito aumentano i 
colori dei nastrini cavallereschi, e che dai portieri si ha gli in- 
chini più cerimoniosi che mai si possano immaginare; ma qualche 
cosa di ben terribile deve lentamente avvelenare la sua vita. 

Ne ho conosciuti molti di Assessori di grandi città, ne ho di 
amici carissimi, ma tutti, compiute le loro prove, non so per 
quale ragione fisiologica, assunsero una ciera così diversa da quella 
che avevano, da chieder loro se hanno avuto V itterizia. 

Ed è proprio ad uno di questi morti del palazzo Marino, che 
io devo le note ch'egli faceva sul suo portafogli, e che mi prendo 
la libertà di pubblicare, perchè le credo di qualche interesse. 



Che cosa distingue una città civile da una di quelle agglo- 
merazioni di case, di stamberghe, di baracche intarsiate da viot- 
toli oscuri, melmosi, insalubri, che si chiamano città turche? 

La civiltà crea nuovi bisogni, nuove esigenze, impone nuovi 
obblighi, e quanto più un popolo si fa libero, tanto più deve di- 
sciplinarsi nell'esercizio de'suoi diritti. Perchè gli uni non urtino 
nella sfera d'efficienza degli altri, perchè alla forza venga sosti- 
tuito il rispetto reciproco, perchè l'educazione sia la regolatrice 
ili questa gran macchina che si chiama città, allontanando il 
pericolo che essa si faccia il centro di disordini, e la fonte di 
mali esempi, è necessario che rigano dei regolamenti edilizi e 
sanitari precisi, previdenti, uniformati alla sviluppo continuo del 
progTi 

La città è l'unione di molle famiglie, e se queste hanno lo 
loro abitudini domestiche, quella, quasi le compendia ne' suol 
regolamenti municipali. 1 Romani con quanta sapienza pratica 
dettarono gli editti della loro città mondiale! e venuti i tempi 
medioevali, in mezzo a quel succedersi »li devastazione e di bar- 
barie rive pur sempre un barlume di legislazione urbana. 

I" polverose carte dei nostri Archivi noi troviamo i cn- 

pitolari delle Confraternite, le ordinanze dei Municipi, i privilegi 

Mae branze, fonti preziosi a quella storia della storia 



IL MUNICIPIO IX STRADA 403 

vera, palpitante, che, scevra dal rabesco oratorio del narratore, 
risuscita con un alito di vita tutta propria, l'umanità transita; 
-ossi ci attestano l'importanza attribuita dai nostri padri all'ordina- 
mento della vita cittadina per quanto era loro permesso da quei 
tempi di lotte, d'ambizioni, e di violenze. 

Perfino lo sciagurato dominio spagnuolo, che non seppe se- 
minare che burbanza e untume di superstizioni , emanò un 
diluvio di gride in cui prevaleva almeno l'intenzione di disci- 
plinare la vita cittadina in quell'epoca di soprusi e d'ignoranza. 

Ma qui non siamo nel campo filosofico di uno studio storico 
del nostro Comune; è della Milano moderna che vogliamo par- 
lare, è della Milano che dopo il 1859, acquistata la sua libertà, 
moltiplicò le sue forze, e incominciò quella vita operosa d'indu- 
strie, d'affari, di moto, che la dilata, popola le sue vie, aumenta 
il suo valore morale e materiale. 

La nuova Amministrazione Comunale comprese questo indi- 
rizzo, e con lodevole iniziativa studiò sollecita la formazione 
di leggi semplici ed uniformi che si prestassero al regolare e 
continuo sviluppo della nostra città, nella quale cittadini e fore- 
stieri avessero a trovarcisi bene. E qui dobbiamo ricordare il 
Sindaco, conte Antonio Beretta, il quale, circondato da uomini 
intelligenti, attivi, volonterosi del bene, iniziò un ordinamento 
consentaneo alle esigenze della progrediente civiltà. 

Il primo regno d'Italia, è vero, ci aveva lasciate delle buone 
leggi in fatto di edilizia, di beneficenza, di annona, di sanità, 
che la dominazione austriaca, indifferente per quanto non avesse 
rapporto alla politica , aveva lasciato sussistere ; ma i nuovi 
tempi ebbero esigenze nuove, e il Comune soddisfaceva a queste 
creando appositi regolamenti e un Ufficio di Sorveglianza, perchè 
leggi e regolamenti non rimanessero lettera morta. 

La legge del 23 ottobre 1859, cambiando la partizione poli- 
tica del Regno, lo divideva in provincie, circondari e manda- 
menti, e offriva così al Comune di Milano il modo di scompartire 
la città in sei mandamenti, e questi in trenta rioni, ciò che in- 
fatti attuava con suo decreto 9 dicembre dello stesso anno. A 
questi mandamenti, coll'annessione dei corpi santi, ne vennero 
-aggiunti altri due suddivisi ciascuno in due sezioni, e queste 
in otto riparti. 



404 IL MUNICIPIO IN STRADA 

A ciascun mandamento venne preposto un Delegato che eser- 
citasse sul suo rione tutta la sorveglianza che spetta all' auto- 
rità cittadina, sorveglianza accresciuta d'impegni, dacché il re- 
gime di libertà, conferendo ai Comuni una vita autonoma e quasi 
indipendente, imponeva loro una responsabilità più grave, e una 
maggiore vigilanza che non per lo passato. 

In ciascun Ufficio dei delegati mandamentali si trova il re- 
gistro degli esercenti soggetti alla vigilanza municipale, dei ven- 
ditori nei pubblici mercati, degli affittaletti e camere ammo- 
biliate, delle visite agli esercenti, delle ditte e leggende, degli 
utenti di pubblico spazio, delle diffide, delle variazioni di eser- 
cizi pubblici, delle tende e dei tavolini dei negozi e dei caffè, 
dei proprietari di case, delle vetture pubbliche, delle diverse con- 
travvenzioni, delle riparazioni stradali e di tutto quanto ha rap- 
porto coll'autorità municipale nella circoscrizione affidata a cia- 
scuno di questi pubblici funzionari. 

Un registro per i reclami di qualsiasi cittadino e sempre aperto 
in ogni Ufficio di delegato mandamentale, il quale è obbligato a 
trasmetterli poi, con un suo rapporto, all'autorità della Giunta, 
perchè questa provveda sollecitamente. 

Credo che pochi conoscano quanto attiva e continua sia l'o- 
pera di cotesti impiegati municipali alla cui oculatezza è affi- 
data tanta responsabilità; e se Milano può compiacersi di un'ac- 
curata pulizia, di una vigilanza intelligente a' suoi mercati, 
di un servizio esemplare e invidiato da tante città, lo si deve 
in gran parte a cotesti funzionari. 

1 n Lodevole impegno d'avere il proprio riparto in condizioni 
migliori di quello del collega è stimolo a farsi onore; la prudenza 
colla quale esercitano il loro ufficio, l'onesta che li distingue, i 
modi conciliativi ed urbani sono qualità elio, dal nascere della 
loro istituzione, resero i delegati municipali rispettati, e contri- 
buirono a dar loro quell'autorità molalo che. dovrebbe sempre 
accompagnare un pubblico funzionario in una nazione che vuol 
e di libertà, 
delegati non mancarono mai gli uomini di coraggio, dì 
azione, di dir franco; i loro rapporti scritti all'alio di uni 
azia rendono possibili alla Giunta Municipale i pronti prov- 
vedimenti; una clandestina macellazione di carni guaste avvi- 



- 



IL MUNICIPIO IX STRADA 406 

sata in tempo, impedisce che si spargano cibi malsani; una vi- 
sita inaspettata in quei cameroni degli affittaioli, (dove la miseria, 
l'ozio, il vizio trovano un sonno di febbre alcoolica), fatta da un 
uomo intelligente, può salvare un ultimo tramonto d' innocenza 
da una sozzura senza nome; ecco l'opera quotidiana di questi 
impiegati, ecco l'Autorità Municipale che scende lo scalone del 
palazzo del Comune per attraversare le strade, avviarsi al mer- 
cato, entrare nella bettola, esaminare la cesta dei funghi, pesare 
il pane del povero, salire alla soffitta per prendere il cronico da 
accompagnare all'ospitale. 

Ecco come l'Autorità Comunale acquista il titolo di beneme- 
rita, e una città, se ai visitatori mostra con orgoglio i suoi mo- 
numenti, può con altrettanta soddisfazione mostrare le sue leggi, 
i suoi ordinamenti, e dire : Se ho un teatro che costa a me sola 
cinquecentomila lire annue, spendo più di un milione per le 
mie scuole, più di cinquecentomila lire per i miei cronici; e ai 
commestibili, alla circolazione nelle vie pulite e ordinate, alla 
disciplina dei bi~umistì, e a tutto quanto si riferisce all'andamento 
regolare della città, ho pensato con un'organizzazione, che si svolge 
in modo esemplare. 

Le molteplici mansioni dei delegati resero pertanto necessa- 
rio un personale che li coadiuvasse in tutti i minuziosi parti- 
colari del loro ufficio. Si pensò quindi a formare un corpo spe- 
ciale, che, frazionato in tutti i quartieri della città, istruito, attivo, 
vigili a tutte le ore perchè le leggi municipali si eseguiscano in 
modo da corrispondere allo scopo per il quale vengono emanate, 
e cioè all'ordine generale di tutto quanto si riflette all'edilizia, 
all'igiene e alla sicurezza. 

Cotali mansioni in Inghilterra sono affidate ai policemens, e 
ai sergents de ville in Francia. 

L'esempio delle due grandi nazioni , che sono giustamente 
citate a modello di ordine pubblico, poteva indurci ad imitarle; 
ma la nostra Autorità cittadina preferì, con savio e previdente 
concetto, di non correre sul tracciato degli altri, ma di ordinare 
un corpo che avesse una forma tutta particolare; un carattere 
tutto borghese. 

Fu quindi lasciata in disparte l'idea di organizzare militarmente 
il corpo dei Sorveglianti; da ciò un uniforme affatto civile e 



406 IL MUNICIPIO IN STRADA 

senz'armi; non una divisione in drappelli, né una successione 
di gradi; né accasermamento , né vita in comune. Si volevano 
impiegati municipali e nuli' altro, si volevano cittadini in mezzo 
ai cittadini, si volevano persone, che mentre vegliano all'esatta 
osservanza delle leggi municipali, e sottopongono a contravven- 
zione il cocchiere che slancia i cavalli a corsa sfrenata, fossero 
anche i cortesi indicatori ad un forestiere, e i prudenti pacieri 
di una baruffa di popolani. 

Ad ottener ciò, nulla di meglio che i sorveglianti vivessero 
nelle loro famiglie, non avessero ambizione di grado, e tutta la loro 
forza, anziché da una daga, la traessero da quell'autorità seria 
e prudente, che nasce dal rispetto verso chi tutela l'ordine cittadino. 

Quando i primi Sorveglianti municipali comparvero nelle vie 
di Milano, e fu nel 1860, il nostro buon popolo ebbe ad acco- 
glierli con una cert'aria di stupore e di meraviglia, che davvero 
confinava col sarcasmo. 

Avvezzo da tanti anni a vedere l'autorità, fosse pur cittadina, 
circondata sempre di un apparato di forza, avvezzo allo spadro- 
neggiare della polizia, era naturale che i nuovi funzionari seri, 
vestiti semplicemente, non luccicanti d'armi, e col cappello a tuba, 
dovessero destare il riso delle comari del verziere , e muovere 
il frizzo pungente del popolano, il quale pigliava questi agenti 
per comparse da teatro messe lì ad assistere a tutte le contrav- 
venzioni alle leggi cittadine; quel cappello divenne tosto cappel- 
lone, e, presa la parte per il tutto, cappellone fu il nomignolo 
con cui il monello ebbe subito a designare il pacifico Sorve- 
gliante. 

Apparso in pubblico il corpo dei Sorveglianti, se ne mormorò 
«•"iik- «li uno dei solili spropositi di cui tanto volentieri si ac- 
cagiona il Municipio, e non vi fu chi pensasse a pronosticare 
<li-- L'opera loro dovesse con tanta sollecitudine dare alla nostra 
città quell'aspetto d'ordine e di pulitezza per cui va sì giusta- 
mente lodata. 

Ma aneli.- <|ii.- la \ ulta all'apparenza semplice, seria, contegnosa, 

corrispondeva La sodezza dell'istituzione; e gli uomini chiamati 
■ formare il corpo, che erano stati scelti con investigazioni nii- 
" u/ dienti, risultarono così degni della loro carica, che 

a i""'" ;i !""•" eppero vincere gli ostacoli, farsi rispettare, e di- 






IL MUNICIPIO IN STRADA 407 

vennero il braccio esecutivo dei regolamenti municipali, senza 
urti, e senza queir intemperanza di zelo che talvolta compro- 
mette le più serie ed utili istituzioni. 

Sulla testa, su cui ora torreggia il cappello che giocondo tanto 
il popolo al suo primo apparire, un elmo di cavalleria aveva 
riverberato il sole di S. Martino; sul panno oscuro dell'abito, 
accanto ai neri bottoni d'osso che lo serrano al petto, sta la me- 
daglia del valor militare guadagnata a Castelfidardo ; sta quella 
al valor civile per aver salvata una famiglia da un incendio, o 
dai gorghi di un fiume; la mano che ora impugna una semplice 
mazza, un giorno brandiva un moschetto, o appuntava il cannone 
nelle trincee di Gaeta, e così la figura borghese assunse la ri- 
spettabilità del valore: s'incominciò anche dal popolo a ricono- 
scere chi un giorno prode, disciplinato, onesto, ora impediva che 
la città avesse a divenire la conquista degli accattoni, dei mo- 
nellacci e dei farabutti. 

Ed è davvero per l'oculatezza con cui venne fatta la prima 
scelta dei Sorveglianti municipali che questa istituzione si costituì 
fino dal suo principio in modo da corrispondere pienamente alle 
svariate sue attribuzioni. 

E infatti quando nel 15 luglio 1860 venne chiuso il concorso 
a quei posti, su di un gran numero di concorrenti ne vennero 
nominati cinquanta; numero che se pareva scarso al disimpegno 
delle loro molte incumbenze, non lo era in confronto dei requi- 
siti morali che si esigono per coprire codesta carica. 

Il corpo dei Sorveglianti, che ha un sol capo, è diviso in tre 
categorie, e col passaggio dall'una all'altra si premia lo zelo e 
la capacità , o si castiga il sorvegliante di qualche lieve man- 
canza col ritornarlo ad una categoria inferiore , nella quale è 
pure inferiore lo stipendio. 

Un tale sistema è fecondo d'ottimi risultati, poiché mantiene 
i Sorveglianti uguali tra loro davanti al pubblico, e serba altresì 
l'incitamento e il premio al puntuale e lodevole servizio. 

Ecco i concetti che guidarono la Giunta municipale costituendo 
il corpo dei Sorveglianti, e dobbiamo ricordare i nomi del com- 
pianto dott. G. Terzaghi, e del nobile cav. Giovanni Visconti- Ve- 
nosta, i quali, essendo in quell'epoca assessori, ebbero il merito 
di iniziare una delle più utili istituzioni della nostra città. 



408 IL MUNICIPIO IN STRADA 

E mi sia permesso ricordare altresì il conte Emilio Borromeo, 
allievo dell' Accademia militare di Torino, uffiziale in quell'eser- 
cito piemontese che, prode nelle battaglie, disciplinato nei brevi 
anni di pace, si fece il nucleo dell'esercito italiano, esemplare 
per coraggio e per costanza di abnegazione. Da quell' esercito, 
il Borromeo, che fu anche aiutante del Lamarmora in Crimea, 
apprese ad imprimere nei Sorveglianti municipali quell'alto sen- 
timento del dovere che stabilisce il carattere negli individui, e 
l'autorità nelle nazioni. 

Che se dopo vent'anni quest'istituzione è sempre fiorente, lo 
si deve certo al savio criterio che l'ha informata al suo nascere; 
la si deve pure all' aver mantenuti sempre alieni dalla politica 
i Sorveglianti, i quali, se per un verso o per un altro fossero 
scesi nel campo dei partiti, avrebbero d'un tratto perduto il pre- 
stigio di quella condotta imparziale, che è la loro forza. 

Le nostre Amministrazioni cittadine vollero i Sorveglianti 
^olo preoccupati dei regolamenti municipali, e, in momenti non, 
facili, a Milano si evitarono trambusti e scene spiacevoli, perchè 
questi funzionari, sempre a contatto col popolo, erano estranei 
alle gare politiche, alle influenze di partito, alle seduzioni dei 
mutamenti; e con circostanze straordinarie, quando l'adempi- 
mento dei loro doveri ebbe a richiederli di coraggio e d'abne- 
gazione, essi seppero cattivarsi l'affetto e la stima dei cittadini. 

Quando nelle tristi giornate del colera si videro entrare nelle 
del povero, aiutare il medico municipale, esigere che l'am- 
malato si allontanasse dai casigliani e venisse trasportato all'o- 
spitale, (piando si videro accorrere primi dove c'era un disastro, 
una pubblica calamità, (piando la povera vecchia assiderata, e 
• iuta dalla fame vien raccolta pietosamente e consegnata ad un 
pero, quando il cavallo che fugge e sta per calpestare un 
►ambino, e arrestato da una ferrea mano; (piando un infelice 
nnega, e un generoso arrischia la propria vita per salvarlo, 
allora il popolo ammira l'azione benefica, rispetta chi ne è l'eroe, 
" il '" itteggio, col quale renne salutato dapprima il Sorvegliante, 
• tramuta in deferenza, p<>i in amicizia. 

E i" così dei Sorveglianti in Milano: sotto quel nero pastrano 

'''" i cuori dei nostri soldati; l'abnegazione, la disciplina 

non e nuove per loro; la vita arrischiata sui camiti di 



IL MUNICÌPIO IN STRADA 400 

battaglia o nelle morie del colera, la si sa arrischiare sempre 
quando ci sia una buona aziono da compire , e le buone azioni 
da compire non mancano mai. 

Spunta appena un lembo verdognolo d'alba, un'acquerugiola 
fitta cade come un polverio di neve; batte diacciato il vento 
contro i vetri delle lampade ancora accese; la città dorme i suoi 
•sonni d'amore, di stanchezza, di noia, di pace, e su quel largo 
corso che dal Naviglio mette a porta Vittoria è un incrociare 
di carri colmi di ortaggi, è un serra serra di facchini tarchiati, 
«di erbaiuole pettorute e chiassose, di monelli dal frizzante ver- 
nacolo; è un apostrofarsi insolente, uno strano sacramentare. 
È l'ora del mercato, e in mezzo a quel gridare a squarciagola, 
ai mucchi di ceste e di sacchi, alle piramidi di cavoli e di se- 
•dani, ecco torreggiare ritto, silenzioso, pacato il Sorvegliante 
municipale: le sue membra sono infreddolite, il nevischio lo cuo- 
pre, penetra a raggrandirgli i muscoli ; eppure egli guarda con 
occhio scrutatore, s'arresta al sospetto che una cesta contenga 
roba malsana, e se tale, sequestra, e il malcapitato venditore 
morde le labbra, ma non grida, ma obbedisce perchè sa che il 
torto è suo, e che l'agente municipale, che oggi lo castiga con 
una multa, ieri gli raccoglieva sulla via il fratello caduto nello 
spasimo dell'epilessia. 

Una sera in mezzo alla folla che si accalca in galleria, una 
signora smarrisce il suo bambino; quella donna attraversa la 
pigia come una forsennata, cogli occhi avidi, pieni di spavento, 
guarda, interroga, cerca la testa -bionda del suo adorato , e in- 
tanto il sangue si precipita al cuore, le tempie pulsano, si sente 
mancare .... Ecco il Sorvegliante, padre anch'egli , le si avvi- 
cina, indovina le ansie di quella disperata chiedente, e con modo 
■urbano la interroga. 

— Ho perduto il mio bambino: non so dove sia. Dio mio! 
sforse mi chiama piangendo, là in mezzo alla fila delle carrozze . . . 
Per carità, dov' è, dov' è il mio Guido, — così grida la povera 
mamma. — 

— Si faccia coraggio, signora, risponde il vigile : venga con 
me al Municipio; lo troveremo. — 

E la madre lo segue; e quando sono alla svolta della via, 
«ecco comparire un altro Sorvegliante che tiene per mano un 



410 IL MUNICIPIO IN STRADA 

bambino fiero, pettoruto, con una pioggia di riccioli biondi sulle 
spalle, orgoglioso di camminare al fianco di un uomo cosi alto 
ch'egli chiama il bravo soldato. Un grido di gioia, e in quei 
riccioli biondi una furia di baci e di lagrime, e una mano sot- 
tile si protende a stringere con un sospiro, ed un grazie, quella 
dell'ex sotto ufficiale d'artiglieria, che rende alla madre il bam- 
bino smarrito. 

Sono scene semplici queste, scene che accadono tutti i giorni ; 
ma è la loro frequenza, che dà a un' istituzione quella forza mo- 
rale che la rende viva senza bisogno di apparati clamorosi, e 
di tintinnio di sciabole: e a tale scopo la Giunta cercò sempre 
che in quel corpo entrassero persone, che offrissero le migliori 
garanzie; e dico sempre, poiché malgrado il succedersi di di- 
verse Amministrazioni Municipali e l'avvicendarsi di parecchi 
assessori alla Sezione della sicurezza cittadina, con non facile 
esempio, si mantennero le tradizioni originarie, evitando il so- 
lito guaio delle innovazioni e dei cambiati indirizzi. 

Ognuno degli assessori cui venne affidato cotesto corpo, si 
mise d'accordo col predecessore, e cercò di continuare l'opera in- 
cominciata, di attuare le modificazioni richieste dagli accresciuti 
servizi e dal continuo espandersi della città, appoggiandosi alle 
basi del primo ordinamento. Conservando nella Commissione per 
la nomina dei Sorveglianti gli assessori cessati, si mostra che 
questa istituzione non muta a seconda dei criteri e delle idee 
individuali, ma le si dà una consistenza sistematica che mantiene 
integro il principio d'autorità. 

Il corpo dei Sorveglianti municipali consta ora di centocin- 
quanta individui, con un capo e due vice capi. Il servizio locale, 
sotto la dilezione, degli uffici di mandamento, va distinto in 
ordinario e speciale; poi effettua, a cura dei sorveglianti urbani, 
quello ordinario per rioni o per riparti, a seconda della suddivi- 
sione Jiiaiidaiiicnialc, e quello speciale con destinazione dove si 
-indica occorra mia costante <• immediata vigilanza. 

Ben determinati la sfera d'azione di questi funzionari pub- 
blici, le loro. attribuzioni li svolgono in modo affatto distinto da 
quelle della Questura. 

fra il corpo quindi dei Sorveglianti e la Questura non vi sono 
alni rapporti che quelli coluti da disgrazie cittadine, o da stra«- 



IL MUNICIPIO IN STRADA 411 

ordinario concorso di persone in occasione di pubbliche feste; e 
la Questura con tatto finissimo, non confondendo gli uffici della 
sicurezza pubblica con quelli della sorveglianza cittadina, contri- 
buisce a che le due Autorità non si urtino tra loro, ma sieno di 
reciproco aiuto, nel procurare l'osservanza dei regolamenti mu- 
nicipali. 

È ben rado che vengano rivolte parole di lode alla R. Questura; 
e sì che, mancassero altre attestazioni, il libro Sorveglianti e 
Sowegliati del Locatelli basterebbe a ricordare quante sieno le 
difficoltà da vincere da quei funzionari e la loro abnegazione. 
Mi è dunque assai grato di tributarle qui un elogio, ricordando 
l'accordo prudente che la Questura conservò sempre coll'Autorità 
municipale di sorveglianza in Milano. 

Ora però veggo nei teatri affidato ai Sorveglianti un servizio 
speciale. Sarebbe forse il primo passo ad un servizio cumula- 
tivo, a confondere le guardie di Questura colle municipali? Spero 
di no; che se ciò fosse, toglieremmo alle une ed alle altre il loro 
carattere particolare, e distruggeremmo una delle ottime istitu- 
zioni della nostra città, senza per questo alleggerire le faticose 
e non grate mansioni della Questura. 



* 
* * 



Chi ha la disgrazia di avere i capelli grigi, e ricorda i fu- 
nebri convogli, che una ventina d'anni fa s'avviavano al cimitero 
e li confronta coi mesti corteggi d'oggidì, deve notare il pro- 
gresso civile col quale si compie quest'ultimo atto di affetto 
verso chi non è più, e come la triste cerimonia riesca ora di- 
gnitosa e solenne. 

Una bara portata a spalle da quattro figure da monatti ve- 
stiti di fustagno, che sacramentavano ad ogni svolta di via, un 
gracidar rosari di prefiche unte e sdentate, che sotto la penna 
di Zola potevano diventare eroine da torcerne il naso; ecco il 
convoglio che accompagnava il feretro al cimitero; e là, aperta 
una fossa, con delle rozze tavole, con delle corde lasciavano ca- 
dere urtata, sconquassata, imprecata la bara, che racchiudeva 
forse la salma benedetta di quella nostra buona nonna, che la 
sera di Natale, a noi bambini, ci aveva regalati tanti balocchi, 
tanti confetti, e tante carezze. 



412 IL MUNICIPIO IN STRADA 

Ora non è più così. 

Un'apposita Commissione fino dal 1860 studiò con cura pa- 
ziente, dirò anzi, con sentimento gentile e pietoso, un regolamento 
per il servizio funerario; che, discusso dal Consiglio Comunale colla 
gravità richiesta dall'argomento, venne posto inattività alcuni 
anni dopo provvisoriamente, finché nel 1874 coli' ordinamento 
-dell'Ufficio del Servizio Mortuario entrò definitivamente in vigore. 

Il trasporto funebre, affidato alla Società anonima degli omnibus, 
è regolare, decente, esemplare, e di varie categorie, stabilite da ap- 
posite tariffe : i carri, le carrozze, le livree e le bardature sono 
disegnati con severità di linee, ed eleganza maggiore o minore a 
seconda della categoria a cui appartiene il servizio ; e così si ottiene 
lo sfoggio, e la pompa, o la più modesta e decorosa semplicità. 

Ventiquattro ufficiali sanitari dall'uniforme nera si avvicen- 
dano nelle loro mansioni. A loro spetta il recarsi alla casa 
del defunto a verificarne la morte, col medico necroscopo , ed 
ordinare in seguito il corteggio, accompagnando al cimitero il 
feretro che essi consegnano, con atto regolare, a quel civico 
custode. Finalmente al becchino rozzo, alitante acquavite, furono 
sostituiti dei necrofori e delle necrofore, i quali formano un corpo 
regolare di salariati municipali, cui tocca il delicato ufficio di 
attendere ai cadaveri. 

Come ai sorveglianti e affidato l'ordine delle vie, il benessere, 
le comodità, l'igiene cittadina, così ai necrofori spetta l'ordine, 
la decenza, il decoro dei morti; e Milano può vantarsi d'avere 
anche in questi suoi dipendenti un corpo modello di moralità e 
di disciplina. 

A.nch'es8Ì sono subordinati a un capo dirigente, ad un apposito 
(lamento, e ad un appello serale all'Ufficio Funerario. Por- 
tano un uniforme che consiste in una giubba e pantaloni neri, 
in un cappello a larga tesa, in corvatta e guanti bianchi, in una 
cintura <li pelle con allacciatura in acciaio ossidato su cui cam- 
■ temma della città. 

Il loro Incarico è ben delicato e mesto; eppure non si avvera 

mal no reclamo contro di essi dalle famiglie dolenti; lo occa- 

eraricare hcilissime In (inolio stanze dove regna la 

mortaf dora gli '•echi dal parenti a degli amici sono volati di 

ime, eppure, mai una deposizione che possa disonorarli. 






IL MUNICIPIO IN STRADA 413 

Sono buona gente, vivono onesti, e se una scarsa educazione 
e il non possedere un'arte industriale li mette per quell'umile 
via, essi sanno renderla onorata col custodire nella coscienza 
retto il sentimento della loro delicata responsabilità. 

Dei necrofori potrei narrare episodi commoventi, giacché per 
dovere d'ufficio e per dolorose circostanze della mia vita li ebbi 
a vedere molte volte nell'esercizio delle loro funzioni. 

Potrei dire dell'offerta generosa fatta da un ricco signore, che 
pur voleva riconoscere in qualche modo gli atti pietosi compiti 
verso un adorato cadavere, e rifiutata da un povero diavolo che 
forse era alla vigilia di pagar la pigione. Potrei dire d' averne 
veduti alcuni a piangere alla lettura dei bozzetti militari del 
De Amicis, che si faceva nella scuola serale istituita per l'ora 
che stanno ad attendere gli ordini per la prossima giornata. 

Che mesti ordini! 

Dal medico necroscopo, che verifica la morte, all'ultima zolla, 
che l'affossatore versa sul feretro, dalla scelta della tomba, alla 
classe del convoglio funebre, tutto è determinato da appositi re- 
golamenti che si collegano tra loro nei minimi particolari, ogni 
cosa proceda col minor disturbo dei cittadini e col massimo 
decoro. 

Ottomila e quaranta furono gl'inumati dello scorso anno 1880; 
è la popolazione di una piccola città; e a tante fosse, che si chiu- 
sero chissà su quante vite di dolori, d'obblì, di sventure, di 
colpe e di virtù, la statistica municipale contrappone nove im- 
piegati per il servizio interno, trentadue ufficiali sanitari, qua- 
ranta necrofori, sette custodi dei cimiteri. 

Al Capo ufficio è affidata la direzione generale dei lavori, e a 
lui fa centro tanto il servizio interno che l'esterno. 

Il servizio interno si divide in tre Sezioni distinte , cioè la 
prima che si occupa dei funerali civili — vale a dire notifica 
dei decessi e accertamento dei medesimi; richieste pei funerali 
civili, determinazione del giorno e dell'ora del trasporto, tasse,. 
stacco delle bollette di pagamento, avvisi ed ordini relativi al me- 
dico necroscopo, agli ufficiali, al capo dei necrofori, all'impresa 
delle pompe funebri. La Sezione seconda si occupa in modo speciale 
dei cimiteri, accoglie le domande per concessioni di sepolture 
private, di cellette nell'ossario, di spazi per le lapidi a muro,. 



414 IL MUNICIPIO IN STRADA. 

per le esumazioni straordinarie, per la collocazione, modifica- 
zione, ritiro dei segni funebri, per incisioni di epigrafi ed iscri- 
zioni. A questo Ufficio spetta l'applicare le tasse volute dai re- 
golamenti per tali domande, dare gli ordini relativi agli ispettori 
dei cimiteri, agli assuntori delle pompe funebri, agli ufficiali 
sanitari, secondo le rispettive attribuzioni; e tiene una contabi- 
lità mensile per la liquidazione delle competenze contrattuali 
dovute agli assuntori. 

Un archivio apposito costituisce la terza Sezione, ed in questa 
è tenuto il registro generale dei morti, la registrazione degli atti 
d'ufficio, un casellario contenente i nomi di tutti gli inumati, e 
a questo ufficio è affidata la compilazione dei prospetti statistici, 
i quadri riassuntivi, il rendiconto mensile ed annuale. 

Gli ufficiali sanitari, oltre al servizio esterno, devono assistere 
alle autopsie, all'atto di levar la maschera od eseguire il ritratto 
di un defunto, e scortano i feretri ad altro comune, o li conse- 
gnano alla stazione ferroviaria, sempre colle cautele prescritte 
dai loro regolamenti. Gli ufficiali sanitari sono divisi in quattro 
classi, con uno stipendio annuo che dalle L. 1800 sale alle L. 2000. 
La loro divisa tutta nera con cappello a tre punte è loro som- 
ministrata dal Comune. 

Ciascun cimitero è affidato alla attenta sorveglianza di uno 
Bpeciale ispettore. È 1' ispettore che, dietro la nota giornaliera, 
fa predisporre le fosse occorrenti per le tumulazioni; è lui che 
ti. 'il»' i registri, rassegnando mensilmente all'Ufficio funerario 
un prospetto numerico di tutto il movimento del cimitero cui è 
preposto, '''I ogni cinque giorni presenta un elenco nominativo 
dei cadaveri pervenutigli e della rispettiva loro sepoltura, e 
mia nota di tutto lo opere e somministrazioni eseguite dagli 
e i suntori. 

\'l ispettore <li cimitero la Giunta nomina di consueto gli tif- 
ili sanitari, i quali trovano in codesta carica un alleviamento 
di fatiche, e sono altresì i più idonei, per la pratica già fatta, al 
lodevole disimpegno <li cotale mansione. Gl'ispettori sono coa- 
diuvati <i,i custodi cui è devoluta la più diretta o continua sor- 

M del Campo <l<'i morii; <>, questi si dividono in cinque 

con ano stipendio dalle lire trecento alle novecento. 



ir. MUNICIPIO IN STRADA 41! 



*** 



Ma alle severe figure dei Sorveglianti e dei necrofori, alle nere 
uniformi, alle mansioni regolari, vigilanti, continue, ecco a far 
contrasto 1' elmetto tradizionale e rilucente del pompiere, incli- 
nato sull'occhio destro come il berretto di carta dello scultore; 
ecco la tunica azzurra, il brillare dei bottoni, e delle armi, e i 
vent'anni di quei ragazzi del popolo, che accorrono aggruppati 
sulle pompe per estinguere l'incendio della fattoria, coll'entusiasmo 
di un drappello di bersaglieri che vola all'assalto di un ridotto. 

Il nostro grande satirico Carlo Porta con due versi, che qui 
non cito, tratteggiò il carattere di questi Don Giovanni del po- 
polo in modo tale, che diviene inutile il tentare un bozzetto per 
ispiegare quel misto di galanteria barabbesca, e di militarismo 
borghese, che costituisce lo spirito di corpo, come direbbe un 
vecchio capitano, del pompiere milanese. 

Il popolano che si ricorda di averli veduti alle barricate del 
quarantotto , li guarda con orgoglio , perchè per lui sono la vec- 
chia guardia che muore e non si arrende: chi ha la disgrazia 
di avere un incendio in casa, li ammira per la loro agilità, per 
il loro coraggio, per la loro onoratezza nel rispettare la pro- 
prietà altrui; la fioraia, la povera tosa del mercato si sente ra- 
pire gli occhi dal lumeggiare di quell'elmo che par d'oro, si sente 
venir la fiamma al viso al ginnico ondeggiare di quelle anche; 
e il capitano cav. Ambrogio Nazzari colla ferma disciplina, col- 
1' attività intelligente e indefessa, che lo distingue, li dirige, li 
istruisce, e fa che questo corpo non manchi mai al proprio 
dovere. 

L' assessore cav. Stefano Labus, che ebbe a soprintendere ai 
servizi relativi all'estinzione degl'incendi, in occasione di alcuni' 
proposte che faceva alla Giunta municipale nella seduta del 13 
novembre 1872 per riordinare il corpo dei civici pompieri, rac- 
coglieva in un volume di circa 60 pagine molte notizie che pos- 
sono interessare chi si occupa di questo ramo dell'amministra- 
zione cittadina. 

Tale istituzione ha una data antica. Nella proposta che nel- 
l'anno 1750 un certo Briosco, per ordine del marchese reggente 



416 IL MUNICIPIO IN STRADA 

Don Giorgio Olivazzi faceva di una centuria d' uomini atta a 
spegnere gl'incendi, noi vediamo il primo tentativo per attuare 
anche in Milano le così dette guardie del fuoco, come già erano 
in uso in Inghilterra, in Francia ed in Olanda. 

Il conte Don Ambrogio Cavenago R. Giudice delle Strade nel 1779, 
si occupa anche lui di quel progetto, lo amplia, predispone un 
apposito regolamento, cerca di procurare al Comune le macchine 
e gli attrezzi necessari. Un barnabita, il P. Francesco Maria 
Re, perfeziona la macchina idraulica inventata dall'artefice mi- 
lanese Pugni, e venduta al Municipio per L. 3,400; ma le solite 
lentezze del Governo austriaco, il continuo fare e disfare ci con- 
ducono fino al gennaio 1790, nella qual' epoca un pubblico av- 
viso dà le principali disposizioni per 1' estinzione degl' incendi, 
e mette, si può dire, i capi saldi di tutti i regolamenti che ven- 
nero poi. 

Il generale Dupuy nel 1797 , col fare risoluto del comando 
soldatesco, piglia le idee del nostro Briosco e scuote il Municipio 
con una lettera concisa, colla quale lo invita a mettere in ese- 
cuzione « avec toute la célérité possible » il corpo dei pom- 
pieri, il quale viene finalmente decretato ed ordinato da Eugenio 
.Napoleone viceré d'Italia, il giorno 10 dicembre 1811. 

11 corpo dei pompieri è ora diviso in due categorie, numerando 
complessivamente cento individui di bassa forza. La prima ca- 
ia comprende i graduati di bassa forza (N. 10), dodici pom- 
pi" -ri di prima classe (scelti) e ventidue pompieri di seconda 
«lasse; in tutto cinquanta individui. La seconda categoria forma 
una Bpecie di riserva composta da altri cinquanta pompieri. I 
primi Bono acquarteriati, i secondi non possono aver moglie, e 
061 L'i^nii festivi sono chiamati al quartiere per gli esercizi d'i- 
struzione. 

Le macchine idrauliche per estinzione sono 28; e l'arsenale 
è provveduto di tutti gli attrezzi necessari per lo operazioni di 
amento. 

Due sono i posti di guardia dei pompieri; il palazzo Mai-ino 

e il quartiere <li s. Gerolamo legati tra loro da speciale appa- 

telegraflco. Un filo telegrafico congiunge I'- porte della citta 

direttamente al quartiere, in modo eli' 1 dà ciascuno di questi 

punti l -mani ij possono t iasiii«;i i r-i(^ le notizie d' incendio e a- 



IL MUNH'Il'Jo IN STRADA 11 i 

venie pronto soccorso. Vn altro filo telegrafico unisco pure il 
quartiere di S. Gerolamo alla sede della società degli omnibus 
per averne sollecitamento i eavalli per il trasporto di macchine; 

Nella città di Milano, in un anno si verificano in media da 150 
a 200 incendi, i quali si riducono a piccole proporzioni, <• a 
danni poco rilevanti mercè il pronto accorrere dei civici pom- 
pieri, la loro istruzione pratica e ben intesa, la disciplina che 
li tiene ordinati anche in mezzo alla confusione ed agli strepiti 
che di solito accompagnano le disgrazie. 

Ho veduto un prospetto degli incendi notificati nel decennio 
1871-80. Sono 16G6. Non è una cifra eccessiva per una citta 
come Milano; e l'esiguità del numero dei feriti fa il miglior 
elogio dei nostri pompieri. 

Nei locali della presente Esposizione è ordinato un servizio 
speciale di pompieri destinato a prevenire disgraziati accidenti; 
e chi vorrà prenderne conoscenza potrà notare come sia stato 
provveduto ad evitare accidenti che potrebbero avere delle terribili 



In queste pagine ho voluto brevemente far conoscere l'azione 
del nostro Municipio in quanto ha di più popolare. 

Io sono un cittadino che attraversa le vie col suo sigaro in 
bocca, e osserva, e raffronta, e nota. — Non è delle teste diri- 
genti, di quanto hanno fatto e fanno, che ho preso a discorrere, 
ina delle braccia che eseguiscono e che lavorano. 

E la parola braccia mi ricorda un'altra istituzione del nostro 
Comune che, per i continui servigi che presta, merita di non es- 
sere dimenticata; voglio parlare dei facchini con brevetto munici- 
pale. Sono in numero di 497 e formano una Societàdi unitilo 
Soccorso; presidente ne è il Sindaco; vice presidenti due facchini 
scelti dall'Assemblea generale; un consigliere ispettore, quattro 
consiglieri ordinari e tra questi figurano un assessore, due mo- 
dici municipali, che visitano i soci gratuitamente quando sono 
ammalati, e un segretario municipale, che attende all'azienda 
del Sodalizio. 

La forma data a questo Sodalizio offre opportunità al Municipio 
di esserne guida e tutela. 

AIlLARO. — Voi. I. 2/ 



418 IL MUNICIPIO IN STRADA 

Si chiama passo quella panca dipinta in verde, collo stemma 
del Municipio che si vede in alcune località. Questa panca è la 
stazione di un gruppo di facchini, il cui abito è una bluse di 
tela turchina, un berretto colla leggenda, ed una placca sul petto 
col numero progressivo di ciascuno di essi. 

Un'apposita tariffa, approvata dalla Giunta, tassa le differenti 
prestazioni, e presso il Municipio si accolgono i reclami che 
possono venire sporti contro qualche membro della Società, che 
manchi a' suoi doveri di fedeltà o di esattezza; e questa imme- 
diata sorveglianza della Autorità cittadina contribuisce non poco 
a conservare a' facchini con brevetto municipale un carattere di 
onoratezza non comune tra questo genere di braccianti. 

Dessi poi sono obbligati a prestarsi, dietro pattuita mercede, 
a tutti i servigi straordinari de' quali può abbisognare il Mu- 
nicipio; e i più giovani, addestrati nel maneggio delle pompe, 
sono tenuti a dare la loro opera, quasi riserva ausiliare, al corpo 
dei pompieri. 

I loro meriti speciali vengono riconosciuti con premi straor- 
dinari; e il timore di venir esclusi dal Sodalizio li mantiene 
in una disciplina e in una moderazione che li rende stimati e 
meritevoli di fiducia. 

In questa associazione noi troviamo il popolano, che ricorda 
Ee barricate del quarantotto coli' orgoglio di aver cooperato col 
suo coraggio a fare la nostra Italia, opera di tutti, dai muscoli 
<l< i l facchino, alla spada del re; in quest'associazione il giovane 
tarchiato che scende dai nostri monti a guadagnarsi il pane 
colle braccia poderose: e il vecchio al mattino spazza lo studio 
de] banchiere; il giovane negli sgomberi chiude il malguardato 
cassetto Move la tignerà ha dimenticato un vezzo di perle; e 
l'onestà presiede. 

La consolante parola questa! e come fa bene di averla incon- 
trata tra i sorveglianti, tra i necrofori, tra i pompieri tra i 
facchini; tutta questa gente «IH popolo che vive col popolo! 

E qui sta il gran segreto della sorveglianza Municipale 



K. Sehreoondi, 



LA MUSICA IN MILANO 



Musica religiosa. — Se il più beli' attributo r della musica 
è la nobiltà, non avvi dubbio che quell'attributo debba essere 
il primo pregio della musica religiosa: e prendendo a parlare, 
sia pure sinteticamente, della fisionomia, delle condizioni della 
nostra Milano musicale, pare a noi che sia giusto di incomin- 
ciare appunto dal dire qualche cosa sullo stato in cui trovasi 
questo nobilissimo e principalissimo ramo dell'arte, dal quale si 
voglia o no, scaturiscono, si nobilitano, si ingentiliscono tutti 
gli altri. 

Ai giorni nostri è possibile vi sia qualcuno il quale, con- 
siderando la religione quale uno dei ferravecchi adoperati da 
una società passata, consideri anche la musica religiosa corno 
un inutile e fastidioso arnese. Ma costui sbaglierebbe di grosso. 

La nostra epoca, le nostre scienze, hanno formato una gran 
classe di gente pratica, operosa, forte ed illuminata: essa rigetta 
è vero i miti della chiesa, ma riconosce la necessità somma che 
un' altra classe di gente la quale non è né forte ne illuminata - 
nò lo può essere - abbia il conforto d'una fede, d'una credenza, 
d'una religione. 

E questa religione deve parlare alla fantasia del popolo: da 
qui la necessità della ricchezza dei sacri arredi, del profumo 
degli incensi, delle grandi luminarie. Da qui pure la necessita 
di sublimare il linguaggio da rivolgersi a Dio, coli' aiuto della 
musica decorosa e grandiosa. 



420 LA MUSICA IN MILANO 

Ma ahimè! .... Da questo lato camminiamo in senso in- 
verso . . . Invece di progredire, si peggiora sempre, giorno per 
giorno. E questo peggioramento bisogna attribuirlo a varie cause. 
La soppressione di alcune celebri cappelle, la sparizione di qual- 
cuna delle grandi case patrizie che alimentavano altre cappelle, 
l' incameramento dei beni ecclesiastici, fecero sì che non si potè 
più pensare a mantenere il decoro della buona musica religiosa. 

A scemare ancor più questo decoro contribuirono poi i preti 
istessi, i quali, dimentichi della severità della loro missione, 
non si peritavano di raccomandare ai maestri di cappella, di 
scrivere musica brillante! brillante! brillante! 

A Milano, in fatto d'i musica religiosa, ci resta una sola 
antichissima cappella, quella della Metropolitana, nel di cui 
archivio si conservano tesori d'arte dovuti ai maestri celebri 
eh*' furono chiamati a dirigerla. 

I due maestri che illustrarono la cappella del Duomo nello 
scorso secolo furono il Fioroni, ed il Sarti (che fu maestro a 
Cherubini). La loro musica è oggi antiquata nella parte cos- 
tituita dai così detti assolo: ma i pieni a quattro e ad otto voci 
sono veramente e dottamente grandiosi. Tutti gli artifizi del con- 
trappunto vi sono adoperati, anzi prodigati, con maràvigliosa 
facilità. 

Poco di notevole lasciarono nò il Monza nò il Quaglia, suc- 
cessi ai precedenti, e poco il Neri, benché qualcuno ne avesse 
V"liit>> fare un gran che, senza nessuna ragione. La musica del 
Neri possedeva raramente il vero carattere religioso: apparto- 
oiriic lui, il Neri, al numero di quelli ai quali i preti di- 
cevano: brillante! brillante/ brillante! 

Ne a queste tiranniche esigenze polo sempre sottrarsi il de- 
funto maestro Raimondo Boucheron; ma questi aveva potuto 
mostrare., non solo nella sua magnifica messa (fi concorso, ma 
in un grandissimo numero di composizioni severe, come Y ideale 
enere, il possi oluto dolio stile, gli permettessero di 

servire meramente al decoro della buona musica religiosa, seri- 
rondone di nobilissima. 

\ ■ però chi cerca di mettere freno agli sfregi che si arrecano 
alla dignità delle chie e da coloro che suonano, pei- esempio, 
una cabaletta all' offertorio , e fanno cantare un ingressa in 



T.A MUSICA IX MILANO 421 

tempo di valtz. Fu bandito un congresso Speciale iter la riforma 

della musica sacra; ma, nonsappiamo in «inai modo successe, questo 
riuscì una cosa tutta affatto parzialee ristretta all'elemento pura- 
mente clericale. Degli aventi interesse, vogliamo ilice, dei maestri 
di musica, che potevano dire o fare qualche cosa per la voluta 
riforma, nessuno venne nò chiamato ne consultato. 

E pare pur anche che sia difficile di trovare un accordo fra 
le riforme proposte. V è chi vuole addirittura ritornare alla 
musica tessuta sul canto fermo; questo è un eccesso tale di 
retrogradismo che non si può per niun conto accettare. V è 
chi vuole istabilire la massima di fare incominciare la musica 
(dopo l'intonazione del celebrante che dice gloria hi excelsis Beo) 
dalle parole et in terra 'pax. e così pel credo, togliendo al com- 
positore il mezzo di tessere un pezzo di musica grandioso. Questo 
si è sempre ammesso trattandosi della così detta messa breve, 
ma non nella pontificale. Secondo noi, la chiesa può accettare 
lutti gli stili, dall' antico al moderno, allorquando sia rispettata 
e ne venga anzi aumentata la serenità austera dei simboli della 
religione. I soli ritmi danzanti devono essere proscritti, così 
<'ome la musica teatrale. 

E quanto ai mezzi di esecuzione, bisogna pure convenire che 
anche la cappella Metropolitana sta male, ma male assai. La 
scuola di canto addetta agli Orfanatrofii dà molti allievi fra so- 
prani e contralti, ma non di rado lo spostamento delle voci e 
lo sforzo, fanno provare inenarrabili strazi alle orecchie di chi 
ascolta. Fino a tanto che la Curia Romana non permetterà l'im- 
piego delle voci femminili, non si potrà sperare una riforma 
scria da questo lato. Anche le voci di uomini sono scarse, mal 
retribuite e stanche. Dove sono dunque le garanzie di buone 
esecuzioni? Ma per procedere a tutte queste riforme ci vogliono 
energia e danaro; le parole non valgono: esse servono soltanto 
ai congressisti. 

Un'altra cappella esiste in Milano, quella di S. Celso: vi si 
\\\ musica nelle domeniche, coi mezzi scarsissimi di cui la cap- 
pella può disporre; nelle feste titolari il maestro, che è pure 
organista (prof. Polibio Fumagalli), ha la facoltà di aggregarsi 
altri cantanti. Questo sistema esiste pure per la cappella Me- 
tropolitana, con una differenza; che in Duomo si fa messa con 



422 LA MUSICA IN MILANO 

musica (breve) tutti i giorni (meno le così dette ferie): durante 
la quaresima poi, la musica si fa a sole voci, cioè senz'organo. 
Crediamo non inutile di riportare 1" elenco dei maestri della 
Cappella Metropolitana, elenco del quale potemmo far copia, grazie 
alla gentilezza dell' Amministrazione della Veneranda Fabbrica. 

1. Franchino Gaffurio di Lodi, nato nel 1451. Occupò que- 

sto posto dal 1483 fino al 1525, epoca della sua morte. 
Fu professore della pubblica Scuola di musica istituita 
dal duca Sforza. Scrisse parecchie opere letterario-mu- 
sicali. — Per lungo tratto di tempo pare che dopo il 
Gaffurio, la Cappella restasse senza titolare. 

2. Vincenzo Pellegrini di Pisa, successo al Gaffurio nel 1606. 

3. Giulio Cesare Gabussi di Bologna, successo al Pellegrini 

nel 1619. 

4. Ignazio Donati, successo al Gabussi nel 1629. 

5. Giovanni Antonio Turato, successo al Donati nel 1640. 

6. Michel Angelo Granerai di Milano, già organista della 

Basilica di S. Ambrogio, poi organista e finalmente 
maestro della Cappella Metropolitana, successo al Turato 
nel 1655. 

7. Giovanni Antonio Grossi, già maestro alla Cattedrale di 

Crema, poi a quella di Novara, successo al Grancini, 
dietro concorso, nel 1669. 

8. Carlo Consonio , succeduto al Grossi nel 1684. Venne 

licenziato e poi riammesso con aumento di stipendio : finì 
col fuggirsene dopo di avere abbruciata tutta la sua 
musica, della quale assai poco rimase nell'archivio. 
'.'. Giovanni Maria Appiano di Milano, successo al Conso- 
ni»» nel L693. 

LO. Carlo Balzani, succeduto all'Appiano, dietro concorso 
oe] 1711. 

11. Gian Andrea Fioroni di Milano. Fu allievo di Leo. Suc- 

<■ dietro concorso al Baliani nel 1747. Oltre che 

delia Cappella Milanese fu maestro di quella di Como (1). 



1 I • ■ '" i i di <i i i' competitore I legnata per severità ili siilo, grandiosità «li 

■ " h '" di fattura in dirmi occasioni I a i i ancora nelle Cappella 

1 "" alcune oe conpo teloni è quatto l'autore piti antico a cui si risalga nelle 

' ni |. i n i/i<> dèi cullo. 



LA MUSICA IM MILANO 42.'* 

12. Giuseppe Sarti di Faenza (maestro a Cherubini) notis- 

simo anche, al suo rompo, come compositore teatrale, 
successe al Fioroni per concorso nel 1779. 

13. Carlo Monza (allievo del Fioroni) successe a Sarti nel 1787. 

14. Nicolò Zingarelli, succeduto, nel 1798, al Monza, tenne 

pochi mesi il posto, poi passò alla direzione del Con- 
servatorio di Napoli (1). 
15 Agostino Quaglia (altro allievo di Fioroni) successe a Zin- 
garelli nel 1799. 

16. Benedetto Neri di Roma, già maestro della Cappella di 

Novara, successe a Quaglia nel 1823. Mori nel 1841. 

17. Raimondo Bouchcron, di Torino, già maestro della Cap- 

pella di Vigevano, successe al Neri nel 1847. Mori 
nel 1876 (2). 

La Musica sinfonica. — Nella prima metà del secolo, al 
così detto Casino dei nobili, più tardi al Casino dei negozianti 
e in qualche casa patrizia, per esempio in quella del duca Antonie 
Litta, si davano di tanto in tanto dei concerti sinfonici, diretti 
o dal Ferrara o dal Cavallini (3). 

Si fu difatti (se ben ci apponiamo) al Casino dei nobili che 
fu eseguita per la prima volta l' ode-sinfonia — Il Deserto — 
di quel grande poeta dei suoni che si chiamava Feliciano David. 

Più tardi i tempi si fecero grossi, finché l'eco dei concerti si 
cambiò in rumore di catene, poi io quello delle armi che scossero 
quelle catene e le infransero. 

Si fu soltanto nei 1864 e precisamente nel giorno 29 di giugno 
che veniva a Milano dato il trattenimento d'inaugurazione d'una 
Società che si chiamò Società del quartetto (benché realmente 
un vero e proprio quartetto d'arco non avesse) ; ma che alla fine, 
allargando la propria sfera d'azione, diede assai incremento alla 



(1) Fu maestro a Vincenzo Bellini il quale gli dedicò la \orma. 

(2) Ci rechiamo ad onore d'averlo avuto a maestro. 

(3) Eugenio Cavallini, successe a Rolla nella direzione dell'orchestra della Scala. Tenne 
moltissimi anni questo posto. Le belle opere dell'epoca più feconda per la scuola melo- 
drammatica in Italia furono dirette dal Cavallini. Mori in quest'anno istesso. Una con- 
gestione lo colss durante la prova generale del Simon- Boccanegra. Da parecchio tempo 
Occupava alla Scala lo scann> «3 ì prima viola. 



424 LA MUSICA IN MILANO 

musica sinfonica, facendo conoscere celebri e valenti artisti, cele- 
brate e nuove composizioni. E diciamo nuove per modo di dire, 
perchè gli è soltanto alla Società del quartetto che si deve d'aver 
potuto sentire le nove sinfonie di Beethoven, prima da pochis- 
simi conosciute. 

Non si possono dimenticare, parlando della Società del quartetto, 
quelle due feste dell'arte che furono (un po'a distanza una dall'altra) 
la commemorazione di Beethoven, sotto la direzione di Hans 
de Bulow, e la esecuzione della nona sinfonia, diretta da Franco 
Faccio, eseguita col concorso delle diverse Società Corali e le 
alunne del R. Conservatorio. 

Fra gli artisti stranieri che la Società del quartetto fece sentire* 
oltre il sunnominato Biilow, dobbiamo citare il Rubinstein, 
Wilhelmy, Joachim, Saint-Saéns, il Becker col suo celebre e 
crediamo ormai disciolto quartetto (1), ecc. 

Questa Società è formata da una rappresentanza sociale avente 
a capo un presidente. La rappresentanza è nominata dall'assemblea 
.''Mirale dei Soci. 

Qualcuno che ama gli studi fisiologici, dice che la rappresen- 
t in za sociale del quartetto è invasa, non si sa perchè, da uno 
spirito; come diremo? .... italiano fobo. Essa — dice sempre quel 
qualcuno — abborre, rifugge da tutto ciò che senta di italiano. Per 
gli artisti e la musica debbono venire dalla Germania, altri- 
menti non avvi garanzia che si possa trovare alcun che di 
bu Min (2). Gli e già un miracolo che siasi fatto udire il Saint-Saéns 
che è francese. Aggiungeva quel qualcuno che la rappresentanza 
i e immissione, per obbedire alle esigenze tiranniche dello statuto, 
nel quale si ebbe la debolezza di [stabilire dei concorsi aperti 
(oh delitto?) agli artisti italiani, ha ridotto il numero dei con'cofsi 

!. i quali Invece d'essere annuali sono adesso biennali, aumen- 
to però la somma del premio. Avvi in quello statuto o rego- 
lamento mi articolo che prescrive alla Società l'obbligo della 



i li quartetto Becker fu da lui formato a Firenze; ni in origine, no il Becker, 

li altri erano ih» etini, tanto che li chiamò quartati i fiorentino, cosi anche quando era 
•ii atei ntoi i. 

» alla (.ii al mi. per carità di patria, non si lascino 

1 Inedia < pò itori r gli artisti italiani. K ehi prò allora le accademi li 



LÀ MUSICA IX MII INO 4*25 

esecuzione del lavoro premiato: questa esecuzione è Là parte [)iù 
utile e pratica ilei concorso, inquàntochè l'autore del lavoro pre- 
miato, sentendolo, può constatare se o no gli riesci di ottenere 
gli effetti che si era prefissi, e questa è la vera scuola pratica pel 
giovane compositore. 

Si crederebbe? Giacciono negli archivi della Società parecchi 
lavori premiati che non furono mai eseguiti, malgrado le insistenti 
domande dei rispettivi autori. ; 

Se e pel-messo di indagare quali possano essere i criteri d'arte 
che portino la rappresentanza sociale a questo indirizzo, come 
dice il qualcuno — itaìianofobo — diremo che essa teme che la 
musica italiana scemi l'altezza dei programmi di concerto. Pure nei 
vediamo che in tutti i programmi di concerti dati all'estero, la 
musica antica italiana vi occupa buon posto. 

Si dice che non avvi in Italia musica sinfonica all' infuori di 
quella teatrale, e non è vero; basta consultacele opere straniere 
che citano le nostre opere e le conoscono. E se non ve ne fosse, 
perchè non incoraggiare i nuovi sinfonisti? Non c'è musica? Si 
taccia. A che dunque le Società orchestrali ? a che i concorsi? Forse 
(die il Goldmark e lo Janssen si sarebbero conosciuti in Germania, 
se non avessero potuto rivelarsi come sinfonisti? E tutta la giovane 
scuola francese come i Guiraud, i Saint-Saéns ecc. come si fecero 
conoscere? Colle sinfonie e le Suites eseguite nei concerti. E perchè 
non creeremo noi dei sinfonisti? Non potremo noi emulare gli 
stranieri? 



Un altra serie di concerti misti fra il genere da camera ed 
il sinfonico è quella istituita dal professore Carlo Andreoli: questi 
concerti hanno principio ordinariamente verso la metà di dicembre 
e sono in numero di dodici: il salone del R. Conservatorio è gen- 
tilmente concesso dal Consiglio Accademico per questi concerti che 
l'istitutore chiamò popolari (ad imitazione dei celebri concerti 
Pasdeloup di Parigi), ma che in realtà sono frequentati dalla parte 
più colta della Società milanese. Il popolo non v'ha a che fare, 
perchè la sala non è né abbastanza vasta né adatta per concerti 
veramente popolari. E dire che vi sarebbe un mezzo per avere 
nello stesso Conservatorio un magnifico salone! Non manca a coni- 



42(3 LA MUSICA IN MILANO 

pire il progetto che una cosa sola. — il denaro. E non pai- vero 
che a Milano manchi il denaro per una cosa simile! 

A proposito di questi concerti diretti dal prof. Andreoli aggiun- 
geremo che i programmi sono composti con grandissima lar- 
ghezza di criteri. Tutti i generi di musica vi sono rappresentati, 
da Sehastiano Bach a Giuseppe Verdi. È però triste di consta- 
tare che se il successo morale ed artistico coronò le speranze 
dell'istitutore che vi dedica indefesso studi e lavoro, il risul- 
tato materiale non basta forse ancora a compensare le spese o 
vi basta a malapena. 



Allorquando nel 1878 Parigi aprì la sua gara mondiale d' indu- 
stria, per la quale tutto il mondo, si può dire, si vide affluire 
alle sponde della Senna , l' orchestra della Scala si costituì 
in società e recatasi a Parigi, sotto la direzione del maestro 
Franco Faccio, dava parecchi splendidi concerti. L'orchestra di 
Torino, sotto la direzione del maestro Carlo Pedrotti, diede essa 
pure vari e ben riusciti concerti. 

Tornata a Milano, l'orchestra della Scala assunse definitiva- 
mente il nome di Società orchestrale della Scala, e raccolto 
buon numero di firme, costituenti un discreto capitale, si prefìsse 
di dare dei grandi concerti sinfonici o corali nel teatro della Scala, 
immediatamente dopo la stagione teatrale. Corre il terzo anno 
dell'esistenza di questa società, i cui concerti ebbero ed hanno 
grandissima voga. 

11 numero dei concerti è però assai esiguo. Ciò vuoisi attri- 
buire alla circostanza che gli esecutori, finita la stagione teatrale, 
-i disperdono per La necessita di procurarsi da vivere, non a- 
vendo la società mezzi tali da poter assoldare stabilmente i suoi 
professori. 

Non sappiamo se fu per abituare il pubblico gradatamente a gustare 
la musica senza corredo scenico, die (inora la Società nei suoi pro- 
attenne troppo alla musica teatrale, alle ouvertures 
tante e tante volte sentite. Il gran genere sinfonico non fu ancora 
ito. i ii.'l Bocieta orchestrale <le\<- mettere nel proprio pro- 
imma le nove sinfonie di Beethoven, 1<- ouvertures e lo sinfonie 
• li Mendelssohn, di Schubcrt, «li Schumann, di Weber. Infine poro 



LA MUSICA IN MILANO 427 

si pensò anche da questa Società Orchestrale a sviluppare fra 
i compositori italiani la gara dello scrivere nel genere sinfonico, 
poiché nessun concorso venne bandito per lo scopo, e troppo so- 
verchiamente scarsi furono i nuovi lavori eseguiti. Manca dunque 
finora al proprio compito. 



Un'altra Società Orchestrale di proporzioni assai modeste fu 
costituita or fanno quattro anni da un nucleo di volonterosi dilet- 
tanti i quali tengono le loro esercitazioni in una sala gentil- 
mente concessa dalla Società del Giardino. Anche questa diede 
già qualche pubblico esperimento o nel salone del Giardino od in 
quello delR. Conservatorio, in unione alla Società di Canto corale 
dalla quale ebbe vita. 

La musica melodrammatica. — La musica melodramma- 
tica riceve il suo massimo culto nel teatro della Scala, sórto, 
come tutti sanno, sull'area della chiesa di Santa Maria della Scala,, 
ed inaugurato il 3 agosto 1778 colla Europa riconosciuta di 
Salieri, dopo che il Teatro ducale era stato nel 1776 preda d'un 
incendio. Artisti insigni d'ogni specie, compositori, esecutori eb- 
bero a gloria di cercare il battesimo dal pubblico della Scala. 

Era un teatro che riceveva una sovvenzione governativa e 
che in altri tempi, era aperto circa dieci mesi all'anno. Le mutato 
condizioni politiche, facendo sparire i vari Stati che avevano 
capitale propria, come Napoli, Firenze, Parma, Palermo, ecc. r 
fecero si che il governo italiano non potesse mantenere alla Scala 
un sussidio, senza darlo in pari tempo agli altri teatri. Era pero- 
dovere del governo di pensare alla creazione di un vero teatro 
nazionale, di una Accademia in Roma, con orchestra e cori 
stabili, così come esiste a Parigi, a Vienna, a Pietroburgo. Ma gli 
è già molto se si mantengono in Italia i Conservatori e le 
Accademie di belle arti. 

Tolto il sussidio governativo, furono i Municipi che pensarono 
a sostituire la dotazione. Questa va sempre soggetta alla deli- 
berazione di un Consiglio comunale, e ben soventi la dote del 
teatro alla Scala fu lì lì per essere radiata dal bilancio, battuta 
in breccia dai sistematici oppositori. Pure quella dotazione fa. 



428 LA MUSICA IN MILANO 

vivere migliaia di persone, e lo spettacolo della Scala è sempre 
la migliore attrattiva della stagione invernale. 

Le condizioni attuali dell'arte rendono assai difficile la dire- 
zione di un grande teatro musicale. La scarsità di buoni arti- 
sti ha fatto sì che i pochi accampino tali pretese da ingoiare! 
quasi la metà della dote assegnata al teatro. Da qui ne verrebbe 
la assoluta necessità di bandire appalti di lunga durata, perchè 
gli intelligenti appaltatori potessero accaparrarsi elementi gio- 
vani, formare de' cantanti e sottrarsi così alla tirannia elei così 
detti artisti di cartello, che ben soventi non sono che di carta 
pesta, tolte rare eccezioni. 

La legge sulla proprietà letteraria, sottraendo un'opera d' arte 
al dominio del pubblico, fece che questa non si possa produrre 
senza sottostare ad una infinità di condizioni, alcune volte tal- 
mente rovinose per l'appaltatore teatrale da costringerlo a rinun- 
ziare alla produzione di quell'opera. 

La legge stessa volle tutelare così la dignità artistica, in modo 
che una opera d'arte non potesse essere esposta al pubblico con 
esecuzioni indecenti, come pur troppo avveniva e come avver- 
rebbe ancora. Vuoisi però riconoscere che se queste restrizioni 
sono necessarie allorquando una data opera si rappresenta sovra 
un determinato teatro come novità, esse dovrebbero a poco a poco 
essere meno severe, quando l'opera d'arte e già giudicata e non 
l>ui» piu correre il rischio di scemare di pregio per cattiva ese- 
cuzione. Ma così non è. La legge sulla proprietà letteraria co- 
stituisce l'editore unico e solo proprietario d'una opera che può 
per avventura non venir mai rappresentata se all'editore piace, 
'•"ii grande (lamio dell'autore, se è sconosciuto, con danno del 
pubblico so l'autore è celebre o noto. 

In altra difficoltà nella direzione del teatro (e per direzione 
intendiamo quello die col nostro sistema è X appaltatore) (1) è la 
icelta dèi hallo, pel (pialo i milanesi hanno un gran debole: gli è 
nel ballo eh'- si consuma quella parte di dotazione che non viene 
ingoiata dalle fauci del quartetto d'obbligo, (ili e (ale lo spa- 
vento nll.i non riescila del hallo clic si adottò da qualche anno 



I II '|uil. non I • ■ i < • fu nuli. i ih suo capo nei Ir.ilii sn\ \ rli/inn.il i, in.) dflTfl in ttlttl 

' i ir itone e darli editori. 



LA MUSICA IN .MILANO 1^'J 

alla Scala il pietoso sistema di andare in iscena con un ballo 
vecchio ma sicuro. Dove sono andati i tempi in cui il capitolato 
d'appalto prescriveva che la seca del Santo Stefano si aprisse 
il teatro con nuova opera espressamente composta e con nuovo 
hallo I (1) 

Ben si poteva allora dire che i maestri trovavano mezzo ad ar- 
ricchire il repertorio melodrammatico di buoni lavori, poiché cin- 
quanta teatri domandavano cinquanta spartiti. Gli è allora che 
fiorivano, senza pai-lare dei sommi, altri meno celebri forse, ma 
valentissimi quali Pacini, Mercadante, Coccia, Nini, Nicolai, ecc. 

Oggi in un teatro sovvenzionato come quello della Scala, poco 
si fa per l'incremento vero dell'arte musicale italiana. Da pa- 
recchi anni fu cancellato dal capitolato d'appalto un articolo che 
prescriveva l'obbligo di dare non meno di due opere nuove: l'una 
di autore rinomato, l'altra di giovane autore. Perchè levare quel- 
1' articolo? Si fu in grazia di quest'articolo che Filippo Marchetti 
potè produrre il Ruy-Blas che fece il giro dell'Europa. Si fu in 
grazia di quell'articolo che Boito potè produrre il suo Mefistofele, 
che percorse ormai i principali teatri del mondo. Ed a proposito 
di quest'opera, scrivendo queste righe sulla condizione della musica 
in Milano, è interessante di notare come taluni si ostinino a far 
una colpa al pubblico della Scala, se al suo primo apparire, il 
Meftstofele, (dopo aver suscitato l'entusiasmo nel prologo) non 
abbia piaciuto. Noi diremo che, come era allora ordita l'opera non 
poteva piacere, e l'autore lo sa. Presentata com'è adesso, il suc- 
cesso ne sarà sicuro ed incontrastato. 

Alla grande influenza degli editori si devono però alcuni ottimi 
spettacoli avuti alla Scala in questi ultimi vent'anni, incomin- 
ciando per esempio dal Faust di G-ounod, al Romeo e Giulietta 
dello stesso autore, -all'Africana di Meyerbeer, al Don Carlo, alla 
Forza del destino, nlYAida, al Simone Boccanegra di Verdi (2), ai 
Lituani, alla Gioconda di Ponchielli. al Re di Lahore di Massenet. 

Epperò assai maggiore dovrebbe essere il numero delle opere 



(1) L'eccezione di quest'anno non cambia nulla al sistema, poiché l'opara nuova di 
Ponchielli— II figlimi prodigo — doveva darsi nello scorso anno. Quest'anno si fecs peggio; 
il cartellone comparve annunziando due soli spettacoli nuovi. Il secondo ballo fu una ri- 
produzione. 

(2) Ritoccalo dall'autore per la riproduzione di quest'anno. 



430 LA MUSICA. IN MILANO 

nuove italiane che ricevono il loro battesimo sulle scene della 
Scala, se i compositori venissero direttamente invitati a comporre 
uno spartito ogni anno. Dov' è 1' ingegno d' uno speculatore od 
appaltatore se non sa escogitare le materie prime, vogliamo dire 
il talento sconosciuto, sia nei compositori che negli esecutori? 
Quando si pensa che, per citare un nome, Amilcare Ponchielli 
fa costretto a passare quindici anni della sua vita a Cremona, 
come capo banda, dando lezioni a due lire all'ora ! Eppure era 
lui che sapeva scrivere I Lituani l Non poteva forse un avveduto 
impresario dargli prima la commissione di un'opera? Sarebbe 
costata niente di più che mille o due mila lire. Adesso il solo 
nolo d'uno spartito di Ponchielli raggiungerà la dozzina di mille 
lire. E si crede che nessun altro compositore si trovi nelle con- 
dizioni di Ponchielli a Cremona? Non c'è che da scegliere. Ma 
in fatto d'arte, il commercio cammina proprio con leggi opposte 
ai principi della più elementare speculazione. La stoffa dei Me- 
relli è perduta. 



Fra i teatri minori dove si rappresentano opere in musica, 
Milano conta il teatro Carcano, simpatico, armonico e ben co- 
strutto teatro, situato sul Corso di Porta Romana, una volta 
(nella prima metà del secolo) passeggio favorito dei Milanesi. 
Più tardi mutarono le condizioni della città ed il Corso di Porta 
Romana venne abbandonato. Anche il teatro ne risentì grave 
danno. Su quelle scene Bellini produceva la Sonnambula nel 
L831 colla Pasta e Rubini: Donizetti Y Anna Bolena nello stesso 
anUo e cogli artisti istessi. 

I>i tanto in tanto si tenta di organizzarvi qualche discreto 
spettacolo, ma lo scarso concorso del pubblico ne fa ben tosto 
mettere il pensiero. 

È perù necessario dire che il pubblico milanese s'è un pò* d^ 
ituato dall'andare in teatro per godere della musica. Ci va 
pintto i" (parlando della maggioranza) per vedere il ballo o me- 
glio le ballerine; preferisce un teatro dove, si fuma, (pessima 
abitudine importata dalla Spagna) per esempio il teatro Dal Verme, 
il di cai atrio assomiglia raramente ad una caserma: una si- 

■■■ a DOD può attraversarlo senza correre il pericolo dì venire 

■ 



LA MUSICA IN MILANO 431 

Il teatro Dal Verme — che si può chiamare politeama, poiché 
serr« per circo equestre e per spettacoli musicali, coreografici 
v drammatici, — è senza dubbio il teatro più frequentato di Milano : 
osso sta aperto quasi tutto l'anno, mutando sempre genere di spet- 
tacolo. Anche questo teatro poco giova all'arte ed agli artisti, poi- 
ché in fatto di opere nuove italiane non dà che quelle di com- 
positori che pagano e non offrono quindi nessuna garanzia di buon 
successo, e se per caso l'Impresa tenta di avere un'opera scritta 
-appositamente, si appiglia, puta caso, al compositore meno adatto 
.a scrivere opere, come lo può essere un ottimo compositore di 
musica da ballo. Ne c'è da maravigliare del fatto in apparenza 
strano. Il Giorza, per esempio, scrisse della squisita musica per 
balli, ma l'unico suo spartito teatrale prodotto alla Scala nel 1860, 
Corrado console di Milano, non potè reggersi e fece passare 
all'autore la volontà di scrivere per il teatro. 

Al teatro Dal Terme però si ebbe alcuni anni sono la pro- 
duzione di un'opera celebre, la Vita per lo Czar di Glinka, e 
quest'anno la riproduzione di un'opera da venti anni ingiusta- 
mente dimenticata, la Stella del Nord di Meyerbeer, che non 
aveva sortito buon esito alla Canobbiana, alla sua prima produ- 
zione in Italia. Si ebbe pure la rappresentazione d'una musica 
di un giovane compositore francese, immaturamente tolto all'arte. 
Giorgio Bizet. Il titolo dell'opera è Carmen, nome di una giovane 
e per nulla simpatica gitana. La musica di quest'opera è quanto 
mai fine, caratteristica, espressiva ed efficace nella parte dram- 
matica e descrittiva. 

Continuando l'enumerazione dei teatri minori, diremo che il 
teatro alla Canobbiana (dalle Scuole Canobbiane) non è aperto 
ormai che nel solo Carnevale e con spettacolo di commedia e 
ballo. Il teatro di Santa Radegonda è aperto di tanto in tanto 
per chiudersi quasi subito: questo teatro avrebbe bisogno di es- 
sere rifatto colla facciata verso il Corso Vittorio Emmanuele. 
Sarebbe un ottimo Teatro per le opere intime, comiche e buffe 
Pare che una Società sia in gestazione per lo scopo. Vedremo. 
Facciamo voti perchè la trasformazione avvenga e presto. 

Anche al teatro Manzoni, la musica fa capolino di quando in 
•quando, ma non con brillanti successi. Ordinariamente si danno 
rappresentazioni musicali in primavera, ma non è questa una 



432 LA MUSICA IN MILANO 

buona stagione per attirare molta gente. Il teatro diventa il 
campo degli artisti in disponibilità, dei cronisti dei giornali, as- 
sumendo allora un'aria di tristezza che vi fa desiderare una 
boccata d'aria aperta (1). 

li. Conservatorio di Musica. — Il R. Conservatorio di mu- 
sica è creazione del primo Napoleone. Il viceré Eugenio Beau- 
harnais, con decreto del 18 settembre 1807 stabiliva che il nuovo 
istituto avesse la sua sede nell'ex convento dei canonici Late- 
ranensi, presso Santa Maria della Passione (2). Esso istituto 
veniva inaugurato l'otto settembre 1808. 

Il primo direttore si fu Bonifazio Asioli, ingiustamente dimen- 
ticato dai moderni. Egli si segnalò non solo come armonista e 
contrappuntista, ma bensì come vero ed espressivo compositore. 
Noi conosciamo di lui alcuni squisiti e toccanti lavori, come la 
Campana della morte, le ariette su parole del Metastasio, ecc. 

— Ecco i nomi dei primi professori assunti per l'insegnamento 
nel nuovo Conservatorio : 

Asioli: (estetica musicale). — Federici : (armonia e contrap- 
punto). — Secchi: (canto por le alunne). — Ray (idem per gli 
alunni). Piantanida ; (solfeggio e partimento) — Negri: (piano- 
forte). — Rolla: (violino e viola). — Storioni: (violoncello). — 
Aiiilreoli: (contrabasso). — Aliami: (clarinetto) — Beligli : (corno). 

— Buecinclli: (flauto, oboe, fagotto). 

Le ricepde politiche espulsero Bonifazio Asioli dal Conserva- 
torio: \i subentrò aella qualità di censore Ambrogio Minqja. Un 
sorvegliaste governativo venne nominato nella persona del conte 
Giulio Ottolini, — Nel 182:* il Conservatorio fu riorganizzato 
e mi decreto «li Francesco I. — Airottolini successo il conte Alcs- 



i Giù tizia vuole che li dica comò aella quaresima di quest'anno un'intelligente ino 
' I ho con cura e coscienza la Mignon «li Ambrogio Thomas, attirando 
v in teatro. Vuoiti parò notare eoa avvi molta differenzi, fra- la atar 
li quare ima: in primavera la campagna toglie alla citti gran na- 
■ he ra ad attend ire ai propri ;iir.iri 
i uno! dal dia memorili ài Lodovico Sfolli mi nostro Conservatorio 

d i \ .l'in' intitola G tituti 8 lenti/lei letterari ni urtìstitl di Milano 

pubbli* • iella Società Storica lombarda in occasiono dèi ucond> Congresso 



LA MUSICA IX MILANO 433 

Sandro Annoili, poi il conte Cesare di Castelbarco, dilettante di 
musica, suonatore di violino e compositore (1). 

Dopo il censore Minoja (morto nel 1825), venne il maestro Vin- 
cenzo Federici, poi Francesco Basily che ebbe a fungere come 
direttore dal 1827 al 1831 , allorché questa carica fu data al 
conte Giuseppe Sorniani Andreani. 

Passato il Basily a Roma, gli successe Nicola Vaccai (l'autore 
di Giulietta e Romeo il di cui terzo atto si eseguisce tuttora 
in aggiunta ai primi due di Bellini), poi Felice Frasi. 

La rivoluzione di Milano portò lo scompiglio nel Conservatorio; 
pure nel 1848 si tennero ancora gli esami (27 luglio). Le truppe 
austriache però ne facevano la loro sede, ed in allora l'istruzione 
venne impartita nelle case dei rispettivi professori. 

Più tardi si determinò la completa trasformazione dell'istituto: 
nato e cresciuto colla forma di collegio-convitto (a piazze semi- 
paganti e gratuite) lo si tramutò in liceo. 

Non è questo il posto per intraprendere una discussione che possa 
provare se il mutamento fu un vantaggio od un danno per lo 
stabilimento. Le statistiche, gli articoli della stampa di quel 
tempo (1850), citati nella memoria di Lodovico Melzi, provano 
che la riforma fu accolta con immenso favore e che il numero, 
degli allievi fu subito raddoppiato. Ma forse che l'utile sta nella 
quantità? Non istarebbe invece nella qualità? Sopra dieci splen- 
dide organizzazioni artistiche riuscite, non si troverebbero, per 
caso, cento vocazioni mancate? 

Fu soppressa quindi la carica di censore e di vice-censore 
creando invece quella di direttore degli studi e l'altra di cura 
tore governativo. 

A quest'ultimo posto fu nominato Galeazzo Manna (fratello al 
maestro Ruggero Manna); al primo venne assunto il maestro 
Lauro Rossi (oggidì presidente onorario del R. Collegio di mu- 
sica a Napoli). Al Manna subentrò poi il conte Carlo Taverna, 
•cui fu aggiunto un vicecuratore nella persona del Dott. Carlo Reale. 



(1 II conte Cesare di Castelbarco pubblicò gran numero di composizioni, delle qual 
nessuna gli sopravvisse. La sua casa, «situata di contro al palazzo di Brera (dove ora 
sorge ';. asa Gonzales) era il centro dove si raccoglieva una grande quantità di arti -ti 

di maestri di musica. Vi si davano degli splendidi concerti. — 11 conte Cesare di Castel- 
arco p ossedeva una magnifica raccolta di quadri antichi. 



MlL ANO. — Voi. I. 



28 



434 LA MUSICA IN MILANO 

L'Istituzione del Consiglio Accademico data dal 1864. Il Con- 
siglio è formato da quattro membri estranei air Istituto, scelti 
dal re; da tre professori, dal presidente (in altri tempi curatore) 
e dal direttore degli studi nella qualità di vice presidente. — 
Questo Consiglio invigila non soltanto la parte amministrati va- 
lila ben anche la disciplinare. 

Nominato a Napoli Lauro Rossi, al posto di direttore del no- 
stro Conservatorio venne chiamato Alberto Mazzucato, già pro- 
fessore di composizione nell'istituto istesso. Il decreto reale por- 
tava la data del 17 marzo 1872. 

Alberto Mazzucato (cui ci legò vincolo d'affetto sincero e ri- 
conoscenza) moriva il 31 dicembre 1877. Una lapide venne po- 
sta, e meritamente, in suo onore. Fu uomo colto non solo nelle 
discipline musicali, ma nelle estetiche e nelle lettere. A lui suc- 
cesse il professore Stefano Ronchetti-Monteviti, dotto composi- 
tore non abbastanza conosciuto come artista. Il genere ecclesia, 
stico è da lui posseduto nel più alto grado, e nella composizione 
lirica Ronchetti-Monteviti ha pure dettato pagine commoventi, 
ricche della più fervida immaginazione, piene del più potente 
sentimento; tal è il suo Lamento di Malvina, tolto dalle poesie 
d'Ossian delle quali parecchie furono musicate dal Ronchetti. — 
Il tempo penderà giustizia alla vera indole musicale di lui. 

Il R. Conservatorio possiede una biblioteca propria, composta 
in parte dal materiale artistico lasciato da benemeriti ma scarsi 
donatori; ed in parte dal contingente musicale che la Procura 
passava alla Braidcnse (1). Allorquando si svincolò dalla Brai- 
dense tutta la parte musicale, questa fu portata nella biblioteca 
del R. Conservatorio. E fu ottima cosa, poiché la musica era 
stata Legata insieme, confondendo in uno stesso volume le mate- 
rie più disparate. Or sono tre anni, una disposizione del Con- 
BÌglio Accademico, approvata dal Ministero di Pubblica isiru- 
zione, faceva procedere alla riorganizzazione della biblioteca 

E qui cade in acconcio di diro come fu grande errore quello 
commesso ne] L856 d'abolire una disposizione dir obbligava L'im- 



1 v i ISSI la Mbllota i I irricUra di una intareiianti oollactone di musica, prova* 
1 : ' lo -ìi B ni Barnaba in Mantova. 



LA MUSICA IN MILANO [%t 

presario della Scala (più tardi quest'obbligo passava all'editore) 
a tornire al R. Conservatorio una copia dell a partitura di tutte 

le opere nuove. 

Oggi giorno a sostituire quest'obbligo si fece (dal 185G) alla 
Biblioteca una dotazione annua di L. 000 per acquisti. — Questa 
somma è appena bastevole per la compera delle varie interes- 
santi pubblicazioni estere, o per fornire alle scuole i nuovi 
libri di testo, ma è affatto insufficiente per poter comperare 
dagli editori le copie delle partiture teatrali moderne di cui 
il R. Conservatorio manca assolutamente, come le opere di "Wa- 
gner (pubblicate in Germania con bellissime edizioni) le operi 
di Grounod (edite in Francia), qualcuna di Meyerbeer (come Dì- 
iiorali), pubblicate con bellissima edizione dal Guidi di Firenze, 
le opere di Verdi (non ancora pubblicate in partiture, con grande 
scapito degli studiosi), ecc. 

Riorganizzando la Biblioteca (cui si cambiò di locale) tutta 
la musica venne divisa in diverse categorie, dopo averla depu- 
rata di ciò che era futile e non degno, se non come inutile in- 
gombro; vennero poi compilati diligentemente i nuovi cataloghi, 
che fanno bella mostra di loro in apposito armadio con vetri. 

La dotazione dello stabilimento, senza contare gli stipendi 
dei professori, in numero di 36, sale a L. 32,000, delle quali 
12,720 sono erogate in pensioni mensili agli allievi meglio clas- 
sificati, e ciò in sostituzione dei posti gratuiti o semigratuiti 
tenti allora quando l'Istituto era organizzato come collegio- 

COitrittO. 

Dalla memoria di Lodovico Melzi, compilata con abbondanza 
di dati d'ogni genere, e con acume di pensatore, togliamo q\w-u 
elenco delle 

Persone preposte alla Direzione ed Amministrazione 
del R. Conservatorio dalla fondazione ad oggi. 

1808-1814. Direttore. — Bonifazio Asioli. 
1814-1815. Censore. — Ambrogio Minoja. 

1815-1816. I)ireii<>re. — D. Giulio Ottolini ciambellano dell'Imperatore 
d'Austria). 

Censore. — Ambrogio Minoja. 
181G-182Ì. Direttore. — Conte Arnioni (ciambellano ecc.). 

Censore. — Minoja suddetto. 






430 




1824-1825. 


182S 


-1827. 


1827 


-1831. 


1831 


1837. 


1837 


-1840. 


1840- 


1848. 


1848-1852. 


1882- 


1860. 


18G0 


1863. 


1803-1860. 



1866-1869. 



1872. 



LA MUSICA IN MILANO 

Direttore. — (vacante). 

Censore. — Minoja id. 

Direttore. — Conte Cesare Castelbarco (ciambellano, ecc.). 

Censore. — Minoja suddetto, fino al 1826; poi Vincenzo Fe- 
derici fino al 27 dicembre 1827, poi Francesco Basily. 

Direttore. — (vacante). 

Censore. — F. Basily. 

Direttore. — Conte Giuseppe Sorniani Andreani (ciambellano 
e consigliere intimo, ecc.'. Censore F. Basily. 

Direttore. — Conte Sorniani. 

Censore. — Nicola Vaccai. 

Direttore. — Conte Renato Borromeo (ciambellano e cav. 
Gerosolimitano). 

Censore. — Nicola Vaccai, poi Felice Frasi (1844). 

Curatore. — Abbondio Piazzi, Segretario governativo. 

Censore. — Felice Frasi, poi Lauro Rossi (1850). 

Curatore. — Galeazzo Manna \ scudiero dell'imperator d'Au- 
stria). 

Direttore. — Lauro Rossi. 

Curatore. — Conte Carlo Taverna (Senatore del Regno d'I- 
talia). Direttore. — Lauro Rossi. 

Presidente. — Comm. Conte Carlo Taverna suddetto. 

Direttore e vicepresidente. — Cav. Lauro Rossi. 

Consiglieri esterni. — Conte Lodovico Belgiojoso, marchese 
Gerolamo d'Adda, Filippo Filippi, Cav. Angelo Villa Pernice. 

Consiglieri interni. — Prof. Alberto Mazzucato, prof. G. Qua- 
renghi, prof. Carlo Boniforti. 

Presidente. — Conte Carlo Taverna succitato. 

Direttore (e, vice presidente) Cav. Lauro Rossi. 

Consiglieri ex/enti. — Conte Lod. Belgiojoso, marchese Ge- 
rolamo d'Adda, Filippi dottor Filippo, Cav. Angelo Villa 

Prillici'. 

Consiglieri intani. — Alberiti Mazzucato ) 

Carlo Boniforti ! professori 

Stefano Ronchetti-Monteviti J 

Presidente. Conte Carlo Taverna (che durò fino al mese 

-li gennaio 1881) poi il nobile Lodovico Melzi (l). 
Direttore mi ), Cav. Lauro Hossi lino ;il mesi' (li agosto 1871. 

( <li ucci e come supplente il prof. cav. Alberto Mazzucato. 



I) Accartl II tore <ii questi .i ih il iti itii i, 



LA MUSICA IN MILANO 437 

Consiglieri esterni. — i sopracitali , più il nobile Lodovico 
Melzi. 

Con sii/ /ieri interni. — Cav. Ignazio Cantù. \ 
Vincenzo Corbellini ( professori 

Guglielmo Qtiarenghi J 

1873-1874. Presidente. — Nobile Lodovico Melzi 

Direttore, (id ) Cav. Alberto Mazzucato. 

Consiglieri esterni. — Dott. Filippo Filippi, prof. Bar. Mal- 
fatti, Cav. Antonio Caiini, conte Francesco Alberti. 

Consiglieri interni. — (come sopra). 
1875-1877. Presidente, (come sopra). 

Direttore (id.) Cav Alberto Mazzucato. La morte lo colse il 
31 dicembre 1877. 

Consiglieri esterni — i suddetti II prof. Malfatti ed il cont*' 
Alberti lasciavano Milano nel 1877. 
1878-1880. Presidente. — (come sopra) 

Direttore (id.). Cav. Stefano Ronchetti Monteviti. 

Consiglieri esterni. — Dott. Filippo Filippi, Cav. Antonio, 
Caimi (morto il o gennaio 1878), Conte Lorenzo Sorniani 
Andreani, Cav. dott Giuseppe Ferrario, avv. Emilio Gorla. 

Consiglieri interni. — Guglielmo Quarenghi \ 
Vincenzo Corbellini professori 

Antonio Torriani 
1881. Presidente. — (come sopra). 

Direttore. (id.K Cav. Ronchetti e Monteviti 

Consiglieri esterni. — (come sopra). 

Consiglieri interni. — Comm. Antonio Bazzini. j 

Antonio Torriani t professori 



Gli ultimi convittori furono dal 1808 al 1850 in totale N. 36 
Dopo il riordinamento, dal 1850 al 1873 N. 1564 (!!) 
Compirono il corso regolare; 

Nel 1873 N. 15 Nel 1877 N. 18 

» 1874 » 19 » 1878 » 11 

» 1875 » 10 » 1879 » 27 

» 1870 » 14 » 1880 » .... 

Si sono allontanati senza aver compiti gli studi dall'anno 187.' 5 
al 1879 N. 250 allievi. Nel 1880 rimasero in corso d'istruzione 
N. Ili allievi e 79 allieve, formando un totale di 190. 



438 LA MUSICA IN MILANO 

La Società del Quartetto Corale. — Oltre alle Società 
- orchestrali, si formarono in Milano alcune Società e Scuole Co- 
rali. Quella che si intitola del Quartetto Corale portante per 
divisa il motto latino Res Severa magnum gaudium si è co- 
stituita nel 1874 sotto la direzione del maestro Martino Rceder, 
giovane ed erudito musicista , a cui subentrò quest' anno il 
maestro Alberto G-iovannini, parimenti coltissimo maestro ed 
applaudito compositore. 

Questa Società si propone di promuovere il gusto della musica 
classica corale, ed in ispecie della così detta musica d'Oratori. 
Ben si può dire come quasi tre oratori questa Società abbia fatto 
sentire, cioè il Paolo e YElia di Mendelssohn, e la divina terza 
parte del Faust di Schumann. I primi due oratori furono eseguiti 
nella sala del R. Conservatorio con accompagnamento d'orche- 
stra; il Faust nelle Sale sociali di via Durini, senza orchestra. 
Dote caratteristica di questa Società, composta in gran parte di 
dilettanti tedeschi, si è l'unità di volere, la costanza e la te- 
nacità dei loro propositi, qualità queste che garantiscono il buon 
>rdine, la durata e la vitalità delle società di questo genere (1). 

La Società di Canto Corale. — È questo il nome di un'altra 

stituzione congenere alla Società del Quartetto Corale. La £o- 

I di Canto Corale conta molti anni di vita. Fu creata da 

luell'istesso gruppo di volonterosi che fondarono più tardi la 

Società Orchestrale della quale già parlammo. La Società di 

to ('orale trovò ben presto largo sviluppo; essa conta gran 

numero «li soci, divisi in varie categorie. Vi si coltiva con amoro 

tspiepza la musica classica <> di genere classico di autori 

intichi o moderni. La direzione artistica, è affidata al professore 

Uberto Leoni. — Buon numero di esercitazioni pubbliche ven- 

'l,o. • da questa società tanto nelle Sale sociali (ormai troppo 

ette), quanto uri Salone del K. Conservatorio oU in quello 

Iella Società del Ciardi, io, qualche volta in unione alla So- 

1 orchestrale. 



1 '" 1 " '""" i' Sodati i."' leali re ai buoqgmtal ni agfi intelligenti ima delle 
alimentali che vasti la Germania, H Paméito t i<>, /vn 
I • hnau L'i Muflone da in acraratUsima $ degna del toccante poema. 



LA MUSICA IX MILANO V.V.) 

Si fu grazie all'unione di queste Societàeorali che si potò nell'anno 
1878 (18 aprile), realizzare un progetto che per tanto tempo parve 
inattuabile: l'esecuzione della nona sinfonia di Beethoven, la quale 
ha bisogno di forti masse e di soprani squillanti ed acutissimi. 
Questa sinfonia, che si può chiamare l'ideale detta polifonia, venne 
eseguita anche al Teatro Carcano dagli stessi esecutori che si 
•erano aggregati per lo scopo alla Società del Quartetto. 

Le Scuole Municipali. — Con ottimo divisamente, allora 
quando cessò la sovvenzione governativa pel Teatro alla Scala, 
subentrando al Governo il Municipio, questi pensò di annettere 
al teatro istesso una scuola di canto che fornisse buone coriste. 
Per molti anni la scuola, sotto la direzione del maestro Em- 
ma miele Zarini, fu puramente femminile. 

Ma si fu in occasione dell'esecuzione alla Scala della Messa 
di requiem di Verdi, a beneficio degli inondati della valle del Po, 
che Verdi stesso incitò il Municipio a completare la scuola, ag- 
giungendovi anche la sezione maschile, e così si fece. 

Il Municipio istesso mantiene anche l'ottima istituzione delle 
Scuole popolari di musica , divise in due sezioni : la vocale 
«e la strumentale. La parte vocale (che costituisce essa pure un 
semenzaio di 'buoni coristi, e per avventura apre la via a qual- 
cuno di divenir cantante) è diretta dal prof. Alberto Leoni; la 
parte istrumentale (la quale fornisce ottimi elementi per la 
-musica cittadina, volgarmente chiamata banda) è diretta dal prof 
Gustavo Rossari. Esso è coadiuvato da buon numero di professori. 
L'anno scolastico è coronato da un pubblico esperimento e dalla 
distribuzione delle onorificenze, stabilite da apposita Commissione 
•esaminatrice presieduta dal direttore del R. Conservatorio. In 
queste scuole, la di cui istituzione è una provvidenza, i figli del 
popolo possono trovare la fonte di nobili soddisfazioni, ed ag- 
giungere al frutto d'una professione manuale un mezzo di miglio- 
rare materialmente e moralmente la loro condizione. 

Facciamo voti caldissimi perchè il Consiglio Comunale man- 
tenga in perpetuo il fondo necessario alla vita di queste scuole. 

Le musiche cittadine. — Oltre la corpo di musica munici- 
pale diretto dal prof. Gustavo Rossari, al quale si devono i molti 



440 LA MUSICA IN MILANO 

progressi fatti dal corpo istess^, tanto dal lato dell'esecuzione 
come da quello della riduzione ed istrumentazione della musica, 
Milano conta buon numero d'altre musiche o bande, quali ad 
esempio la banda Garibaldi, quella intitolata ad Alessandro 
Manzoni, ecc., ecc., nonché gran numero di fanfare addette a 
diverse società di mutuo soccorso. 

La sola musica municipale dà pubblici concerti in giorni ed 
ore stabiliti; le altre musiche servono, quando sono chiamate, ad 
accompagnare convogli funebri, a dare feste da ballo, ad inter- 
mezzi per rappresentazioni teatrali. Queste bande sono istituite 
per mezzo di azioni o di Soci. 

La musica pei bambini. — Anche negli asili infantili ed in 
alcune scuole viene coltivata la musica vocale collettiva, cioè il 
Canto corale, ma non si può dire per ora che l'insegnamento 
vi sia fatto in modo razionale ed utile: qui la musica diventa- 
una ricreazione ed un passatempo, quando non è uno strazio 

lacerator di ben costrutte orecchie. 

La musica pei pazzi. — Nel Manicomio provinciale la musica, 
fu pure introdotta da parecchi anni, dietro i concordi pareri dei 
più celebri alienisti. A questo proposito ci piace di ricordare una 
bella ed interessante memoria del chiarissimo Dott. Cesare Vigna, 
//'forno alle diverse influenze della musica sul fisico e sul mo- 
rale (1), nella quale sono scientificamente spiegati gli effetti della. 
musica sugli ammalati e sui deliranti. 

i pazzi del nostro manicomio hanno la loro musica o banda,. 

ono istillili nei vari strumenti da apposito professore. Ma non 

baita; essi studiano anche la musica vocale sotto la direzione 

di un ottimo artista, Luigi Rocco (2); e durante il carnevale vi 

DO nello stabilimento brillanti trattenimenti di musica buffa. 
Non è questo risultato una delle più convincenti prove che la 
musica è un benefizio dell'umanità? Qual forza umana potrebbe 



mi Venne pabMii ita quieta anno fa Dalla Gazzetta muticele. 

1 iella parti dal protagonista uri Don Btnefàk di Cagnoni. Quest'opera 

• , . i . Bguita nei R Conaarratorlo l'anno i«n. 



LA MUSICA IN MILANO 44 1 

togliere il demente all'onda turbinosa de' propri sconvolti pen- 
sieri, delle sue terribili e chimeriche visioni ? La musica lo può y 
e ridona all'infelice la sola cosa di cui egli abbisogni, Yobblio- 

La musica per gli orfani. — Il Consiglio degli Orfanotrofi 
e Luoghi pii annessi, nell'intento di allargare la cerchia dei rami 
nei quali possa addestrarsi la gioventù orbata dei genitori, e nel- 
l'istesso tempo offrire allo spirito dei derelitti un utile sollievo- 
dalie fatiche dei lavori manuali, ha da vari anni istituito nel- 
l' Orfanotrofio maschile una musica o banda col relativo istrut- 
tore. Questa musica concorre essa pure come rappresentanza 
dell'istituto, in occasione di feste politiche e cittadine. 

Anche ne\Y Orfanotrofio femminile viene coltivata la musica 
e sovente i funebri convogli sono accompagnati dalle così dette 
Stelline (orfane raccolte neìY Orfanotrofio della Stella) che cantano 
in severi falsobordoni (1) il Miserere. 




Tibi soli peccavi et malum co • ram te 




Ut jastificeris in sermonibus tuis et vincas cum 



-<9 S — >,-e3 






i f <* 

ju - di - ca - ris. 



(1) Per chi noa sapesse cosa sia il falsobordone, ne diamo un breve esempio.. 



442 LA MUSICA IN MILANO 

La musica pei ciechi. — Sono mirabili le attitudini rivelate 
dai poveri ciechi per la musica, ed essi ne prediligono la coltura 
sopra tutte le cose. Nel nostro Istituto dei ciechi (fondato (1) 

— come tutti sanno — nel 1840 nella pia Casa d'Industria a 
S. Vincenzo, trasportato a S. Marco nel 1841, poi insediato de- 
finitivamente nella casa sul Corso di Porta Nuova, donata da 
Sebastiano Mondolfo) un gruppo di professori insegna a quegli 
sventurati non solo il pianoforte, il violino, la viola, l'arpa e 
£li strumenti da fiato, ma ben anco l'armonia, il contrappunto, 
•la composizione. Annualmente nelle commemorazioni di bene- 
fattori, i ciechi stessi compongono ed eseguiscono la musica, 
nella chiesa dell'istituto. Essi danno pubblici esperimenti in oc- 
casione degli esami scolastici. Alcuni fra gli allievi ciechi, com- 
piuti gli studi, sono assunti dal Consiglio quali maestri. Altri 
trovano mezzo ad occuparsi come organisti. I ciechi poi sono 
abilissimi accordatori. 

Dobbiamo alla cortesia del signor Rettore dell'Istituto ì seguenti 
particolari sulla istruzione musicale nell'Istituto stesso: 

« L'istruzione musicale è uno dei rami dell'istruzione molte- 
» plico che viene impartita nell' Istituto dei Ciechi di Milano. 
» Parlando dei maschi deve dirsi anzi che è questa l'istruzione 
» principale, quella a cui vien dato maggior importanza al pre- 
ut' 1 , e dalla quale si spera abbia a venirne maggior van- 
> taggio agli allievi nell'avvenire. 

» Fra i diversi insegnamenti musicali quello a cui si dà la 
» preferenza è 1' insegnamento del piano-forte, come prepara- 
» mento all'insegnamento d'organo. 

i allievi, accettati fra gli otto e i dodici anni, vengono 

» ini/iati all'insegnamento musicale appena il loro sviluppo fì- 

I ijii<-llcitiial<' lo acconsenta: ve n'ha di quelli che tosto 

" De] primo anno possono essere ammessi allo studio del piano- 

- forte e «li qualche speciale stromento. 

• i metodi dell'insegnamento sono due, l'insegnamento orale 

lamento scritto. L'insegnamento oij|}e consiste nelle 

azioni opportune dai*; dai Maestri , e nei pezzi ripetuti 



1 ^i - fu il fondatore di ojue lo Utitoto al quale consacrò tutta la propria 

rito 



LA MUSICI IN MILANO 1 |:{ 

tatti imparare l'accomandandoli alla loco memoria; Y inèe- 
» giumento scritto consiste nel dettare agli allievi i pezzi mu- 
» sicali allineilo li scrivano nel loro sistema particolare in rilievo 
» detto Braille, e così scritti li conservino per rileggerli e stu- 
» diari i a norma del bisogno. 

» Gfcli allievi danno nel corso dell' annata diversi saggi del- 
» 1' abilita conseguita o con concerti di istrnmenti speciali o 
» con pezzi d'orchestra, spesso di loro composizione: usciti 
» dall'Istituto, non pochi trovano di occuparsi utilmente come 
» organisti delle chiese pubbliche, specialmente nelle campagne. 

» Ecco un prospetto dell' istruzione musicale impartita nel- 
» l'Istituto, col numero rispettivo delle materie insegnate, dei 
» Maestri, degli allievi, delle lezioni e delle ore impiegate nello 
» studio pel corrente anno 1881 ». 

1880-1881 
ISTRUZIONE MUSICALE 



SCUOLE 



1. Armonia e Contrappunto 

2. Piano-Forte 

3. Organo 

4. Violino 

o. Violoncello 

6. Clarino 

. 7. Flauto 

8. Ottoni 

9. Arpa 

10. Accordatura 

11. Solfeggio 

12. Canto 

13. Scrittura Musicale . . . 



Professori 


Allievi 


Durata 
dell' Istruz 










Giorni 


Veg- 
genti 


Ciechi 1 


Masch i 


Fem- 
mine 


Anni 


nella 
Setti- 
mana 




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Ore 
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nomo 



2 
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3 
2 
2 
2 

2 
1 
1 
1 
1 



I Cantanti. — La penna di quel brillantissimo ingegno che è 
Antonio Ghislanzoni ha tessuto una vera fisiologia decantanti Del 
suo romanzo intitolato Gli artisti da teatro; questa classe di eletti 



444 LA MUSICA IN MILANO 

e di diseredati, questa popolazione fra cui c'è chi guadagna tant'oro- 
da non saper più che farne, e dove e' è chi mette al Monte di 
pietà fin l'ultimo bottoncino d'argento della camicia — questa 
classe, — dove l'ingegno vero è costretto sovente a morir di famo 
e dove la voce e l'ignoranza si fanno pagare tesori e profondere i 
titoli di celebrità, — costituisce un'altra faccia del multiforme 
prisma offerto dalla nostra città. Quivi sono a migliaia le giovani 
forestiere, illuse dagli effimeri splendori del teatro: quivi esse spen- 
dono il loro modesto peculio, riuscendo a presentarsi al pubblico di 
Barletta o di Chiavari o lì per lì. Altre sono ricche assai e sfog- 
giano tesori, bellezza e gioventù. Quivi gli appaltatori sanno ben 
speculare sulle particolari doti delle mille creature esotiche che 
tentano la carriera teatrale, fìsse tutte di diventare degne emuli di 
Adelina Patti. Qui si fabbricano le celebrità ad un tanto per riga, 
e si pagano cento lire i ritratti pubblicati in appositi giornali. 
Ma a delineare ed a sviscerare la vita vera di tutta questa 
pleiade non basterebbe un volume e noi non abbiam fatto e non 
vogliamo fare che accennarla di volo. 

Conclusione — Crediamo così di avere con criteri franchi e 
veri esposta la situazione musicale della città di Milano, premen- 
doci di far constatare una sola cosa; ed è che le nostre pubbliche 
istituzioni le quali costano assai, non rendono, in alcune parti,, 
tutto il bene che dovrebbero rendere, ne all'arte, né al pubblico,. 
ih- agli artisti. 

Noi abbiamo voluto porre sott' occhio le condizioni dell'arte 
musicale in Milano, e le persone sincere non potranno discono- 
scere la rarità del nostro apprezzamento. Non abbiamo mai avuto 
la l'in piccola intenzione di mancar di rispetto a chichessia: vo- 
lemmo soltanto mirare all'essenza ftelle còse, ed al loro possibile 
miglioramento. 

Edwart. 



IL TEATRO DELLA SCALA 



Il massimo teatro milanese ha fama mondiale, ed anzi, per 
antonomasia, viene chiamato il primo teatro del mondo. — Un 
cantante non diventa veramente celebre, né di primissimo car- 
tello, se non ha avuto il battesimo della Scala: il pubblico della 
Scala è stato sempre il più temuto, e non si possono immagi- 
nare le paure, i tremiti, le angoscie di tutti gli artisti, cantanti, 
ballerini o compositori , a cui tocca , per la prima volta affron- 
tare le tavole di quel palco scenico, e di trovarsi dinanzi ad un 
pubblico, giusto ed intelligente, ma tutt'altro che di facile con- 
tentatura. 

La fama del teatro della Scala, non è usurpata, nò il terrore 
■che inspira è punto esagerato. Quasi cento anni di glorie e di 
non interrotta tradizione artistica, valgono qualche cosa. La ri- 
putazione di un individuo, finché vive, può essere facilmente 
usurpata : quella di una istituzione, come il teatro della Scala, 
si basa sopra una serie di circostanze e di fatti continui, legati 
fra di loro , d'un' indole troppo generale, impersonale , per po- 
terli alterare e ridurre ad inganno, a mistificazione, a spropo- 
sitata vanteria. — La storia della Scala, noi la percorreremo 
rapidamente, e vedremo che, tranne gli screzi inevitabili, le igno- 
ranze e le caparbietà parziali, gl'insuccessi ingiusti e gli entu- 
siasmi eccessivi, l'arte vi ha sempre trionfato nelle sue più no- 
bili ed anche nelle sue più ardite manifestazioni. E spesso ha 
trionfato per la sola sua meravigliosa forza impulsiva, mentre l'or- 
ganismo viziato del teatro e le scarse intelligenze che sposso 



446 



IL TEATRO DELLA SCALA 



furono preposte alla direzione delle cose musicali, avrebbero potuto 
condurre a risultati di completa dissoluzione. 



Il gran teatro fu edificato nel 1776 nell'area ove esisteva la 
soppressa chiesa di Santa Maria della Scala; questa chiesa, in 
antico denominata della Veronica, fu ricostruita più ampia, son- 
tuosa, e con annessa canonica, da Beatrice Visconti , moglie di 
Barnabò, figlia del signore di Verona, Mastino Della Scala, da 
cui il titolo in onore della pia Fondatrice, che con istranissimo 
contrasto passò al nuovoteatro : il quale dai più si chiama, panni 
erroneamente, teatro alla Scala, quasi a ricordo di una scala 
che esisteva nel luogo della sua erezione, mentre riferendosi il 
titolo ad una memoria storica, ad un simbolo araldico, è più lo- 
gico chiamarlo della Scala, nella stessa guisa che si dice, Tea- 
tro delle Muse, teatro della Fenice, teatro della Pergola e 
così via. 

X'' fu architetto Giuseppe Piermarini, uno dei meno inietti 
da barocchismo, ma timido, come bene osserva il Mongeri, di 
quella timidità che. confinava colla secchezza. Il porticato che 
si protende innanzi, dà alla facciata del teatro l'aspetto di una 
donna in stato interessante; ma quel portico ha il vantaggio di 
tar discendere dalli' carrozze al coperto. — Nell'interno è ammira- 
bile la sala, per l'armonia delle proporzioni, la snellezza della 
curva, e specialmente per l'ammirabile sonorità, forse unica, e 
vagheggiata dai «•alitanti; i quali, anche con poca voce, se hanno 
talento, riescono a larvi una eccellente figura. Due anni or sono 
furono, |>in che rinnovate, rinfrescate le decorazioni, ed ora, se 
non aln<., la sala e pulita, lo doratili'»! scintillano, ed i palchi 
sono aggiustati in modo che le signore vi fanno bella comparsa* 
— La capacità del teatro è di circa 3,600 spettatori; i palchi 240: 
e il maggiore diametro m. 22. — In Linea d'arte è da annni- 
i ipario dipinto ne] 1868 dal Bertini e dal Casnedi, che 
sfigurarono <•<>! carro di Tespi L'origine de] teatro. 

ipario, oltreché contenere figure bellissime, ha un sa* 
antico dej più gu to i; è peccato davvero che per il con- 



IL TEATRO DELLA SCALA -liT 

tinuo su e giù di tutte le sere si vada sciupando miseramente 
e che il lento lavoro deleterio del gaz ne offuschi e sbiadisca il 
colore. 

Nel risfcauro generale del teatro fu compreso ultimamente an- 
che, l'atrio, ora ridotto ad eleganza maggiore di ornati e como- 
dità per il pubblico, prima non esistenti : le due belle statue del 
Rossini e del Donizetti vi accrescono decoro, e meglio ancora 
quando saranno inaugurate le altre due del Bellini e del Verdi. 

Una delle grandi meraviglie della Scala, non uguagliata, ne 
superata in altri teatri, è il suo vastissimo palcoscenico così 
adatto ai grandi spettacoli, a quei balli grandiosi, mastodontici r 
che da Vigano tino a Manzoni, suscitarono tanti entusiasmi. — 
Nel palcoscenico della Scala possono muoversi liberamente, o 
per meglio dire, coreograficamente, 400 persone ; è praticabile ai 
cavalli, ed è suscettibile di qualsiasi più strano ed ardito mecca- 
nismo: l'ultimo ballo, Excelsior, del coreografo Manzoni, lo prova 
ad esuberanza. 



Se l'attuale organismo artistico ed amministrativo, ha dei gravi 
difetti che inceppano di spesso il buon andamento degli spetta- 
coli, bisogna anche dire che questo organismo è una conseguenza 
quasi inevitabile delle circostanze della primitiva fondazione del 
teatro, che originarono quella proprietà mista, ibrida, mezza pri- 
vata, mezza governativa, ed ora comunale, da cui è sorto tutto l'im- 
broglio dei sindacati, delle sorveglianze, delle ingerenze, delle 
Direzioni, delle Commissioni, col relativo intervento autoritario, 
una volta del capo del Governo, ed ora del capo del Comune, 
nella persona del Sindaco e Senatore Conte Giulio Belinzaghi. 

Bisogna sapere che 1' esistenza della Scala è in certo modo 
legata a quella dei teatri milanesi antecedenti , risalendo fino 
al 1598 , quando nel passaggio per Milano dell' Arciduchessa 
Margherita d'Austria, sposa allo spagnuolo Filippo III, fu eretto 
a fianco della Corte Ducale, verso i Restrelli, una specie di tea- 
tro, ove si diedero feste e rappresentazioni, secondo gli usi del- 
l'epoca; questo teatro meglio rifatto, per cura del governatore 
Carlo Enrico di Lorena, fu distrutto da un incendio nel 1708, 
e nel 1717, per opera di una società di nobili venne eretto sul- 



448 IL TEATRO DELLA SCALA 

l'area dell'incendiato, un nuovo teatro che prese il titolo di Du- 
cale, e che fu, se non erro, celebre per avervi scritte le prime 
sue opere, Mitridate, Lucio Siila ed Ascanio in Alba, quel ge- 
nio colossale ed universale che fu Amedeo Volfango Mozart. — 
Se non che anche il teatro Ducale è stato, nel 1776, preda di 
un incendio, e fu allora che i palchettisti fecero il progetto di 
erigere due teatri solidi, monumentali, i quali furono poi quelli 
della Scala e della Canobbiana. — Questi nuovi teatri, secondo 
gli accordi fatti fra la società patrizia ed il Governo, dovevano 
essere di spettanza regia, colla proprietà pei soci dei primi quat- 
tro ordini di palchi, e l'obbligo di pagare un canone annuo, che 
insieme alla dotazione governativa doveva servire all'allestimento 
di grandiosi spettacoli d'opera e ballo. — Queste condizioni ori- 
ginarie, di cui io non traccio che le linee generali, senza scen- 
dere agli altri minuti particolari di diritti ed oneri rispettivi, 
rimangono anche adesso le stesse: solamente che il Governo 
fu rimpiazzato dal Comune, e spetta ora al Consiglio Comunale 
votare la dote, la quale tutti gli anni ha un partito avverso, 
non volendo capire gli oppositori che togliere la dote alla Scala 
equivarrebbe alla sua chiusura, al suo annientamento, e che Mi- 
lano, senza il suo massimo teatro, patirebbe un danno immenso 
materiale e morale. Anche la Società dei palchettisti esiste, ed 
ha una Commissione che la rappresenta. La vigilanza per il Co- 
mune è nelle mani del Sindaco; la Direzione degli spettacoli è 
quasi sempre affidata a brave, simpatiche, zelantissime persone, 
alle quali però manca, quasi sempre, la competenza musicale: 
e* è infine anche una Commissione artistica che dovrebbe invi- 
gilare all'esattezza dei costumi, alla convenienza delle scene, dei 
meccanismi, a tutto ciò eh' e quistiono d'arte e di gusto: dico 
dovrebbe perchè in l'atto abbiamo veduto approvati dogli sgorbi 
e tollerati dei grossolani anacronismi, come quel re Fernando 
della Favorita di Donizetti che portava il collare del toson d'oro 

ecoli prima che l'osso istituito. 

GH ipettacoli si fanno por appalto e c'è quindi un Impresa- 
rie al quale spetterebbero i diritti d'iniziativa, di scelta, di sposa 
che all'estero tono di esclusiva pertinenza dei così detti diret* 
b r impresario della Scala deve Bottomettersi 
cato continuo, alle approvazioni di tutta quella ompli- 



IL TRATRO DELLA SCALA -l-i!' 

razione di autorità, di direzioni e di commissioni : per cui le 
Imprese bisogna clic si rassegnino a subire tutti questi impacci 
alla loro libera attività, accontentandosi di intascare i quattrini, bc 
12 li incassi sono favorevoli, ed a tirarli fuori di saccoccia, se la 
cassetta è stata inclemente. Meno male per loro che i quartati 
degli artisti sono come le Accademie del marchese Colombi: si 
pagano o non si paga/m. 

Questa quistione del sistema d'appalto, come vige attualmente, 
coll'obbligo di dare ogni anno nuovi spettacoli, allestiti di nuovo, 
colle anzidette ingerenze sindacali e direttive, meriterebbe un'am- 
pia trattazione e discussione, che le proporzioni di questo rapido 
<tudio sulla Scala non comportano. Io sono sempre stato parti- 
giano del repertorio e di una direzione artistica, indipendente, 
colla sola ingerenza amministrativa sui quattrini, e meglio ancora 
se si potesse operare il riscatto dal Comune e dai palchet- 
tisti. — Del resto, libertà d'azione sulla scelta degli spettacoli, 
degli artisti, all' Impresa o Direzione, il nome poco importa, 
purché possa dare garanzia di onestà e di capacità. — Queste 
mie parole, dette ora, so che stonano alquanto perchè siamo 
in un periodo di prosperità, di lustro artistico per la Scala; la 
quale nuota adesso in una specie di luna di miele coi trionfi 
recenti dell' Ernani, dell' Eoccelsior e probabilmente del Boccane grò, 
il quale, al momento che scrivo, non è ancora comparso: ma c'è 
da scommettere che sarà uno di quei trionfi i quali per l'illustre 
autore dell'Aida, ormai sono immancabili. — E sta bene: mena- 
di meglio che la Scala si mantenga qualche volta all'altezza 
della sua fama; ma bisognerebbe anche cercare il possibile per 
evitare che alle lune di mie le troppo inebrianti, e caduche, non 
succedessero i periodi di fiacchezza, d'indifferenza e, peggio ancora» 
di generale malcontento, come gli anni scorsi. 

Le istituzioni delle quali il teatro della Scala può a ragione 
inorgoglirsi, sono la scuola di ballo, quella dei coristi d'ambo 
i sessi, e l'orchestra. — La scuola di ballo è la più vecchia: 
venne istituita nel 1813, divisa in due classi, con maestri <• 
maestre di ballo, d'arte mimica e di perfezionamento. Il corso 
dura otto anni, finiti i quali le allieve più distinte assumono la 
qualità di emerite, e come tali restano addette per tre anni, con 
stipendio, al servizio del teatro. — L'eccellenza di questa scuola 

JllLA>0. — voi. i. w 



450 IL TEATRO DELLA SCALA 

è provata dal corpo di ballo della Scala, unico, si può dire, per 
valentia, perchè composto per la maggiore e miglior parte dalle 
allieve della scuola: e non poche celebrità, stelle coreografiche 
di primaria grandezza, escirono da questa scuola, che si può 
gloriare dei nomi acclamati della Grisi, Pochini, Fuoco, Ba- 
derna, Ferrari, Cucchi ed altre che, senza raggiungere il culmine 
della celebrità, figurarono con applauso come prime ballerine in 
primari teatri. 

La scuola corale, di più recente istituzione, non era prima de- 
stinata che alle donne, ma ora vi appartengono anche gli uomini. 
— Questa scuola deve molto alle cure assidue ed intelligenti 
dell'egregio maestro Zarinichevi ha fondate delle buonissime tradi- 
zioni: allo Zarini, che ora ha spiccato il volo per altri lidi, è 
successo il maestro Cairati, del pari valentissimo. L'esecuzione 
corale al teatro della Scala non lascia davvero nulla a deside- 
rare, e della bontà dell'insegnamento impartito nella scuola del 
teatro, fanno prova le esecuzioni perfette di opere difficilissime. 

L'orchestra della Scala non ebbe mai un vero carattere di sta- 
bilità e di omogeneità. Fu per molto tempo composta di elementi 
avventizi e raccogliticci, secondo il capriccio degli impresari, i 
quali, alle volte, per fare economia, ne univano insieme di me- 
diocri, con mediocrissimi direttori. — Da qualche tempo però 
le cose sono cangiate, dall'epoca specialmente che il Faccio con- 
dusse all'Esposizione di Parigi la così detta orchestra della Scala, 
•t tenendo quel trionfo che tutti sanno. — Dopo quel battesimo 
«li un pubblico mondiale, l'orchestra della Scala si è riunita in 
tetà per dare dei concerti annuali, ed a questo modo ha ac- 
quistata una coesione, una stabilità che prima non aveva, conser- 
vando per suo direttore un grande artista, il Faccio, che n'è 
l'anima, il caloroso ispiratore. E così anche il teatro da questa 
unione dei professori se ne avvantaggia, tanto più che il Faccio 
da un contratto, di cui non e garante l'impresa mail 
Municipio. 

* * 

La -K.na artistica da] teatro della Scala, è, si può dire, la 

a dalla musica da teatro e della coreografia in Italia, dal- 

l'ultimo quarto dallo icorso secolo fino ai nostri giorni: è una. 



IL TEATRO DELLA SCALA 451 

meravigliosa lanterna magica di opere, di maestri illustri, di 
balli, di coreografi, di cantanti celebri, di ballerine acclamate, 
che sfilano per lo spazio non breve e non interrotto di un se- 
colo intero, dal 1778 al 1881. 

Per dare una rapida occhiata a questo straordinario sviluppo 
ed incremento, dividerò la storia musicale in tre grandi periodi, 
corrispondenti a tre cicli artistici, nei quali l'opera italiana si 
svolge, cambiando successivamente di genere, di essenza, di in- 
tendimenti. Il primo periodo, dal 1778 al 1812, comprende i com- 
positóri del secolo scorso, quelli ch'io chiamerei volentieri i 
parrucconi, fino alla sfolgorante apparizione di Rossini. — Il se- 
condo periodo è il Rossiniano, e va dal 1812 sino al 1839, prima 
comparsa di Verdi: il terzo, sarebbe il Verdiano, e sta negli 
ultimi quarant'anni, dal 1839 fino al 1881. 

Il teatro della Scala, incominciato nel 1776, fu costruito così ra- 
pidamente che due anni dopo, il 3 agosto del 1778 si potè inau- 
gurarlo colla Semiramide riconosciuta di Salieri, che ebbe per 
interpreti la Balducci, la Lebrun, Rubinelli, Prati e il celebre 
musico Pacchiarotti. Salieri è stato il Petrella del suo tempo, e 
credo che di lui non rimanga che un solo ricordo, di rimbalzo; quello 
d'aver voluto erigersi, in Vienna, a rivale e censore diBeethowen: 
< i £-li nano, alle prese con un gigante. — Da Salieri in poi si 
può dire che non c'è stato maestro di grido, in Italia, il quale 
non abbia ambito di scrivere per la Scala, per ottenere degli 
applausi che poscia gli aprivano le porte di tutti i teatri del 
mondo. — Alla fine dello scorso secolo c'erano moltissimi maestri 
e molto fecondi, giacché lo scrivere un'opera, coll'istrumentazione 
d'allora, colle forinole e le ripetizioni di prammatica, non co- 
stava molta fatica, e le prime qualità indispensabili erano la 
facilità dei motivi, la spontaneità e la rapidità. Nel primo dei 
tre periodi i compositori che scrissero opere nuove, espressa- 
mente per la Scala, superarono di molto quelli dei due periodi 
successivi. Citerò solamente quelli il cui nome non godette di 
una popolarità fugace, fittizia, ma che hanno diritto ad un posto 
nella storia dell'Arte. 

Guglielmi non scrisse per la Scala che un'opera buffa, / fra- 
tetti Pappamosca. 

Zixgarelli, compositore fecondo e prolisso oltremodo, scrisse 



462 IL TEATRO DELLA SCALA 

per la Scala più di qualunque altro maestro. Incominciò col- 
YAlsinda nel carnevale del 1785, a cui seguirono, Telemaco, Ifi- 
genia in Aulide, La morte di Cesare, Pirro re di Epiro, II 
mercato di Monfregoso , La secchia rapita, Artaserse , Giu- 
lietta e Romeo; nel 1796, Meleagro, Il ritratto, Clitennestra, e 
77 bevitore fortunato. — Di tutte queste opere, cosa rimase per 
i posteri? Nulla, all' infuori della Giulietta e Romeo, la quale 
sarebbe del pari ignorata, se Bellini non avesse scritto sullo stesso 
soggetto 7" Capuleti e Montecchi. 

Asioli, compositore milanese, eccellente didattico, scrisse an- 
che lui una sola opera per la Scala: il Cinna. 

Paer, il celebre autore dell'Agnese, compose tre opere: L'oro 
fa tutto, Rossana e L'Eroismo in amore-, quest'ultima nel 181(> 
quando l'astro Rossiniano era già apparso sull'orizzonte. 

Fioravanti, uno dei più facili e immaginosi compositori d'o- 
pera buffa, nel vecchio stile italiano, di cui fu prototipo il 
Cimarosa. Il pubblico della Scala applaudì quattro sue opere 
nuove: L'astuta in amore, La capricciosa pentita, L'orgoglio 
avvitito e La schiava di due padroni . 

Mayr, che fu gloria di Bergamo, ricco di forza drammatica 
singolare al suo tempo, scrisse in principio del secolo, nel pe- 
iodo delle glorie di Napoleone a cui dedicò una Cantata: 
per la Scala compose le opere seguenti: Lodowiska, L'equivoco, 
Le 'i'"- giornate, I misteri Eleusini, Le finte rivali, Alfonso e 
'•ira. Amor una ha ritegno, Eraldo ed Emma, Adelasio ed 
[leratno, Né l'uno né V altro , Raoul di Créqui, Le due du- 
chesse, Eletta e Fedra; quest'ultima nel 1821, quando Rossini 
.'into ali* apogeo, ma per lo stile un po' antiquato Mayr è 
sempre un antecessore di Rossini. 
'•im .i:\i.i. Costui invece è considerato il vero precursore di 
ni. ii quale dicesi gli abbia tolte forme ed idee, spe- 
rnente il famoso crescendo inevitabile delle ouverturès. Gè- 
ili Incominciò a comporre per La Scala nel L805 il Don Chi- 
cui fecero seguito Chi non risica non rosica, La vedova 
'■ ed li Romito delta Provenza, quest'ultimo nel L830. 
Metto anche questo nome non molto nolo, per il 
che ottennero Le prove d'un'opera seria,, ri- 
I m i anni nel repertorio e applaudite in tutti i teatri 



IL TEATRO DELLA SCALA 453 

Morlacchi, compositore melodico, celebre per una sola opera, 
Tebaldo e Isolina, diede alla Scala Le avventure di una gior- 
nata e Gianni di Parigi, credo con poca fortuna. 



* * 



Nel secondo periodo ci sono nomi, oltre quello del magno Ros- 
sini, i quali offuscano tutti gli altri che contemporaneamente 
scrissero opere nuove per la Scala. Questi nomi formano quella 
pleiade melodica, che si è imposta a tutto il mondo, e le cui 
traccie rimangono incancellabili, ad onta dei reali progressi fatti 
poscia dal dramma musicale. — Ed è per questo che gl'Italiani, 
nei quali si può dire che le facili, spontanee, ispirate melodie 
di Rossini, di Bellini e di Donizzetti s'erano immedesimate, du- 
rarono tanta fatica poscia a subire il violento cangiamento d'in- 
dirizzo di stile; quelle melodie, ad ogni opera nuova dei nostri 
giorni, le invocano sempre e le rimpiangono, ma i loro autori, 
dotati di tanta ispirazione, peccato che abbiano un solo difetto, 
grosso e irrimediabile : sono morti; ed ai loro successori 
non rimase che la magra risorsa di copiarli, volgendosi a quel 
passato che non torna più ed al quale io confesso di preferire 
t'avvenire. — Vediamo ora cosa fecero per la Scala quei famosi. — 
Incominciamo da Rossini, il quale, appena ventenne, povero, 
bello, simpaticissimo, affrontò la Scala con un'opera buffa, La 
Pietra del paragone , di cui il suo grande apologista Azevedo 
dice che è stata veritablement la pierre de touche de ce genie 
prodigieux , dont elle revela le valeur avec un éclat dont les 
e'erits du temps peuvent seuls donner une idee. Fu eseguita 
dalla Marcolini, da Filippo Galli, da Bonoldi, tre celebrità 
canore di quel tempo. Il successo fu immenso, e Stendhal, 
altro fanatico di Rossini, dice che la Pietra del Paragone créa d 
la. Scala, une epoque d' entousiasme , de joie : on accourait en 
Joule ci Milan de Parme, de Plaisance, de Bergame, de Brescia 
et de toutes Ics villes a vingt lieues d la ronde; Rossini f>>t 
le premier personnage du pays: on s 'empr •essait pour le voir: 
Rossini per quest' opera ebbe 600 lire dall' impresario , e il vi- 
ceré d'Italia lo fece esimere dalla coscrizione, favore straordi- 
nario ai tempi Napoleonici. — Due anni dopo Rossini torna a 



154 IL TEATRO DELLA SCALA 

Milano e scrive V Aureliano in Palmiro,, in cui cantava il celebre 
Velluti. Il Cambiasi, nel suo accuratissimo lavoro cronologico 
sulle rappresentazioni date alla Scala, dice che ebbe esito buono, 
e Stendhal racconta che, all'infuori del castrato Velluti, il quale 
ottenne esito d'entusiasmo colle sue capricciose fioriture, l'opera 
ebbe un accudì très-tempéré. — Le fioriture di Velluti erano 
così barocche, straziavano talmente il pensiero melodico, che 
d'allora in poi Rossini non volle più saperne di lasciarle in balia 
dei virtuosi, e in tutte le opere successive le scrisse egli stesso: 
scarso palliativo, perchè cantanti e professori di canto si per- 
misero poscia egualmente un subisso di varianti che deturparono 
ancora la verginità dell'ispirazione Rossiniana. — Dell'Aureliano 
non rimase per i posteri che l'ouverture, posta poscia da Ros- 
sini in testa al suo Barbiere. — Nello stesso anno 1814, nella 
stagione d'autunno, Rossini diede alla Scala il Turco in Italia, 
che fu accolto con diffidenza, ed i critici d'allora dicevano, forse 
non senza ragione, che v'erano troppe imitazioni e ripetizioni 
delle altre opere di Rossini. Il successo più grande fu per gli 
esecutori, il tenore David, il basso Galli, un turco impareggia- 
bile, e il buffo Pacini che faceva smascellare dalle risa nella 
parte di Don Geronio. 

Passano intanto tre, anni e nel 1817 Rossini torna carico de- 
gli allori del Barbiere, dell' Otello e della Cenerentola, per ot- 

lere un nuovo, colossale trionfo colla Gazza ladra. — All'u- 
scire «li icatio dopo il furore della prima sera, Rossini, che 
scherzava sempre su tutto, disse che più delle inebrianti emo- 
zioni de] successo, lo avevano stancato le interminabili rive- 
renze fatte al pubblico. — Due circostanze curiose si riferiscono 
alla prima esecuzione della Gazza ladra alla Scala. Il bel duetto 
della prigione, Rossini lo scrisse nella retrobottega di Ricordi, 
in mezzo ad una dozzina di copisti che facevano un baccano 
d* inferno: poi un allievo violinista <li Alessandro Rolla voleva 
pugnalare Rossini, perchè aveva avute l' impudenza di mettere 
i tamburi nell'ouverture e non si acquietò «•he quando Rossini 
-li promi e con comica solennità che non avrebbe mai piùcom- 
i una inni'- profanazione. 

L* ultima opera scritta da Rossini per la Scala fu una delle 
meno mi cito, Bianca e Falù -m, nel carnevale del L820. 



IL TEATRO DELLA SCALA 455 

( ambiasi asserisce che l'esito fu cattivo, o, come dicesi adesso, 
un fiasco: il solo quartetto, veramente meraviglioso, fu accolto 
con entusiasmo. 

Uno dei primi, più fortunati e famosi imitatori di Rossini, è 
stato Pacini ; il quale, quando volle passare ad una seconda ma- 
niera più sua, dimostrò d'essere un compositore, abbastanza fe- 
lice inventore di motivi, di cabalette, ma affatturato troppo, 
1 tarocco istrumentatore, violento negli affetti drammatici, mancante 
di perspicuità, per cui le sue opere, benché piaciute, caddero ben 
presto nel gran dimenticatoio, meno la Saffo; la quale c'è chi 
dubita che l'abbia composta lui, ed i più maligni asseriscono che 
glie l'ha scritta, o per lo meno dettata, il suo servitore. — L'au- 
tore della Saffo, il quale per partorire spartiti era più proli- 
fico d' un coniglio, alla Scala ne scrisse undici, incominciando 
dalla primavera del 1819. Eccone i titoli: Falegname di Livo- 
nia — Vallace — La Vestale — Isabella ed Enrico — La 
gelosia corretta — Gli Arabi nelle Gallie , ch'ebbe gran 
successo per una delle sue famose cabalette — / Cavalieri di 
Valenza — Il Talismano — Giovanna d'Arco — V Ebrea. 
Un altro rossiniano sfegatato, nel principio della sua gloriosa 
carriera, fu Giacomo Meyerbeer, il quale diede alla Scala 
due delle sue prime opere, Margherita d'Anjou nel 1820, con 
buon esito, e nel carnevale del 1822 L'esule di Granata che 
piacque meno. — In questi due spartiti , il Meyerbeer , chiuso 
nelle strettoie dell'imitazione di Rossini , di cui riproduceva le 
forme, lo stile e persino le fioriture, non aveva potuto ancora 
dar segno dei vero carattere originale del suo genio, i cui primi 
barlumi si trovano nel Crociato e la sua completa espansione 
nel Roberto il Diavolo. 

Mercatante è stato anche lui per lungo tempo ligio ai pre- 
cetti, alle maniere, alle forinole del Pesarese, ma sempre con 
una tendenza spiccata allo stile grandioso, magniloquente del fu- 
turo autore del Bravo e del Giuramento. — Merendante aveva 
forse minore fantasia, meno motivi in corpo del Pacini, ma lo 
soverchiava di molto nella dottrina, nella chiarezza, e in una 
certa ampiezza e regolarità di forme architettoniche, delle quali 
ha poscia abusato, divenendo pesante, e spesso uggioso. — Alla 
Scala incominciò nell' autunno del 1821 coli' Elisa e Claudio» 



456 IL TEATRO DELLA SCALA 

ch'ebbe un successone e parve a tutti la rivelazione di un genio 
melodico, il quale poscia, invece di accrescere in espansione, ha 
diminuito. La Tosi e la Pesaroni, due celebrità di quel tempo, 
contribuirono all'inaspettato trionfo. — Con più modesta fortuna 
seguirono poscia Adele ed Enterico, Amleto, un Montanaro fìas- 
cheggiahte, Il Conte di Essex, La gioventù, di Enrico V, tutte 
ora dimenticate, fino al gran bagliore del Giuramento , la cui 
prima rappresentazione ebbe luogo l'il marzo del 1837, colla 
Schoberlechner, la Brambilla, Pedrazzi e Cartagenova, esecutori va- 
lentissimi : poi nel Carnevale del 1839 l'altro e forse più clamo- 
roso trionfo del Bravo. Queste due opere segnalano il culmine 
della ispirazione di Mercadante, ed in esse la frase spontanea, 
a contorni abbastanza nuovi, è sostenuta da una solida armonia 
e da una espressione drammatica efficacissima. La Schiava Sa- 
racena, l'ultima delle opere scritte da Mercadante per la Scala, 
ora mediocre, ed ebbe mediocrissimo esito. 

Il nome di Donizetti apparve per la prima volta sul cartel- 
lone della Scala, nel 1822, un'anno dopo Mercadante. — Questo 
genio artistico a cui la eccessiva facilità del comporre e la fine 
crudele, prematura, tolsero di giungere alle più grandi altezze 
dell'arte, ebbe alla Scala da sostenere lotte, da vincere ostacoli 
♦•Le ritemprano i veri artisti. — Il suo primo tentativo fallì 
[oasi <•' mipletamente colla Chiara e Scranna, rappresentata nel- 
l'ani unno de] 1822, subito dopo l'Adele ed Americo di Mercadanto 

')'• aveva ottennio un discreto esito. Ne ebbe migliore fortuna 
VUgo Conte di Parigi dato nel 1832, nella stèssa stagione della 
Norma; confronto schiacciante, per quanto il buon pubblico della 
Scala avesse fatto il difficile anche colla divina creazione del 
Bellini. — l'uà data memorabile è quella del 20 dicembre 1834, 
quando si diede la prima rappresentazione della Lucrezia Borgia, 
« Ita peggio che freddamente dal pubblico, e l'indomani Dis- 
ta dalla critica «li quel tempo, scarsa e superficiale. 11 bravo 
forse per rispetto al Donizetti, dice tuono l'esito della 
"'. ma vivono ancora parecchi spettatori di quella sera 
memorabile, i quali assicurano che la rappresentazione passò 

■ mezzo ad impazienze, Inquietudini, e malumore generale. — 

r "' 1 dicembre uccea ivo Donizetti diede la Gemma di Vergg , 

►Ito alla Lu <■■■ m e che pure piacque di più, ma 



IL TEATRO DELLA SCALA 157 

senza entusiasmo. L'ultima poi delle opere del Donizetti, scritte 
per la Scala, Maria Padilla, in cui non c'è che un bellissimo 
«Inetto per due soprani, ebbe migliore esito della Lucrezia e 
della Gemma, anche quest'ultima una bell'opera ricca di fantasia; 
l'altra un capolavoro. 

Nessuna apparizione nuova d'artista ebbe il carattere d'una 
meteora meravigliosa, d'un prodigio, d'una sorpresa fulminante, 
come quella del Bellini col suo Pirata nell'autunno del 1827, 
e per giunta tre esecutori, di cui si è perduto lo stampo, e che 
si chiamavano Rubini, Tamburini e la Meric-Lalande. Aggiun- 
gasi alla bellezza impensata di quelle così nuove e fresche me- 
lodie, il prestigio del giovane maestro, bello e biondo come 
un cherubino, dolce, affettuoso, affascinante. Ora quella mu- 
sica del Pirata è molto invecchiata, ma bisogna risalire a 
quei tempi e immaginarsi l'effetto, sul pubblico d'allora, di quelle 
«•antilene calde, e così nuove sulle labbra di un tenore come 
Rubini. — Due anni dopo, la Straniera piacque moltissimo egual- 
mente, ma senza quel senso di stupore che produsse 1' entusiasmo 
per il Pirata. Mancava Rubini e c'era invece il Reina, che ai 
nostri giorni sarebbe un'araba fenice: a Tamburini ed alla Meric- 
Lalande bisogna aggiungere la Ungher, una futura regina del 
canto. — Il successo della Straniera si accrebbe di molto ad 
ogni rappresentazione, e non si stimava buon ambrosiano uè 
persona a modo colui che non fosse andato tutte le sere alla 
Scala a sentire el meco! Volevano dire il 

Meco tu vieni; o misera, 
Lungi da (jneste porte. 

Altra data memorabile nei fasti della Scala è quella della prima 
rappresentazione della Norma li 31 dicembre del 1831. — Si 
stenta a crederlo, eppure è storico e tutti quelli che possono 
ricordarsi quella serata fredda ed uggiosa possono attestarlo, elio 
la Norma fu accolta freddamente da un pubblico che applaudì 
i pezzi di vecchio stampo e lasciò passare inosservate le coso 
sublimi, imperiture, di quel divino spartito, nel quale Bellini, 
colla sola forza melodica, ottenne una efficacia drammatica, non 
raggiunta prima dalla declamazione del Gluk, nò poscia dalla 



158 IL TEATRO DELLA SCALA 

melopea del Wagner. Quella fredda accoglienza della prima sera , 
fu seguita da giudizi della critica che i più scipiti e sfrontati 
non si possono immaginare, e fra gli altri quello del critico 
imperante d'allora, il Pezzi, il quale, sotto l'usbergo del Glissons , 
aappuyons pas disse più corbellerie che non avesse capelli sulla 
testa, e la più marchiana di tutte, quella d'aver compatito Bellini 
e d'aver predetta la nessuna vitalità della Norma, lo spartito 
più durevole ch'io mi conosca. Se non che il tempo è un ine- 
sorabile giustiziere, e l'unica memoria che sia rimasto del Pezzi 
e quella d'aver disconosciuto il Bellini. 

Un altro compositore, certo non paragonabile ai grandi maestri 
de] suo tempo, ma anche lui pieno di vena melodica, fecondo, 
fortunato alla Scala, è stato Luigi Ricci. La sua Chiara di Rosem- 
berg ottenne un gran successo nell'autunno del 1831, e L'avven- 
ti* ra di Scaramuccia un altro trionfo, anche più clamoroso, 
paragonabile solamente a quello della Gazza ladra di Rossini. 
— La Chiara di Montalbano, invece, cadde miseramente. — 



* 



Dividerò in due parti il periodo Verdiano, prima e dopo il 1800, 
>• dirò poi il perchè. Giuseppe Verdi era venuto a Milano la 
prima volta per p'Ttezionarsi nello studio e nella pratica della 
musica, che aveva studiata abbastanza bene in campagna. Era 
già così istruito nelle discipline musicali che non ebbe punto 
bisogno «li ricorrere al Conservatorio, nò che il Conservatorio 

pingesse per inettitudine musicale, come una sciocca e 
bugiarda leggenda ha fatto credere. — Nel 1839, quando ottenne 
■li scrivere per la Scala, nella stagione di autunno, la sua prima 
opera Uberto ('<>,<if di San Bonifazio, V"erdi era anche verde 

etto e di quattrini, ma Bempre dotato di quella fermezza di 
carattere, «li quella maschia austerità dio hanno mosso l'uomo 

ilo altissimo dell'artista; eh'è tutto dire. — L' Oberto, in 
cui \ i i mi di genio, piacque, e ne è prova la riproduzione 

fistiane un anno dopo, forse per attenuare il rammarico provata 
I- 1 ' Verdi, per l'insuccesso della sua seconda opera Un ora di 
itta mentre il povero giovane era in preda ad angosciti 
crudeli, por la morte di una moglie amatissima. 



IL TEATRO DELLA SCALA 459 

Verdi e uno dei pochi artisti che il dolore e l'insuccesso ri- 
temprano. Egli, benché affranto e scoraggiato, si accinse a scrivere 
una nuova opera sopra un soggetto grandioso, nuovo, che un 
poeta d'ingegno, il Solerà, ha sceneggiato con arte e verseg- 
giato con elegante vigoria. Scrivere un'opera lo vediamo tutti 
i giorni, è la cosa più facile di questo mondo: il difficile è di 
scriverla bene, e più ancora il poterla rappresentare. Verdi vinse 
la prima difficoltà col suo genio, e per vincere la seconda trovò 
un mecenate che lo aiutò ed un impresario intelligente che gli 
credette e che fu poscia ben contento d'avergli creduto. — La 
prima rappresentazione del Nabucodònosor, libretto di Solerà, 
musica del maestro Giuseppe Verdi, ebbe luogo il 9 di marzo 
del 1842. Il successo è stato piramidale ed io lo chiamerei di 
buon grado un successo di rivelazione come quello del Pirata 
allo stesso teatro, del Don Giovanni a Praga, del Freyschutz 
a Berlino, del Roberto a Parigi, del Lohengrin a Weimar, quando 
questi capolavori si diedero per la prima volta. — Gli ese- 
cutori strenuissimi del Nabucco la storia dell' arte deve ricor- 
darli: la Strepponi, divenuta poi l'affettuosa, inseparabile compa- 
gna del maestro; Miraglia, Giorgio Ronconi e Derivis. Lo stupore 
e l'entusiasmo del pubblico furono per l'abbondanza e novità delle 
idee congiunte ad una forza drammatica, ad una vita intensa, 
ad uno stile, che determinavano ormai una grande individualità. 
I critici pedanti incominciavano a torcere il naso, a dire cho 
nella musica del Verdi c'era troppa violenza, che i cantanti ci 
perdevano la voce, ma tutte le loro chiacchiere non impedirono 
che Verdi, camminando trionfalmente di successo in successo, 
continuasse per altri 38 anni ad affascinare il pubblico. — Preso 
l'aire col Nabucodònosor, Verdi nel carnevale successivo scrive 
per la Scala i Lombardi alla prima crociata, e gli stessi entu- 
siasmi si rinnovano, senza dubbi, senza esitanze, senza screzi 
di sorta: la Frezzolini ed il tenore Guasco aggiungono esca al 
successo. — La Giovanna d' Arco, invece, ch'è del 1845, segna 
una piccola sosta. Forse il soggetto ne ha la colpa principale: 
il fatto ò che in questa Giovanna d'Arco l'ispirazione Verdiana 
sembra incerta, infiacchita, ed il pubblico della Scala non le ac- 
cordò che un successo di stima. Pure, benché lo stesso Verdi 
dovesse avere la coscienza della poca vitalità del suo spartito > 



400 IL TEATRO DELLA SCALA 

sembra che la fredda accoglienza del pubblico, complicata dal con- 
tegno poco decente della stampa, indisponessero molto il Verdi e 
che a quel non dissimulato rancore si debba attribuire la lunga 
assenza da Milano. — Si decise poi a tornarvi glorioso e trion- 
fante nel 1872, per l'Aida, che si può considerare come scritta 
espressamente per la Scala, essendo venuto egli stesso a porla 
in iscena con uno dei più clamorosi successi che alla Scala si 
ricordino, successo mantenutosi in tutte le riproduzioni, in tutti 
i teatri del mondo. — Quest'Uefa, che io credo la più completa 
affermazione ed estrinsecazione del genio di Verdi, è una gran 
prova del fatale indirizzo dall'arte nuova, seguito dallo stesso 
maestro, il quale ha saputo cogliere così bene il giusto mezzo 
della conciliazione fra la melodia e l'armonia, preconizzata dal 
Wagner nella sua lettera al Boito. — Un'altra prima rappresen- 
tazione importantissima di musica del Verdi è stata quella della 
celebre Messa per Alessandro Manzoni, la quale fu occasione ai 
Milanesi di rinnovare al Verdi e di raddoppiare le dimostrazioni 
del loro affetto riverente, della loro entusiastica ammirazione. 

Nello spazio, abbastanza lungo e quasi inerte, che ci fu tra la 
Giovanna d' Arco di Verdi e la prima apparizione del Petrella, 
in fatto di opere nuove ci fu poco di notevole alla Scala. — 
Petrella incominciò coli' Assedio di Leida e rivelò subito le sue 
qualità istintive di fantasia facile, quasi brutale, ed i suoi 
Orrendissimi diretti di musicista, dei quali non si e mai potuto 
correggere. Un coro di soldati bivaccanti, molto piazzoso, fece 
l'effimera fortuna dello spartito e quella anche più effimera del com- 
positore: il quale osci poi colla Ione nel carnevale del 1850, 
apere più studiata, animata da un soffio drammatico più efficace, 
meno volgare, riuscitissima alla Scala per la eccezionale esecu- 
zione di quel potentissimo tenore (dio fu il Negrini. — Nella 
opera, il Duca di Scilla, il Petrella (ornò alle sue naturali 
tendenze, guaste anche dallo scrivere di mestiere, dal buttar giù 
infilate di pezzi, tanto di accontentare L'impresario, l'editore, e 
mai con mia preoccupazione artistica qualunque. — Il JV- 

per poco, j-ai-\ <• ad alcuni illusi interessati (die dovesse 

emulare il Verdi : ma poi apparve chiaramente che anche una certa 

fl'invenzi* non conduce a nulla, se non avvi insiemi' 

profondo e cono cenza d'arte. 



IL TEATRO DELLA SCALA 401 



* * 



Fin qui ho parlato dei maestri, se non tutti celebri, almeno 
noti, che incominciarono a scrivere per la Scala, prima del 18G0 : 
ora, in questa seconda parte del periodo Verdiano, che va dal 1860 
fino ad oggi, io posso aggiungere, alle notizie raccolte qua e là 
anche i miei ricordi personali. Trattandosi di una maggiore attua, 
lità, accennerò anche a quei compositori, i quali, caduti sotto il 
peso d'insuccessi irreparabili, pure hanno dato prove d' ingegno 
naturale e sapere musicale. 

Questo ventennio è stato il periodo dei giovani, dei coraggiosi, 
degli audaci, fiduciosi nelle nuove idee, qualcuno apostolo fervente 
o imitatore, talora del Gounod, o del Wagner, o d'altri ultimi 
novatori. Già nel 1858 era apparso alla Scala un Uscocco del 
Petrocini, in cui c'erano bagliori d'avvenire: il giovane maestro, 
apparve come una gran promessa; ma, prima uno sconvolgimento 
del cervello, poi la morte, distrussero tutte le speranze. 

La prima opera nuova del 1860 è Corrado Console di Milano 
del Giorza, uno dei primi a provare l'inettitudine dei compositori 
di musica da ballo a scrivere melodrammi. Subito dopo, un 
maestro di seconda categoria, ma non privo di sapere né di 
scintilla, il Peri di Reggio d'Emilia, esci con una Giuditta accolta 
bene e poscia ripetuta in molti teatri, auspice un Oloferne im- 
pareggiabile, il baritono Aldighieri. — Ma il Peri insistette e 
terminò le sue prove alla Scala con due fiaschi V Espiazione 
ed il Rienzi. Un altro insuccesso di questa epoca di fiaschi con- 
tinui , è il Mormile di Gaetano Braga, a cui fece seguito un 
fratello di sventura, il Caligola. Il Braga, ottimo musicista, uomo 
gaio e simpatico, invece che slanciarsi nel mare infido del melo- 
dramma, ora meglio che restasse attaccato al suo violoncello, 
dal quale traeva e trae ancora suoni così puri e soavi. — Franco 
Faccio pareva destinato a divenir celebre come compositore d' o- 
pere, non già come direttore d'orchestra. Pochi maestri hanno 
mostrate disposizioni così felici per il teatro, d'invenzione, di 
stile, di sentimento, e per giunta una scienza musicale vastissima. 
Queste disposizioni c'erano luminose anche nei Profughi Fiam- 
minghi, dati alla Scala nell'autunno del 1863, benché al pubblico 
non sieno piaciuti : ma allora incominciavano le diffidenze, face- 



402 IL TEATRO DELLA SCALA 

vano capolino le invidie, le cabale di cui poscia fu vittima anche 
il Boito. 

L'ingegno teatrale del Faccio si è poi ampiamente rivelato 
neU 1 'Amleto, che per sua fortuna non scrisse per la Scala, ma 
per Genova ove ottenne un gran successo e che poscia, per sua 
disgrazia, riprodotto alla Scala, fu seppellito insieme alla povera 
Ofelia e non ne rimase la memoria che nella bellissima Marcia 
funebre che si suona e si applaude dappertutto. 

Caduta memorabile alla Scala ebbero le Aquile Romane di 
Chèlard, che si vollero risuscitare per forza, mentre puzzavano 
già di cadavere. — Un compositore timido, quieto, accurato, 
morto giovane, il Viìlanis, diede nel 1865 una Bianca degli 
Albizzi con esito pessimo. E la lista degli insuccessi non è finita, 
che subito succede una Rebecca del Pisani, colto ma sfortunato 
compositore, e la Turanda del Bazzini a cui se il pubblico non 
accordò il suo suffragio, i musicisti dovettero riconoscere il lavoro 
serio e coscienzioso di un vero artista. 

Ed eccoci al fiasco glorioso del Mefstofele di Arrigo Boito. 
— Questo grande ingegno, al quale è aperto un così grande 
avvenire, ebbe la sorte comune alle individualità originali, di 
Tarsi notare appena entrato nell'arringo delle lettere e delle arti, 
creandosi di buon'ora simpatie quasi fanatiche ed antipatie feroci. 
La figura allampanata, bizzarra, il fare noncurante, la naturale 
modestia unita alla consapevolezza del proprio merito, che a 
molti pare albagia, la stranezza dell'ingegno tutto ideale, nemico 
delle volgarità, delle vecchiaie, amante del nuovo, del bizzarro, 
del paradossale, sono tutti elementi di un tipo complessivo che 
attrae anche coloro, e sono parecchi, i quali non lo possono sop- 
portare. — Del Mefistofele di Boito, prima che comparisse alla 
Scala, gl'intimi ammiratori, i (piali lo conoscevano nota per nota, 
che lo proclamavano un'unica, inaudita meraviglia, gli crea- 
rono quel (muoio di diffidenze, di avversioni e di contradizioni 
preconcette, che scoppiarono come un uragano la sera del 5 
marzo L868. 

China i i tito a 'niella prima rappresentazione del Meflatofele 

non può certo dimenticarsela. Boito dirigeva, egli stesso, l'orche- 

orridente, come fosse al Cova a chiaccherare .cogli 

1 :t " del prologo è stato fulminante! la novità, la 



II. TEATRO DEI I A SCALA 463 

grandiosità, l'effetto crescente di quella frase dominante, i bimbi 
vaganti, avevano sbalordito il pubblico, il quale proruppe in uno 
scoppio d'entusiasmo indescrivibile. — Nell'intermezzo, gli spet- 
tatori nell'atrio, nei corridoi, ammiravano la nuova musica, pro- 
clamavano già venuto il nuovo genio, tanto tempo e invano 
atteso. — Disgraziatamente il termometro del successo col progre- 
dire degli atti discese, e l'ambiente cambiò interamente. Le pagine, 
troppo lunghe, troppo oscure ed ardite dello spartito, misero il 
pubblico in uno stato d'impazienza nervosa, crudele, implacabile, 
che lo fece trascendere a fischi, urli e dileggi, specialmente 
all'intermezzo sinfonico della battaglia ed alla scena dell'Impe- 
ratore . — L'esecuzione era fiacca, slombata, sconnessa: la parte 
di Faust, affidata al baritono, metteva una tinta grigia, opaca, 
monotona nello spartito. Boito rimase impassibile al suo posto, 
sempre sereno, in mezzo a gente il cui parossismo toccava 
1' insulto: e in quel posto rimase tre lunghe sere di continue 
vociferazioni. — Il pubblico pareva in collera con se stesso, 
per aver creduto, anche per poco, all'ingegno di poeta e di mu- 
sicista del nuovo maestro. Il giorno dopo era calcolato come un 
uomo che avesse commesso una cattiva azione, e vi furono dei 
conoscenti che gli levarono il saluto. 

Il Boito, che ha tempra diversa da quella del Faccio, non si 
scoraggiò punto, non abbandonò il teatro, e credette alla vitalità 
del suo lavoro : il quale, colla parte del Faust affidata al tenore, 
tagliate talune arditezze, divenne un'opera di dimensioni giuste, 
la quale ha ormai destata l'ammirazione del vecchio e nuovo mondo, 
come lo attestano, non dico i successi, ma i trionfi costanti di 
Bologna, che ebbe l'onore della prima e splendida rivincita, di 
Venezia, Torino, Genova, Roma, Ancona, Padova, Treviso, Lon- 
dra, New-Jori, Boston, Lisbona, Barcellona, Pietroburgo, Var- 
savia/Colonia ed Amburgo, se pure me le sono tutte ricordate. Al- 
l'insuccesso ingiusto del Mefistofele succedette l'anno dopo quello 
genuino del Fieschi di Montuoro, e subito dopo il grande e me- 
ritato successo del Ruy Blas di Marchetti , beli' opera in cui 
l'ispirazione più gentile, l'eleganza delle frasi e delle forme si 
accoppiano a senso giusto e poderoso del dramma, specialmente 
nell'ultimo atto. Peccato che al bravo Marchetti la stessa sorte 
non abbia arriso quando nel 1875 diede il Gustavo Wasa, nel 



4(34 IL TEATRO DELLA SCALA 

i^uale, se era eccellente la fattura, invece l' ispirazione, e l'effetti» 
specialmente, mancavano. 

Un'altra grande promessa la diede il Gomez nel 1870 col suo 
Guarany in cui, insieme alle volgarità, alle ineguaglianze, alle 
imitazioni troppo flagranti d' altri maestri, e' è una tinta nuova 
e giusta, quella che costituisce il carattere selvaggio del sog- 
getto. — Il giovane maestro brasiliano ebbe tali e tanti ap- 
plausi da incoraggiarlo a proseguire, e colla Fosca parve che le 
promesse si avverassero, che v'era maggiore eguaglianza, più 
accuratezza nella fattura ed il dramma ben seguito. Il pubblico 
della Scala però non accettò con molto entusiasmo la nuova opera 
del Gomez. E qui mi cade in acconcio di domandare la parola 
per un fatto personale, che darebbe torto a coloro che credono 
all'influenza ed alla missione educatrice della Critica musicale ~ 
Io avevo udita la Fosca alla prova generale, e ne aveva avuta 
una sì favorevole impressione, che ebbi l' imprudenza di farne le 
lodi anticipate nella Perseveranza e di predire un successo. — 
Non l'avessi mai fatto! tutti quelli che avevano letto il mio 
articolo, si recarono in teatro con una grande smania, forse anche 
col fermo proposito, di contraddirmi, e l'accoglienza, ad onta 
«Ielle bellezze, fu freddissima. D'allora in poi ho giurato di non 
pronunciare verini giudizio anticipato, e tenni la parola. — L'ul- 
tima opera, scritta per la Scala, dal Gomez, fu la Maria Tucìor 
con esito infelicissimo: era troppo mancante di nerbo, d'ispi- 
razione, ili novità, troppo affatturata e pesante perchè potesse 
piacere. 

Passo -opra un altro fiasco della Elisabetta d'Ungheria del 

maestro Beer, nipote di Meyerbeer, ed anche su quello della Viola 

Pisani del maestro Perelli, musicista di gran polso, compositore 

; i- 'li attitudini, meno «niella, ch'ò (piasi divenuta 

la pietra filosofale, di scrivere pel teatro. 

onorevoli, di si ima, ebbero il Canepa coi Pezzenti 

colla Lega (1870), il Pinsuti col Mattia Corvino 

i per ultimo il Ponchielli ; ma fi tutt' altro che il 

Li dire Ultimiti in cannine non consideratur. 

Il Ponchielli col Boito, sono i due compositori italiani viventi, 

. «ialino le maggiori speranze che Verdi non sia L'ultimo 

• [ite, veramente geniale e glorioso, della nostra musica 



IL TEATRO DELLA SCALA 405 

Ponchielli ha un forte, schietto temperamento musicale e dram- 
matico; non ha l'invenzione, l'idealità, il nuovo prestigio dei 
Boito, ma è un grande musicista ed anche, come diceva il povero 
Mariani , un operista. — Dopo la fortunata risurrezione dei 
Promessi Sposi al teatro dal Verme, gli furono aperti subito i 
battenti della Scala, ed i Lituani, piaciuti moltissimo la sera 
del 7 marzo 1874 dimostrarono subito che il Ponchielli, oltre 
la volontà, aveva la forza e la capacità di progredire , uscendo 
dalle pastoie convenzionali in cui, per la massima parte, erano 
avvolti i Promessi Sposi. — I Lituani, come tutti i lavori del 
Ponchielli, in cui l'ispirazione seria si espande per forza di studi, 
di riflessione, è l'opera, a mio avviso, nella quale il Ponchielli 
ha mostrato più equilibrio, ed ha colorito meglio il dramma, ha 
espresso più efficacemente le passioni, e non so capacitarmi che 
non abbia fatto un cammino più esteso. — Ai Lituani successe la 
Gioconda, nella quale avvi un po' di sconnessione, ma c'è anche 
un quarto atto ch'ò una delle più belle pagine drammatiche della 
musica moderna; pagina, che coll'esecuzione di quella portentosa 
artista ch'è la Maddalena Mariani, ha suscitato ardenti entusia- 
smi. — Il Fi gliuol prodigo è di questo anno di grazia e d'Espo- 
sizione, 1881. — Musicalmente è la migliore composizione del 
Ponchielli: dal punto di vista della teatralità, è lunga, un po' 
pesante, carica di pezzi superflui, inutili, colpa non tanto del 
maestro quanto del soggetto biblico, vecchio e freddo, che il Pon- 
chielli ebbe la cattiva ispirazione di musicare. L'esito buonissimo 
della prima rappresentazione andò poscia declinando ; ma il Fi- 
gliuol prodigo, nella povertà, oa meglio dire, miseria attuale, è 
opera da sostenersi, da piacere nei grandi teatri. 

* 
* * 

Certo è una gran gloria per il teatro della Scala, l'avere ini- 
ziata la carriera dei più grandi maestri italiani, d'averne con- 
sacrata la celebrità, 1' essere stato uno dei più validi fattori 
della scuola italiana. — Resta ora a vedere se il nostro mas- 
simo teatro si sia sempre mantenuto degno della sua impor- 
tanza mondiale, facendo conoscere, come in altri teatri primari, 
tutti gli altri capolavori, tanto italiani che stranieri, che non 

Milano. — Voi. I. 30 



466 H< TEATRO DELLA SCALA 

ebbero alla Scala il battesimo di un primo successo. — Da 
questo punto di vista la storia di tutto un secolo di rappresen- 
tazioni, ci dà una risposta piuttosto sconfortante, e si vede che 
il nostro pubblico è stato sempre restio ad accettare le opere che 
uscissero dalle sue abitudini, diffidente verso le novità in genere 
ed i novatori in ispecie, e solamente qualche volta, preso da 
slanci subitanei, da correnti d'entusiasmo, ma più spesso con 
prevalenza del pessimismo e della stazionarietà. — GÌ' impresari 
ignoranti, attaccati al vecchio che costa poco, che non produce 
imbarazzi, che lascia le cose teatrali in balia del solito tran- 
tran, le direzioni quasi sempre poco colte, poco intelligenti, prive 
di qualsiasi spirito di iniziativa, e il pubblico stesso, cullato nell'e- 
picureismo dell'abitudine, sono tutti elementi che contribuirono 
a far si che nell'elenco delle opere date alla Scala, dal 1778 in 
giù, manchino le più celebri di autori celebratissimi. 

Nel primo periodo si eseguirono le opere dei maestri più in 
voga del passato secolo, prima che invecchiassero. Per dirne 
qualcuna, trovo nel 1787 il Barbiere ài Siviglia di Paisiello: 
il Matrimonio Secreto di Cimarosa nel 1793; e gli Orazie Cu- 
riazi nel 1798. — Per Mozart ci fu una fase, come direbbero 
i Francesi, d'engoument. Nel maggio del 1814 si rappresenta Cosi 
fan tutte, e con tale succcesso che viene la voglia di tentare il 
Don Giovanni nell'ottobre successivo: il palato del pubblico Mi- 
lanese gusta talmente quella dolcezza di musica divina (l'ese- 
gui \ ano il David, il Galli, il Pacini) che nel 1815 eccoti le Nozze 
di Figaro, nel 1816 il Flauto Magico e nel 1819 La Clemenza 
di 'l'ito. 

V Agnese «li Paer segna la data del 1816, del 1820 il Barbiere, 
e del L825 il Mosè. — Il Guglielmo Teli invece, capolavoro 
dei capolavori, dato a Parigi nel 1829, a Milano Lo si arrischia 
l' anni dopo, nell'autunno del L846; il pubblico non ci capisce 
"" acca, e l" esito è mediocrissimo. — Il Crociato in Egitto 
fu eseguito per La prima volta ne] L831, dopò il successo di Ve- 
nezia; abbastanza a tempo. *— Quanto alle altre opere di Mover- 
ne rolle della paglia per maturare le nespole; e quando 
i grande iforzo di darle, furono giudicate noiose, lunghe, 
bili, tale e quale il Wagner ed il Boito d' oggi- 
• I • • ito, per La più parte, infelice. — il Roberto il 



IL TEATRO DELLA SCALA 467 

Diavolo nel 1846 non piacque. Il Profeta nel 185(3 andò bene, 
e male gli Ugonotti nel 1857. — Benissimo V Africana nel 1860, 
e mediocremente la Dinorah nel 1870. — Quanto alla Stella 
del Nòrd, i signori della Scala ci pensano da un pezzo, non si 
decidono mai, ed il Teatro Dal Verme li ha prevenuti con un 
^ran successo. 

Son troppi i compositori di nome trascurati alla Scala e troppe 
le opere dimenticate, o lasciate fuori con pravità d' intenzione. 
Facciamo un piccolo conto approssimativo. Cherubini, un Italiano 
illustre, non figura alla Scala che con una sola sua opera gio- 
vanile, l' Ifigenia in Aulide, rappresentata nel 1788. Della Me- 
dea, del Portatore d'acqua, delle Due Giornate, e di tante altre 
che sono ancora in tanti repertori, nemmeno una nota. Di Spon- 
tini, altro grande Italiano, uno dei padri del dramma musicale 
moderno, la sola Vestale nel 1825, e, non c'è nemmeno bisogno 
di avvertirlo, fece un tonfo: il Fernando Cortez e 1' Olimpia, 
nemmeno per sogno. — Di Auber la sola Muta di Portici nel 
1880, e parve anche soverchia. — Il Freyschùtz è la sola opera 
di Weber data alla Scala, con ritrosia del rispettabile pubblico: 
Oberon ed Euryante, come non esistessero. — Per Halévy ci 
fu uno splendido raggio di luce alla prima rappresentazione del- 
X Ebrea nel 1865. Io ricordo pochi entusiasmi paragonabili a 
quello del pubblico della Scala dopo il primo finale dell'Ebrea: 
gli spettatori si alzarono tutti in piedi, come un solo uomo, ad 
urlare. Il Carlo VI non ebbe uguale fortuna, ed alla Regina di 
Cipro, forse la migliore delle grandi opere dell'Halévy, non si è 
ancora pensato. — Un'altra opera che risvegliò il pubblico dal 
suo torpore, che lo distolse dalle sue abitudini , che lo persuase 
potervi essere un'arte nuova, è stato il Faust di Gounod, altro 
di quei successi eh' io chiamo di rivelazione. — Questo spartito 
ha operata una vera rivoluzione nel gusto del pubblico e spe- 
cialmente nell'indirizzo dei giovani compositori, a cui parevano 
straordinariamente nuove certe finezze, certe singolarità armo- 
niche che il Gounod aveva prese dai classici, e specialmente da 
Sebastiano Bach. — In mezzo alla folla degli ammiratori nuovi 
del Faust ci furono allora gli ostinati denigratori, e ini ricordo 
d'avere udito in quell'epoca dei sedicenti musicisti, dei profes- 
sori di canto più o meno celebri . asserire colla più grande se- 



408 IL TEATRO DELLA SCALA 

rietà che quella del Faust non era musica e che Gounod non 
sapeva istromentare . — Dopo il Faust, per Gounod alla Scala 
ci fu il successo del Romeo e Giulietta, bello quanto il Faust, 
ed il fiasco del Cìnq-Mars, spartito, fiacco, dilavato, e senza 
verun interesse, né musicale, né drammatico. — Non si è mai 
pensato alla Saffo, dello stesso Gounod, alla Regina di Saba, 
alla deliziosa Mireille. — Un altro compositore francese, della 
cosiddetta giovane scuola, il Massenet, ottenne un grande e legit- 
timo successo col suo Re di Lahore, spartito ricco di doti in- 
ventive e di originalità. — Riccardo Wagner, alla Scala, subì 
la caduta leggendaria del Lohengrin, da fare il paio con quella 
del Mefistofele. Come per l'opera del Boito, il modo astioso, par- 
tigiano, con cui venne giudicato il Lohengrin, fu rivendicato 
dai pieni e completi successi di tante altre città italiane in teatri: 
importantissimi, e recentemente al S. Carlo di Napoli, la città 
ingiustamente reputata come la piazza forte della reazione mu- 
sicale. — Del Wagner alla Scala non si è dato, e così misera- 
li lente, che il solo Lohengrin, né vi sono molte speranze di riti- 
dirlo in condizioni migliori. Quanto alle altre opere del Wagner r 
Rienzi, Vascello fantasma, Tannhauser, vattel'a pesca quando la 
udremo! 

Finirò questo poco lieto capitolo con due altre vergognoso 
omissioni, di due geni sconfinati, dei di cui nomi immortali, il 
''•;tir<> della Scala non ha voluto mai onorarsi: Cristoforo Gluk 
e Beethoven. — Fidelio non si è mai rappresentato alla Scala. 
e nessuna delle immortali opere di Gluk; né Orfeo, né Alccsfc? 
né Ifigenia, t 
Chiunque ama e, comprende l'Arte può fare i commenti. 



Saro brevissimo Bui fasti coreografici (lolla Scala, sebbene ad 

alcuni paia che la Scala debba la vita, la fama e la fortuna 

randiosi balli , i quali piacquero ed attirarono la 

'"Ha, ma ono certamente la parte secondaria, infima, del suo 

patrimonio artistico.— Nella stessa sera del 8 agosto 1778 in cui 

1 apriva il nuovo teatro, insieme alla Semiramide riconosciuta 

del Salteri o mi ballo «lei coreografi Vera&zi eLegrandi, 



IL TEATRO DELLA SCALA. 469 

intitolato Pafio e Mina, ovvero / Prigionieri di Cipro: la mu- 
sica era dello stesso Salieri. — D'allora in poi i balli ebbero 
alla Scala una grande importanza ed attrattiva. Ci furono dei 
coreografi ch'ebbero vero genio artistico, colla fortuna per di più 
di potere dar libero campo alle loro invenzioni in un teatro 
provvisto di un vastissimo palcoscenico, di un corpo di ballo 
unico, e di un imponente materiale di attrezzi, di macchine, e 
dì scene. Uno di questi geni è stato il Vigano, apparso la prima 
volta alla Scala cogli Strelitzi nel 1812, a cui fecero seguito 
molti altri immaginosi lavori, tra i quali ebbero maggior plauso 
-e riproduzioni II noce di Benevento, La Vestale, Otello ed il 
famoso Prometeo. Insieme al Vigano acquistò celebrità anche lo 
scenografo Sanquirico, i cui successori, pur troppo, traligna- 
rono assai. Altri coreografi degni di menzione furono il vecchio 
Taglioni, il Vestris, il Monticini, il Galzarani, il Cortesi, il Ca- 
sati. Uno dei primi che abbandonò la coreografìa classica, mito- 
logica, in cui la mimica prevaleva troppo, è stato il Perrot colla 
sua Esmeralda di puro stile romantico, a cui si aggiunse la 
bella musica del Pugni e l'esecuzione meravigliosa della Essler. 
Anche il Rota fu un novatore, un artista inventivo, rivelatosi 
subito col Fallo nel 1853, e poi per una serie non interrotta di 
successi , il Giocatore, Rodolfo, e Cleopatra colla bellissima mu- 
sica del Giorza. Buoni coreografi furono il Borri ed il Monplaisir, 
e Taglioni Juniore ottenne favolosi successi cogli effetti nuovi, 
impensati, deWJEllinor e del Flik e Flok. 

Ora abbiamo il Manzotti, il quale sembra che, per fantasia e 
per senso d' arte, superi tutti i suoi predecessori. Nel Eolla , 
nel Pietro Micca, nel Sieba, aveva date prove di un grande 
ingegno, ma t\q\Y Excelsior è salito ad un'altezza che non pare, 
davvero, superabile, avendo trovato modo di escire completamente 
dal comune delle solite quisquiglie coreografiche, e di fare del 
nuovo, del bello, dell'affascinante, non già colla vacuità di sog- 
getti incomprensibili, ma con un gran concetto, quello della lotta 
del regresso col progresso : concetto reso con una chiarezza, una 
semplicità, una evidenza singolare, e nello stesso tempo d'effetto 
*> di divertimento per il pubblico. 



470 IL TEATRO DELLA SCALA. 



Nel corso di questo rapido studio mi è avvenuto sovente di 
parlare del contegno, del temperamento del pubblico della Scala, 
del quale vorrei fare una completa fisiologia che ne sviscerasse 
il carattere, i gusti variabili, gli umori buoni e cattivi, l'intel- 
ligenza spiccatissima che apprezza ed indovina, insieme alla 
caparbietà che nega, che demolisce, che preferisce al progresso 
la stazionarietà, alla luce le tenebre. 

Il pubblico della Scala è un vecchio di 100 e più anni, ancora ve- 
geto, arzillo, robusto, pieno di ubbie, di capricci, del quale bi- 
sognerebbe conoscere i primi anni, le scappate di giovinezza, 
l'educazione ricevuta e i guasti fattigli nel cervello e nel cuore 
dal battagliare continuo. 

In complesso panni che il pubblico della Scala, come qualsiasi 
altro , a seconda delle circostanze mutabili , siasi conservato 
sempre lo stesso, coi suoi pregi e coi suoi difetti. Per il secolo 
scorso basta consultare le memorie dell'epoca per convincersi 
che fra quei tempi ed i nostri, c'è poca differenza. Il teatro in 
Italia, e il musicale particolarmente, è stato sempre un pretesto 
di Bvago,"di divertimento, e l'Arte non c'è mai entrata gran fatto. 
La superficialità, la disattenzione con cui si ascoltò la musica 
in teatro, -ono state sempre le cause dei giudizi falsi e pre- 
cipitati. La differenza ora sta in ciò che una volta le opere si 
scrivevano in un modo più adatto, più confacente alla legge- 
pezza e >lla quale le si ascoltavano. Prima del 1800 la cosa era 
pianta al pimi.» che tutti gli stranieri i quali venivano in Italia 
in- rimanevano scandolezzati. Grétry, dopo un lungo soggiorno 
in Italia, scriveva nel 1780: « Agli Italiani che non possono 
ire una buona opera seria, «osa manca? In dieci anni, che 
ho aiutato Roma, non uè ho veduto riuscire nessuna: la gente 
non \i andava che por udire L'uno o L'altro cantante e quando 
"ii iuui era più in iseena, ognuno rientrava nel. suo palchetto 
ire, a bavere dei sorbetti, e intanto, in platea si sbadi- 
• M presidente De \u<< e , nel suo ramoso viaggio, dice 
l' r ' o: 4 i ' 1 1 . l rolta, trovandomi quasi solo in un 

pale Valle, mi misi a giuocare agli scacchi con 



IL TEATRO DELLA SCALA. ITI 

Rochemont, mentre si rappresentava una graziosa commedia, 
La libertà pericolosa, che divertiva poco il pubblico, e a me 
piaceva molto di più delle loro lunghe e noiose tragedie. Gli 
scacchi paiono inventati apposta per riempire il vuoto degli 
interminabili recitativi; e la musica, alla sua volta, per inter- 
rompere la troppo grande attenzione agli scacchi. » 

Passando dal secolo dei sorbetti e degli scacchi al nostro , i 
costumi teatrali migliorano un poco: il pubblico si interessa di 
più alla musica, presta maggiore attenzione, si appassiona anche 
qualche volta; la critica si forma, ma l'Arte rimane ancora al 
disotto dei pregiudizi, delle abitudini, dello spirito di parte e 
della forza d'inerzia. — Riportiamoci ad un'epoca che non è molto 
remota, al 1838, di cui io non posso ricordarmi, ma volle for- 
tuna che mi capitasse fra mani, di questi giorni, un volume 
della Revue et gazzette musicale de Paris, che contiene pre- 
ziosissime notizie sulle condizioni del teatro della Scala, appunto 
nel 1838. Sono parecchi articoli che hanno per titolo Lettrcs 
d'un Bachelier ès-musique, scritte, con molto brio, da un grande 
artista, Francesco Liszt; il quale allora percorreva l'Italia, come 
virtuoso, ed ha dimorato parecchio tempo a Milano, di dove 
scrisse alla Revue molti particolari interessanti sulle persone e 
le cose milanesi di quell'epoca. — La singolarità più sorprendente 
di queste belle lettere è che il Liszt fa delle osservazioni, le 
(mali paiono proprio scritte apposta per oggigiorno. — Liszt racconta 
che, appena arrivato a Milano, si trovò, quasi senza avvedersene, 
in faccia alla Scala vicino al negozio Ricordi, ch'era allora il 
vecchio Signor Giovanni, fondatore della Casa: del quale sentite 
cosa dice il Liszt, e se non pare che parli dell'attuale commendatore 
Giulio : « Vous savez, ou vous ne savez pas . . . que Ricordi est 
le premier éditeur de l'Italie et l'ini des plus considerai Ics 
éditeurs d'Europe; or, voyez-vouz, V éditeur e' est le ministre 
résident de la République musicale; e est le salus infirniorum 
le refugium peccatorum, la providence des musica ns erranis, 
cornine mot. » 

Entrato nella bottega del Ricordi , Liszt si mise a suonare 
sul pianoforte, presente il nonno Ricordi, e senza che l'uno sapesse 
dell'altro: ma il vecchio editore, che conosceva i suoi polli, appena 
l'ebbe udito percorrere veriiginosamcnte la tastiera, esclamò: 



172 IL TEATRO DELLA SCALA 

« Questo è Liszt o è il Diavolo ». 

Venuta la sera, Giovanni Ricordi condusse Liszt alla Scala, nel 
suo palchetto. Traduco le prime impressioni del grande pianista. 
« L'immensità della sala, la bella curva, la profondità della 
scena, danno a questo teatro un aspetto imponente: pure c'è 
qualche cosa di triste e di monotono. La mancanza di luce ed 
i palchetti vuoti , sono di certo le cause che bastano a spie- 
gare T impressione di freddo e di tristezza che vi coglie en- 
trando; ma ci sono delle altre cause permanenti, più dif- 
ficili da togliere. La Scala non ha, come Y Opera di Parigi, 
nessuna diversità nella sua simmetria. A Parigi, la platea sale 
in anliteatro; i palchi hanno davanti un balcone e sono sco- 
perti, il che obbliga le signore a vestirsi elegantemente. A Mi- 
lano la platea non è che una superfìcie piana: le cinque file dei 
palchi sono identiche: i palchi, comodissimi per i proprietari, 
attesa la loro profondità, non si prestano al colpo d'occhio : poco 
aperti e tappezzati di un colore azzurro cupo, le tinte sono anche 
maggiormente depresse dagli scarsi e smorzati riflessi di un lam- 
padario, illuminato ad olio. — Le dorature massiccie sono in- 
vecchiate. Ma lo spettacolo, mi direte voi, l'opera, i cantanti? 
... Ahi! pur troppo, lo spettacolo non è fatto per dissipare lo 
disposizioni alla noia datavi dalla sala. — Si rappresentava il 
Marino Fallerò e, come si usa qui, lo si dava dopo pochissimo 
prore. In quasto benedetto paese, mettere in iscena un'opera 
a non è punto una faccenda importante ; quindici giorni ba- 
Itano. Professori d'orchestra e cantanti, stranieri gli uni agli 
altri, non ricevendo nessuna impulsione dal pubblico, il quale 
ciarla o dorm9 (nei palchi di (punta iìla si mangia, si beve e 
i sa), distratti, obesi, raffreddati,